Yodit, una storia di accoglienza – «La Sicilia mi ha accolta. Palermo mi ha riconciliato con me stessa e fatto diventare una psicologa. Era giusto che mi mettessi a servizio di questa terra». Yodit Abraha sorride. I lunghi capelli neri scendono oltre le spalle. È nata in Eritrea ma il suo passaporto è etiope. E dal 1984 vive nella Penisola o, meglio, nell’isola dove è approdata per ritrovare i genitori fuggiti dall’Africa in cerca di un futuro migliore e dove «io sono rinata dopo essere stata sradicata dal mio Paese». La cittadinanza italiana non l’ha mai chiesta. «Ma io mi sento italiana a tutti gli effetti. Lo dicono, ad esempio, il mio accento o il mio modo di gesticolare. Ed è uno scandalo che non si acceleri il procedimento per ottenerla», dice subito.

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Ancora ricorda quando negli anni Settanta la madre e il padre sono partiti alla volta dell’Italia. «L’Italia che ci aveva colonizzati – chiarisce –. E trovavi in Eritrea ed Etiopia chi chiamava gli italiani “brava gente” e chi li accusava di segregazione». Lei era rimasta in Africa, cresciuta dai nonni materni. «Ho ancora in mente la loro casa aperta a chiunque avesse necessità. Erano poveri ma prevaleva in loro la volontà di condividere anche il poco che avevano». I suoi in Sicilia. «Approdati da irregolari. E ora cittadini italiani». Poi l’arrivo di Yodit e del fratello. «Mi sentivo persa ed estranea. Non è stato facile qui». A Palermo l’incontro con «una città multiculturale», fa sapere. «E leggendo un libro sulle case-famiglia ho deciso di iscrivermi all’università.

«Adesso tocca a Giuseppe guardare al futuro». Al suo fianco la mamma che, per la legge, rimane straniera ma che Palermo considera una figlia a pieno titolo.

Puoi leggere tutto l’articolo linkando qui: Palermo. La ragazza eritrea che è stata accolta ora ha in affido un bimbo

 

 

 

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