Giornata Nazionale delle Università 2025
Giornata Nazionale delle Università 2025 – CRUI e ANCI insieme per la coesione sociale
Fin dal suo concepimento la Giornata Nazionale delle Università ha avuto come finalità quella di mostrare il ruolo propulsivo che le Università rivestono nello sviluppo del Paese e nella promozione della coesione sociale. Quest’anno l’attenzione si concentra in particolare sulle città universitarie, quali luoghi privilegiati dell’interazione sinergica tra Università e territori. Luoghi di produzione e di condivisione della conoscenza, le città universitarie sono piattaforme di innovazione al servizio del Paese. Di qui il rafforzamento della collaborazione CRUI – ANCI per rendere queste città sempre più funzionali, sostenibili, dinamiche e attrattive a beneficio non solo delle comunità studentesche, ma della più ampia popolazione urbana di cui queste sono parte. Un’occasione per riflettere sulla collaborazione tra Atenei, Amministrazioni Comunali e società civile, ma anche per promuovere nuove e più efficaci strategie di interazione per gli anni a venire.
Alla Giornata Nazionale delle Università 2025 intervengono:
Giovanna Iannantuoni, Presidente CRUI
Gaetano Manfredi, Presidente ANCI
Fabio Pollice, Delegato CRUI per la Giornata Nazionale delle Università
Alberto Felice De Toni, Delegato ANCI per l’Università e la Ricerca
Con l’occasione verranno presentati i risultati dell’indagine sulle collaborazioni fra Università e Amministrazioni Comunali nelle città universitarie e il protocollo d’intesa ANCI CRUI.
Centri estivi? Non per tutti, però
Secondo un rapporto di Openpolis, con la chiusura delle scuole, comprese quelle dell’infanzia, una questione aperta per le famiglie è la possibilità di iscrivere i propri figli ai centri estivi. Non si tratta di una necessità solo per i genitori, rispetto alla conciliazione tra vita familiare e lavorativa. L’accesso a questo tipo di attività sociali ed educative riguarda direttamente le opportunità a disposizione del bambino.
Parliamo dell’accesso a quell’insieme di opportunità formative, sociali, sportive e culturali – dentro e fuori la scuola – che rappresentano un aspetto essenziale del contrasto della povertà educativa. Prima della pandemia, a livello nazionale erano 9,8 gli utenti dei centri estivi e gli alunni frequentanti attività pre e post scuola ogni 100 bambini e ragazzi residenti tra 3 e 14 anni. Una quota fortemente variabile nel paese. Spicca il dato dell’Emilia Romagna: nei comuni di questa regione gli utenti di centri estivi e attività connesse sono 17,6 ogni 100 minori. Un livello cui si avvicinano solo Lombardia (15,9%), Piemonte (15,2%) e Marche (14,5%). Con l’eccezione dell’Abruzzo (8,7 utenti ogni 100 minori), per tutte le altre regioni centro-meridionali la quota scende sotto il 5%. In 9 casi su 10, i capoluoghi con minore capillarità di questo tipo di servizi si trovano nel sud.
(grafica di copertina di Openpolis)
Un ponte di innovazione e di futuro
Un ponte di innovazione e di futuro.
Il raffreddore non dà tregua, ma chissà se non respiri per il naso tappato oppure per la paura di restare sospesa per 586 metri ad 80 metri di altezza camminando su 1.160 traversine calpestabili. Opera ingegneristica straordinaria che ha impiegato 24 tonnellate di acciaio e 5.500 metri lineari di funi e cavi di ancoraggio, il ponte pedonale tibetano più lungo del mondo, che collega il Parco Nazionale del Pollino e quello dell’Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese, è stato costruito a Castelsaraceno, il borgo a forma di cuore in Basilicata, provincia di Potenza. Maglia rossa, gonfalone alle spalle, Rocco Rosano siede nel suo studio di sindaco: è stato eletto nel 2012, poi nel 2017 e per la terza volta nel 2022.
Sindaco, questo è l’ultimo mandato, dunque…
Per legge sì, ma l’impegno per la politica è molto più grande del ruolo che si riveste. Per me fare il sindaco di una piccola comunità significa svolgere un servizio prezioso per la comunità, per il territorio e fare in modo che questi piccoli scrigni di bellezza possano brillare di luce propria e avere comunque nel futuro una speranza di bellezza e di vita. I piccoli comuni secondo me possono essere laboratori di innovazione sociale e di rigenerazione che rappresentano un nuovo modo di pensare allo sviluppo dell’Italia, invertendo il paradigma che lo stato tante volte mette nelle politiche dicendo che c’è un divario tra Nord e Sud. Io credo invece che ci sia un divario tra centro e periferia.
Innovazione sociale, sviluppo, visione strategica. Lei ci è riuscito?
Il mio impegno in politica nasce innanzitutto da un sentimento forte che nutro per questa comunità e questo territorio, ho proprio sentito la l’esigenza di mettermi a disposizione. Io sono partito da un’azione di co-progettazione, di coinvolgimento attivo e proattivo della mia comunità per decidere insieme, su qualsiasi azione strategica l’amministrazione mettesse in campo, quali fossero gli investimenti giusti e quali fossero le linee strategiche di sviluppo che questa comunità doveva sposare. La politica è lo strumento per creare condizioni di benessere psicofisico delle comunità, ma anche per invertire i punti di vista della mentalità dominante. Io penso di esserci riuscito. Ci sono voluti tempo, perseveranza e caparbietà, però noi nel 2021 abbiamo inaugurato non il ponte tibetano più lungo del mondo, ma l’ecosistema turistico partecipato di Castelsaraceno. Non abbiamo inaugurato un’opera pubblica, ma una nuova era costruita con delle azioni pensate, condivise, implementate, discusse con la comunità perché nessun progetto può partire dall’idea di un singolo se poi non viene condiviso con tutti gli elementi dell’ecosistema. Quindi, al centro di tutto noi mettiamo l’uomo come elemento essenziale della nostra progettazione: non i numeri, non la burocrazia, ma la persona. Un sindaco e la sua amministrazione devono ascoltare le esigenze del proprio territorio e farle diventare un punto di forza dell’azione politica, realizzandole.
All’inizio avete lavorato su una Mappa di comunità, giusto?
Esatto, lo abbiamo fatto nel 2015-2016. Abbiamo ascoltato tutti i nostri cittadini, dagli anziani ai più giovani, dalle imprese alle famiglie, dalla scuola alla chiesa, e tutti gli stakeholders della comunità per capire quali erano i punti di forza, di debolezza, le minacce e le opportunità della comunità di Castelsaraceno: una analisi di comunità che ha dato risultati straordinari. Un flusso costante di informazioni su cui abbiamo rettificato il tiro della nostra programmazione strategica.
Sorprese?
Guardi, innanzitutto ho compreso che chi fa politica e ascolta i cittadini con occhio e orecchio umili e come un buon padre di famiglia, cioè in un legame di filiera corta di prossimità, riesce a scoprire tante cose che anche in un ruolo democratico come quello del sindaco può sfuggirti. Tutti insieme abbiamo scoperto i nostri punti di forza, ma anche i limiti di una politica passata che non ha portato questa comunità allo sviluppo desiderato. Quindi il dialogo, l’ascolto, la condivisione, la co-progettazione il co-design di comunità, hanno un valore straordinario. In questo, il terzo settore è stato sostanzialmente il motore di un’azione politica che è penetrata all’interno delle famiglie.
Mi fa un esempio?
Abbiamo iniziato con “Borgo Fiorito”, un progetto che ha stimolato a prendersi cura del vicinato e ne è nata anche un’Associazione che ha promosso laboratori del legno, della ceramica e della piantumazione che ha coinvolto tutte le famiglie. È anche così che nasce una comunità: quando si usa il “noi” e non più “io”, quando ognuno di noi è disponibile a dare qualcosa all’altro con quella cultura del dono che è indispensabile anche in politica. Su questa scia è nato il progetto del Museo della pastorizia e anche il progetto del Sistema Accoglienza integrazione-Sai, dove ospitiamo 20 famiglie.
Giovani e scuole? Siete riusciti a frenare lo spopolamento?
Come in tutti i piccoli comuni, il Sai ci sta aiutando molto perché le scuole riusciamo ancora a reggerle, fino alle medie. Pensi che ci sono famiglie che dopo il progetto sono andate a vivere fuori, ma per Natale e le vacanze tornano a “casa”, a Castelsaraceno. Alcune, invece, sono rimaste qui e noi abbiamo insistito perché abitassero nel centro storico perché il nostro futuro è lì e dobbiamo riempirlo di valori e di cultura. E questo è in linea con la nostra politica di “consumo di suolo zero”: a Castelsaraceno si deve recuperare quello che c’è a livello edilizio e urbanistico, senza costruire altre “cattedrali” visto che c’è una marea di case abbandonate. È qui che nasce anche l’idea del ponte.
Sì, dal castrum saracenum stiamo rigenerando il nostro territorio attraverso un’opera di ingegneria internazionale che, di fatto, sta portando gli interessi economici e sociali a guardare di nuovo lì, al centro.
Ma l’idea del ponte quando e come le è venuta?
Non ero neanche sindaco. Negli anni 2000-2008-2010, io ero presidente della pro-loco e già immaginavamo di cambiare il nostro paese reagendo alla frase “qua non si può fare niente”. Abbiamo pensato che se avessimo fatto qualcosa che facevano tutti, qui a Castelsaraceno non ci sarebbe venuto nessuno. E così abbiamo cominciato a pensare di fare qualcosa che fosse unica al mondo. Il ponte era anche un messaggio importante, perché un ponte unisce due luoghi, due punti lontani. C’è stata l’intelligenza delle migliori aziende e dei migliori progettisti europei. Si figuri che il ponte è gestito da un’azienda di Monaco di Baviera con il sistema SkiData: conosciamo ogni dettaglio di tutti quelli che entrano, è stata una mia esplicita richiesta avere tutti i dati dei visitatori, ad oggi ho 32mila email in archivio perché la relazione con chi è venuto deve continuare.
Quanto è costato?
Un milione e mezzo di euro, costruito in tre anni, lockdown compreso.
E ve li siete ripresi? Quante persone avete impiegato?
Abbiamo recuperato almeno per cinque volte la spesa, oggi ci lavorano 23 persone e sono coinvolte anche le persone del Sai. Ma quello che guadagniamo noi lo reinvestiamo completamente nella comunità. Un sistema che si autoalimenta e si autosostiene. È una economia di comunità che sta generando anche un progetto di fondazione di comunità che gestirà tutto il nostro ecosistema. L’Ente pubblico ha forti limiti amministrativi, mentre nella fondazione di partecipazione pubblico e privato si metteranno insieme su questo grande progetto economico e sociale, ma con una visione etica, di responsabilità sociale e di innovazione sociale che progetta anche la creazione di un centro di eccellenza per la ricerca nazionale e internazionale. Castelsaraceno deve diventare un modello: i piccoli comuni possono essere il vero laboratorio di sviluppo.
Quindi finito il mandato di sindaco c’è la fondazione?
L’ho detto all’inizio. L’impegno per la politica è molto più grande del ruolo che si riveste.


Una curva gettata alle spalle del tempo
Una curva gettata alle spalle del tempo.
Una curva gettata alle spalle del tempo: è il titolo di un’opera d’arte che suona come un refrain lungo tutto il tortuoso percorso che, dal mare, sale sale sale sale a perdita d’occhio fino a Castel di Lucio, piccolo comune in provincia di Messina, dove il sindaco Giuseppe Nobile (nella foto di copertina, maglioncino porpora) ci aspetta per l’intervista. Il cielo è di un azzurro assoluto a pelle di tamburo, la sua intensità aumenta ad ogni sosta lungo la Fiumara d’arte, uno dei parchi d’arte a cielo aperto più grandi d’Europa che mica ti aspetti di trovare qui, in un cuneo di territorio tra Palermo, Messina ed Enna. Scendiamo dall’auto, a sinistra il parco giochi che dà su tutta la vallata, l’occhio corre in fuga dal verde-marrone intenso all’azzurro morbido del mare: una curva gettata alle spalle del tempo…una curva gettata alle spalle del tempo…Il sindaco ci chiama, ci giriamo, ci sta venendo incontro, siamo distolti dalla riflessione verde-azzurra.
Nobile ha lo sguardo acuto, è sempre sorridente, ha precisione linguistica ma indugia nella battuta in siciliano che pronunciato da loro ha sempre una musicalità inimitabile. Cominciamo a parlare percorrendo i vicoli di Castel di Lucio, visitiamo la biblioteca, la chiesa, il museo…
Sindaco Nobile, questo è il suo primo mandato, ma dalla Sicilia all’Ucraina di strada ne ha percorsa…
Sì, una bella strada insieme alla mia comunità. Ci tengo molto a dire che prima della elezione a sindaco sono stato per dieci anni presidente del Consiglio comunale. Il mio impegno per la mia comunità di origine parte da lontano, prima con l’associazionismo, poi una parentesi tra il 1998 e il 2001 in Giunta comunale come assessore alla cultura, turismo e spettacolo. Dal 2018, il primo mandato di sindaco che adesso sta scadendo.
E si ricandiderà?
Dopo una fase di riflessione, insieme al gruppo politico che mi sostiene abbiamo deciso di proseguire soprattutto perché c’è la volontà di portare a compimento tutto quanto iniziato nel primo mandato. Devo dire grazie a mia moglie e ai miei figli per avermi accompagnato nella scelta e per non avermi mai fatto pesare in questi anni la lontananza da casa tra giunte, consigli e incontri. Tenga conto che Castel di Lucio, dove sono sindaco, è il mio comune di origine, però vivo con la mia famiglia a Santo Stefano di Camastra, che invece è il comune di nascita di mia moglie, e lavoro a Palermo dove ho lo studio da avvocato. E devo dire grazie anche alla mia comunità che mi ha sostenuto apprezzando la presenza che ho dedicato al mio Comune, che è stata sicuramente tanta e assidua. Vede, la fine del mandato è un bel momento di riflessione sia per il sindaco che per il suo gruppo di maggioranza perché la politica è innanzitutto responsabilità.

Prima parlava di progetti cominciati in questi anni, ce li racconta?
Sono tanti, i progetti che abbiamo cantierato, soprattutto con i fondi Pnrr: attrattività dei borghi, inclusione sociale, infrastrutture sociali, l’acquisizione dei beni del centro storico, la biblioteca. Per un piccolo comune come Castel di Lucio significa cambiare volto e cambiare futuro. Molti di questi progetti sono in rete con altri Comuni, sono stati pensati e condivisi con altri colleghi sindaci. Ad esempio, il progetto presentato al bando attrattività dei borghi è stato fatto in aggregazione con i comuni di Pettineo e Motta d’Affermo. Il progetto di accoglienza SAI è in estensione con il Comune di Tusa. Il progetto Hospitis, grazie all’adesione all’Associazione Borghi Autentici, coinvolge i comuni di Castelbuono, San Mauro Castelverde e Tusa. Abbiamo poi una serie di bandi Pnrr e una serie di progetti per i quali attendiamo gli esiti: è stato, ed è tuttora, un grande lavoro di squadra con amministratori, presidente del consiglio e consiglieri comunali, e soprattutto con i dipendenti comunali che con le loro competenze hanno contribuito tanto al raggiungimento dei risultati (per gli altri progetti, vedi grafica, sotto). Abbiamo, nel frattempo, aderito all’Unione dei Comuni Costa Alesina. E poi c’è stato un “progetto interno”, lungo questi anni, che è stato quello di aprire a tutti le porte di un Comune che forse era ancora chiuso in sé stesso. Ci siamo impegnati soprattutto nell’ascolto di tutti i bisogni dei castelluccesi.
Un Comune addirittura chiuso?
Abbiamo dato spazio e attenzione alle associazioni locali. Abbiamo avuto in comodato gratuito l’edificio delle Suore Francescane del Cuore Immacolato di Maria e messo a disposizione i locali per una scuola di karate e ad una associazione che conserva la tradizione del ricamo e della tessitura (“Il filo di Arianna”, ndr). Abbiamo rafforzato la collaborazione con tutte le attività della parrocchia e i giovani dell’Azione Cattolica che animano molto la comunità, soprattutto in occasione del Natale e delle altre festività. E poi siamo riusciti a far nascere un gruppo di Protezione civile grazie ad alcuni giovani che abbiamo sostenuto per il riconoscimento a livello regionale e ad avere in comodato il modulo di intervento anti incendio. Tenga conto che i Vigili del Fuoco più vicini sono a Mistretta, un’ora di auto, il 118 e l’ospedale idem. Castel di Lucio è entroterra, è isolata, distante da tutto, anche da comuni limitrofi.
Sì, in effetti geograficamente è proprio un triangolo…
È un territorio marginale, un angolo in cui si incrociano tre province: distiamo 180 km da Messina, 120 km da Palermo e 100 km da Enna ma di strada tutta interna.
Nella mia famiglia l’impegno politico è sempre stato importante. Negli anni cinquanta, un fratello di mio padre è stato Vicesindaco del Partito Comunista, quasi scomunicato dalla Chiesa. Ho uno zio che è stato sindaco fino al 1990 e poi sono subentrato io. Non c’è stata mai una campagna elettorale a Castel di Lucio che non ci abbia visti attivi e protagonisti, abbiamo vinto o perso, ma siamo sempre stati attivi.
Beh, allora impossibile restare a casa, nel 2023: non si interrompe una storia così lunga…
Sì, ha ragione, impossibile, anche se le sembrerà incredibile ma la pressione che si vive nelle piccole comunità è forte, in particolare in tema di “servizi”, che in molti casi vengono prima della cultura e della politica. A Castel di Lucio finalmente abbiamo un Museo civico, che è l’unica cosa laica che puoi vedere, ma è stato difficile farlo “entrare” nella comunità.
Potrebbe essere però una preminenza di bisogni primari che non consente di dedicarsi ad altro…
A Castel di Lucio paghiamo in media 100 euro di acqua all’anno, diamo il rimborso spese di viaggio al 100% a tutti gli studenti delle superiori che vanno a scuola fuori, assicuriamo agli anziani il pasto caldo ed altri servizi di assistenza, grazie alla nostra cucina comunale, che è una vera e propria eccellenza e rifornisce anche le mense scolastiche. Abbiamo insomma tutta una serie di servizi che aiutano e sostengono. Adesso stiamo progettando di attivare una cooperativa di comunità per l’accoglienza turistica.
Spopolamento?
Dopo anni di inverno demografico, per la prima volta nel 2022 abbiamo un saldo migratorio di più 40, grazie ai nuovi cittadini provenienti dall’Argentina e grazie alle persone migranti del progetto del Sistema Accoglienza Integrazione-Sai. È la prima volta che a Castel di Lucio si incontrano per strada persone che non si conoscono! Ed è cresciuta anche la domanda di case da affittare. Certo, adesso dobbiamo trasformare questi arrivi in residenti, ma è anche per questo che abbiamo deciso di continuare a lavorare.

Piccolo comune cosmopolita
Piccolo comune cosmopolita.
Stavamo quasi per desistere, per quanto era introvabile e poco reattivo alle email e ai messaggi al cellulare. Poi, all’improvviso, l’appuntamento nel giro di un giorno. Marco Cogno lo incontriamo a sera nel suo studio di sindaco, alle spalle il gonfalone di Torre Pellice. Ha i capelli arruffati sia per la giornata intensa sia perché se li tormenta di continuo, un aspetto giovane e informale, ma al contempo così assertivo, che spiazza. Parla a raffica, cita dati a memoria, varia sui temi, ironizza, battute tranchantes, è argento vivo che si muove in forma umana. Fa il sindaco, il consigliere della Città metropolitana, il papà di due bambini, è dirigente in un grande ente del terzo settore che gestisce alcune case di riposo e in questo lavoro lotta «contro quella certa cultura del socio assistenziale che trova la contenzione dei pazienti fragili una pratica “normale”». Non abbiamo neanche il tempo di attivare il registratore che già sono passate due ore e sembra ancora poco quello che abbiamo detto.
Lei ha 42 anni ed è sindaco dal 2014. Ci ha creduto fin da giovanissimo…
Sì, a 33 anni ero già consigliere, passavo le serate in comune anziché con gli amici. Poi sono stato assessore alle politiche ambientali e dal 2014 sono sindaco. Mi sono candidato con due obiettivi precisi: “viviamo Torre Pellice” e “facciamo comunità”. E per raggiungerli abbiamo adottato tutte le possibili politiche attive per rendere questo paese vivo su qualsiasi aspetto: abbiamo investito su un asilo nido comunale che avevamo sempre avuto e non volevamo perdere, trasformandolo in edificio NZEB a basso impatto ambientale. Torre Pellice da 15 anni fa un festival che si chiama “La torre di libri”: Umberto Eco, Dacia Maraini, Andrea Camilleri e Claudio Magris sono cittadini onorari, abbiamo una galleria civica dove facciamo molti eventi e mostre. Torre Pellice si è aggiudicata il titolo di “Città europea della Riforma” da parte della Comunione di chiese protestanti in Europa (CCPE – l’organismo meglio conosciuto come Concordia di Leuenberg), siamo considerati “città che legge” perché abbiamo un festival letterario, una libreria e una biblioteca comunale che fa 13.000 prestiti su 4.600 abitanti, quattro libri per abitanti; abbiamo preso in gestione il palazzetto del ghiaccio post olimpico per non farlo chiudere.
Per carità, tutto bellissimo, ma come si frena lo spopolamento a Torre Pellice? Bastano tutte queste attività?
Negli ultimi anni siamo cresciuti: quest’anno siamo 4634, prima 4629, prima ancora 4550. I decessi in un anno sono mediamente 85, mentre i nati sono 30, questo vuol dire che tutti gli anni “aggiungiamo”, anziché essere meno 60, siamo più dieci…
Dai, lei è molto bravo, sindaco, ma…
Non lo so come facciamo a trattenerli, di sicuro siamo una comunità “che sta bene”, abbiamo sette confessioni religiose, siamo centro della Chiesa valdese, abbiamo la Chiesa cattolica, l’Esercito della salvezza, due Chiese evangeliche, una sala per la Comunità araba, una Comunità di induisti e, complessivamente, abbiamo cittadini di Torre Pellice che provengono di 53 nazionalità diverse.
Torre Pellice, fin dall’emergenza Nord Africa del 2011 ha sempre mantenuto un’accoglienza aperta con il sistema Anci. Prima avevamo 26 posti, adesso abbiamo fatto un ampliamento del 50% in più. Nel 2016, quando eravamo in piena “emergenza migrazione”, come la chiamavano, a Torre Pellice sono nati parecchi Centri di Accoglienza Straordinari-Cas e siamo arrivati ad avere circa 80 richiedenti in strutture gestite o da cooperative o da singoli privati. Questo stava succedendo un po’ in tutta la Val Pellice, in un Comune di 1200 abitanti avevano portato addirittura 100 persone all’improvviso. Vedendo questa situazione, ho promosso un accordo di nove Comuni della Val Pellice con la Prefettura di Torino, allora retta da Renato Saccone. Con i sindaci di Bobbio Pellice, Bricherasio, Villar Pellice, Luserna San Giovanni, Bibiana, Lusernetta, Angrogna e Rorà abbiamo dato a Saccone la nostra disponibilità ad accogliere complessivamente nei nostri Comuni fino a 145 richiedenti asilo. Torre Pellice capofila, ente gestore la Diaconia valdese.
Avete insomma creato un “sistema territoriale di accoglienza”…
Esatto! Con la Diaconia valdese, che è il “braccio” della Chiesa valdese, abbiamo gestito questa micro accoglienza diffusa su circa 30 alloggi su tutto il territorio della Valle. Quindi come gruppo di comuni abbiamo portato avanti questa integrazione che è stata un’interazione molto interessante.
Sindaci di tutte le provenienze politiche?
Sì, sia di centro destra che di centro sinistra. Il successo è stato non solo questo, ma anche quello di avere gestito meglio i flussi bloccando le telefonate improvvise con cui la Prefettura avvisava di arrivi improvvisi di numeri non controllati di persone migranti. Oggi gestiamo noi sindaci l’accoglienza e lo facciamo con persone di nostra fiducia e che hanno una gestione non economica ma umana dell’immigrazione. E, infine, abbiamo messo a sistema anche tutto il terzo settore. Oggi i nostri cittadini del Sai fanno tirocini in biblioteca o rimettono a posto i sentieri partigiani. Abbiamo fatto oltre 95 inserimenti lavorativi, abbiamo riaperto il Centro provinciale per l’istruzione degli adulti-Cpia e pensi che la signora Biagia, torrese doc, è riuscita a prendere la licenzia media grazie al Cpia aperto per i migranti. E non sono stato arrestato quando mi sono autodenunciato per avere dato la carta di identità alle persone migranti di Torre Pellice!
E alcuni sono rimasti a vivere da voi?
Sì, ma le nostre 53 nazionalità diverse non discendono dalle provenienze Sai.
Abbiamo un progetto per la riqualificazione del nostro storico cinema Trento, che per noi è un luogo di aggregazione culturale, per renderlo una sala multifunzionale, e stiamo sperando di trovare un imprenditore culturale che se ne occupi. Abbiamo vinto anche un Pnrr di quasi 4milioni per la riqualificazione urbana, ma questo grazie alla Città metropolitana di Torino dove io sono stato eletto consigliere.
Area interna e zona montana, situazione di giovani e scuole?
Un terzo della mia popolazione è sopra i 50 anni, ho tutte le scuole fino alle medie, poi abbiamo il Liceo valdese oppure i nostri ragazzi devono andare a Pinerolo, ma si fa tranquillamente con i mezzi. Siamo area interna e montana, ma non voglio che si pensi “area sfigata”! Anzi, Torre Pellice ha quattro valori aggiunti: natura, cultura, tradizione e sport. Pensi che col Covid abbiamo perso 180 cittadini ma ne abbiamo guadagnati 363 perché Torre Pellice è ancora un luogo dove ci sono un sacco di servizi come biblioteca, nido, attività culturali e dove la solitudine impatta meno perché anche se sei da solo scendi in piazza e trovi qualcuno.
Quante persone con disabilità e quanto Reddito di Cittadinanza?
Disabilità poche. Reddito di cittadinanza tantissimi. Ricordo che avevo la fila, facevo “il dottor Tersilli del Comune”, il Reddito ha salvato un sindaco! (ridiamo) Io comunque adoravo il Reddito di Inclusione-Rei, era completamente un altro progetto sulla persona, un’altra storia.
Sindaco da dov’è nata questa sua passione politica?
Caduta del muro di Berlino e strage di Falcone e Borsellino, due spinte interiori fortissime. Quando nel 2004 a Torre Pellice mi hanno chiesto di candidarmi nella lista civica ho accettato con gioia, anche se io sono di Luserna, perché avevo proprio voglia di impegnarmi politicamente. È stato molto faticoso costruire il mio percorso personale, devo ammetterlo, anche perché ho detto fin dall’inizio che se su questa sedia sono seduto io, il sindaco lo faccio io.
Comune ad esclusione zero
Comune ad esclusione zero.
Un percorso di progettazione partecipata nel comune calabrese premiato nel 2020 quale ambasciatore di Economia civile.
«Nessuno si senta escluso» trova espressione e significato a Roseto Capo Spulico, piccolo comune dell’alto Ionio cosentino, dove la sindaca Rosanna Mazzia ha chiamato a raccolta tutta la sua comunità per una progettazione partecipata sul futuro del piccolo comune calabrese.
Il primo incontro è avvenuto ad ottobre 2022, quando Carlo Borgomeo, presidente della “Fondazione Con il Sud”, è intervenuto a Roseto Capo Spulico insieme ad Angelo Moretti, presidente del Consorzio “Sale della Terra” e referente nazionale della Rete dei “Piccoli Comuni del Welcome”, della quale fa parte anche Roseto Capo Spulico.
Millenovecento abitanti nell’Alto Ionio Cosentino, colonia della Antica Sybaris, Roseto Capo Spulico prende il suo nome dalla diffusione della coltivazione delle rose in epoca greco-romana, che venivano utilizzate per riempire i guanciali delle principesse sibarite. Ed è proprio con il progetto “Figli delle Rose” che Roseto ha vinto nel 2020 il premio “Comune ambasciatore di Economia Civile” al Festival dell’Economia Civile di Firenze, con la promessa che il suo modello di economia, sostenibile e inclusivo, coinvolgesse in processi di crescita e sviluppo le associazioni e l’intera comunità.
Detto, fatto. Dal 2020, e nonostante la pandemia, Rosanna Mazzia – sindaca dal 2014 dopo 2 consiliature da vice – mette a sistema una serie di progettazioni che aveva già cominciato dal suo primo mandato. Con l’adesione alla Rete dei Piccoli Comuni del Welcome, arriva l’incontro con il Consorzio Sale della Terra e la realtà di NeXt-Nuova Economia per Tutti diretta da Luca Raffaele ed inizia una nuova progettazione sul territorio comunale che ha per obiettivo centrale l’esclusione zero, perché «le fragilità delle persone sono il primo pensiero del sindaco di una comunità», dice la Mazzia.
“Singoli” luoghi rigenerati da “singole” progettazioni che saranno messi in connessione tra di loro per intercettare tutte le persone in situazioni di fragilità alle quali dare nuova chance di futuro attraverso inclusione e lavoro.
“Comune ad esclusione zero”, dunque, nasce dall’esigenza di dare alla comunità di Roseto un nuovo futuro che vada oltre l’attuale “asset” del turismo della stagione estiva che arriva ad oltre 30 mila presenze e coinvolge tantissimi operatori soprattutto giovani. Occorre ragionare su altre prospettive, a partire da un welfare di comunità e dalle energie territoriali ancora inespresse.
Come si arriva, dunque, alla “esclusione zero”? Secondo Angelo Moretti, il welfare generativo ha la capacità di “attivare” le energie sociali e le comunità, a partire dalle persone con disabilità e fragilità: ne è prova l’esperienza dei tanti Piccoli Comuni del Welcome, in cui sono nati “luoghi” di attivazione sociale che hanno generato economia civile: cooperative di comunità, progetti Sai-Sistema Accoglienza Integrazione, budget di salute.
Su questo ha concordato anche Carlo Borgomeo: lo sviluppo non arriva da fuori, non è un “evento che succede”. Dal tavolo di discussione sono emersi per Borgomeo alcuni notevoli punti di forza di Roseto Capo Spulico: l’attenzione ai fragili, una comunità coesa, la bellezza, l’ambiente, l’amore per la propria terra. Ma c’è una condizione che va fortemente “riempita” ed è il senso di responsabilità della comunità, l’autonomia. E lo spirito di iniziativa, che è uno “scatto” psicologico perché «restare ad aspettare crea dipendenza». E la dipendenza non genera né libertà né tantomeno economia e men che mai rafforza le comunità.
Secondo Borgomeo, Roseto deve suscitare il desiderio dei giovani di non andare via ma di tornare. E questa si chiama «attrattività del territorio». Occorre inoltre allungare il più possibile la stagione estiva migliorando l’offerta dei luoghi di servizio e facendo pressing per migliorare i collegamenti, puntare sulle dinamiche di consumo dei prodotti del genius loci di Roseto.
Su questa traccia, dal 17 al 19 gennaio scorsi a Roseto Capo Spulico tutta la comunità si è nuovamente ritrovata, ma questa volta da attrice protagonista. In 3 giorni di progettazione partecipata sono stati coinvolti tutti e tutte, “da uno a cento anni”, «perché ognuno cercasse le proprie potenzialità, costruendo una visione comune», ha detto la sindaca Mazzia. La progettazione partecipata si è snodata lungo una analisi collettiva su potenzialità e difficoltà del piccolo comune; una «passeggiata nei quartieri» (come la chiama l’etnografa Marianella Sclavi, ndr) per guardare Roseto con taccuino e penna critica in mano; l’ascolto di esperienze di successo in altri piccoli comuni; lo spazio aperto alla scrittura collettiva di un documento che si chiama “masterplan” ma si legge sogno condiviso del futuro desiderabile per il luogo in cui si vive.
L’assemblea si è aperta con la descrizione di tutte le progettazioni in cantiere a Roseto: una cittadella di servizi gestita dai cittadini, un co-housing diffuso, la riapertura di botteghe artigiane e spazi di co-working, il recupero del circolo velico e la promozione di orti sociali. Questi i principali desideri dei rosetani per ripensare l’economia che, dalla spiaggia 6 volte “bandiera blu” risalga, vicolo per vicolo, fino al borgo medievale e coinvolga tutti e tutte.
Nello specifico ecco i progetti avviati. Iniziamo dall’Istituto comprensivo Amendolara: qui verranno attivati per la prima volta servizi integrativi per bambini 0-6 anni: stazione co-working, educazione alimentare, spazio nido. La scuola nelle ore pomeridiane diventerà centro per i bambini e le famiglie per attività outdoor e baby parking e per avviare una presa in carico olistica.
C’è poi l’“Antico granaio e borgo”: si tratta di un progetto di un milione 600 mila euro che mira ad unire l’abitato storico e quello marino per coniugare bellezza materiale e naturale con un’innovativa capacità di sostenere la coesione sociale e di essere accogliente verso turisti e nuovi residenti. Fulcro del progetto sono la valorizzazione degli aspetti di unicità e identitari della storia e della cultura di Roseto Capo Spulico attraverso l’esaltazione degli eventi legati a Federico II, la messa a sistema della filiera legata alla produzione delle Rose damascene, la creazione di un social hub di Economia civile, una spring and summer School e di una Scuola di arti e mestieri del Cinema, la creazione di nuove imprenditorialità e l’implementazione della Comunità ospitale.
Altro progetto è quello dell’Ambulatorio di comunità, aperto dal lunedì al venerdì, che diventerà un vero centro di aggregazione sociale in cui verranno coinvolti infermieri di comunità e psicologi di comunità per garantire un intervento immediato e tempestivo per la popolazione residente. Infine, verranno organizzati incontri di gruppo con uno psicologo di comunità una volta a settimana per training neurologici e supporto all’invecchiamento attivo.
La progettazione seguirà il “metodo dei Comuni del Welcome” che si attua con il welfare delle persone e dei territori attraverso il reddito di cittadinanza, il budget di salute, le misure alternative alla pena detentiva, il Sistema di Accoglienza e Integrazione-Sai, la cooperazione di comunità, l’economia civile, l’economia circolare, il patto educativo di comunità, i servizi diffusi per la presa in carico della prima infanzia, la lotta all’azzardo e il contrasto alle dipendenze, la coesione familiare, la promozione delle comunità energetiche e l’accoglienza diffusa degli anziani.
Come afferma Doriana Bollo, dell’ufficio progettazione di “Sale della Terra”, «tra un bisogno e un sogno c’è di mezzo un progetto. È proprio quando un progetto non resta più confinato sulla carta che si realizza tutta la sua potenzialità: in questi tre giorni esso ha preso finalmente il volto di Antonio, Sandra, Mattia, Rosanna e di tutti i rosetani che hanno scelto di mettere in gioco i propri sogni partendo dal loro genius loci». La Bollo ha 32 anni, studi in sociologia, e ci dice di aver scoperto che la rosa damascena, fiore grazie al quale Roseto Capo Spulico è famosa, ha la tipicità di fiorire anche in inverno. Guarda il borgo di Roseto e ne immagina, tra i file excel dei progetti, la fioritura in tutte le stagioni.
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Il paese dei cervi
Il paese dei cervi.
Quando giri la curva a gomito e ti trovi davanti lo spettacolo di quel lago incastrato perfettamente tra i Monti Marsicani, sei proprio costretta ad accostare e fermarti a respirare quella bellezza. La foto di qualche settimana fa del cervo davanti al venditore di frutta ci fa sperare, purtroppo inutilmente, di fare anche noi questo incontro ravvicinato inusitato.
La sindaca Giuseppina Colantoni (nella foto di copertina, a destra, maglioncino chiaro) ci riceve a casa sua e scopriamo che ha un bel pancione in cui la piccola Greta sta passando i suoi ultimi giorni prima di venire al mondo. Si adagia sul grande divano rosso e cominciamo il nostro dialogo proprio da lei, la piccola vita che sta per nascere e rallegrare mamma e papà, legati da dieci anni.
A quanto vedo, Greta sta proprio per arrivare, sindaca…
Sì, dalla prossima settimana ogni giorno è buono.
È la sindaca per prima ad elevare il tasso di natalità…
Eh, magari…Il trend dello spopolamento purtroppo è in aumento. Negli ultimi anni c’è stato un leggero riequilibrio perché abbiamo perso solo qualche decina di residenti. Ma non stanno meglio neanche i Comuni limitrofi.
State pensando a misure specifiche?
Non è semplice. Sono al mio secondo mandato, sono stata eletta sindaca nel 2015 e Villetta Barrea si assesta sui 600 abitanti circa, anche se raggiungiamo un ottimo livello di presenze turistiche. Però dobbiamo lavorare ancora molto perché alle presenze si aggiungano le residenze.

Quindi questo è il suo secondo mandato?
Esatto, abbiamo votato nel 2020 e a causa della pandemia ora la consiliatura è prorogata: quindi tra primo e secondo mandato arriverò ad 11 anni di sindacatura. Se mi volto indietro e penso al 2014, sento a riconoscermi perché fino ad allora non mi ero mai interessata politicamente delle vicende del mio comune.
Addirittura?
Non che non mi interessasse il mio comune, assolutamente! Sono stata anche presidente dell’Archeoclub di Villetta Barrea, mi ha sempre appassionato l’attività socio-culturale del mio comune e del territorio. Forse proprio questa mia forte vocazione, anzi passione, per il mio territorio ha spinto gli altri a suggerirmi di pensare ad un impegno attivo in politica, io da sola non l’avrei mai pensato. Nel 2020 siamo stati rieletti con oltre l’82% di preferenze.
E prima di fare la sindaca?
Sono un’insegnante di storia dell’arte, che poco c’entra con l’impegno amministrativo a cui un sindaco è chiamato. E infatti la sindaca sta togliendo tanto alla docente, ormai accetto solo incarichi che mi consentano di fare l’una e l’altra cosa. Per fortuna sono vicino casa e quindi riesco a conciliare le due cose.
Con l’arrivo della bambina riuscirà a conciliare?
Certo, ora diventa ancora più complicato, vedremo da settembre cosa succederà
C’è un sacrificio maggiore per le donne ad essere impegnate in politica?
Credo di sì, nella misura in cui si ha sempre un occhio al contrario nei confronti della figura femminile.
Al contrario?
Sì, nel senso che è un mondo prettamente maschile, non maschilista badi bene, anzi io lavoro benissimo con i colleghi e ricevo una totale stima e una totale fiducia da parte loro e questo credo che sia anche dovuto all’apertura della lungimiranza culturale di queste persone. Però, ripeto, questo è un mondo che vedo molto maschile, in cui per una donna è più difficile cercare di affermarsi o comunque cercare di rendere autorevole quello che fa, alla pari di qualcun altro, con la o finale. Per converso, una donna affronta ogni decisione politica con maggiore tatto, sensibilità. E questo è un valore aggiunto, in politica.

Qual è la “cifra” della sua sindacatura?
Ci siamo concentrati molto sul turismo, noi ci troviamo nel Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise. Quando siamo arrivati in amministrazione nel 2015 c’erano un po’ di sonnolenza e un po’ di torpore sia sull’offerta turistica che sui servizi. Il nostro primo obiettivo è stato quello di innescare delle politiche di modernizzazione, di incentivazione del turismo. Non è stato semplice, ma nell’arco di 4 anni abbiamo più che raddoppiato le presenze turistiche. Poi è arrivato il Covid che ci ha fermati, ma che ha offerto nuovi spunti per il turismo dei borghi e di prossimità. Di sicuro a Villetta c’è una forte coesione anche tra le diverse associazioni, la pro-loco, la protezione civile, l’Arecheoclub e questo per noi è stato ed è importante.
Sostanzialmente però mi pare di capire che tutto si incentra sul turismo…
I numeri sono importanti e quindi le dico che dal 2014 siamo passati da 30mila a 62mila presenze circa. È un turismo che parte prevalentemente dalla primavera e che arriva fino all’autunno, ma negli ultimi anni anche invernale perché poco distante c’è Pescasseroli che è una località sciistica. Il lago attira molto, ma anche le passeggiate, le escursioni e ultimamente si è diffuso anche il turismo del foliage e della fotografia ai combattimenti dei cervi. Villetta è nota per essere il “borgo dei cervi”, perché camminano tranquillamente per le strade del paese. Stiamo quindi andando verso una destagionalizzazione che ci premia.
Con un incremento anche economico?
Stiamo parlando di un piccolissimo centro, però sicuramente si sono formate nuove figure professionali e posso dirle che soprattutto il periodo 2014-2019 ha avuto proprio un boom: sono nate molte aziende e molte strutture ricettive, ovviamente sempre a conduzione familiare.

Però avete un problema con gli ospedali.
Sì, il primo presidio ospedaliero più vicino è a Castel di Sangro, a 25 km di distanza da qui, che non attraversa un periodo florido e che purtroppo è un presidio che sta progressivamente perdendo dei servizi.
Avete pensato ad una casa della comunità?
Ci stiamo pensando a livello comprensoriale perché alcuni temi, come quello della sanità, vanno affrontati in maniera collegiale con i comuni limitrofi. Il nostro comune di riferimento più grande è appunto Castel di Sangro e si sta muovendo in questa direzione.
E poi c’è la questione della centrale idroelettrica. A che punto siete?
Il punto nodale del mio mandato. Fu realizzata nel 1910 a Pescasseroli dal lungimirante Erminio Sipari, cugino di Benedetto Croce, che fu anche il fondatore e il primo presidente del Parco Nazionale d’Abruzzo. La centrale ha una storia e un’evoluzione incredibili finché nel 1995 il comune ne acquisisce la proprietà e ne promuove una ristrutturazione. L’impianto rientra in esercizio nel 1996, ma nell’ottobre del 2015 l’alluvione lo danneggia. E adesso stiamo faticosamente lottando contro il calvario delle autorizzazioni perché riapra e torni attiva. La centrale, secondo i calcoli dei tecnici, infatti, può produrre 900mila kwh l’anno, che è sostanzialmente quanto consumano tutti i cittadini di Villetta Barrea.

Pnrr e welfare di Villetta Barrea?
A Villetta Barrea con le progettazioni Pnrr siamo messi anche troppo bene. Per quanto la struttura comunale sia piccola e inadeguata rispetto a quello che ci chiede l’Europa, stiamo avendo dei buoni, se non ottimi, risultati. Il problema è che chi ha messo in piedi tutta questa struttura non si rende conto che per i piccoli comuni è difficilissimo progettare, presentare, attuare e rendicontare con quelle uniche due unità di personale: il responsabile dell’ufficio tecnico e quello dell’ufficio ragioneria e senza il segretario comunale. Sul welfare: nel 2016 abbiamo emanato un regolamento con il quale sono state attivate borse lavoro quando ancora non esisteva il reddito di cittadinanza. Le borse includono tutti i soggetti con fragilità.
Le scuole?
Grazie alle deroghe di Provincia e regione abbiamo ancora l’istituto comprensivo che fa capo a Pescasseroli e che conta tre plessi scolastici con materna, primaria e secondaria di primo grado; Villetta Barrea con materna e primaria; poi c’è Barrea con materna, primaria e secondaria di primo grado. Il problema è che siamo fortemente sottodimensionati e affinché un istituto comprensivo possa rimanere aperto ha necessità di 400 iscritti circa, mentre noi su tutti e tre gli istituti arriviamo a poco più di 250 alunni. Quindi, se non rinnovano le deroghe, praticamente restiamo senza scuole.
Ma così le famiglie se ne andranno…
Esattamente…purtroppo!
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Piccolo comune outdoor
Piccolo comune outdoor
Un piccolo comune sportivo all’aperto. Questa la scelta politica di Lorenzo Berardinetti sindaco di Sante Marie, in provincia dell’Aquila, da 25 anni. Riserva naturale, sentieri e cammini, tartufi, castagne, funghi, big bench e cicloturismo raddoppiano le presenze e aprono alla speranza di ripopolamento

Disallineamento. Su questo, i sindaci e le sindache sono tutti e tutte concordi. C’è un disallineamento tra piccoli e grandi comuni: stesse responsabilità di governo, disparità di mezzi e risorse. Segretari comunali, dirigenti, impiegati: manca personale, i sindaci costretti a fare anche i certificati o ad aprire di notte il Comune se arriva un allarme o un trattamento sanitario obbligatorio. Forse è questo che li lega così fortemente al proprio mandato: la “cura”, oltre la funzione, che ci mettono ogni giorno. Piccoli comuni, grandi Sindaci è alla undicesima puntata.

Con i motori sempre accesi. Così è Lorenzo Berardinetti, fisico asciutto e sorriso sornione di chi, in fondo, si diverte e sta bene in quello che fa: il sindaco. Sante Marie, il suo piccolo comune, appare per la prima volta in un documento datato 1187, dove si parla di un feudo di due soldati, appartenente a Giovanni Duca. Nel XIX secolo, Sante Marie è sottoposta a un forte incremento demografico in parte stroncato in seguito al terremoto del 1904 e all’emigrazione del secondo dopoguerra.
Berardinetti è anche il referente Uncem Abruzzo e delegato Borghi Autentici della regione. Il suo è anche uno dei piccoli comuni della Rete del Welcome. Le connessioni, le reti, gli scambi e i confronti sono importanti, per il sindaco di Sante Marie, che mi accoglie nel suo studio e parla a raffica, descrive, fa pause, sorride, inclina la voce a dare enfasi a quello che racconta. Scivola liquido, ma mai banale, e il tempo con lui vola, tra profumi di tartufo e funghi, silenzio dei cammini in cui respiri intensamente odore di neve e camino acceso.
Lei è sindaco di Sante Marie da 25 anni, ma come ci è riuscito?
Ho iniziato nel 1990 con la prima elezione da consigliere, a novembre del 1991 sono stato eletto sindaco. Mai lontanamente avrei pensato di fare l’amministratore, avevo 31 anni. Papà era in pensione, ma era stato dipendente comunale, quando accettai la candidatura non mi parlò per mesi perché era spaventato dai problemi che un sindaco di un piccolo comune deve affrontare, anche nella gestione delle opposizioni. Dopo i primi tre mandati, 1991-1995-1999, nel 2004 sono stato vicesindaco e poi di nuovo sindaco nel 2010, e nel tempo, pur continuando a lavorare nelle ferrovie dello Stato, anche consigliere provinciale e regionale, per un anno anche assessore regionale ai lavori pubblici. E sempre con liste civiche.
Una monarchia assoluta, insomma! Ma perché suo padre era preoccupato? Era così forte, lo scontro?
Molto. Nei primi cinque anni ho lavorato proprio sul rasserenamento dei rapporti con la minoranza. Quando ho cominciato c’erano quattro assessori e un Segretario comunale a scavalco, ma io avevo un “sogno nel cassetto” su Sante Marie ed avevo un grande entusiasmo per realizzarlo. Ma per anni c’è stato un clima duro fatto di esposti continui ai Carabinieri, si figuri che presi l’abitudine di mandare le delibere non solo ai capigruppo e alla Prefettura e al Coreco, ma anche ai Carabinieri così non perdevano tempo a venire in Comune a prenderle. Poi però dal 1995 l’opposizione così tenace andò scemando.

Quanti abitanti ha Sante Marie?
1.200 abitanti, con sei frazioni su 40 chilometri quadrati, arriviamo fino al Lazio.
Ma forse la competizione dipendeva anche da questo, cioè la rivendicazione tra frazioni e tra frazioni e centro?
Sì, c’era una forte competizione tra frazioni e capoluogo, ma dal 1995 le asperità sono scemate. Nell’ultima competizione elettorale tutte le opposizioni che negli anni ho battuto si sono messe insieme in un’unica lista, ma li ho battuti lo stesso!
Ce l’ha una classe dirigente che la sostituirà?
Certo, il problema è che i più giovani poi trovano lavoro altrove. Nella regione Abruzzo sono ormai tanti i piccoli comuni in cui si riesce a formare solo una lista unica. Ma non è solo questo che sconforta i giovani ad investire nella politica del proprio comune: c’è il tema delle responsabilità dei sindaci e c’è il grande tema delle competenze.
In che senso?
Nel senso che non è possibile che un piccolo comune abbia le stesse responsabilità di un comune grande, ma senza lo stesso personale e le stesse risorse. In Abruzzo mancano 120 segretari comunali su 305 comuni, quelli che ci sono spesso sono a scavalco. Alcuni sindaci il sabato aprono gli uffici per fare un certificato di morte. È per questo che abbiamo lavorato sulla costituzione di una Unione di 34 Comuni proprio per sostenerci tutti, a breve dovremmo eleggere il presidente.

Ma è vero che lei voleva farsi prete?
Sono stato cinque anni in seminario, sì, a Castel Gandolfo, ho ricevuto una formazione intensa, ho fatto molto sport, gare. Ma soprattutto ho ricevuto una formazione culturale di tipo organizzativo e attento alle comunità.
Com’era Sante Marie nel 1989 e cosa sarà nel 2025?
Abbiamo cominciato con un contributo di 100 milioni all’anno ai piccoli comuni per i lavori di urbanizzazione primaria. Poi sono arrivate le scelte politiche difficili, quelle sulla gestione dei rifiuti, il canile consortile affidato ad una cooperativa locale. E poi è arrivata la svolta ecologica: la riserva naturale regionale con tutti i sentieri che passano attraverso la grotta della Luppa, abbiamo costruito tre aree pic-nic attrezzate e una sentieristica che abbracciava sei Comuni. Poi nasce il “Cammino dei Briganti”, che è stato la chiave di tutto. Nel 1860 il generale catalano Borges venne arrestato e ucciso qui, a Tagliacozzo, a 10 km dal confine con lo Stato Pontificio. Sulla scia di questo fatto storico è nato il cammino dei briganti e adesso arriviamo fino a 4mila camminatori che vengono qui a fare il percorso e stiamo diventando il primo comune “outdoor”.
Cosa sarebbe?
Un Comune sportivo all’aperto: camminate, arrampicata, il cammino dei briganti, e adesso arriva anche il “Cammino del sentiero di Corradino”, da Corradino di Svevia che passò sulle nostre terre per la battaglia di Tagliacozzo.

Ma come sono gestite tutte queste cose?
Qui arriva la Cooperativa di comunità che adesso gestisce tutti i cammini e la sentieristica nella riserva ed ha 44 soci, oltre a cinque aziende che ha ripreso la lavorazione dei terreni i cui prodotti sono venduti nel bazar della cooperativa che è all’ingresso del cammino. E abbiamo fatto anche la birra dei briganti: Birrà e Brigantessa, maschile e femminile, la fa un mastro birraio di Tagliacozzo. L’anno scorso abbiamo creato la birra Corradino e quella di castagne, che è un prodotto tipico di Sante Marie. Abbiamo faticosamente creato anche una “cicloturistica della castagna”: dieci anni fa eravamo in 35, quest’anno abbiamo avuto 1.100 persone sui tre tracciati di 40, 30 e 15 chilometri. Ma non è tanto la cicloturistica in sé, quanto tutto l’indotto che si muove: agriturismi, affittacamere, un albergo diffuso nella zona più marginale di Sante Marie. E stiamo studiando un brand territoriale.
E la grande panchina…
Quella l’ho copiata da Biccari ed è incredibile quanta gente attira! Però certo quando le persone arrivano devi fare in modo che restino almeno due notti, altrimenti non c’è indotto. Al momento abbiamo 80 posti letto, ora stiamo facendo una gara per un albergo che era del Comune e che ha altri 40 posti letto perché c’è più domanda che offerta e quindi dobbiamo recuperare in fretta!

E i giovani?
Una grande soddisfazione la ragazza che era andata a Roma e che è tornata per aprire un B&B qui, oppure una ragazza di Sante Marie che ha aperto un alimentari. I giovani vogliono restare, bisogna dare loro occasioni e supporto. Alla Cooperativa di comunità, per esempio, abbiamo dato in affidamento due scuole dove hanno aperto un negozio di prossimità e stanno per aprire un laboratorio di trasformazione dei prodotti: tartufi, funghi porcini, more, castagne, tutto quello che nasce e cresce nella nostra terra, sui nostri sentieri.
La tartufaia invece, che progetto è?
Quella arriva con il Sibater-Supporto Istituzionale alla Banca delle Terre della Fondazione Ifel di Anci. Avevamo alcuni terreni abbandonati ed abbiamo attivato una tartufaia sociale che sta sul sentiero Corradino. Nella Cooperativa di comunità c’è anche il sacerdote di Sante Marie che è un agronomo e che ha recuperato tutti i terreni della Chiesa per destinarli alla tartufaia. Chi viene, cerca e raccoglie i tartufi, se li vuole cucinare si mangiano insieme in Cooperativa, sennò li acquista e se li mangia a casa.
La comunicazione sta facendo tanto…
Assolutamente. Prima a capodanno arrivavano solo le persone che hanno casa qui, quest’anno abbiamo fatto un boom.
Così però non si combatte lo spopolamento, si tratta di persone che vengono per qualche giorno e poi se ne vanno…
Ci stiamo lavorando: innanzitutto abbiamo riportato il tempo pieno nelle scuole e siamo saliti a 70 bambini che arrivano anche dai paesi vicini e già due famiglie si sono trasferite, un artigiano ha aperto una piccola azienda di ferro. Tenga conto che noi siamo solo a 70 km da Roma, se riusciamo a mettere a sistema tutte le potenzialità, offrire più servizi di comunità e vincere anche la battaglia delle ferrovie, Sante Marie decollerà. Ecco perché adesso c’è meno opposizione: perché si è capito che il vero avversario non è il sindaco, ma lo spopolamento, la mancanza di sviluppo, la morte dei piccoli comuni e delle piccole comunità.

Il migliore del mondo
Il sindaco migliore del mondo.
Quando Vania Trolese, assessora al Comune di Camponogara (Ve) conosciuta durante la missione a Leopoli del MEAN, ci ha detto che a San Bellino c’era «il sindaco migliore del mondo» abbiamo pensato che fosse una battuta che sottolineava l’operato virtuoso di un primo cittadino che meritava di essere raccontato nella rubrica. Invece Aldo D’Achille (nella foto di copertina, al centro, camicia bianca) – 51 anni, marito di Elena e padre di Maria Sole e Allegra, una gioventù tra il rugby, obiettore di coscienza nell’Istituto Fanciulli Sinti a Badia Polesine dove si accoglievano bambini Rom e Sinti, gli studi per la laurea in scienze motorie e il magistero in scienze religiose, il consiglio comunale dal 1999 e dal 2014 il ruolo di sindaco del piccolo comune in provincia di Rovigo – è davvero “Il miglior sindaco del mondo”, premiato dalla World Mayor Fundation di Londra con il Community Award che lo ha riconosciuto come uno degli otto migliori sindaci del mondo del 2021, insieme a sindaci come Mansur Yavas, sindaco di Ankara, e Ahmed Aboutaleb, sindaco di Rotterdam.
Le prime parole di D’Achille al TEDxBologna sono state «Vorrei prendermi il merito di questo premio, ma non posso: è il risultato di relazioni con i cittadini, gli amministratori, i dipendenti, che ho coinvolto in una visione non legata all’oggi, ma al domani e al dopodomani, in cui i cittadini diventassero coprotagonisti e corresponsabili del Bene comune. Anzi, ho pensato che il benessere civico aumenta nella misura in cui il cittadino viene responsabilizzato e con questa responsabilità sente di doversi prendere cura della comunità, che è fatta di beni materiali e immateriali come l’aiuto reciproco, le azioni e le progettazioni verso la cosa pubblica. Il cittadino ha un potere, ma deve esserne consapevole e noi dobbiamo dargli gli strumenti per poterlo esercitare».
Sindaco D’Achille, perché l’hanno premiata come miglior sindaco del mondo?
La World Mayor Foundation ci ha osservati, ovviamente dietro segnalazioni, ed ha visto che nel territorio del Comune di San Bellino si trova il più grande campo fotovoltaico d’Europa, che fornisce energia pulita a più di 20mila famiglie. Ha saputo del progetto “Ridiamo il sorriso alla Pianura Padana”, un’iniziativa nata in principio con altre due città e che consisteva nel regalare una pianta per ogni abitante. Poi la Regione Veneto ha prodotto piante autoctone e in 40 giorni ne abbiamo distribuite 70mila a più di 400 comuni. Abbiamo messo insieme giunte di diversa appartenenza politica, perché sull’ambiente non c’è tempo da perdere. Dobbiamo remare tutti nella stessa direzione. Abbiamo vinto anche per il Piano di eliminazione delle barriere architettoniche-Peba, la Tartufaia sperimentale, il referendum pubblico per la scelta della nuova toponomastica nel territorio comunale, l’azione civica del Monumento verde diffuso alla memoria, l’evento “Insieme per fermare la Duchenne” che assieme a Dys-trophy tour nasce a supporto di un ragazzo affetto da Duchenne che è di Lendinara, il comune vicino a San Bellino dove sono nato. Insomma, hanno premiato un metodo di lavoro teso innanzitutto alla formazione del cittadino, un cambiamento di paradigma per far entrare i cittadini in un filone di pensiero propositivo e questo è rivolto soprattutto a chi non vuole essere coinvolto nella costruzione del percorso di governo civico.

Ci spieghi il Peba.
il Piano di eliminazione delle barriere architettoniche-PEBA per il quale mancano solo due interventi per avere il comune a barriere zero: abbiamo chiamato il comitato paraolimpico e coinvolto un architetto che per prima cosa ha notato che mancava un ascensore per accedere al Comune perché lui non poteva salire. Abbiamo deciso, quindi, di partire da lì. Metà della somma per l’ascensore l’ha messa il Comune, metà è arrivata dal crowfunding: arrivavano 1.000 euro al mese e anche da persone da fuori San Bellino.
Avete fatto anche un referendum per la toponomastica?
Sì, abbiamo fatto scegliere ai cittadini la toponomastica di alcuni luoghi di San Bellino e loro sono stati “costretti” a studiare le persone che hanno fatto la nostra storia. È innanzitutto un investimento di tipo culturale. E su questo le racconto anche che abbiamo chiamato una scuola per coinvolgere gli studenti nel progetto di ristrutturazione di una fontana che era sistematicamente vandalizzata e che, da quel momento, non è più stata danneggiata.
Il Monumento verde diffuso alla memoria cosa è?
Nel territorio abbiamo 43 martiri di Villamarzana del nazifascismo e ogni anno si fa un evento per ricordarli. Potevamo fare un monumento “statico” e che però diventa “paesaggio” che nessuno vede più. Con le scuole, invece, abbiamo ideato il Monumento verde diffuso: ogni anno, si è deciso che le biografie di quei martiri vengano scritte su carta biodegradabile e affisse dai bambini della scuola primaria su 43 alberi da loro scelti. In questo modo il monumento cambia annualmente sempre di posizione e non lascia così indifferenti cittadini e passanti. La carta biodegrabile con il tempo svanisce, ma l’anno successivo i cartelli vengono riscritti e riposizionati da nuovi studenti, richiamando così la vita di quelle persone trucidate alla memoria sia dei giovani nelle scuole che di ogni cittadino.

Le sentinelle di San Bellino, invece, chi sono?
Sono persone di fiducia del Comune e che sono un collegamento “credibile” tra l’amministrazione e i cittadini. Su questo nel 2015 abbiamo avuto il premio “Enti locali e innovazione” con una menzione allo Smau di Milano: lavorammo con l’ideatore della App chiamata “Municipium” che oggi è distribuita da Maggioli. Ogni cittadino, con la app, poteva mandare segnalazioni al comune di tutte le cose che non funzionavano: il lampione n. 344 spento la buca in una strada, ad esempio. Adesso abbiamo continuato anche senza App: i cittadini si attivano da soli e se c’è un problema chiamano direttamente loro la ditta che gestisce la manutenzione straordinaria che interviene direttamente. Abbiamo alleggerito l’Ente sulla gestione di queste richieste ed abbiamo corresponsabilizzato i cittadini nella gestione della cosa pubblica.
Ma è vera la storia delle bandiere tricolore cucite a mano che lei regala?
Sì, ho coinvolto il “Gruppo donne San Bellino“. Il Comune ha acquistato il tessuto tricolore e le signore hanno cucito una bandiera italiana per ogni famiglia. Ho mandato la bandiera con una lettera in cui ho spiegato il senso delle feste del 25 aprile, del primo maggio e del 2 giugno, dicendo ad ogni famiglia che era libera, in questi giorni, di esporre o no la bandiera dai balconi. Nelle ricorrenze, adesso abbiamo tutto il paese bianco, rosso e verde, ma in modo libero, per scelta.

Sindaco però oltre alle ottime intuizioni politiche, è innegabile il ruolo della sua capacità di comunicare…
Sì, assolutamente. Quando abbiamo cominciato, nel 2014, abbiamo chiamato l’Università di Padova per impostare la nostra idea progettuale politica su San Bellino. Abbiamo fatto corsi di formazione sullo sviluppo locale alla squadra di governo perché era importante che tutti e tutte conoscessero “il senso” di quello che stavamo per fare e la ricchezza relazionale che è il valore fondamentale per poter fare progetti condivisi.
Ma cosa mancava così tanto a San Bellino da chiamare addirittura l’Università?
Sentivo l’esigenza di immaginare un paese che stava avendo una forte contrazione numerica e per il quale occorrevano correttivi importanti, ma contemporaneamente desideravo aumentare il benessere perché qualcuno scegliesse di venire a vivere da noi. Per prime, le scelte infrastrutturali: San Bellino è stato il primo ad avere il cablaggio in fibra, perché così non eravamo più periferia e non solo perché abbiamo ottimi collegamenti stradali. Poi abbiamo sistemato la più grande area di fotovoltaico in Europa che dà energia pulita a 21mila famiglie: un’area pari a 120 campi di calcio con pannelli avvitati a terra.
Sindaco: disabilità, reddito di cittadinanza?
Abbiamo dei voucher sociali che diamo al cittadino in difficoltà una volta l’anno e che però si possono spendere esclusivamente nelle piccole botteghe del territorio: alimentari, barbiere, farmacia, niente alcolici o slot machine. Ogni 15 giorni i negozi portano i voucher al Comune e noi, vedendo dove sono stati spesi, leggiamo il termometro sociale e ci chiediamo come mai una famiglia sta spendendo tutti i voucher in farmacia e non in panetteria. Il reddito di cittadinanza da noi ha funzionato perché davvero le pochissime persone che lo percepiscono hanno oggettive difficoltà a lavorare. Abbiamo una persona con disabilità coinvolta in un lavoro di sportello prenotazioni visite mediche.
Come si diventa sindaco migliore del mondo, in una parola?
Io dico con entusiasmo. L’entusiasmo è una marcia in più, ti permette di vivere e fare le cose con passione e ti permette di vedere cose che nessuno vede.

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