Archivi e Inps, accordo per il patrimonio archivistico

Archivi e Inps, accordo per il patrimonio archivistico – Convenzione tra Direzione generale Archivi e INPS per la tutela e la valorizzazione del patrimonio archivistico

Nella sede della Direzione generale Archivi del Ministero della Cultura, è stata sottoscritta una convenzione di collaborazione in materia archivistica tra la Direzione generale Archivi e l’Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS).

L’accordo, firmato dal Direttore generale Archivi Antonio Tarasco e dal Direttore centrale Benessere organizzativo, sicurezza e logistica dell’INPS Giulio Blandamura, mira a rafforzare le attività di tutela, conservazione e valorizzazione del vasto patrimonio archivistico prodotto e conservato dall’INPS, riconosciuto come bene culturale ai sensi del Codice dei beni culturali e del paesaggio.

La convenzione – di durata quinquennale – prevede programmi congiunti di formazione e aggiornamento del personale INPS in materia di gestione documentale e conservazione archivistica; iniziative finalizzate al miglioramento delle condizioni di conservazione e fruizione degli archivi storici dell’INPS; l’elaborazione di progetti di descrizione e digitalizzazione, con la pubblicazione degli inventari nei sistemi informativi dell’Amministrazione archivistica; lo sviluppo di metodologie e standard di descrizione e la promozione della divulgazione scientifica e culturale del patrimonio documentale.

La collaborazione valorizza la missione comune di garantire la tutela e la fruibilità di un patrimonio archivistico di rilevanza nazionale, favorendo la conoscenza della storia sociale e previdenziale italiana.

Secondo il Presidente dell’INPS, Gabriele Fava “Con questa convenzione, l’INPS compie un passo decisivo nel coniugare memoria e innovazione. Il nostro patrimonio archivistico non è soltanto una raccolta di documenti, ma la storia sociale e lavorativa del Paese, che merita di essere custodita e resa accessibile alle generazioni future. Valorizzare i nostri archivi significa riconoscere il valore del lavoro come identità collettiva, e fare della conoscenza del passato uno strumento di trasparenza e di fiducia verso le istituzioni. La collaborazione con la Direzione generale Archivi del Ministero della Cultura rafforza la nostra missione: costruire un welfare generativo, capace di unire tutela, innovazione e cultura come pilastri di coesione e progresso civile”.

“Grazie a questo accordo, per la prima volta le 17 Scuole di Archivistica potranno aprirsi anche ai dipendenti INPS per poter svolgere formazione su tematiche archivistiche, così contribuendo alla formazione specialistica del personale dell’Istituto previdenziale. Ciò gli consentirà di apprendere le nozioni di base in grado di guidarli nella quotidiana archiviazione degli immensi archivi INPS” – ha dichiarato Antonio Tarasco, Direttore generale Archivi –. Con questo accordo mettiamo a sistema competenze e risorse per garantire una conservazione più efficace e per rendere progressivamente accessibile, anche in forma digitale, un patrimonio di grande valore storico e identitario per la collettività”, conclude Tarasco.

Per il Direttore Centrale Benessere Organizzativo, Sicurezza e Logistica, Giulio Blandamura, “è un accordo che la Direzione Generale dell’INPS e la Direzione generale Archivi del Ministero della Cultura hanno fortemente voluto. La molteplicità degli obiettivi che si vogliono raggiungere attraverso questa convenzione di collaborazione in materia archivistica vanno dalla formazione, finalizzata allo sviluppo di competenze specifiche dei dipendenti INPS che svolgono la funzione di governo degli archivi documentari, alla gestione e valorizzazione di circa 1700 chilometri lineari distribuiti su tutto il territorio nazionale.

I documenti conservati nell’Archivio centrale INPS hanno un alto valore storico-culturale e rappresentano un patrimonio che rappresenta non solo la storia dell’Istituto ma quella della Paese. Nell’archivio è custodito materiale che risale al 1898, data di fondazione, ma anche testimonianze di fondi che hanno anticipato la nascita dell’Istituto stesso.

L’accordo prevede di implementare progetti ad alto contenuto di innovazione tecnologica, in particolare di digitalizzazione del patrimonio documentale che dovrà essere conservato illimitatamente, e dove il contributo delle consolidate conoscenze specifiche della Direzione generale Archivi del Ministero della Cultura sarà determinante”.

Fnec, la finanza a servizio dei territori

Fnec, la finanza a servizio dei territori – “Risparmio e credito per la crescita delle comunità”: al FNEC il panel che rimette la finanza al servizio dei territori

A Palazzo Vecchio (Salone dei Cinquecento), nell’ambito della settima edizione del Festival Nazionale dell’Economia Civile (2–5 ottobre 2025), si è svolto il panel “Risparmio e credito per la crescita delle comunità”, che ha visto tra i protagonisti Paolo Gentiloni, Copresidente della Task Force ONU sulla crisi del debito, ed Enrica Maria Chiappero, professoressa di Economia all’Università di Pavia. Il Festival 2025 è dedicato a “Democrazia partecipata. La sfida delle Intelligenze Relazionali”, un invito a mettere le relazioni al centro dell’azione pubblica ed economica come risposta alle possibili derive dell’IA.

Paolo Gentiloni ha evidenziato la necessità di rigenerare i legami sociali per rendere sostenibile il modello europeo di welfare. Secondo l’ex Commissario europeo per gli Affari economici, non è il tempo dei toni allarmistici sul quadro macro: «Non credo che dobbiamo enfatizzare più di tanto il peso del debito europeo» ha detto. Riferendosi all’Italia ha poi aggiunto che il punto è la pressione che arriva dalla società reale — invecchiamento, squilibri della spesa, nuove vulnerabilità — e dai costi per la transizione verde e la difesa. Qui, secondo Gentiloni, le intelligenze relazionali diventano politica economica: il modo in cui comunità, istituzioni e imprese collaborano determina la capacità di tenere insieme conti e coesione.

«Il tema vero è la pressione sulla finanza pubblica. La solitudine è stata definita la malattia del secolo – ha detto Gentiloni – Come reggere? Abbiamo due leve. Primo: la crescita. Non torneremo agli anni ’70, ma aspirare a una crescita tra l’1,5 e il 2%” — in linea con USA e UE — sarebbe già molto. Servono sostegno alle imprese, salari più alti visto che in Italia sono stagnanti dagli anni ’90 e un uso rapido ed efficace delle risorse europee ancora disponibili. Secondo: dobbiamo ripensare il welfare e le entrate”. Il welfare secondo Gentiloni va ripensato in chiave relazionale mentre dal lato delle entrate c’è da affrontare il “grandissimo tema di come tassare i giganti del web, questione che diventa subito geopolitica».

La professoressa Enrica Maria Chiappero ha richiamato l’urgenza di riallineare finanza ed economia reale, così che risparmio e credito tornino a servire le comunità. Il punto di partenza è un cambio di paradigma: «ci vuole un nuovo modello di sviluppo», perché i dati su disuguaglianze e insostenibilità mostrano i limiti dell’impianto attuale. Negli ultimi decenni, ha spiegato, i mercati finanziari «hanno scaricato i rischi sui consumatori e sui lavoratori, spesso i più deboli», alimentando «lo scollamento che esiste tra economia reale e economia finanziaria».

Per invertire la rotta, Chiappero ha indicato tre cantieri. Primo, ricostruire fiducia: «ricostruire quel rapporto fiduciario che è alla base di ogni sistema del credito e del risparmio», valorizzando le banche di territorio e le imprese generative. Secondo, misurare ciò che conta: «dotarci di strumenti che ci permettono di vedere meglio, di misurare meglio la ricchezza reale», così da riconoscere il valore sociale prodotto da finanza e impresa e orientare coerentemente le risorse. Terzo, inclusione finanziaria: chiedersi qual è «l’effettiva possibilità di avere accesso al credito» per persone e aree vulnerabili e come ridurne il costo, con l’obiettivo di ridurre i divari territoriali.

Fnec, le nuove architetture del consenso

Fnec, le nuove architetture del consenso – Festival Nazionale dell’Economia Civile, presentata la ricerca nazionale “Democrazia Aumentata. AI, Intelligenza relazionale e nuove architetture del consenso”

Nando Pagnoncelli (Presidente IPSOS) e Stefano Quintarelli (Presidente Ass. Copernicani ETS) hanno partecipato, nel corso della 7ª edizione del Festival Nazionale dell’Economia Civile, al panel dal titolo “L’opinione pubblica tra intelligenza artificiale e relazionale”. Il dibattito è stato l’occasione per presentare la ricerca nazionale “Democrazia Aumentata. AI, Intelligenza relazionale e nuove architetture del consenso”.

La ricerca sottolinea come sia cambiato il modo di formare consenso nell’era dell’intelligenza artificiale e, contestualmente, quali rischi comporta un uso distorto delle tecnologie che modellano l’opinione pubblica.

Pagnoncelli ha specificato come «secondo il sondaggio, per metà degli italiani l’intelligenza artificiale comporta più rischi che vantaggi, mentre solo un terzo la considera un’opportunità. Tra i campi in cui se ne riconosce maggiormente il valore, la medicina e l’assistenza sanitaria sono in testa, seguite dalla digitalizzazione della pubblica amministrazione, dove i cittadini sperano in meno burocrazia e più efficienza. Resta però un forte elemento di diffidenza: le persone continuano a preferire l’intervento umano nei compiti più delicati – dalla guida di un’auto alle operazioni chirurgiche, fino al pilotaggio di un aereo o alle decisioni politiche che riguardano il Paese».

Per Quintarelli «la vera domanda è se possiamo usare la tecnologia per migliorare la qualità del confronto pubblico e costruire consenso. Abbiamo sperimentato come l’intelligenza artificiale possa sostenere l’intelligenza relazionale, applicandola a temi fortemente divisivi – dalla transizione ecologica alle migrazioni, fino alle disuguaglianze legate al merito, alle pari opportunità e alla progressività fiscale – per capire se e come possa contribuire a rendere il dialogo più aperto e costruttivo».

Festival Nazionale dell’Economia Civile, focus sulle fragilità

Festival Nazionale dell’Economia Civile, focus sulle fragilità

Le croniche fragilità strutturali, ambientali ed economiche del nostro Paese possono essere una zavorra insostenibile in un contesto di grandi transizioni (soprattutto ambientale e digitale) aggravate dalle crisi geopolitiche. È quindi necessario puntare su una modernizzazione del sistema Paese a partire dal superamento dei vincoli burocratici e delle sacche di inefficienza.

Di questo si è parlato nel panel “Nonostante le fragilità” nel corso del Festival Nazionale dell’Economia Civile. Un vero e proprio colloquio con gli autori del saggio “Governare le fragilità”, Bernardo Giorgio Mattarella (Professore di Diritto amministrativo Università LUISS Guido Carli) e Roberto Garofoli (Presidente di Sezione del Consiglio di Stato già Sottosegretario Presidenza del Consiglio dei Ministri).

Per Mattarella «gli Stati europei nel loro insieme spendono per la difesa più di Russia e Cina, ma meno degli Stati Uniti. Il vero problema non è la quantità della spesa, bensì la sua frammentazione. Una maggiore integrazione e un migliore coordinamento nella produzione e gestione dei sistemi d’arma consentirebbero di ottenere più efficienza e notevoli risparmi, evitando la dispersione dovuta alla molteplicità di modelli e procedure. Inoltre, non possiamo più dare per scontata la protezione della NATO e degli Stati Uniti: l’Europa deve rafforzare la propria autonomia e capacità difensiva comune».

Secondo Garofoli «l’Europa ha costruito la propria prosperità grazie al cosiddetto ‘dividendo della pace’, crescendo in un contesto di stabilità e apertura dei mercati, pur perdendo terreno rispetto a Stati Uniti e Cina. Questo equilibrio, fondato anche sulla protezione garantita dalla NATO e dagli Stati Uniti, oggi è in crisi e i cambiamenti si stanno manifestando con grande rapidità. Debolezze a lungo ignorate richiedono ora politiche di medio-lungo periodo, ma i tempi della politica e dei governi spesso non coincidono con quelli necessari per attuarle. È quindi indispensabile definire strategie strutturali e riforme di ampio respiro, sostenute da istituzioni efficienti e da una visione comune europea, perché nessun Paese può affrontare da solo sfide di questa portata».

Il FNEC nasce da un’idea di Federcasse (Associazione Nazionale delle Banche di Credito Cooperativo, Casse Rurali, Casse Raiffeisen) promosso con Confcooperative, organizzato e progettato con NeXt – Nuova Economia per Tutti, con il contributo di Fondosviluppo, Assimoco, Assicooper, Federazione Toscana delle BCC, Enel, Frecciarossa, Publiacqua e la collaborazione dell’Università degli Studi di Firenze, SEC – Scuola di Economia Civile, Gioosto e di MUS.E.

Fnec, le imprese ambasciatrici 2025

Fnec, le imprese ambasciatrici 2025 – Festival Nazionale dell’Economia Civile: le aziende Ambasciatrici 2025

Firenze ospita la 7ª edizione del Festival Nazionale dell’Economia Civile, dedicata a valorizzare pratiche d’impresa che coniugano sostenibilità, innovazione e responsabilità sociale. Nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio sono stati consegnati i riconoscimenti, alla presenza di Alberto Grilli (Presidente Confcooperative Toscana) e di Silvia Russo (coordinatrice servizi metabancari, Federazione Toscana BCC), promotrice del percorso ESG regionale.

Le imprese premiate come Ambasciatrici dell’Economia Civile 2025 sono Agricoltura Capodarco, cooperativa sociale che unisce agricoltura biologica e percorsi di inclusione; Palm Spa, family company B Corp e Società Benefit specializzata in imballaggi sostenibili e formazione; Sanvido srl, impresa di automazione con misure di welfare e mutuo soccorso per i dipendenti; Scanferla Bruno, realtà metalmeccanica certificata ESG attenta alla modernizzazione e al benessere del personale; e ZeroPerCento, cooperativa che trasforma inclusione e logistica in servizi B2B.

«In qualità di Presidente di AIPEC un’associazione che raccoglie molte realtà imprenditoriali, alcune delle quali hanno già ricevuto questo riconoscimento e sono state insignite del titolo di Ambasciatori civili – ha dichiarato Livio Bertola – considero significativo che questa tradizione prosegua e si rafforzi di anno in anno. La nostra missione è infatti proprio quella di far conoscere, diffondere e testimoniare che un diverso modo di fare economia è possibile: un’economia civile, capace di generare valore non solo economico, ma anche sociale e culturale, per l’Italia e per il mondo intero».

«Qui osserviamo una vera biodiversità di imprese: organizzazioni con modalità operative, scelte gestionali e assetti istituzionali diversi — dalle imprese individuali alle cooperative. Che cosa le spinge ad agire così? Innanzitutto, la passione. Essere sostenibili è molto impegnativo: significa coordinare gli obiettivi aziendali non solo sulla massimizzazione del profitto, ma affiancando al risultato economico il benessere delle persone, la creazione di valore e un impatto positivo sull’ambiente. Mettere insieme queste tre dimensioni è difficile e richiede grande dedizione» ha evidenziato il Presidente di NeXT Nuova Economia per Tutti, Valentino Bobbio.

Il premio intende celebrare pratiche concrete — dall’inserimento socio-lavorativo alle politiche di welfare aziendale, fino a soluzioni tecnologiche inclusive — che generano valore condiviso e rafforzano il tessuto sociale e territoriale.

Rafforzare il digitale: il secondo Rapporto Ue

La Commissione europea ha pubblicato la seconda relazione sullo stato del decennio digitale, che fornisce una panoramica completa dei progressi compiuti nel tentativo di raggiungere gli obiettivi e i traguardi digitali stabiliti per il 2030 dal Digital Decade Policy Programme (DDPP). Quest’anno, per la prima volta, la relazione è accompagnata da un’analisi delle roadmap strategiche nazionali del decennio digitale presentate dagli Stati membri, che illustrano in dettaglio le misure, le azioni e i finanziamenti nazionali pianificati per contribuire alla trasformazione digitale dell’UE.

L’analisi della Commissione mostra che, nello scenario attuale, gli sforzi collettivi degli Stati membri non saranno all’altezza del livello di ambizione dell’UE. Le lacune individuate includono la necessità di investimenti aggiuntivi, sia a livello UE che nazionale, in particolare nei settori delle competenze digitali, della connettività di alta qualità, dell’adozione dell’intelligenza artificiale (IA) e dell’analisi dei dati da parte delle imprese, della produzione di semiconduttori e degli ecosistemi delle start-up .

Sia l’UE che gli Stati membri hanno un ruolo importante da svolgere nell’applicazione del nuovo quadro giuridico, nell’adottare misure per promuovere la diffusione delle tecnologie digitali e garantire che i cittadini siano dotati di competenze digitali adeguate per beneficiare appieno della trasformazione digitale. Ecco perché la relazione di quest’anno è un invito a rafforzare l’azione degli Stati membri affinché siano più ambiziosi, poiché il raggiungimento degli obiettivi del Decennio digitale in termini di infrastrutture digitali, imprese, competenze e servizi pubblici è fondamentale per la futura prosperità economica e coesione sociale dell’UE .

In tale contesto, la Commissione ha inoltre aggiornato le raccomandazioni specifiche per paese e trasversali rivolte a tutti gli Stati membri dell’UE per colmare le lacune individuate.

Un’UE competitiva, sovrana e resiliente: infrastrutture e imprese digitali

L’adozione e lo sviluppo di tecnologie innovative è fondamentale per la competitività dell’Europa, soprattutto nell’attuale scenario geopolitico e a causa delle crescenti minacce alla sicurezza informatica , che richiedono una maggiore resilienza e solide misure di sicurezza.

Il rapporto evidenzia che l’UE è ben lungi dal raggiungere gli obiettivi di connettività stabiliti dal DDPP: le reti in fibra, fondamentali per fornire connettività gigabit e consentire l’adozione di tecnologie all’avanguardia come l’intelligenza artificiale, il cloud e l’Internet delle cose (IoT), raggiungono solo il 64% delle famiglie. Le reti 5G di alta qualità oggi raggiungono solo il 50% del territorio dell’UE e le loro prestazioni sono ancora insufficienti per fornire servizi 5G avanzati. Per affrontare queste sfide, gli Stati membri e la Commissione dovrebbero lavorare insieme per promuovere un mercato unico digitale veramente funzionale .

Nel 2023, l’adozione di IA, cloud e/o big data da parte delle aziende europee è stata ben al di sotto dell’obiettivo del Decennio digitale del 75%. Con le tendenze attuali, solo il 64% delle aziende utilizzerà il cloud, il 50% i big data e solo il 17% l’IA entro il 2030. Per realizzare la digitalizzazione del settore aziendale, è fondamentale incentivare l’adozione di strumenti digitali innovativi da parte delle PMI , in particolare cloud e IA, nonché mobilitare ulteriori investimenti privati ​​in startup ad alta crescita. Ciò è fondamentale per mantenere la competitività dell’Europa in termini di innovazione, efficienza e crescita basate sui dati.

Un’altra grande sfida affrontata nella trasformazione digitale dell’UE rimane la limitata diffusione delle tecnologie digitali al di là delle grandi città. Per affrontare questo divario digitale , è fondamentale promuovere la cooperazione tra gli attori europei a livello transfrontaliero e locale, ad esempio attraverso progetti multi-paese, hub europei per l’innovazione digitale (EDIH) ed europei consorzi per le infrastrutture digitali (EDIC). Dall’anno scorso sono stati ottenuti una serie di successi in questo senso, con tre EDIC istituiti entro la fine di maggio 2024.

Una politica digitale per le persone e la società: competenze digitali e servizi pubblici

Porre le persone al centro della trasformazione digitale delle nostre società e delle nostre economie è il fulcro del Decennio digitale e il primo principio della Dichiarazione sui diritti e i principi digitali .

Attualmente, gli obiettivi in ​​materia di competenze digitali stabiliti dal Decennio digitale sono ancora lontani dall’essere raggiunti, con solo il 55,6% della popolazione dell’UE che possiede almeno competenze digitali di base. Secondo l’attuale tendenza, il numero di specialisti ICT nell’UE sarà di circa 12 milioni nel 2030, con un persistente squilibrio di genere. Per raggiungere gli obiettivi, gli Stati membri dovrebbero seguire un approccio multiforme per promuovere le competenze digitali a tutti i livelli di istruzione e incentivare i giovani, in particolare le ragazze, a interessarsi alle discipline scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche (STEM).

Gli Stati membri stanno progredendo verso l’obiettivo di rendere tutti i principali servizi pubblici e le cartelle cliniche elettroniche accessibili online a cittadini e aziende, nonché di fornire loro un’identificazione elettronica sicura (eID). Nonostante l’adozione non uniforme tra gli Stati membri, l’eID è attualmente disponibile per il 93% della popolazione dell’UE e si prevede che il  portafoglio di identità digitale dell’UE ne incentiverà l’uso. Tuttavia, in uno scenario di business as usual, raggiungere il 100% dei servizi pubblici digitali per cittadini e aziende entro il 2030 rimane una sfida.

Prossimi passi

Gli Stati membri dovranno ora rivedere e adeguare le proprie roadmap nazionali per allinearle all’ambizione del Digital Decade Policy Programme prima del 2 dicembre 2024. Come stabilito nel DDPP, la Commissione monitorerà e valuterà l’attuazione di queste raccomandazioni e riferirà sui progressi compiuti nel prossimo rapporto sullo stato del Digital Decade, nel 2025.

Sfondo

Proposta a settembre 2021, la Path to the Digital Decade traccia una chiara strada da seguire per realizzare la trasformazione digitale nell’Unione Europea. A dicembre 2022, la Dichiarazione europea sui diritti e i principi digitali l’ha completata stabilendo i principi e gli impegni che la trasformazione digitale dell’UE dovrebbe seguire. Il primo rapporto State of the Digital Decade è stato pubblicato a settembre 2023.

La relazione di quest’anno è accompagnata da un pacchetto completo di documenti di lavoro, relazioni e studi del personale, che presentano ulteriormente i progressi nelle diverse dimensioni del DDPP. Anche il Centro comune di ricerca (JRC) della Commissione ha contribuito a questo esercizio di monitoraggio, fornendo la metodologia per aggregare gli obiettivi digitali nazionali a livello UE e mappando la quantità di investimenti dagli strumenti di finanziamento UE che vanno a iniziative che hanno una componente digitale.

Durante l’attuale mandato, l’UE ha intrapreso azioni significative per progredire verso gli obiettivi e i target del Decennio digitale. Con la proposta e l’adozione di legislazioni chiave , ha promosso attivamente uno spazio online più sicuro per i cittadini europei e favorito la tutela dei consumatori , salvaguardando al contempo il potenziale di innovazione delle aziende europee. Sono stati inoltre resi disponibili significativi finanziamenti UE per promuovere la trasformazione digitale, in particolare attraverso il Recovery and Resilience Facility (150 miliardi di euro), DIGITAL Europe (7,9 miliardi di euro) e Connecting Europe Facility 2 Digital (1,7 miliardi di euro).

Per maggiori informazioni

Rapporto sullo stato del decennio digitale 2024

Pagina informativa sullo stato del decennio digitale

Pagine informative sui rapporti nazionali del Decennio digitale

Eurobarometro sullo stato del decennio digitale 2024

Decennio digitale in Europa

Dichiarazione sui diritti e i principi digitali

 

Margrethe Vestager, Vicepresidente esecutiva per un’Europa adatta all’era digitale

Il rapporto odierno mostra chiaramente che non siamo sulla buona strada per raggiungere i nostri obiettivi sulla trasformazione digitale in Europa. Ma indica anche una chiara via da seguire: abbiamo bisogno di investimenti aggiuntivi in ​​competenze digitali, connettività di alta qualità e adozione dell’intelligenza artificiale. Dobbiamo incentivare l’uso di strumenti digitali. Abbiamo bisogno di molte più persone per acquisire competenze digitali, sia di base che di livello esperto, per sfruttare i nostri punti di forza. E dobbiamo promuovere la cooperazione e integrare meglio il nostro mercato unico per abilitare davvero la trasformazione digitale in tutta Europa.

 

 

 

 

Thierry Breton, Commissario per il Mercato interno

Stiamo costruendo un’Europa più competitiva, che sfrutta il suo vantaggio competitivo e si afferma nella corsa tecnologica globale. L’odierno rapporto sullo stato del decennio digitale identifica chiaramente le aree in cui la nostra azione collettiva deve accelerare per raggiungere questo risultato e soddisfare gli obiettivi del decennio digitale entro il 2030. Investimenti, cooperazione transfrontaliera, completamento del mercato unico digitale, impulso all’adozione di tecnologie chiave come l’intelligenza artificiale: questa è la ricetta del successo che è l’essenza delle raccomandazioni che oggi rivolgiamo agli Stati membri

Manifesto per la Nuova Economia

Un evento che ha messo insieme, per la prima volta, accademici, studenti e imprenditori virtuosi, per la presentazione del “Manifesto per la Nuova Economia”.

Questo è stato il convegno internazionale “Manifesto e frontiere della ricerca per un Rinascimento economico”, che si è tenuto al Dipartimento di Economia dell’Università di Perugia. La Conferenza – organizzata da Dipartimento di Economia dell’Università di Perugia, Federcasse BCC, Confcooperative e NeXt Economia, con il sostegno di Fondosviluppo e il contributo di Assimoco, Fondazione Giorgio Fuà, Fondazione Perugia e Gioosto e con il patrocinio di Sites, Sied, Siecon, Aissec – è stata una tappa fondamentale di avvicinamento alla 6ª edizione del Festival Nazionale dell’Economia Civile, in programma a Firenze dal 3 al 6 ottobre 2024.

Leonardo Becchetti, direttore Festival Nazionale Economia Civile e co-fondatore NeXt Economia, ha dichiarato: «Ci sono tanti eventi culturali in Italia, ma quello che abbiamo fatto in questi due giorni è stato qualcosa di veramente nuovo. Siamo, infatti, riusciti a mettere insieme accademici, menti scientifiche, studenti, e imprenditori sostenibili, oltre che appassionati nel coniugare etica e profitto. Questa comunità che è nata dal percorso sull’economia civile e sostenibilità integrale avviato con NeXt Economia a Firenze e qui da Perugia rilancia la sua componente internazionale, vuole lavorare per avere sempre più impatto e risolvere quelli che sono i problemi di questo Paese».

Marcello Signorelli, direttore del Dipartimento di Economia e professore ordinario di politica economica all’Università di Perugia, ha invece sottolineato: «In questi due giorni abbiamo scoperto che si può essere più virtuosi, lavorando insieme. Noi economisti, per primi, dobbiamo aiutare a non essere riduzionisti su noi stessi, coinvolgendo non solo gli imprenditori, ma tutta la società civile. Dobbiamo fare di più e meglio, per vivere meglio e insieme. Ma con i fatti, non solo in termini astratti».

Per Fabiola Di Loreto, direttore Generale Confcooperative: «queste due giornate sono state fondamentali, perché hanno impresso un cambiamento nella visione economica del Paese. Ci auguriamo, però, che questo messaggio venga percepito soprattutto dalle forze politiche, dai cittadini e dall’opinione pubblica. Deve essere chiaro che una sola economia di capitale non può essere sufficiente per gestire le criticità e i disagi che il mondo sta vivendo. Ci sono delle disparità che solo un’economia cooperativa che è in grado di mettere al centro la persona e le comunità può risolvere. Non può esistere una sola economia che prevede esclusivamente la centralità dei capitali».

Claudia Benedetti, responsabile Segreteria Generale e Sviluppo Mutualità di Federcasse-BCC: «Qui a Perugia si sono riuniti rappresentati di diverse discipline attorno all’idea del Manifesto per una Nuova Economia. Attualmente è stato sottoscritto da più di 300 economisti, ma ci auguriamo che il numero possa crescere, per dare un segnale forte di condivisione su una maniera diversa di vedere l’economia.

Nel Manifesto e nella visione diversa dell’economia, c’è l’intento di impegnarsi singolarmente ma anche di mettersi insieme per rappresentare un’idea. Quindi, di fatto, si riconosce quello che già succede nei nostri territori, ma che non è abbastanza conosciuto.
L’economia civile – che è l’origine dell’economia stessa – è racchiuso il concetto di cooperazione di credito. Attualmente in Italia sono presenti 200 banche di credito cooperative, con più di 4.000 sportelli in oltre 2.500 comuni. Da qui dobbiamo ripartire: dai territori. La cittadinanza economica, infatti, è veicolo di cittadinanza civile».

Commenti entusiastici per la riuscita dell’evento sono arrivati anche da due studenti perugini. Elena Menaguale ha dichiarato: «I temi dell’economia civile e in generale quello di una nuova economia sono molto importanti, ma purtroppo poco trattati all’interno del mondo universitario. Per noi studenti, invece, dovrebbero essere affrontati molto di più e con una certa importanza e urgenza ed è per questo che abbiamo partecipato con entusiasmo a questo convegno».

Per Alessandro Parroccini «il concetto di economia civile è molto importante per noi studenti. Durante gli studi economici, infatti, osserviamo l’uomo che ci viene presentato come se fosse semplicemente una costante e non un protagonista del sistema in cui si trova. Nel manifesto che è stato presentato in questi giorni a Perugia, invece, la persona è vista come il protagonista principale, essendo posizionato al centro di questo cambio di paradigma economico».

https://www.festivalnazionaleeconomiacivile.it/manifesto-per-una-nuova-economia/

Un ponte di innovazione e di futuro

Un ponte di innovazione e di futuro.
Il raffreddore non dà tregua, ma chissà se non respiri per il naso tappato oppure per la paura di restare sospesa per 586 metri ad 80 metri di altezza camminando su 1.160 traversine calpestabili. Opera ingegneristica straordinaria che ha impiegato 24 tonnellate di acciaio e 5.500 metri lineari di funi e cavi di ancoraggio, il ponte pedonale tibetano più lungo del mondo, che collega il Parco Nazionale del Pollino e quello dell’Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese, è stato costruito a Castelsaraceno, il borgo a forma di cuore in Basilicata, provincia di Potenza. Maglia rossa, gonfalone alle spalle, Rocco Rosano siede nel suo studio di sindaco: è stato eletto nel 2012, poi nel 2017 e per la terza volta nel 2022.

Sindaco, questo è l’ultimo mandato, dunque…
Per legge sì, ma l’impegno per la politica è molto più grande del ruolo che si riveste. Per me fare il sindaco di una piccola comunità significa svolgere un servizio prezioso per la comunità, per il territorio e fare in modo che questi piccoli scrigni di bellezza possano brillare di luce propria e avere comunque nel futuro una speranza di bellezza e di vita. I piccoli comuni secondo me possono essere laboratori di innovazione sociale e di rigenerazione che rappresentano un nuovo modo di pensare allo sviluppo dell’Italia, invertendo il paradigma che lo stato tante volte mette nelle politiche dicendo che c’è un divario tra Nord e Sud. Io credo invece che ci sia un divario tra centro e periferia.

Innovazione sociale, sviluppo, visione strategica. Lei ci è riuscito?
Il mio impegno in politica nasce innanzitutto da un sentimento forte che nutro per questa comunità e questo territorio, ho proprio sentito la l’esigenza di mettermi a disposizione. Io sono partito da un’azione di co-progettazione, di coinvolgimento attivo e proattivo della mia comunità per decidere insieme, su qualsiasi azione strategica l’amministrazione mettesse in campo, quali fossero gli investimenti giusti e quali fossero le linee strategiche di sviluppo che questa comunità doveva sposare. La politica è lo strumento per creare condizioni di benessere psicofisico delle comunità, ma anche per invertire i punti di vista della mentalità dominante. Io penso di esserci riuscito. Ci sono voluti tempo, perseveranza e caparbietà, però noi nel 2021 abbiamo inaugurato non il ponte tibetano più lungo del mondo, ma l’ecosistema turistico partecipato di Castelsaraceno. Non abbiamo inaugurato un’opera pubblica, ma una nuova era costruita con delle azioni pensate, condivise, implementate, discusse con la comunità perché nessun progetto può partire dall’idea di un singolo se poi non viene condiviso con tutti gli elementi dell’ecosistema. Quindi, al centro di tutto noi mettiamo l’uomo come elemento essenziale della nostra progettazione: non i numeri, non la burocrazia, ma la persona. Un sindaco e la sua amministrazione devono ascoltare le esigenze del proprio territorio e farle diventare un punto di forza dell’azione politica, realizzandole.

All’inizio avete lavorato su una Mappa di comunità, giusto?
Esatto, lo abbiamo fatto nel 2015-2016. Abbiamo ascoltato tutti i nostri cittadini, dagli anziani ai più giovani, dalle imprese alle famiglie, dalla scuola alla chiesa, e tutti gli stakeholders della comunità per capire quali erano i punti di forza, di debolezza, le minacce e le opportunità della comunità di Castelsaraceno: una analisi di comunità che ha dato risultati straordinari. Un flusso costante di informazioni su cui abbiamo rettificato il tiro della nostra programmazione strategica.

Sorprese?
Guardi, innanzitutto ho compreso che chi fa politica e ascolta i cittadini con occhio e orecchio umili e come un buon padre di famiglia, cioè in un legame di filiera corta di prossimità, riesce a scoprire tante cose che anche in un ruolo democratico come quello del sindaco può sfuggirti. Tutti insieme abbiamo scoperto i nostri punti di forza, ma anche i limiti di una politica passata che non ha portato questa comunità allo sviluppo desiderato. Quindi il dialogo, l’ascolto, la condivisione, la co-progettazione il co-design di comunità, hanno un valore straordinario. In questo, il terzo settore è stato sostanzialmente il motore di un’azione politica che è penetrata all’interno delle famiglie.

Mi fa un esempio?
Abbiamo iniziato con “Borgo Fiorito”, un progetto che ha stimolato a prendersi cura del vicinato e ne è nata anche un’Associazione che ha promosso laboratori del legno, della ceramica e della piantumazione che ha coinvolto tutte le famiglie. È anche così che nasce una comunità: quando si usa il “noi” e non più “io”, quando ognuno di noi è disponibile a dare qualcosa all’altro con quella cultura del dono che è indispensabile anche in politica. Su questa scia è nato il progetto del Museo della pastorizia e anche il progetto del Sistema Accoglienza integrazione-Sai, dove ospitiamo 20 famiglie.

Giovani e scuole? Siete riusciti a frenare lo spopolamento?
Come in tutti i piccoli comuni, il Sai ci sta aiutando molto perché le scuole riusciamo ancora a reggerle, fino alle medie. Pensi che ci sono famiglie che dopo il progetto sono andate a vivere fuori, ma per Natale e le vacanze tornano a “casa”, a Castelsaraceno. Alcune, invece, sono rimaste qui e noi abbiamo insistito perché abitassero nel centro storico perché il nostro futuro è lì e dobbiamo riempirlo di valori e di cultura. E questo è in linea con la nostra politica di “consumo di suolo zero”: a Castelsaraceno si deve recuperare quello che c’è a livello edilizio e urbanistico, senza costruire altre “cattedrali” visto che c’è una marea di case abbandonate. È qui che nasce anche l’idea del ponte.

Ma l’idea del ponte quando e come le è venuta?
Non ero neanche sindaco. Negli anni 2000-2008-2010, io ero presidente della pro-loco e già immaginavamo di cambiare il nostro paese reagendo alla frase “qua non si può fare niente”. Abbiamo pensato che se avessimo fatto qualcosa che facevano tutti, qui a Castelsaraceno non ci sarebbe venuto nessuno. E così abbiamo cominciato a pensare di fare qualcosa che fosse unica al mondo. Il ponte era anche un messaggio importante, perché un ponte unisce due luoghi, due punti lontani. C’è stata l’intelligenza delle migliori aziende e dei migliori progettisti europei. Si figuri che il ponte è gestito da un’azienda di Monaco di Baviera con il sistema SkiData: conosciamo ogni dettaglio di tutti quelli che entrano, è stata una mia esplicita richiesta avere tutti i dati dei visitatori, ad oggi ho 32mila email in archivio perché la relazione con chi è venuto deve continuare.

Quanto è costato?
Un milione e mezzo di euro, costruito in tre anni, lockdown compreso.

E ve li siete ripresi? Quante persone avete impiegato?
Abbiamo recuperato almeno per cinque volte la spesa, oggi ci lavorano 23 persone e sono coinvolte anche le persone del Sai. Ma quello che guadagniamo noi lo reinvestiamo completamente nella comunità. Un sistema che si autoalimenta e si autosostiene. È una economia di comunità che sta generando anche un progetto di fondazione di comunità che gestirà tutto il nostro ecosistema. L’Ente pubblico ha forti limiti amministrativi, mentre nella fondazione di partecipazione pubblico e privato si metteranno insieme su questo grande progetto economico e sociale, ma con una visione etica, di responsabilità sociale e di innovazione sociale che progetta anche la creazione di un centro di eccellenza per la ricerca nazionale e internazionale. Castelsaraceno deve diventare un modello: i piccoli comuni possono essere il vero laboratorio di sviluppo.

Quindi finito il mandato di sindaco c’è la fondazione?
L’ho detto all’inizio. L’impegno per la politica è molto più grande del ruolo che si riveste.

PONTE TIBETANO CASTELSARACENO
PROGETTAZIONI CASTELSARACENO (1)

Piccolo comune cosmopolita

Piccolo comune cosmopolita.
Stavamo quasi per desistere, per quanto era introvabile e poco reattivo alle email e ai messaggi al cellulare. Poi, all’improvviso, l’appuntamento nel giro di un giorno. Marco Cogno lo incontriamo a sera nel suo studio di sindaco, alle spalle il gonfalone di Torre Pellice. Ha i capelli arruffati sia per la giornata intensa sia perché se li tormenta di continuo, un aspetto giovane e informale, ma al contempo così assertivo, che spiazza. Parla a raffica, cita dati a memoria, varia sui temi, ironizza, battute tranchantes, è argento vivo che si muove in forma umana. Fa il sindaco, il consigliere della Città metropolitana, il papà di due bambini, è dirigente in un grande ente del terzo settore che gestisce alcune case di riposo e in questo lavoro lotta «contro quella certa cultura del socio assistenziale che trova la contenzione dei pazienti fragili una pratica “normale”». Non abbiamo neanche il tempo di attivare il registratore che già sono passate due ore e sembra ancora poco quello che abbiamo detto.

Lei ha 42 anni ed è sindaco dal 2014. Ci ha creduto fin da giovanissimo…
Sì, a 33 anni ero già consigliere, passavo le serate in comune anziché con gli amici. Poi sono stato assessore alle politiche ambientali e dal 2014 sono sindaco. Mi sono candidato con due obiettivi precisi: “viviamo Torre Pellice” e “facciamo comunità”. E per raggiungerli abbiamo adottato tutte le possibili politiche attive per rendere questo paese vivo su qualsiasi aspetto: abbiamo investito su un asilo nido comunale che avevamo sempre avuto e non volevamo perdere, trasformandolo in edificio NZEB a basso impatto ambientale. Torre Pellice da 15 anni fa un festival che si chiama “La torre di libri”: Umberto Eco, Dacia Maraini, Andrea Camilleri e Claudio Magris sono cittadini onorari, abbiamo una galleria civica dove facciamo molti eventi e mostre. Torre Pellice si è aggiudicata il titolo di “Città europea della Riforma” da parte della Comunione di chiese protestanti in Europa (CCPE – l’organismo meglio conosciuto come Concordia di Leuenberg), siamo considerati “città che legge” perché abbiamo un festival letterario, una libreria e una biblioteca comunale che fa 13.000 prestiti su 4.600 abitanti, quattro libri per abitanti; abbiamo preso in gestione il palazzetto del ghiaccio post olimpico per non farlo chiudere.

Per carità, tutto bellissimo, ma come si frena lo spopolamento a Torre Pellice? Bastano tutte queste attività?
Negli ultimi anni siamo cresciuti: quest’anno siamo 4634, prima 4629, prima ancora 4550. I decessi in un anno sono mediamente 85, mentre i nati sono 30, questo vuol dire che tutti gli anni “aggiungiamo”, anziché essere meno 60, siamo più dieci…

Dai, lei è molto bravo, sindaco, ma…
Non lo so come facciamo a trattenerli, di sicuro siamo una comunità “che sta bene”, abbiamo sette confessioni religiose, siamo centro della Chiesa valdese, abbiamo la Chiesa cattolica, l’Esercito della salvezza, due Chiese evangeliche, una sala per la Comunità araba, una Comunità di induisti e, complessivamente, abbiamo cittadini di Torre Pellice che provengono di 53 nazionalità diverse.

Avete insomma creato un “sistema territoriale di accoglienza”…
Esatto! Con la Diaconia valdese, che è il “braccio” della Chiesa valdese, abbiamo gestito questa micro accoglienza diffusa su circa 30 alloggi su tutto il territorio della Valle. Quindi come gruppo di comuni abbiamo portato avanti questa integrazione che è stata un’interazione molto interessante.

Sindaci di tutte le provenienze politiche?
Sì, sia di centro destra che di centro sinistra. Il successo è stato non solo questo, ma anche quello di avere gestito meglio i flussi bloccando le telefonate improvvise con cui la Prefettura avvisava di arrivi improvvisi di numeri non controllati di persone migranti. Oggi gestiamo noi sindaci l’accoglienza e lo facciamo con persone di nostra fiducia e che hanno una gestione non economica ma umana dell’immigrazione. E, infine, abbiamo messo a sistema anche tutto il terzo settore. Oggi i nostri cittadini del Sai fanno tirocini in biblioteca o rimettono a posto i sentieri partigiani. Abbiamo fatto oltre 95 inserimenti lavorativi, abbiamo riaperto il Centro provinciale per l’istruzione degli adulti-Cpia e pensi che la signora Biagia, torrese doc, è riuscita a prendere la licenzia media grazie al Cpia aperto per i migranti. E non sono stato arrestato quando mi sono autodenunciato per avere dato la carta di identità alle persone migranti di Torre Pellice!

E alcuni sono rimasti a vivere da voi?
Sì, ma le nostre 53 nazionalità diverse non discendono dalle provenienze Sai.

Area interna e zona montana, situazione di giovani e scuole?
Un terzo della mia popolazione è sopra i 50 anni, ho tutte le scuole fino alle medie, poi abbiamo il Liceo valdese oppure i nostri ragazzi devono andare a Pinerolo, ma si fa tranquillamente con i mezzi. Siamo area interna e montana, ma non voglio che si pensi “area sfigata”! Anzi, Torre Pellice ha quattro valori aggiunti: natura, cultura, tradizione e sport. Pensi che col Covid abbiamo perso 180 cittadini ma ne abbiamo guadagnati 363 perché Torre Pellice è ancora un luogo dove ci sono un sacco di servizi come biblioteca, nido, attività culturali e dove la solitudine impatta meno perché anche se sei da solo scendi in piazza e trovi qualcuno.

Quante persone con disabilità e quanto Reddito di Cittadinanza?
Disabilità poche. Reddito di cittadinanza tantissimi. Ricordo che avevo la fila, facevo “il dottor Tersilli del Comune”, il Reddito ha salvato un sindaco! (ridiamo) Io comunque adoravo il Reddito di Inclusione-Rei, era completamente un altro progetto sulla persona, un’altra storia.

Sindaco da dov’è nata questa sua passione politica?
Caduta del muro di Berlino e strage di Falcone e Borsellino, due spinte interiori fortissime. Quando nel 2004 a Torre Pellice mi hanno chiesto di candidarmi nella lista civica ho accettato con gioia, anche se io sono di Luserna, perché avevo proprio voglia di impegnarmi politicamente. È stato molto faticoso costruire il mio percorso personale, devo ammetterlo, anche perché ho detto fin dall’inizio che se su questa sedia sono seduto io, il sindaco lo faccio io.

Comune ad esclusione zero

Comune ad esclusione zero.
Un percorso di progettazione partecipata nel comune calabrese premiato nel 2020 quale ambasciatore di Economia civile.

«Nessuno si senta escluso» trova espressione e significato a Roseto Capo Spulico, piccolo comune dell’alto Ionio cosentino, dove la sindaca Rosanna Mazzia ha chiamato a raccolta tutta la sua comunità per una progettazione partecipata sul futuro del piccolo comune calabrese.
Il primo incontro è avvenuto ad ottobre 2022, quando Carlo Borgomeo, presidente della “Fondazione Con il Sud”, è intervenuto a Roseto Capo Spulico insieme ad Angelo Moretti, presidente del Consorzio “Sale della Terra” e referente nazionale della Rete dei “Piccoli Comuni del Welcome”, della quale fa parte anche Roseto Capo Spulico.

Millenovecento abitanti nell’Alto Ionio Cosentino, colonia della Antica Sybaris, Roseto Capo Spulico prende il suo nome dalla diffusione della coltivazione delle rose in epoca greco-romana, che venivano utilizzate per riempire i guanciali delle principesse sibarite. Ed è proprio con il progetto “Figli delle Rose” che Roseto ha vinto nel 2020 il premio “Comune ambasciatore di Economia Civile” al Festival dell’Economia Civile di Firenze, con la promessa che il suo modello di economia, sostenibile e inclusivo, coinvolgesse in processi di crescita e sviluppo le associazioni e l’intera comunità.
Detto, fatto. Dal 2020, e nonostante la pandemia, Rosanna Mazzia – sindaca dal 2014 dopo 2 consiliature da vice – mette a sistema una serie di progettazioni che aveva già cominciato dal suo primo mandato. Con l’adesione alla Rete dei Piccoli Comuni del Welcome, arriva l’incontro con il Consorzio Sale della Terra e la realtà di NeXt-Nuova Economia per Tutti diretta da Luca Raffaele ed inizia una nuova progettazione sul territorio comunale che ha per obiettivo centrale l’esclusione zero, perché «le fragilità delle persone sono il primo pensiero del sindaco di una comunità», dice la Mazzia.

“Singoli” luoghi rigenerati da “singole” progettazioni che saranno messi in connessione tra di loro per intercettare tutte le persone in situazioni di fragilità alle quali dare nuova chance di futuro attraverso inclusione e lavoro.
“Comune ad esclusione zero”, dunque, nasce dall’esigenza di dare alla comunità di Roseto un nuovo futuro che vada oltre l’attuale “asset” del turismo della stagione estiva che arriva ad oltre 30 mila presenze e coinvolge tantissimi operatori soprattutto giovani. Occorre ragionare su altre prospettive, a partire da un welfare di comunità e dalle energie territoriali ancora inespresse.

Come si arriva, dunque, alla “esclusione zero”? Secondo Angelo Moretti, il welfare generativo ha la capacità di “attivare” le energie sociali e le comunità, a partire dalle persone con disabilità e fragilità: ne è prova l’esperienza dei tanti Piccoli Comuni del Welcome, in cui sono nati “luoghi” di attivazione sociale che hanno generato economia civile: cooperative di comunità, progetti Sai-Sistema Accoglienza Integrazione, budget di salute.

Su questo ha concordato anche Carlo Borgomeo: lo sviluppo non arriva da fuori, non è un “evento che succede”. Dal tavolo di discussione sono emersi per Borgomeo alcuni notevoli punti di forza di Roseto Capo Spulico: l’attenzione ai fragili, una comunità coesa, la bellezza, l’ambiente, l’amore per la propria terra. Ma c’è una condizione che va fortemente “riempita” ed è il senso di responsabilità della comunità, l’autonomia. E lo spirito di iniziativa, che è uno “scatto” psicologico perché «restare ad aspettare crea dipendenza». E la dipendenza non genera né libertà né tantomeno economia e men che mai rafforza le comunità.
Secondo Borgomeo, Roseto deve suscitare il desiderio dei giovani di non andare via ma di tornare. E questa si chiama «attrattività del territorio». Occorre inoltre allungare il più possibile la stagione estiva migliorando l’offerta dei luoghi di servizio e facendo pressing per migliorare i collegamenti, puntare sulle dinamiche di consumo dei prodotti del genius loci di Roseto.

Su questa traccia, dal 17 al 19 gennaio scorsi a Roseto Capo Spulico tutta la comunità si è nuovamente ritrovata, ma questa volta da attrice protagonista. In 3 giorni di progettazione partecipata sono stati coinvolti tutti e tutte, “da uno a cento anni”, «perché ognuno cercasse le proprie potenzialità, costruendo una visione comune», ha detto la sindaca Mazzia. La progettazione partecipata si è snodata lungo una analisi collettiva su potenzialità e difficoltà del piccolo comune; una «passeggiata nei quartieri» (come la chiama l’etnografa Marianella Sclavi, ndr) per guardare Roseto con taccuino e penna critica in mano; l’ascolto di esperienze di successo in altri piccoli comuni; lo spazio aperto alla scrittura collettiva di un documento che si chiama masterplan ma si legge sogno condiviso del futuro desiderabile per il luogo in cui si vive.

L’assemblea si è aperta con la descrizione di tutte le progettazioni in cantiere a Roseto: una cittadella di servizi gestita dai cittadini, un co-housing diffuso, la riapertura di botteghe artigiane e spazi di co-working, il recupero del circolo velico e la promozione di orti sociali. Questi i principali desideri dei rosetani per ripensare l’economia che, dalla spiaggia 6 volte “bandiera blu” risalga, vicolo per vicolo, fino al borgo medievale e coinvolga tutti e tutte.
Nello specifico ecco i progetti avviati. Iniziamo dall’Istituto comprensivo Amendolara: qui verranno attivati per la prima volta servizi integrativi per bambini 0-6 anni: stazione co-working, educazione alimentare, spazio nido. La scuola nelle ore pomeridiane diventerà centro per i bambini e le famiglie per attività outdoor e baby parking e per avviare una presa in carico olistica.

C’è poi l’“Antico granaio e borgo”: si tratta di un progetto di un milione 600 mila euro che mira ad unire l’abitato storico e quello marino per coniugare bellezza materiale e naturale con un’innovativa capacità di sostenere la coesione sociale e di essere accogliente verso turisti e nuovi residenti. Fulcro del progetto sono la valorizzazione degli aspetti di unicità e identitari della storia e della cultura di Roseto Capo Spulico attraverso l’esaltazione degli eventi legati a Federico II, la messa a sistema della filiera legata alla produzione delle Rose damascene, la creazione di un social hub di Economia civile, una spring and summer School e di una Scuola di arti e mestieri del Cinema, la creazione di nuove imprenditorialità e l’implementazione della Comunità ospitale.

Altro progetto è quello dell’Ambulatorio di comunità, aperto dal lunedì al venerdì, che diventerà un vero centro di aggregazione sociale in cui verranno coinvolti infermieri di comunità e psicologi di comunità per garantire un intervento immediato e tempestivo per la popolazione residente. Infine, verranno organizzati incontri di gruppo con uno psicologo di comunità una volta a settimana per training neurologici e supporto all’invecchiamento attivo.

La progettazione seguirà il “metodo dei Comuni del Welcome” che si attua con il welfare delle persone e dei territori attraverso il reddito di cittadinanza, il budget di salute, le misure alternative alla pena detentiva, il Sistema di Accoglienza e Integrazione-Sai, la cooperazione di comunità, l’economia civile, l’economia circolare, il patto educativo di comunità, i servizi diffusi per la presa in carico della prima infanzia, la lotta all’azzardo e il contrasto alle dipendenze, la coesione familiare, la promozione delle comunità energetiche e l’accoglienza diffusa degli anziani.

Come afferma Doriana Bollo, dell’ufficio progettazione di “Sale della Terra”, «tra un bisogno e un sogno c’è di mezzo un progetto. È proprio quando un progetto non resta più confinato sulla carta che si realizza tutta la sua potenzialità: in questi tre giorni esso ha preso finalmente il volto di Antonio, Sandra, Mattia, Rosanna e di tutti i rosetani che hanno scelto di mettere in gioco i propri sogni partendo dal loro genius loci». La Bollo ha 32 anni, studi in sociologia, e ci dice di aver scoperto che la rosa damascena, fiore grazie al quale Roseto Capo Spulico è famosa, ha la tipicità di fiorire anche in inverno. Guarda il borgo di Roseto e ne immagina, tra i file excel dei progetti, la fioritura in tutte le stagioni.

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