Un ponte di innovazione e di futuro

Un ponte di innovazione e di futuro.
Il raffreddore non dà tregua, ma chissà se non respiri per il naso tappato oppure per la paura di restare sospesa per 586 metri ad 80 metri di altezza camminando su 1.160 traversine calpestabili. Opera ingegneristica straordinaria che ha impiegato 24 tonnellate di acciaio e 5.500 metri lineari di funi e cavi di ancoraggio, il ponte pedonale tibetano più lungo del mondo, che collega il Parco Nazionale del Pollino e quello dell’Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese, è stato costruito a Castelsaraceno, il borgo a forma di cuore in Basilicata, provincia di Potenza. Maglia rossa, gonfalone alle spalle, Rocco Rosano siede nel suo studio di sindaco: è stato eletto nel 2012, poi nel 2017 e per la terza volta nel 2022.

Sindaco, questo è l’ultimo mandato, dunque…
Per legge sì, ma l’impegno per la politica è molto più grande del ruolo che si riveste. Per me fare il sindaco di una piccola comunità significa svolgere un servizio prezioso per la comunità, per il territorio e fare in modo che questi piccoli scrigni di bellezza possano brillare di luce propria e avere comunque nel futuro una speranza di bellezza e di vita. I piccoli comuni secondo me possono essere laboratori di innovazione sociale e di rigenerazione che rappresentano un nuovo modo di pensare allo sviluppo dell’Italia, invertendo il paradigma che lo stato tante volte mette nelle politiche dicendo che c’è un divario tra Nord e Sud. Io credo invece che ci sia un divario tra centro e periferia.

Innovazione sociale, sviluppo, visione strategica. Lei ci è riuscito?
Il mio impegno in politica nasce innanzitutto da un sentimento forte che nutro per questa comunità e questo territorio, ho proprio sentito la l’esigenza di mettermi a disposizione. Io sono partito da un’azione di co-progettazione, di coinvolgimento attivo e proattivo della mia comunità per decidere insieme, su qualsiasi azione strategica l’amministrazione mettesse in campo, quali fossero gli investimenti giusti e quali fossero le linee strategiche di sviluppo che questa comunità doveva sposare. La politica è lo strumento per creare condizioni di benessere psicofisico delle comunità, ma anche per invertire i punti di vista della mentalità dominante. Io penso di esserci riuscito. Ci sono voluti tempo, perseveranza e caparbietà, però noi nel 2021 abbiamo inaugurato non il ponte tibetano più lungo del mondo, ma l’ecosistema turistico partecipato di Castelsaraceno. Non abbiamo inaugurato un’opera pubblica, ma una nuova era costruita con delle azioni pensate, condivise, implementate, discusse con la comunità perché nessun progetto può partire dall’idea di un singolo se poi non viene condiviso con tutti gli elementi dell’ecosistema. Quindi, al centro di tutto noi mettiamo l’uomo come elemento essenziale della nostra progettazione: non i numeri, non la burocrazia, ma la persona. Un sindaco e la sua amministrazione devono ascoltare le esigenze del proprio territorio e farle diventare un punto di forza dell’azione politica, realizzandole.

All’inizio avete lavorato su una Mappa di comunità, giusto?
Esatto, lo abbiamo fatto nel 2015-2016. Abbiamo ascoltato tutti i nostri cittadini, dagli anziani ai più giovani, dalle imprese alle famiglie, dalla scuola alla chiesa, e tutti gli stakeholders della comunità per capire quali erano i punti di forza, di debolezza, le minacce e le opportunità della comunità di Castelsaraceno: una analisi di comunità che ha dato risultati straordinari. Un flusso costante di informazioni su cui abbiamo rettificato il tiro della nostra programmazione strategica.

Sorprese?
Guardi, innanzitutto ho compreso che chi fa politica e ascolta i cittadini con occhio e orecchio umili e come un buon padre di famiglia, cioè in un legame di filiera corta di prossimità, riesce a scoprire tante cose che anche in un ruolo democratico come quello del sindaco può sfuggirti. Tutti insieme abbiamo scoperto i nostri punti di forza, ma anche i limiti di una politica passata che non ha portato questa comunità allo sviluppo desiderato. Quindi il dialogo, l’ascolto, la condivisione, la co-progettazione il co-design di comunità, hanno un valore straordinario. In questo, il terzo settore è stato sostanzialmente il motore di un’azione politica che è penetrata all’interno delle famiglie.

Mi fa un esempio?
Abbiamo iniziato con “Borgo Fiorito”, un progetto che ha stimolato a prendersi cura del vicinato e ne è nata anche un’Associazione che ha promosso laboratori del legno, della ceramica e della piantumazione che ha coinvolto tutte le famiglie. È anche così che nasce una comunità: quando si usa il “noi” e non più “io”, quando ognuno di noi è disponibile a dare qualcosa all’altro con quella cultura del dono che è indispensabile anche in politica. Su questa scia è nato il progetto del Museo della pastorizia e anche il progetto del Sistema Accoglienza integrazione-Sai, dove ospitiamo 20 famiglie.

Giovani e scuole? Siete riusciti a frenare lo spopolamento?
Come in tutti i piccoli comuni, il Sai ci sta aiutando molto perché le scuole riusciamo ancora a reggerle, fino alle medie. Pensi che ci sono famiglie che dopo il progetto sono andate a vivere fuori, ma per Natale e le vacanze tornano a “casa”, a Castelsaraceno. Alcune, invece, sono rimaste qui e noi abbiamo insistito perché abitassero nel centro storico perché il nostro futuro è lì e dobbiamo riempirlo di valori e di cultura. E questo è in linea con la nostra politica di “consumo di suolo zero”: a Castelsaraceno si deve recuperare quello che c’è a livello edilizio e urbanistico, senza costruire altre “cattedrali” visto che c’è una marea di case abbandonate. È qui che nasce anche l’idea del ponte.

Ma l’idea del ponte quando e come le è venuta?
Non ero neanche sindaco. Negli anni 2000-2008-2010, io ero presidente della pro-loco e già immaginavamo di cambiare il nostro paese reagendo alla frase “qua non si può fare niente”. Abbiamo pensato che se avessimo fatto qualcosa che facevano tutti, qui a Castelsaraceno non ci sarebbe venuto nessuno. E così abbiamo cominciato a pensare di fare qualcosa che fosse unica al mondo. Il ponte era anche un messaggio importante, perché un ponte unisce due luoghi, due punti lontani. C’è stata l’intelligenza delle migliori aziende e dei migliori progettisti europei. Si figuri che il ponte è gestito da un’azienda di Monaco di Baviera con il sistema SkiData: conosciamo ogni dettaglio di tutti quelli che entrano, è stata una mia esplicita richiesta avere tutti i dati dei visitatori, ad oggi ho 32mila email in archivio perché la relazione con chi è venuto deve continuare.

Quanto è costato?
Un milione e mezzo di euro, costruito in tre anni, lockdown compreso.

E ve li siete ripresi? Quante persone avete impiegato?
Abbiamo recuperato almeno per cinque volte la spesa, oggi ci lavorano 23 persone e sono coinvolte anche le persone del Sai. Ma quello che guadagniamo noi lo reinvestiamo completamente nella comunità. Un sistema che si autoalimenta e si autosostiene. È una economia di comunità che sta generando anche un progetto di fondazione di comunità che gestirà tutto il nostro ecosistema. L’Ente pubblico ha forti limiti amministrativi, mentre nella fondazione di partecipazione pubblico e privato si metteranno insieme su questo grande progetto economico e sociale, ma con una visione etica, di responsabilità sociale e di innovazione sociale che progetta anche la creazione di un centro di eccellenza per la ricerca nazionale e internazionale. Castelsaraceno deve diventare un modello: i piccoli comuni possono essere il vero laboratorio di sviluppo.

Quindi finito il mandato di sindaco c’è la fondazione?
L’ho detto all’inizio. L’impegno per la politica è molto più grande del ruolo che si riveste.

PONTE TIBETANO CASTELSARACENO
PROGETTAZIONI CASTELSARACENO (1)

Una curva gettata alle spalle del tempo

Una curva gettata alle spalle del tempo.

Una curva gettata alle spalle del tempo: è il titolo di un’opera d’arte che suona come un refrain lungo tutto il tortuoso percorso che, dal mare, sale sale sale sale a perdita d’occhio fino a Castel di Lucio, piccolo comune in provincia di Messina, dove il sindaco Giuseppe Nobile (nella foto di copertina, maglioncino porpora) ci aspetta per l’intervista. Il cielo è di un azzurro assoluto a pelle di tamburo, la sua intensità aumenta ad ogni sosta lungo la Fiumara d’arteuno dei parchi d’arte a cielo aperto più grandi d’Europa che mica ti aspetti di trovare qui, in un cuneo di territorio tra Palermo, Messina ed Enna. Scendiamo dall’auto, a sinistra il parco giochi che dà su tutta la vallata, l’occhio corre in fuga dal verde-marrone intenso all’azzurro morbido del mare: una curva gettata alle spalle del tempo…una curva gettata alle spalle del tempo…Il sindaco ci chiama, ci giriamo, ci sta venendo incontro, siamo distolti dalla riflessione verde-azzurra.
Nobile ha lo sguardo acuto, è sempre sorridente, ha precisione linguistica ma indugia nella battuta in siciliano che pronunciato da loro ha sempre una musicalità inimitabile. Cominciamo a parlare percorrendo i vicoli di Castel di Lucio, visitiamo la biblioteca, la chiesa, il museo…

Sindaco Nobile, questo è il suo primo mandato, ma dalla Sicilia all’Ucraina di strada ne ha percorsa…
Sì, una bella strada insieme alla mia comunità. Ci tengo molto a dire che prima della elezione a sindaco sono stato per dieci anni presidente del Consiglio comunale. Il mio impegno per la mia comunità di origine parte da lontano, prima con l’associazionismo, poi una parentesi tra il 1998 e il 2001 in Giunta comunale come assessore alla cultura, turismo e spettacolo. Dal 2018, il primo mandato di sindaco che adesso sta scadendo.

E si ricandiderà?
Dopo una fase di riflessione, insieme al gruppo politico che mi sostiene abbiamo deciso di proseguire soprattutto perché c’è la volontà di portare a compimento tutto quanto iniziato nel primo mandato. Devo dire grazie a mia moglie e ai miei figli per avermi accompagnato nella scelta e per non avermi mai fatto pesare in questi anni la lontananza da casa tra giunte, consigli e incontri. Tenga conto che Castel di Lucio, dove sono sindaco, è il mio comune di origine, però vivo con la mia famiglia a Santo Stefano di Camastra, che invece è il comune di nascita di mia moglie, e lavoro a Palermo dove ho lo studio da avvocato. E devo dire grazie anche alla mia comunità che mi ha sostenuto apprezzando la presenza che ho dedicato al mio Comune, che è stata sicuramente tanta e assidua. Vede, la fine del mandato è un bel momento di riflessione sia per il sindaco che per il suo gruppo di maggioranza perché la politica è innanzitutto responsabilità.

Famiglia Nobile, Comunione
La famiglia Nobile alla prima Comunione dell’ultimogenita

Prima parlava di progetti cominciati in questi anni, ce li racconta?
Sono tanti, i progetti che abbiamo cantierato, soprattutto con i fondi Pnrr: attrattività dei borghi, inclusione sociale, infrastrutture sociali, l’acquisizione dei beni del centro storico, la biblioteca. Per un piccolo comune come Castel di Lucio significa cambiare volto e cambiare futuro. Molti di questi progetti sono in rete con altri Comuni, sono stati pensati e condivisi con altri colleghi sindaci. Ad esempio, il progetto presentato al bando attrattività dei borghi è stato fatto in aggregazione con i comuni di Pettineo e Motta d’Affermo. Il progetto di accoglienza SAI è in estensione con il Comune di Tusa. Il progetto Hospitis, grazie all’adesione all’Associazione Borghi Autentici, coinvolge i comuni di Castelbuono, San Mauro Castelverde e Tusa. Abbiamo poi una serie di bandi Pnrr e una serie di progetti per i quali attendiamo gli esiti: è stato, ed è tuttora, un grande lavoro di squadra con amministratori, presidente del consiglio e consiglieri comunali, e soprattutto con i dipendenti comunali che con le loro competenze hanno contribuito tanto al raggiungimento dei risultati (per gli altri progetti, vedi grafica, sotto). Abbiamo, nel frattempo, aderito all’Unione dei Comuni Costa Alesina. E poi c’è stato un “progetto interno”, lungo questi anni, che è stato quello di aprire a tutti le porte di un Comune che forse era ancora chiuso in sé stesso. Ci siamo impegnati soprattutto nell’ascolto di tutti i bisogni dei castelluccesi.

Un Comune addirittura chiuso?
Abbiamo dato spazio e attenzione alle associazioni locali. Abbiamo avuto in comodato gratuito l’edificio delle Suore Francescane del Cuore Immacolato di Maria e messo a disposizione i locali per una scuola di karate e ad una associazione che conserva la tradizione del ricamo e della tessitura (“Il filo di Arianna”, ndr). Abbiamo rafforzato la collaborazione con tutte le attività della parrocchia e i giovani dell’Azione Cattolica che animano molto la comunità, soprattutto in occasione del Natale e delle altre festività. E poi siamo riusciti a far nascere un gruppo di Protezione civile grazie ad alcuni giovani che abbiamo sostenuto per il riconoscimento a livello regionale e ad avere in comodato il modulo di intervento anti incendio. Tenga conto che i Vigili del Fuoco più vicini sono a Mistretta, un’ora di auto, il 118 e l’ospedale idem. Castel di Lucio è entroterra, è isolata, distante da tutto, anche da comuni limitrofi.

Sì, in effetti geograficamente è proprio un triangolo…
È un territorio marginale, un angolo in cui si incrociano tre province: distiamo 180 km da Messina, 120 km da Palermo e 100 km da Enna ma di strada tutta interna.

Beh, allora impossibile restare a casa, nel 2023: non si interrompe una storia così lunga…
Sì, ha ragione, impossibile, anche se le sembrerà incredibile ma la pressione che si vive nelle piccole comunità è forte, in particolare in tema di “servizi”, che in molti casi vengono prima della cultura e della politica. A Castel di Lucio finalmente abbiamo un Museo civico, che è l’unica cosa laica che puoi vedere, ma è stato difficile farlo “entrare” nella comunità.

Potrebbe essere però una preminenza di bisogni primari che non consente di dedicarsi ad altro…
A Castel di Lucio paghiamo in media 100 euro di acqua all’anno, diamo il rimborso spese di viaggio al 100% a tutti gli studenti delle superiori che vanno a scuola fuori, assicuriamo agli anziani il pasto caldo ed altri servizi di assistenza, grazie alla nostra cucina comunale, che è una vera e propria eccellenza e rifornisce anche le mense scolastiche. Abbiamo insomma tutta una serie di servizi che aiutano e sostengono. Adesso stiamo progettando di attivare una cooperativa di comunità per l’accoglienza turistica.

Spopolamento?
Dopo anni di inverno demografico, per la prima volta nel 2022 abbiamo un saldo migratorio di più 40, grazie ai nuovi cittadini provenienti dall’Argentina e grazie alle persone migranti del progetto del Sistema Accoglienza Integrazione-Sai. È la prima volta che a Castel di Lucio si incontrano per strada persone che non si conoscono! Ed è cresciuta anche la domanda di case da affittare. Certo, adesso dobbiamo trasformare questi arrivi in residenti, ma è anche per questo che abbiamo deciso di continuare a lavorare.

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Piccolo comune cosmopolita

Piccolo comune cosmopolita.
Stavamo quasi per desistere, per quanto era introvabile e poco reattivo alle email e ai messaggi al cellulare. Poi, all’improvviso, l’appuntamento nel giro di un giorno. Marco Cogno lo incontriamo a sera nel suo studio di sindaco, alle spalle il gonfalone di Torre Pellice. Ha i capelli arruffati sia per la giornata intensa sia perché se li tormenta di continuo, un aspetto giovane e informale, ma al contempo così assertivo, che spiazza. Parla a raffica, cita dati a memoria, varia sui temi, ironizza, battute tranchantes, è argento vivo che si muove in forma umana. Fa il sindaco, il consigliere della Città metropolitana, il papà di due bambini, è dirigente in un grande ente del terzo settore che gestisce alcune case di riposo e in questo lavoro lotta «contro quella certa cultura del socio assistenziale che trova la contenzione dei pazienti fragili una pratica “normale”». Non abbiamo neanche il tempo di attivare il registratore che già sono passate due ore e sembra ancora poco quello che abbiamo detto.

Lei ha 42 anni ed è sindaco dal 2014. Ci ha creduto fin da giovanissimo…
Sì, a 33 anni ero già consigliere, passavo le serate in comune anziché con gli amici. Poi sono stato assessore alle politiche ambientali e dal 2014 sono sindaco. Mi sono candidato con due obiettivi precisi: “viviamo Torre Pellice” e “facciamo comunità”. E per raggiungerli abbiamo adottato tutte le possibili politiche attive per rendere questo paese vivo su qualsiasi aspetto: abbiamo investito su un asilo nido comunale che avevamo sempre avuto e non volevamo perdere, trasformandolo in edificio NZEB a basso impatto ambientale. Torre Pellice da 15 anni fa un festival che si chiama “La torre di libri”: Umberto Eco, Dacia Maraini, Andrea Camilleri e Claudio Magris sono cittadini onorari, abbiamo una galleria civica dove facciamo molti eventi e mostre. Torre Pellice si è aggiudicata il titolo di “Città europea della Riforma” da parte della Comunione di chiese protestanti in Europa (CCPE – l’organismo meglio conosciuto come Concordia di Leuenberg), siamo considerati “città che legge” perché abbiamo un festival letterario, una libreria e una biblioteca comunale che fa 13.000 prestiti su 4.600 abitanti, quattro libri per abitanti; abbiamo preso in gestione il palazzetto del ghiaccio post olimpico per non farlo chiudere.

Per carità, tutto bellissimo, ma come si frena lo spopolamento a Torre Pellice? Bastano tutte queste attività?
Negli ultimi anni siamo cresciuti: quest’anno siamo 4634, prima 4629, prima ancora 4550. I decessi in un anno sono mediamente 85, mentre i nati sono 30, questo vuol dire che tutti gli anni “aggiungiamo”, anziché essere meno 60, siamo più dieci…

Dai, lei è molto bravo, sindaco, ma…
Non lo so come facciamo a trattenerli, di sicuro siamo una comunità “che sta bene”, abbiamo sette confessioni religiose, siamo centro della Chiesa valdese, abbiamo la Chiesa cattolica, l’Esercito della salvezza, due Chiese evangeliche, una sala per la Comunità araba, una Comunità di induisti e, complessivamente, abbiamo cittadini di Torre Pellice che provengono di 53 nazionalità diverse.

Avete insomma creato un “sistema territoriale di accoglienza”…
Esatto! Con la Diaconia valdese, che è il “braccio” della Chiesa valdese, abbiamo gestito questa micro accoglienza diffusa su circa 30 alloggi su tutto il territorio della Valle. Quindi come gruppo di comuni abbiamo portato avanti questa integrazione che è stata un’interazione molto interessante.

Sindaci di tutte le provenienze politiche?
Sì, sia di centro destra che di centro sinistra. Il successo è stato non solo questo, ma anche quello di avere gestito meglio i flussi bloccando le telefonate improvvise con cui la Prefettura avvisava di arrivi improvvisi di numeri non controllati di persone migranti. Oggi gestiamo noi sindaci l’accoglienza e lo facciamo con persone di nostra fiducia e che hanno una gestione non economica ma umana dell’immigrazione. E, infine, abbiamo messo a sistema anche tutto il terzo settore. Oggi i nostri cittadini del Sai fanno tirocini in biblioteca o rimettono a posto i sentieri partigiani. Abbiamo fatto oltre 95 inserimenti lavorativi, abbiamo riaperto il Centro provinciale per l’istruzione degli adulti-Cpia e pensi che la signora Biagia, torrese doc, è riuscita a prendere la licenzia media grazie al Cpia aperto per i migranti. E non sono stato arrestato quando mi sono autodenunciato per avere dato la carta di identità alle persone migranti di Torre Pellice!

E alcuni sono rimasti a vivere da voi?
Sì, ma le nostre 53 nazionalità diverse non discendono dalle provenienze Sai.

Area interna e zona montana, situazione di giovani e scuole?
Un terzo della mia popolazione è sopra i 50 anni, ho tutte le scuole fino alle medie, poi abbiamo il Liceo valdese oppure i nostri ragazzi devono andare a Pinerolo, ma si fa tranquillamente con i mezzi. Siamo area interna e montana, ma non voglio che si pensi “area sfigata”! Anzi, Torre Pellice ha quattro valori aggiunti: natura, cultura, tradizione e sport. Pensi che col Covid abbiamo perso 180 cittadini ma ne abbiamo guadagnati 363 perché Torre Pellice è ancora un luogo dove ci sono un sacco di servizi come biblioteca, nido, attività culturali e dove la solitudine impatta meno perché anche se sei da solo scendi in piazza e trovi qualcuno.

Quante persone con disabilità e quanto Reddito di Cittadinanza?
Disabilità poche. Reddito di cittadinanza tantissimi. Ricordo che avevo la fila, facevo “il dottor Tersilli del Comune”, il Reddito ha salvato un sindaco! (ridiamo) Io comunque adoravo il Reddito di Inclusione-Rei, era completamente un altro progetto sulla persona, un’altra storia.

Sindaco da dov’è nata questa sua passione politica?
Caduta del muro di Berlino e strage di Falcone e Borsellino, due spinte interiori fortissime. Quando nel 2004 a Torre Pellice mi hanno chiesto di candidarmi nella lista civica ho accettato con gioia, anche se io sono di Luserna, perché avevo proprio voglia di impegnarmi politicamente. È stato molto faticoso costruire il mio percorso personale, devo ammetterlo, anche perché ho detto fin dall’inizio che se su questa sedia sono seduto io, il sindaco lo faccio io.

Il paese dei cervi

Il paese dei cervi.
Quando giri la curva a gomito e ti trovi davanti lo spettacolo di quel lago incastrato perfettamente tra i Monti Marsicani, sei proprio costretta ad accostare e fermarti a respirare quella bellezza. La foto di qualche settimana fa del cervo davanti al venditore di frutta ci fa sperare, purtroppo inutilmente, di fare anche noi questo incontro ravvicinato inusitato.
La sindaca Giuseppina Colantoni (nella foto di copertina, a destra, maglioncino chiaro) ci riceve a casa sua e scopriamo che ha un bel pancione in cui la piccola Greta sta passando i suoi ultimi giorni prima di venire al mondo. Si adagia sul grande divano rosso e cominciamo il nostro dialogo proprio da lei, la piccola vita che sta per nascere e rallegrare mamma e papà, legati da dieci anni.

A quanto vedo, Greta sta proprio per arrivare, sindaca…
Sì, dalla prossima settimana ogni giorno è buono.

È la sindaca per prima ad elevare il tasso di natalità…
Eh, magari…Il trend dello spopolamento purtroppo è in aumento. Negli ultimi anni c’è stato un leggero riequilibrio perché abbiamo perso solo qualche decina di residenti. Ma non stanno meglio neanche i Comuni limitrofi.

State pensando a misure specifiche?
Non è semplice. Sono al mio secondo mandato, sono stata eletta sindaca nel 2015 e Villetta Barrea si assesta sui 600 abitanti circa, anche se raggiungiamo un ottimo livello di presenze turistiche. Però dobbiamo lavorare ancora molto perché alle presenze si aggiungano le residenze.

Quindi questo è il suo secondo mandato?
Esatto, abbiamo votato nel 2020 e a causa della pandemia ora la consiliatura è prorogata: quindi tra primo e secondo mandato arriverò ad 11 anni di sindacatura. Se mi volto indietro e penso al 2014, sento a riconoscermi perché fino ad allora non mi ero mai interessata politicamente delle vicende del mio comune.

Addirittura?
Non che non mi interessasse il mio comune, assolutamente! Sono stata anche presidente dell’Archeoclub di Villetta Barrea, mi ha sempre appassionato l’attività socio-culturale del mio comune e del territorio. Forse proprio questa mia forte vocazione, anzi passione, per il mio territorio ha spinto gli altri a suggerirmi di pensare ad un impegno attivo in politica, io da sola non l’avrei mai pensato. Nel 2020 siamo stati rieletti con oltre l’82% di preferenze.

E prima di fare la sindaca?
Sono un’insegnante di storia dell’arte, che poco c’entra con l’impegno amministrativo a cui un sindaco è chiamato. E infatti la sindaca sta togliendo tanto alla docente, ormai accetto solo incarichi che mi consentano di fare l’una e l’altra cosa. Per fortuna sono vicino casa e quindi riesco a conciliare le due cose.

Con l’arrivo della bambina riuscirà a conciliare?
Certo, ora diventa ancora più complicato, vedremo da settembre cosa succederà

C’è un sacrificio maggiore per le donne ad essere impegnate in politica?
Credo di sì, nella misura in cui si ha sempre un occhio al contrario nei confronti della figura femminile.

Al contrario?
Sì, nel senso che è un mondo prettamente maschile, non maschilista badi bene, anzi io lavoro benissimo con i colleghi e ricevo una totale stima e una totale fiducia da parte loro e questo credo che sia anche dovuto all’apertura della lungimiranza culturale di queste persone. Però, ripeto, questo è un mondo che vedo molto maschile, in cui per una donna è più difficile cercare di affermarsi o comunque cercare di rendere autorevole quello che fa, alla pari di qualcun altro, con la o finale. Per converso, una donna affronta ogni decisione politica con maggiore tatto, sensibilità. E questo è un valore aggiunto, in politica.

Qual è la “cifra” della sua sindacatura?
Ci siamo concentrati molto sul turismo, noi ci troviamo nel Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise. Quando siamo arrivati in amministrazione nel 2015 c’erano un po’ di sonnolenza e un po’ di torpore sia sull’offerta turistica che sui servizi. Il nostro primo obiettivo è stato quello di innescare delle politiche di modernizzazione, di incentivazione del turismo. Non è stato semplice, ma nell’arco di 4 anni abbiamo più che raddoppiato le presenze turistiche. Poi è arrivato il Covid che ci ha fermati, ma che ha offerto nuovi spunti per il turismo dei borghi e di prossimità. Di sicuro a Villetta c’è una forte coesione anche tra le diverse associazioni, la pro-loco, la protezione civile, l’Arecheoclub e questo per noi è stato ed è importante.

Sostanzialmente però mi pare di capire che tutto si incentra sul turismo…
I numeri sono importanti e quindi le dico che dal 2014 siamo passati da 30mila a 62mila presenze circa. È un turismo che parte prevalentemente dalla primavera e che arriva fino all’autunno, ma negli ultimi anni anche invernale perché poco distante c’è Pescasseroli che è una località sciistica. Il lago attira molto, ma anche le passeggiate, le escursioni e ultimamente si è diffuso anche il turismo del foliage e della fotografia ai combattimenti dei cervi. Villetta è nota per essere il “borgo dei cervi”, perché camminano tranquillamente per le strade del paese. Stiamo quindi andando verso una destagionalizzazione che ci premia.

Con un incremento anche economico?
Stiamo parlando di un piccolissimo centro, però sicuramente si sono formate nuove figure professionali e posso dirle che soprattutto il periodo 2014-2019 ha avuto proprio un boom: sono nate molte aziende e molte strutture ricettive, ovviamente sempre a conduzione familiare.

Però avete un problema con gli ospedali.
Sì, il primo presidio ospedaliero più vicino è a Castel di Sangro, a 25 km di distanza da qui, che non attraversa un periodo florido e che purtroppo è un presidio che sta progressivamente perdendo dei servizi.

Avete pensato ad una casa della comunità?
Ci stiamo pensando a livello comprensoriale perché alcuni temi, come quello della sanità, vanno affrontati in maniera collegiale con i comuni limitrofi. Il nostro comune di riferimento più grande è appunto Castel di Sangro e si sta muovendo in questa direzione.

E poi c’è la questione della centrale idroelettrica. A che punto siete?
Il punto nodale del mio mandato. Fu realizzata nel 1910 a Pescasseroli dal lungimirante Erminio Sipari, cugino di Benedetto Croce, che fu anche il fondatore e il primo presidente del Parco Nazionale d’Abruzzo. La centrale ha una storia e un’evoluzione incredibili finché nel 1995 il comune ne acquisisce la proprietà e ne promuove una ristrutturazione. L’impianto rientra in esercizio nel 1996, ma nell’ottobre del 2015 l’alluvione lo danneggia. E adesso stiamo faticosamente lottando contro il calvario delle autorizzazioni perché riapra e torni attiva. La centrale, secondo i calcoli dei tecnici, infatti, può produrre 900mila kwh l’anno, che è sostanzialmente quanto consumano tutti i cittadini di Villetta Barrea.

Pnrr e welfare di Villetta Barrea?
A Villetta Barrea con le progettazioni Pnrr siamo messi anche troppo bene. Per quanto la struttura comunale sia piccola e inadeguata rispetto a quello che ci chiede l’Europa, stiamo avendo dei buoni, se non ottimi, risultati. Il problema è che chi ha messo in piedi tutta questa struttura non si rende conto che per i piccoli comuni è difficilissimo progettare, presentare, attuare e rendicontare con quelle uniche due unità di personale: il responsabile dell’ufficio tecnico e quello dell’ufficio ragioneria e senza il segretario comunale. Sul welfare: nel 2016 abbiamo emanato un regolamento con il quale sono state attivate borse lavoro quando ancora non esisteva il reddito di cittadinanza. Le borse includono tutti i soggetti con fragilità.

Le scuole?
Grazie alle deroghe di Provincia e regione abbiamo ancora l’istituto comprensivo che fa capo a Pescasseroli e che conta tre plessi scolastici con materna, primaria e secondaria di primo grado; Villetta Barrea con materna e primaria; poi c’è Barrea con materna, primaria e secondaria di primo grado. Il problema è che siamo fortemente sottodimensionati e affinché un istituto comprensivo possa rimanere aperto ha necessità di 400 iscritti circa, mentre noi su tutti e tre gli istituti arriviamo a poco più di 250 alunni. Quindi, se non rinnovano le deroghe, praticamente restiamo senza scuole.

Ma così le famiglie se ne andranno…
Esattamente…purtroppo!

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Piccolo comune outdoor

Piccolo  comune outdoor

Un piccolo comune sportivo all’aperto. Questa la scelta politica di Lorenzo Berardinetti sindaco di Sante Marie, in provincia dell’Aquila, da 25 anni. Riserva naturale, sentieri e cammini, tartufi, castagne, funghi, big bench e cicloturismo raddoppiano le presenze e aprono alla speranza di ripopolamento

Disallineamento. Su questo, i sindaci e le sindache sono tutti e tutte concordi. C’è un disallineamento tra piccoli e grandi comuni: stesse responsabilità di governo, disparità di mezzi e risorse. Segretari comunali, dirigenti, impiegati: manca personale, i sindaci costretti a fare anche i certificati o ad aprire di notte il Comune se arriva un allarme o un trattamento sanitario obbligatorio. Forse è questo che li lega così fortemente al proprio mandato: la “cura”, oltre la funzione, che ci mettono ogni giorno. Piccoli comuni, grandi Sindaci è alla undicesima puntata.

 

 

 

 

 

 

Con i motori sempre accesi. Così è Lorenzo Berardinetti, fisico asciutto e sorriso sornione di chi, in fondo, si diverte e sta bene in quello che fa: il sindaco. Sante Marie, il suo piccolo comune, appare per la prima volta in un documento datato 1187, dove si parla di un feudo di due soldati, appartenente a Giovanni Duca. Nel XIX secolo, Sante Marie è sottoposta a un forte incremento demografico in parte stroncato in seguito al terremoto del 1904 e all’emigrazione del secondo dopoguerra.
Berardinetti è anche il referente Uncem Abruzzo e delegato Borghi Autentici della regione. Il suo è anche uno dei piccoli comuni della Rete del Welcome. Le connessioni, le reti, gli scambi e i confronti sono importanti, per il sindaco di Sante Marie, che mi accoglie nel suo studio e parla a raffica, descrive, fa pause, sorride, inclina la voce a dare enfasi a quello che racconta. Scivola liquido, ma mai banale, e il tempo con lui vola, tra profumi di tartufo e funghi, silenzio dei cammini in cui respiri intensamente odore di neve e camino acceso.

Lei è sindaco di Sante Marie da 25 anni, ma come ci è riuscito?
Ho iniziato nel 1990 con la prima elezione da consigliere, a novembre del 1991 sono stato eletto sindaco. Mai lontanamente avrei pensato di fare l’amministratore, avevo 31 anni. Papà era in pensione, ma era stato dipendente comunale, quando accettai la candidatura non mi parlò per mesi perché era spaventato dai problemi che un sindaco di un piccolo comune deve affrontare, anche nella gestione delle opposizioni. Dopo i primi tre mandati, 1991-1995-1999, nel 2004 sono stato vicesindaco e poi di nuovo sindaco nel 2010, e nel tempo, pur continuando a lavorare nelle ferrovie dello Stato, anche consigliere provinciale e regionale, per un anno anche assessore regionale ai lavori pubblici. E sempre con liste civiche.

Una monarchia assoluta, insomma! Ma perché suo padre era preoccupato? Era così forte, lo scontro?
Molto. Nei primi cinque anni ho lavorato proprio sul rasserenamento dei rapporti con la minoranza. Quando ho cominciato c’erano quattro assessori e un Segretario comunale a scavalco, ma io avevo un “sogno nel cassetto” su Sante Marie ed avevo un grande entusiasmo per realizzarlo. Ma per anni c’è stato un clima duro fatto di esposti continui ai Carabinieri, si figuri che presi l’abitudine di mandare le delibere non solo ai capigruppo e alla Prefettura e al Coreco, ma anche ai Carabinieri così non perdevano tempo a venire in Comune a prenderle. Poi però dal 1995 l’opposizione così tenace andò scemando.

Quanti abitanti ha Sante Marie?
1.200 abitanti, con sei frazioni su 40 chilometri quadrati, arriviamo fino al Lazio.

Ma forse la competizione dipendeva anche da questo, cioè la rivendicazione tra frazioni e tra frazioni e centro?
Sì, c’era una forte competizione tra frazioni e capoluogo, ma dal 1995 le asperità sono scemate. Nell’ultima competizione elettorale tutte le opposizioni che negli anni ho battuto si sono messe insieme in un’unica lista, ma li ho battuti lo stesso!

Ce l’ha una classe dirigente che la sostituirà?
Certo, il problema è che i più giovani poi trovano lavoro altrove. Nella regione Abruzzo sono ormai tanti i piccoli comuni in cui si riesce a formare solo una lista unica. Ma non è solo questo che sconforta i giovani ad investire nella politica del proprio comune: c’è il tema delle responsabilità dei sindaci e c’è il grande tema delle competenze.

In che senso?
Nel senso che non è possibile che un piccolo comune abbia le stesse responsabilità di un comune grande, ma senza lo stesso personale e le stesse risorse. In Abruzzo mancano 120 segretari comunali su 305 comuni, quelli che ci sono spesso sono a scavalco. Alcuni sindaci il sabato aprono gli uffici per fare un certificato di morte. È per questo che abbiamo lavorato sulla costituzione di una Unione di 34 Comuni proprio per sostenerci tutti, a breve dovremmo eleggere il presidente.

Sante Marie

Ma è vero che lei voleva farsi prete?
Sono stato cinque anni in seminario, sì, a Castel Gandolfo, ho ricevuto una formazione intensa, ho fatto molto sport, gare. Ma soprattutto ho ricevuto una formazione culturale di tipo organizzativo e attento alle comunità.

Com’era Sante Marie nel 1989 e cosa sarà nel 2025?
Abbiamo cominciato con un contributo di 100 milioni all’anno ai piccoli comuni per i lavori di urbanizzazione primaria. Poi sono arrivate le scelte politiche difficili, quelle sulla gestione dei rifiuti, il canile consortile affidato ad una cooperativa locale. E poi è arrivata la svolta ecologica: la riserva naturale regionale con tutti i sentieri che passano attraverso la grotta della Luppa, abbiamo costruito tre aree pic-nic attrezzate e una sentieristica che abbracciava sei Comuni. Poi nasce il “Cammino dei Briganti”, che è stato la chiave di tutto. Nel 1860 il generale catalano Borges venne arrestato e ucciso qui, a Tagliacozzo, a 10 km dal confine con lo Stato Pontificio. Sulla scia di questo fatto storico è nato il cammino dei briganti e adesso arriviamo fino a 4mila camminatori che vengono qui a fare il percorso e stiamo diventando il primo comune “outdoor”.

Cosa sarebbe?
Un Comune sportivo all’aperto: camminate, arrampicata, il cammino dei briganti, e adesso arriva anche il “Cammino del sentiero di Corradino”, da Corradino di Svevia che passò sulle nostre terre per la battaglia di Tagliacozzo.

Ma come sono gestite tutte queste cose?
Qui arriva la Cooperativa di comunità che adesso gestisce tutti i cammini e la sentieristica nella riserva ed ha 44 soci, oltre a cinque aziende che ha ripreso la lavorazione dei terreni i cui prodotti sono venduti nel bazar della cooperativa che è all’ingresso del cammino. E abbiamo fatto anche la birra dei briganti: Birrà e Brigantessa, maschile e femminile, la fa un mastro birraio di Tagliacozzo. L’anno scorso abbiamo creato la birra Corradino e quella di castagne, che è un prodotto tipico di Sante Marie. Abbiamo faticosamente creato anche una “cicloturistica della castagna”: dieci anni fa eravamo in 35, quest’anno abbiamo avuto 1.100 persone sui tre tracciati di 40, 30 e 15 chilometri. Ma non è tanto la cicloturistica in sé, quanto tutto l’indotto che si muove: agriturismi, affittacamere, un albergo diffuso nella zona più marginale di Sante Marie. E stiamo studiando un brand territoriale.

E la grande panchina…
Quella l’ho copiata da Biccari ed è incredibile quanta gente attira! Però certo quando le persone arrivano devi fare in modo che restino almeno due notti, altrimenti non c’è indotto. Al momento abbiamo 80 posti letto, ora stiamo facendo una gara per un albergo che era del Comune e che ha altri 40 posti letto perché c’è più domanda che offerta e quindi dobbiamo recuperare in fretta!

Berardinetti Yellow Big Bench

E i giovani?
Una grande soddisfazione la ragazza che era andata a Roma e che è tornata per aprire un B&B qui, oppure una ragazza di Sante Marie che ha aperto un alimentari. I giovani vogliono restare, bisogna dare loro occasioni e supporto. Alla Cooperativa di comunità, per esempio, abbiamo dato in affidamento due scuole dove hanno aperto un negozio di prossimità e stanno per aprire un laboratorio di trasformazione dei prodotti: tartufi, funghi porcini, more, castagne, tutto quello che nasce e cresce nella nostra terra, sui nostri sentieri.

La tartufaia invece, che progetto è?
Quella arriva con il Sibater-Supporto Istituzionale alla Banca delle Terre della Fondazione Ifel di Anci. Avevamo alcuni terreni abbandonati ed abbiamo attivato una tartufaia sociale che sta sul sentiero Corradino. Nella Cooperativa di comunità c’è anche il sacerdote di Sante Marie che è un agronomo e che ha recuperato tutti i terreni della Chiesa per destinarli alla tartufaia. Chi viene, cerca e raccoglie i tartufi, se li vuole cucinare si mangiano insieme in Cooperativa, sennò li acquista e se li mangia a casa.

La comunicazione sta facendo tanto…
Assolutamente. Prima a capodanno arrivavano solo le persone che hanno casa qui, quest’anno abbiamo fatto un boom.

Così però non si combatte lo spopolamento, si tratta di persone che vengono per qualche giorno e poi se ne vanno…
Ci stiamo lavorando: innanzitutto abbiamo riportato il tempo pieno nelle scuole e siamo saliti a 70 bambini che arrivano anche dai paesi vicini e già due famiglie si sono trasferite, un artigiano ha aperto una piccola azienda di ferro. Tenga conto che noi siamo solo a 70 km da Roma, se riusciamo a mettere a sistema tutte le potenzialità, offrire più servizi di comunità e vincere anche la battaglia delle ferrovie, Sante Marie decollerà. Ecco perché adesso c’è meno opposizione: perché si è capito che il vero avversario non è il sindaco, ma lo spopolamento, la mancanza di sviluppo, la morte dei piccoli comuni e delle piccole comunità.

Dipendenti Del Comune

 

Il migliore del mondo

Il sindaco migliore del mondo.
Quando Vania Trolese, assessora al Comune di Camponogara (Ve) conosciuta durante la missione a Leopoli del MEAN, ci ha detto che a San Bellino c’era «il sindaco migliore del mondo» abbiamo pensato che fosse una battuta che sottolineava l’operato virtuoso di un primo cittadino che meritava di essere raccontato nella rubrica. Invece Aldo D’Achille (nella foto di copertina, al centro, camicia bianca) – 51 anni, marito di Elena e padre di Maria Sole e Allegra, una gioventù tra il rugby, obiettore di coscienza nell’Istituto Fanciulli Sinti a Badia Polesine dove si accoglievano bambini Rom e Sinti, gli studi per la laurea in scienze motorie e il magistero in scienze religiose, il consiglio comunale dal 1999 e dal 2014 il ruolo di sindaco del piccolo comune in provincia di Rovigo – è davvero “Il miglior sindaco del mondo”, premiato dalla World Mayor Fundation di Londra con il Community Award che lo ha riconosciuto come uno degli otto migliori sindaci del mondo del 2021, insieme a sindaci come Mansur Yavas, sindaco di Ankara, e Ahmed Aboutaleb, sindaco di Rotterdam.
Le prime parole di D’Achille al TEDxBologna sono state «Vorrei prendermi il merito di questo premio, ma non posso: è il risultato di relazioni con i cittadini, gli amministratori, i dipendenti, che ho coinvolto in una visione non legata all’oggi, ma al domani e al dopodomani, in cui i cittadini diventassero coprotagonisti e corresponsabili del Bene comune. Anzi, ho pensato che il benessere civico aumenta nella misura in cui il cittadino viene responsabilizzato e con questa responsabilità sente di doversi prendere cura della comunità, che è fatta di beni materiali e immateriali come l’aiuto reciproco, le azioni e le progettazioni verso la cosa pubblica. Il cittadino ha un potere, ma deve esserne consapevole e noi dobbiamo dargli gli strumenti per poterlo esercitare».

Sindaco D’Achille, perché l’hanno premiata come miglior sindaco del mondo?
La World Mayor Foundation ci ha osservati, ovviamente dietro segnalazioni, ed ha visto che nel territorio del Comune di San Bellino si trova il più grande campo fotovoltaico d’Europa, che fornisce energia pulita a più di 20mila famiglie. Ha saputo del progetto “Ridiamo il sorriso alla Pianura Padana”, un’iniziativa nata in principio con altre due città e che consisteva nel regalare una pianta per ogni abitante. Poi la Regione Veneto ha prodotto piante autoctone e in 40 giorni ne abbiamo distribuite 70mila a più di 400 comuni. Abbiamo messo insieme giunte di diversa appartenenza politica, perché sull’ambiente non c’è tempo da perdere. Dobbiamo remare tutti nella stessa direzione. Abbiamo vinto anche per il Piano di eliminazione delle barriere architettoniche-Peba, la Tartufaia sperimentale, il referendum pubblico per la scelta della nuova toponomastica nel territorio comunale, l’azione civica del Monumento verde diffuso alla memoria, l’evento “Insieme per fermare la Duchenne” che assieme a Dys-trophy tour nasce a supporto di un ragazzo affetto da Duchenne che è di Lendinara, il comune vicino a San Bellino dove sono nato. Insomma, hanno premiato un metodo di lavoro teso innanzitutto alla formazione del cittadino, un cambiamento di paradigma per far entrare i cittadini in un filone di pensiero propositivo e questo è rivolto soprattutto a chi non vuole essere coinvolto nella costruzione del percorso di governo civico.

Ci spieghi il Peba.
il Piano di eliminazione delle barriere architettoniche-PEBA per il quale mancano solo due interventi per avere il comune a barriere zero: abbiamo chiamato il comitato paraolimpico e coinvolto un architetto che per prima cosa ha notato che mancava un ascensore per accedere al Comune perché lui non poteva salire. Abbiamo deciso, quindi, di partire da lì. Metà della somma per l’ascensore l’ha messa il Comune, metà è arrivata dal crowfunding: arrivavano 1.000 euro al mese e anche da persone da fuori San Bellino.

Avete fatto anche un referendum per la toponomastica?
Sì, abbiamo fatto scegliere ai cittadini la toponomastica di alcuni luoghi di San Bellino e loro sono stati “costretti” a studiare le persone che hanno fatto la nostra storia. È innanzitutto un investimento di tipo culturale. E su questo le racconto anche che abbiamo chiamato una scuola per coinvolgere gli studenti nel progetto di ristrutturazione di una fontana che era sistematicamente vandalizzata e che, da quel momento, non è più stata danneggiata.

Il Monumento verde diffuso alla memoria cosa è?
Nel territorio abbiamo 43 martiri di Villamarzana del nazifascismo e ogni anno si fa un evento per ricordarli. Potevamo fare un monumento “statico” e che però diventa “paesaggio” che nessuno vede più. Con le scuole, invece, abbiamo ideato il Monumento verde diffuso: ogni anno, si è deciso che le biografie di quei martiri vengano scritte su carta biodegradabile e affisse dai bambini della scuola primaria su 43 alberi da loro scelti. In questo modo il monumento cambia annualmente sempre di posizione e non lascia così indifferenti cittadini e passanti. La carta biodegrabile con il tempo svanisce, ma l’anno successivo i cartelli vengono riscritti e riposizionati da nuovi studenti, richiamando così la vita di quelle persone trucidate alla memoria sia dei giovani nelle scuole che di ogni cittadino.

Le sentinelle di San Bellino, invece, chi sono?
Sono persone di fiducia del Comune e che sono un collegamento “credibile” tra l’amministrazione e i cittadini. Su questo nel 2015 abbiamo avuto il premio “Enti locali e innovazione” con una menzione allo Smau di Milano: lavorammo con l’ideatore della App chiamata “Municipium” che oggi è distribuita da Maggioli. Ogni cittadino, con la app, poteva mandare segnalazioni al comune di tutte le cose che non funzionavano: il lampione n. 344 spento la buca in una strada, ad esempio. Adesso abbiamo continuato anche senza App: i cittadini si attivano da soli e se c’è un problema chiamano direttamente loro la ditta che gestisce la manutenzione straordinaria che interviene direttamente. Abbiamo alleggerito l’Ente sulla gestione di queste richieste ed abbiamo corresponsabilizzato i cittadini nella gestione della cosa pubblica.

Ma è vera la storia delle bandiere tricolore cucite a mano che lei regala?
Sì, ho coinvolto il “Gruppo donne San Bellino“. Il Comune ha acquistato il tessuto tricolore e le signore hanno cucito una bandiera italiana per ogni famiglia. Ho mandato la bandiera con una lettera in cui ho spiegato il senso delle feste del 25 aprile, del primo maggio e del 2 giugno, dicendo ad ogni famiglia che era libera, in questi giorni, di esporre o no la bandiera dai balconi. Nelle ricorrenze, adesso abbiamo tutto il paese bianco, rosso e verde, ma in modo libero, per scelta.

Sindaco però oltre alle ottime intuizioni politiche, è innegabile il ruolo della sua capacità di comunicare…
Sì, assolutamente. Quando abbiamo cominciato, nel 2014, abbiamo chiamato l’Università di Padova per impostare la nostra idea progettuale politica su San Bellino. Abbiamo fatto corsi di formazione sullo sviluppo locale alla squadra di governo perché era importante che tutti e tutte conoscessero “il senso” di quello che stavamo per fare e la ricchezza relazionale che è il valore fondamentale per poter fare progetti condivisi.

Ma cosa mancava così tanto a San Bellino da chiamare addirittura l’Università?
Sentivo l’esigenza di immaginare un paese che stava avendo una forte contrazione numerica e per il quale occorrevano correttivi importanti, ma contemporaneamente desideravo aumentare il benessere perché qualcuno scegliesse di venire a vivere da noi. Per prime, le scelte infrastrutturali: San Bellino è stato il primo ad avere il cablaggio in fibra, perché così non eravamo più periferia e non solo perché abbiamo ottimi collegamenti stradali. Poi abbiamo sistemato la più grande area di fotovoltaico in Europa che dà energia pulita a 21mila famiglie: un’area pari a 120 campi di calcio con pannelli avvitati a terra.

Sindaco: disabilità, reddito di cittadinanza?
Abbiamo dei voucher sociali che diamo al cittadino in difficoltà una volta l’anno e che però si possono spendere esclusivamente nelle piccole botteghe del territorio: alimentari, barbiere, farmacia, niente alcolici o slot machine. Ogni 15 giorni i negozi portano i voucher al Comune e noi, vedendo dove sono stati spesi, leggiamo il termometro sociale e ci chiediamo come mai una famiglia sta spendendo tutti i voucher in farmacia e non in panetteria. Il reddito di cittadinanza da noi ha funzionato perché davvero le pochissime persone che lo percepiscono hanno oggettive difficoltà a lavorare. Abbiamo una persona con disabilità coinvolta in un lavoro di sportello prenotazioni visite mediche.

Come si diventa sindaco migliore del mondo, in una parola?
Io dico con entusiasmo. L’entusiasmo è una marcia in più, ti permette di vivere e fare le cose con passione e ti permette di vedere cose che nessuno vede.

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Comunità WhatsApp

Comunità WhatsApp.
Nevica, a Borutta. Silvano Arru mi riceve nella sala della tavernetta, alle spalle una gigantesca cartina geografica. Rilassato, sereno, Arru parla a metà tra il poetico e il formale, tra il riflessivo e il combattivo: fare il sindaco qui è ancora meno facile che altrove. La Sardegna si spopola. E lo fa quasi ovunque: prima erano solo le zone interne a svuotarsi, ma adesso la “grande fuga” si sta allargando alle città, alle zone di mare, ai centri produttivi. Una emorragia che sfiora il dieci per cento nei primi otto-nove mesi del 2022 e che ha fatto investire alla Regione Sardegna oltre 100 milioni di euro in bonus per chi decide di andare a vivere nei piccoli comuni. Ma il vero grande danno è la rassegnazione, che però Silvano Arru non mostra mai, durante il nostro colloquio in cui conosciamo anche uno dei due figli e la moglie.

Sindaco dal 2011, un bel primato…
Nelle piccole comunità è una cosa molto usuale, innanzitutto perché non è facile trovare chi faccia il sindaco. E poi c’è proprio una “sindrome”: l’attaccamento al proprio paese, il pensiero di non avere fatto di tutto per garantire un buon futuro alla propria comunità e la gratificazione per quello che si vede cambiare. Accanto a questo, ovviamente, c’è un grande sacrifico della vita personale: è un periodo della vita in cui ogni giorno ti dici “chi me lo ha fatto fare” e il giorno dopo ti senti realizzato. E molte volte c’è anche la voglia di vedere concretizzarsi i progetti che si avviano, perché i tempi della pubblica amministrazione sono piuttosto lenti.

Spopolamento di Borutta?
Borutta è in picchiata libera, solo nel mio primo mandato il numero è aumentato di una-due unità. Questo perché all’inizio abbiamo attivato una politica di incentivazione energetica: chi veniva ad abitare a Borutta, coppie giovani con figli, o apriva una nuova attività, avrebbe avuto la fornitura di energia elettrica gratuita. Gli unici comuni sardi che aumentano la popolazione sono quattro comuni costieri, il resto è su una via di non ritorno pericolosa: fra 40-50 anni si stima che la popolazione sarda sia dimezzata. Borutta nell’arco di 60 anni scomparirà, dicono le statistiche, dovremmo riuscire a mantenere l’indice del due per cento. Ecco perché per prima cosa abbiamo scelto quell’incentivo economico ed energetico.

Forse l’insularità associata all’area interna…
Allora, siamo un piccolo comune vicino ad altri 13 piccoli comuni e siamo in un territorio tutto sommato favorevole perché siamo anche vicini al capoluogo di regione, al porto e all’aeroporto, abbiamo una qualità della vita che è senza dubbio superiore ai grandi centri, c’è poco degrado sociale, abbiamo zero criminalità, ma non basta. Noi ce la mettiamo tutta, ma credo che anche la politica nazionale debba intervenire con alcuni correttivi perché siamo su una via pericolosissima di non ritorno.

Comune Di Borutta In Tutto Il Suo Splendore
Il comune di Borutta
 

Avete puntato sulla comunità energetica, innanzitutto…
Esatto. La nostra idea nasce nel 2012, avevamo individuato nella “Pala eolica di comunità” il risparmio energetico, non tanto in funzione ecologista, ma appunto come lotta allo spopolamento. L’idea era di offrire un risparmio in bolletta sia ai cittadini, sia a chi volesse venire a vivere nelle tante case sfitte che abbiamo. Questo ci ha consentito di diventare autosufficienti in tutte le strutture pubbliche, compresi asilo e campo di calcio, fino all’illuminazione pubblica. Poi l’obiettivo è diventato quello di rendere autosufficiente la cittadinanza che risparmierà circa 3-4mila euro l’anno. Credo che su questi temi ormai ci sia una coscienza radicata e la guerra in Ucraina ci sta mostrando come sia assolutamente necessario trovare fonti alternative alla dipendenza dal gas russo Noi ci stiamo arrivando per gradi, adesso con le risorse del Pnrr, faremo dieci abitazioni classe energetica nZEB, acronimo di Nearly Zero Energy Building, che daremo a giovani coppie che verranno ad abitare a Borutta. Non è una misura sociale, ma motivazionale.

Perché si è dimesso da presidente dell’Unione dei Comuni del Meilogu?
Perché ho cominciato una nuova esperienza lavorativa, anzi mi è dispiaciuto tantissimo. Con i Comuni dell’Unione abbiamo fatto davvero tanto: 36 progetti della programmazione territoriale per circa 12 milioni di euro; potenziamento del servizio di trasporto locale; servizio di bus navetta verso le località marine; la raccolta differenziata dei rifiuti tra i più alti d’Italia, intorno all’85 %; il distretto rurale, solo per citarne alcuni.

Nuova eperienza lavorativa?
Sì, dal 9 gennaio io ho iniziato a fare il Segretario comunale in tre Comuni: Bortigari, Bortigiadas e Santa Maria Coghinas e un quarto Comune mi ha chiesto di dare una mano.

Ma riesce a conciliare?
Mi sto organizzando, la mattina presto vado in Comune a Borutta, cerco di essere presente appena rientro la sera, nei piccoli paesi si è sempre presenti, non ci sono orari. Ma ho la fortuna di avere un bravo Vicesindaco e bravi dipendenti ed anche un ottimo Segretario comunale. Per fare il sindaco secondo me è richiesta un certo tipo di formazione, la mia professione mi ha aiutato e mi aiuta molto. Ma ci vuole anche tempo, ci vuole una dedizione assoluta.

Ma penso che occorra anche una buona organizzazione familiare…
Mia moglie è una imprenditrice agricola, anche se per sopperire alla mia assenza ha un po’ lasciato. Ma adesso i nostri due figli sono un po’ più grandi quindi penso ci sarà una ripresa, anzi sta pensando di orientare l’azienda a fattoria didattica.

Dimissione Da Presidente Unione Comuni Meilogu
Il sindaco Arru il giorno del saluto alla Unione dei comuni Meilogu, il giorno delle dimissioni
 

Quante persone con disabilità ci sono a Borutta?
Una ragazza che seguiamo molto da vicino ed è molto integrata nella vita di comunità ed un ragazzo vittima di un incidente stradale che purtroppo non riesce a muoversi ed è seguito a casa.

Reddito di cittadinanza e Puc?
Abbiamo un paio di persone che però hanno una serie di problemi di tipo motorio per i quali non possono essere adibiti a lavori molto pesanti e quindi sono impegnati in prime informazioni ai turisti o pulizia delle fontane e abbeveratoi.

La sua famiglia di origine? Amministratori anche loro?
Ho avuto due nonni che sono stati amministratori, ma solo assessore e consigliere. Però il nonno assessore era in giunta con Ninetta Bartoli, che è stata la prima sindaca d’Italia, nel 1946. Io Ninetta l’ho conosciuta, era una donna molto autorevole, anzi autoritaria. Senza di lei Borutta forse non sarebbe esistita. È stata lei a portare a Borutta i monaci che poi hanno costruito il monastero e lei ci ha messo tanti soldi di tasca propria. Anzi, noi abbiamo a Borutta l’unica abbazia regionale sarda e su questa stiamo molto puntando per il turismo di tipo religioso, abbiamo già 65 posti letto e sta nascendo anche un ristorante. L’abbazia è molto ricercata per i prodotti dei monaci

Ninetta Bartoli Ok
Ninetta Bartoli, la prima sindaca d’Italia
 

Cosa c’è nel suo futuro?
Io sono un “uomo rurale”, peraltro cresciuto a Porto Torres, sul mare, perché mio papà lavorava lì. Ma io ho bisogno del silenzio, della dimensione della piccola comunità, quindi penso che il mio futuro possa solo essere qui, anche quando non sarò più sindaco.

Sindaco ma è vero che lei ha un gruppo WhatsApp con i cittadini?
Sì, assolutamente, con tutti i capi famiglia di Borutta, in pandemia è stato utilissimo e poi l’abbiamo lasciato.

Premio Ninetta Bartoli 2020
Premio Ninetta Bartoli

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Roseto Capo Spulico, esclusione zero

Roseto Capo Spulico, esclusione zero.
Ambasciatrice di Economia civile 2020, presidente di Borghi Autentici d’Italia-Bai, un’associazione di circa 300 comuni piccoli e medi in Italia che si distinguono per la “autenticità” di cultura, storia e tradizioni, Rosanna Mazzia arriva all’intervista come sempre puntuale, look impeccabile e con un gran sorriso su un volto disteso e sorridente che non sembra avere dormito quattro ore a notte nell’ultima settimana. Si è appena conclusa la tre giorni di progettazione partecipata che ha coinvolto tutta la sua comunità in attività di disegno e scrittura di un masterplan condiviso sul futuro desiderabile per Roseto Capo Spulico. Lo aveva in testa già da un po’, questo evento, ma poi la pandemia glielo aveva rinviato, solo che la sindaca Mazzia non facilmente accetta impedimenti. Tema di fondo è “superare il mare”, come dice lei, perché un piccolo comune, anche se scolpito su un pezzo di costa dalle mille nuances di azzurro, deve avere risorse oltre i tre mesi estivi all’anno.

Sono stati giorni impegnativi, sindaca…
Molto, ma la comunità rosetana ha colto l’importanza di questo percorso: è stato molto emozionante vedere dialogare persone di età diverse, di sesso diverso, di estrazione culturale diversa, in un reciproco rapporto di arricchimento e di ascolto. Ora dobbiamo uscire dalla fase programmatica e arrivare alla “messa a terra” del progetto su Roseto, ovvero spostare l’asse dello sviluppo dal mare a tutto il Comune, da tre mesi a tutto l’anno.

Come ci arriverete a questo “futuro desiderabile”?
Abbiamo scritto il masterplan di una Roseto Capo Spulico ad “esclusione zero”, vale a dire che abbiamo messo a valore tutta una serie di progettazioni singole, arrivate sparse nel tempo, e le abbiamo immaginate in un sistema territoriale in cui immobili e parti del territorio sono rigenerati e risistemati per diventare “luoghi” di lavoro inclusivo e di comunità. Questo è stato possibile anche grazie alla collaborazione con molte delle reti alle quali apparteniamo, la Rete del Welcome e Sale della Terra in particolare, con i quali da tempo stiamo approfondendo il tema di un welfare a misura di persona e territorio che con il metodo della co-progettazione Ente pubblico-Terzo settore sta davvero aiutando le piccole comunità a “sbloccare la creatività” nella progettazione a vantaggio dei più deboli restando sul tappeto di una economia “civile”, che è economia ma con la persona al centro.

E come si lasciano le “impronte”?
Io ho sempre tenuto per le deleghe al bilancio e ai lavori pubblici perché le ritengo deleghe molto molto “pregnanti” per le persone deboli: sono due momenti della vita amministrativa in cui devi pensare al sociale ed utilizzare in maniera oculata le risorse del tuo comune, che non vive solo di finanze ma anche di benessere collettivo. Io scherzando minaccio sempre i miei colleghi di giunta e dico: guardate che mi metto a fare il sindaco delle strade e dei marciapiedi.

Prima della politica frequentava ambienti di Terzo settore o del sociale?
No, io dopo le superiori ho seguito le mie idealità e mi sono trasferita a Modena, dove mi sono laureata in Giurisprudenza. Modena e tutto quel territorio per me rappresentavano il mio modello di riferimento di vita culturale e sociale, ne ero affascinata anche per affinità di impegno.

E perché è tornata?
Dopo la laurea ho trascorso un periodo a Roseto. Era il periodo elettorale e mi hanno coinvolta alcuni amici e familiari: c’era un forte bisogno di “politica nuova”. Mi sono lasciata convincere ed eccomi qui. In realtà molto ha giocato la differenza tra Modena, perfettamente funzionante, vera smart city già all’epoca, ma nella quale mi sentivo un numero, e Roseto meno perfetta ma in cui non mi sentivo in debito di ossigeno da relazioni umane e di comunità. Avevo bisogno di entrare in negozi dove conoscevano i miei gusti, dove mi chiamavano per nome.

Ma quali sono i finanziamenti e per quali progetti?
Abbiamo vinto finanziamenti corposi sul recupero di alcuni beni immobili da destinare ad attività di valorizzazione di trasformazione di prodotti locali che coinvolgono anche le persone migranti che accogliamo nel nostro progetto Sistema Accoglienza Integrazione-Sai. Ci sono poi i fondi PNRR sull’ambulatorio di comunità, che era una richiesta forte del territorio. Vede, Roseto non è soggetta a particolare pressione dello spopolamento, qui il reddito medio non è basso, quindi qui conta molto aumentare la qualità dei servizi che offriamo ai rosetani dei dodici mesi e ai rosetani dei tre mesi che arrivano ad essere anche oltre 30mila a stagione. Negli ultimi anni è aumentata anche la domanda di case da parte di coppie giovani, provenienti anche dall’estero, che scelgono di vivere qui con i loro figli perché la qualità intrinseca della vita in una piccola comunità è un valore che ha la sua importanza nel bilancio delle scelte delle nuove coppie. Su tutto questo stiamo ragionando anche con i rosetani e le rosetane che stanno promuovendo la nascita di una Cooperativa di comunità.

Tre punti di forza e tre punti deboli dei piccoli comuni…
I piccoli comuni non sono riconosciuti per il valore che hanno sotto il profilo legislativo, non sono attenzionati nel modo in cui dovrebbero esserlo e da questo discendono tutte le loro criticità e tutti i loro punti di debolezza. I nostri piccoli comuni sono però dei formidabili vivai, sono i luoghi dove sperimentare la soluzione ai problemi più grandi perché spesso si dimentica che nei comuni sotto i 5mila abitanti vivono 10 milioni di persone.

A cosa ha rinunciato per dedicarsi alla sua comunità?
Forse un po’ alla mia professione di avvocato. Però cosa vuole che sia di fronte alla chiara consapevolezza che si possa fare il cambiamento, che si sia riusciti a stimolare la domanda, a far uscire Roseto da una condizione sempre un po’ paludosa? Abbiamo messo un piede il futuro!

Il suo futuro post mandato?
Premesso che in teoria potrei ancora farne un terzo, per adesso vivo pienamente immersa nella mia dimensione di sindaca in cui ho veramente tante, troppe cose da fare. Le dirò, tornando alla domanda di prima: questa esperienza non mi ha tolto niente, anzi “ha aggiunto” alla mia vita una straordinaria dose di umanità, di competenze, di persone nuove conosciute, persone antiche ritrovate, nuove sfide culturali e una nuova dimensione personale. Adesso forse so cosa vorrei “fare da grande”: continuare ad occuparmi del sociale, ma dal lato dell’economia civile.

Castelpoto, la scuola a sei nazioni

Castelpoto, la scuola a sei nazioni.
Castrum Potonis (da cui Castelpoto), significherebbe “castello di Poto”, figlio di re Adelchi, vissuto nel IX secolo e imparentato con il più illustre principe di Benevento. Ma da queste parti Castelpoto fa rima con Slow Food e con il presidio che qui è “regina”: la salsiccia rossa.
Sembra che storicamente a Castelpoto l’allevamento suino sia stato praticato dal porcaio del duca e pressappoco quella sembrerebbe anche la data di nascita della salsiccia rossa. Castrum Potonis, pur risalendo all’epoca romano-sannitica si sviluppò maggiormente sotto la dominazione longobarda e normanna. Ancora oggi molte famiglie allevano in proprio il maiale producendo, secondo ricette gelosamente tramandate, questa eccellenza gastronomica che, abbinata all’aglianico sannita, vale tutto il viaggio fino a Castelpoto. Vito Fusco è dinamico ma meticoloso. Abito e camicia perfetti, sindaco del suo paese pare esserci nato, per il rispetto con il quale parla anche della singola pietra del suo piccolo comune.

Castelpoto, entroterra campano, terra longobarda ma anche comune di “cintura” per la Snai, posizione un po’ ostica e penalizzante?
Castelpoto era un comune in declino con forti dinamiche di invecchiamento della popolazione ed è anche terra di emigrazione. Noi chiaramente ci siamo posti dinanzi a una sfida molto complessa, che è quella di invertire questo trend che purtroppo è comune a tante realtà del mezzogiorno d’Italia ma anche del centro nord. Castelpoto non è tecnicamente un’area interna anche se ne ha tutti gli indicatori.

Circa 1.200 abitanti, negli ultimi dieci anni ne avete persi 150: cosa state facendo per invertire la tendenza?
Abbiamo lanciato una sfida difficile, complessa partendo da un’analisi territoriale e da fattori endogeni sui quali abbiamo cercato di incidere. La lotta all’isolamento causato dai collegamenti stradali pessimi era un problema che ci ha lasciati per anni ai margini. E su tutto la prima grande sfida: l’accoglienza, cominciata nel contesto sfavorevole del 2017. In quel periodo noi abbiamo avuto il coraggio di andare contro corrente, aderendo al modello di accoglienza diffusa proposto da Anci, il Sistema Accoglienza Integrazione-Sai (prima SPRAR, ndr). Posso dire che a distanza di cinque anni è stata una scelta sicuramente vincente perché è stato un progetto che è diventato una “buona pratica” e ha funzionato sotto tanti i punti di vista.

Ce ne dica tre…
Primo, ben tre famiglie appena uscite dal progetto sono rimaste a vivere a Castelpoto. E stiamo parlando di famiglie che hanno dato al nostro piccolo Comune dieci bambini. Secondo, intorno al Sai si è costruito un bel gruppo di lavoro di professionalità del nostro paese che negli anni si è affiatato, formato da giovani che grazie al lavoro nel progetto non sono andati via. E molte attività commerciali hanno avuto un nuovo impulso economico. Terzo, il Sai ha incrociato una sinergia con la popolazione locale creando benefici al resto dei residenti grazie all’attivazione di laboratori e soprattutto ci ha dato la possibilità di non perdere la scuola, anzi aumentarne l’offerta.

la giunta Fusco nella sala consiliare del Municipio
la giunta Fusco nella sala consiliare del Municipio

Grazie ai bambini che sono arrivati?
Sì, abbiamo lanciato una piccola sfida. Da quest’anno alla primaria non abbiamo più la pluriclasse ed è ritornato, dopo circa 20 anni, il tempo pieno con la cucina interna alla scuola. Ed è una meraviglia avere sei nazionalità diverse in un’unica scuola di un piccolo comune dell’entroterra. Ma soprattutto è una meraviglia avere la certezza della sopravvivenza della scuola. E speriamo di riprendere il progetto “primavera” per bambini dai 18 ai 36 mesi che si è interrotto durante la pandemia.

E si smonta anche l’idea del borgo isola felice in cui il tempo pieno non serve alle famiglie…
Esatto, il piccolo comune deve essere visto e vissuto come un comune normale, dove si può avere un’elevata qualità della vita relazionale e di comunità, ma anche un’elevata qualità dei servizi. Le bucoliche non servono allo sviluppo e all’innovazione. Castelpoto, insieme ad altri piccoli comuni italiani, può diventare luogo per abitare il futuro, ma per farlo deve essere terra di innovazione.

E voi l’innovazione come l’avete fatta, scuola a parte?
Innanzitutto con una bella progettualità sul bando Borghi per il quale abbiamo puntato sulla rigenerazione culturale e sociale del borgo longobardo di Castelpoto che ha una parola chiave: “costruiamo”, ovvero un percorso partecipato che ha incluso anche i castelpotani che oggi risiedono altrove, le energie intellettuali, il sistema istituzionale e la comunità del progetto Sai. Ci sono tante piccole azioni che, messe insieme in una strategia integrata, possono fare la differenza perché la progettazione a spot non serve alle piccole comunità che vanno guardate nel loro insieme.

Inaugurazione del parco giochi di Castelpoto, intitolato al piccolo Aylan Kurdi
Inaugurazione del parco giochi di Castelpoto, intitolato al piccolo Aylan Kurdi

Quindi in un progetto avete messo un concept territoriale?
Esatto. Il bando stesso è stato innovativo nel metodo perché la scrittura del progetto è stata oggetto di partecipazione dei cittadini in quello che abbiamo chiamato “incubatore di comunità”. Abbiamo incontrato i cittadini, abbiamo coinvolto le persone giovani e meno giovani, quelli che sono fuori per motivi di studio e di lavoro, ci siamo visti online quando non abbiamo potuto fisicamente, abbiamo raccolto idee e abbiamo in qualche modo cementato il senso di appartenenza anche nei castelpotani che sono fuori e che si collegavano per dare il loro contributo da Torino, da Milano, da Bologna, da Zurigo. Il punto di caduta della progettualità è il borgo medievale di Castelpoto: restauro della torre civica, catalogazione dell’archivio storico, digitalizzazione, creazione dei prodotti a marchio denominazione comunale d’origine-Deco e denominazione d’Origine Territoriale Dot. E ci saranno anche le residenze d’artista che verranno a Castelpoto a lavorare per un periodo di tempo, vista anche l’importanza che ormai sta assumendo S(t)uoni, la nostra rassegna culturale.

E il taxi di comunità…
Chi vuole venire a Castelpoto deve poterlo fare anche se non ha un’auto, quindi abbiamo previsto il taxi di comunità soprattutto per garantire collegamenti con gli aeroporti ad orari in cui i mezzi pubblici non raggiungono più le aree interne.

Ultima nata è la Cooperativa di comunità: “Castelpotare”. Una declinazione all’infinito di Castelpoto…
La pandemia ci aveva bloccato il cammino, è stata la meta forse più sofferta! Abbiamo molto lavoro da fare con questi ragazzi coraggiosi, sia quelli nati qui che quelli venuti da fuori, che hanno deciso di restare qui e che hanno deciso di lavorare in sinergia con gli obiettivi dell’amministrazione, partendo da quello più importante: non lasciare nessuno indietro.

La cooperativa di comunità "Castelpotare" appena costituita dal Notaio Ambrogio Romani (con la barba, al centro)
La cooperativa di comunità “Castelpotare” appena costituita dal Notaio Ambrogio Romani (con la barba, al centro)

Sindaco perché lei non è andato via e ha messo su famiglia qui?
Perché mi piacciono le sfide. L’ho sentita una scelta normale. Papà è stato sindaco di Castelpoto 40 anni prima di me, ora purtroppo non c’è più. Attraverso i suoi occhi, i suoi gesti, le sue scelte e i suoi sacrifici io ho imparato ad amare la politica come mezzo di cambiamento dei luoghi che viviamo, soprattutto attraverso la lotta alle disuguaglianze. E la peggiore disuguaglianza oggi è quella territoriale che ingloba tutte le altre, che con i sindaci del recovery stiamo cercando di combattere con ogni mezzo democratico possibile. Per fortuna mia moglie ha condiviso la mia scelta, pur facendo il medico fuori Castelpoto. Oggi le nostre tre bimbe vivono in un piccolo comune dell’entroterra campano, ma a scuola studiano e giocano con coetanei di cinque nazionalità diverse. Nei piccoli comuni è possibile connettersi con il mondo sia grazie al digitale che grazie al “relazionale” fatto di accoglienza gestita con intelligenza politica.

L’unione energetica fa la forza

L’unione energetica fa la forza.
“Luogo di abbondante pesca”, questo il significato del nome Pessinetto, un piccolo comune nel torinese ai piedi del monte Oreasco e sulla sponda sinistra del fiume Stura di Lanzo, in Piemonte. Pessinetto deve molto a sant’Ignazio di Loyola, che si racconta sia apparso ad una contadina sulla cima del monte Bastia, dove oggi sorge l’omonimo Santuario costruito nel 1635. Ha origine nel 1289 questo piccolo paese dove viene costruita la Lanzo-Ceres, la prima ferrovia italiana ad alta tensione in corrente continua. In paese c’è di tutto: alimentari, farmacie, panetteria, macelleria. E tanto verde. Gianluca Togliatti ha 43 anni, è sposato con Barbara e insieme hanno due figli, Monica ed Elia. Geometra, ha lavorato fuori per un po’ di tempo ma poi ha sentito forte il desiderio di tornare ed impegnarsi per il suo piccolo paese. Non sta fermo un minuto, mentre parliamo, parla deciso e a raffica, ricorda tutto a memoria, risponde senza pause, è determinato ma sereno. Traspare gioia, quando racconta, mista ad un pizzico di orgoglio.

Sindaco Togliatti, lei è diventato “sindaco per forza”, ci racconta com’è andata?
(ride) Sono diventato sindaco nel giugno del 2009, è nato un po’ tutto per caso. Con alcuni amici di Pessinetto che avevamo deciso di candidarci ed io avevo dato la mia disponibilità come consigliere. Però dopo le prime riunioni che abbiamo fatto mi han detto che dovevo essere io il capolista, quell’anno! E così abbiamo messo in piedi una squadra e quell’anno abbiamo vinto le elezioni per la prima volta. Contro di noi, l’ex sindaco che era in carica da 35 anni!

Una monarchia assoluta…
Non pensavamo di farcela, a vincere, pensavamo a cinque anni di opposizione, invece i nostri compaesani ci hanno dato subito il mandato e da lì abbiamo iniziato a correre…

Erano stanchi, forse…
Erano stanchi, sì. Io sono quasi alla fine del mio terzo mandato e già dico che è giusto che ci sia il ricambio, che ci sia sempre nuova linfa ed è quello che ho cercato di fare proprio in questi anni: fare entrare i ragazzi giovani che volessero impegnarsi per il loro territorio. Vede, alla fine fare il sindaco in un piccolo paese è una missione, fai volontariato per il tuo paese. Non bisogna spaventarsi, bisogna solo mettere tanta buona volontà, studiare in continuazione, dedicarsi totalmente perché per farlo bene sottrai veramente tempo alla tua famiglia e al tuo lavoro.

Pessinetto ha 627 abitanti…
(mi interrompe subito…) Quando sono diventato sindaco eravamo 612! In questi ultimi anni si sono trasferite alcune famiglie che hanno comprato casa nel nostro piccolo comune e sono arrivate alcune famiglie numerose che hanno quattro o cinque ragazzi.

Una controtendenza!
A metà del mio primo mandato, nel 2014, con l’amministrazione del Comune di Mezzenile. Abbiamo fatto un ragionamento “di territorio”, mettendo insieme la primaria attivando anche un servizio integrativo per le famiglie il pomeriggio fino alle 17.00 grazie alla collaborazione con una cooperativa e con una retta annua per le famiglie di 125 euro, il resto lo mettono le amministrazioni comunali. E così sono arrivate negli ultimi sei anni due famiglie con cinque figli ciascuna. E da quest’anno si sono uniti anche i Comuni di Traves e di Ceres. In totale, adesso abbiamo circa 60 ragazzi e probabilmente riusciremo a garantire monoclassi su tutti gli anni. Tenga conto che noi garantiamo anche il servizio scuolabus, andiamo a prenderli a casa, con un rimborso minimo di 60 euro annui.

Insomma, un ottimo modo per superare le criticità di essere un piccolo comune di un’area interna…
Nonostante siamo solo a 50 km dalla città di Torino, abbiamo visto un calo demografico notevole e un forte spopolamento delle vallate che adesso un pochino sta rientrando. E poi avevamo il problema degli screening di base molto al di sotto della media: ad esempio, il tempo di attesa per le prime ecografie fatte a una neomamma era di tre settimane sopra la media nazionale e quindi per quello siamo rientrati nel 2012 nelle aree interne. Dal 2021 stiamo iniziando ad attuare tutte le iniziative della strategia: un servizio capillare di infermieri di comunità, di ostetriche di continuità, avvicinando dunque i servizi all’utenza debole ed abbassando il tasso di ospedalizzazione che era molto elevato per il territorio. Pensi che alcuni comuni delle testate di valle avevano il medico di base una volta a settimana per un’ora e che avevamo solo due pediatri su 19 comuni dell’area. E adesso all’interno del nosocomio di Lanzo nascerà anche l’ospedale di comunità. (vedi grafica sotto)

Elenco Finanziamenti Pessinetto (3)

Nonostante questo, però, chi sceglie di vivere in montagna oggi fa una scelta difficile…
Io qui ci sono tornato perché ci vivo, ci lavoro e ci sto bene, però chi sceglie di viverci sa che molti servizi sono molto carenti e soprattutto abbiamo problemi anche sulla viabilità. Pensi che per evitare che i nostri ragazzi viaggiassero mediamente cinque ore al giorno per frequentare l’istituto agrario abbiamo portato l’indirizzo di agraria nel nostro unico istituto secondario di secondo grado dove adesso realizzeremo una serra idroponica e stiamo chiudendo l’accordo con molte aziende agricole del territorio per i tirocini: con questa offerta, adesso abbiamo 38 iscritti, il che significa 38 famiglie che non fanno più salti mortali per farli studiare.

Il reddito medio di Pessinetto era di quasi 20mila euro nel 2020, poi la pandemia lo ha abbassato a circa 19mila: ma su cosa si basa?
C’è uno stabilimento che occupa 40 dipendenti, fanno lavorazioni di materiali similpelle e prodotti chimici lavorati…

Sindaco, ma una cosa del genere ha un impatto ambientale pazzesco!
Sono monitorati con istantaneamente dall’Arpa ed hanno fatto una scelta ecologica molto costosa: si sono dotati di un sistema di post combustione, che effettua un’ossidazione termica dei gas nocivi volatili contenenti carbonio. Grazie a questo processo le sostanze inquinanti subiscono una trasformazione che le rende totalmente innocue per l’ambiente e per le persone.

Collaborazione con il Terzo settore?
Alcune cooperative situate a fondovalle gestiscono capillarmente i servizi di supporto ai comuni.

Quante persone con disabilità, quanti percettori di reddito di cittadinanza e quante persone in fragilità psichica ha Pessinetto?
Tre persone con disabilità, sette persone che percepiscono al reddito. Il nostro socio assistenziale invece è una funzione delegata al Consorzio Intercomunale dei servizi Socio-Assistenziali (C.I.S.) del Ciriacese (17 comuni, ndr), prima lo gestivamo noi come comunità montana Poi una legge regionale del 2015 ci ha imposto di passare sopra i 40mila abitanti. Su segnalazione dei comuni si attivano percorsi concordati. C’è una riunione annuale in cui si riportano i risultati di queste prese in carico, anche quelli dei percettori del reddito, età media sopra i 50 anni. Le tre persone disabili invece hanno fatto diversi tirocini presso il comune di Pessinetto, una anche il servizio civile ed una ha anche trovato lavoro.

Festa degli alberi, organizzata ogni anno insieme al gruppo alpini di Pessinetto. Una giornata con le scuole sull’importanza di prendersi cura del pianeta
Festa degli alberi, organizzata ogni anno insieme al gruppo alpini di Pessinetto. Una giornata con le scuole sull’importanza di prendersi cura del pianeta

Ce l’ha un’opposizione?
Ho cercato di costruire un buon dialogo con tutti. I primi due anni mediamente una avevo una ventina di interrogazioni per ogni Consiglio, ma alla fine in un paese piccolo la differenza la fa la persona. L’età media del mio consiglio si è sempre più abbassata, negli anni. Ho tanti consiglieri ai quali ho dato la Costituzione…

Dato la Costituzione…Che vuol dire?
Ogni anno, il 2 giugno, io dò la Costituzione ai neo diciottenni del mio paese, li invito in comune e c’è una cerimonia molto semplice, ma formale.

Cosa chiede al suo futuro sindaco?
Io chiedo di amministrare con il cuore come un buon padre di famiglia cercando veramente di riflettere sul proprio mandato con lungimiranza.

Ci spiega come ha fatto Pessinetto a raggiungere una autonomia energetica?
Nel 2016 con il nostro Gruppo di azione locale-Gal abbiamo fatto una strategia sulla filiera legno-energia. E dall’anno 2021-2022 abbiamo convertito le vecchie caldaie a gasolio del comune e delle scuole con quelle a “cippato”, una biomassa legnosa. Non dipendiamo più da una multinazionale, adesso c’è un’impresa del territorio che ha vinto la gara per 10 anni per fornire calore da cippato. Su questo abbiamo creato con il Gal una economia circolare sul territorio: non solo sono stati creati posti di lavoro, ma invece di spendere 16 mila euro in gasolio ne abbiamo spesi solo 6.5mila. Anche con l’utilizzo del fotovoltaico, adesso municipio e scuole hanno autonomia energetica.

Ma quanto personale di ruolo ha, Pessinetto?
Quattro. Un impiegato, due cantonieri e arriverà una quarta persona.