Intesa Comuni-Federcasse: serve presenza bancaria nelle aree periferiche

Intesa Comuni-Federcasse: serve presenza bancaria nelle aree periferiche – E’ stato firmato poco fa, a Napoli, il “Protocollo di intesa” tra Anci Federcasse (in rappresentanza del sistema delle Banche di Credito Cooperativo, Casse Rurali e Casse Raiffeisen italiane).
L’intesa è stata sottoscritta dal presidente di Federcasse Augusto dell’Erba e dal presidente dell’ANCI e sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, a margine del Convegno di Studi della Federazione Lombarda delle BCC che si è tenuto nel capoluogo campano e che ha discusso i temi dello sviluppo integralmente sostenibile e partecipato dei territori e dello spopolamento delle aree interne.
L’iniziativa nasce con il duplice obiettivo di valorizzare e incentivare la presenza e l’innovazione dei servizi bancari offerti dalle BCC-Casse Rurali-Casse Raiffeisen nei territori e di sviluppare la capacità di servizio delle BCC nei confronti delle Amministrazioni comunali e dei loro consorzi in tutte le aree del Paese, sia centrali sia periferiche.
Il Protocollo individua alcuni ambiti operativi sui quali sviluppare specificamente la collaborazione tra BCC e Amministrazioni Comunali: facilitare l’accesso ai finanziamenti e migliorare l’efficienza degli strumenti in uso, come convenzioni POS o sistemi di pagamento PA remoto; garantire solidità e tutela della reputazione del sistema del credito cooperativo; promuovere la formazione per un uso responsabile del denaro ed educazione finanziaria in collaborazione con i Comuni; costruire alleanze operative con associazioni di categoria, corpi intermedi e consorzi per creare reti sinergiche.
In tale prospettiva generale, ANCI e Federcasse – si legge nel Protocollo – si impegnano a promuovere anche percorsi di analisi, sperimentazione e condivisione di strumenti e politiche per il contrasto ai fenomeni di spopolamento e desertificazione dei servizi che interessano ampie aree del nostro Paese, con particolare riferimento alle cosiddette “aree interne”.
Nel Protocollo anche l’impegno a costituire un “Tavolo di coordinamento” tra ANCI e Federcasse con finalità di programmazione, monitoraggio e valutazione delle azioni da condividere ed attuare, in coordinamento con le Federazioni locali delle BCC ed il supporto industriale delle capogruppo dei Gruppi Bancari Cooperativi BCC Iccrea e Cassa Centrale e del sistema Raiffeisen dell’Alto Adige.
In Italia operano 216 Banche di Credito Cooperativo, Casse Rurali e Casse Raiffeisen attraverso 4.095 sportelli, oltre il 21 per cento del totale degli sportelli bancari italiani. Poco meno di un terzo degli sportelli BCC è collocato in Comuni delle Aree interne. In 791 Comuni, le BCC rappresentano l’unica presenza bancaria (questo dato nell’ultimo decennio è aumentato del 43%).
“L’accordo di oggi – ha dichiarato il presidente di Federcasse Augusto dell’Erba – rappresenta una naturale declinazione del ruolo svolto da sempre dalle Banche di Credito Cooperativo nei territori italiani. Si avvia ora una fase nuova e metodologicamente originale che valorizzerà e potenzierà la capacità di servizio delle BCC – i cui unici proprietari sono i cittadini e le imprese che vivono nei territori – alle Amministrazioni Comunali e ai loro Consorzi in tutte le Aree del Paese. Ciò anche grazie anche al supporto delle Capogruppo dei Gruppi Bancari Cooperativi Iccrea e Cassa Centrale e al sistema Raiffeisen dell’Alto Adige e delle Federazioni territoriali delle BCC. Si svilupperanno o nasceranno ex-novo forme di collaborazione capaci di migliorare la qualità della vita delle persone. Come confermato anche dai risultato del 7° Rapporto sulla generatività e il ben-vivere promosso da Federcasse e presentato sabato scorso a Firenze. Insieme all’ANCI intendiamo promuovere e sviluppare un dialogo che parta dai territori e dalle persone, con nuove forme di partecipazione allo sviluppo partecipato e durevole”.
Per il presidente dell’Anci, Gaetano Manfredi, “Sostenere concretamente lo sviluppo partecipato dei nostri territori è tra le nostre priorità, il protocollo d’Intesa firmato oggi va in questa direzione. È nostro dovere, come amministratori locali, garantire il mantenimento dei servizi essenziali in ogni comunità, specialmente in quelle meno servite. Su questo fronte, le Banche di Credito Cooperativo svolgono un ruolo insostituibile di presidio territoriale anche nelle aree interne e nei piccoli comuni, spesso penalizzate dalle logiche di mercato, dove è importante invece garantire una presenza bancaria stabile e funzionale. La nostra collaborazione nasce infatti dal comune obiettivo di affrontare insieme l’emergenza nazionale dello spopolamento e della desertificazione dei servizi nelle aree interne e garantire un futuro alle comunità più periferiche del Paese”.
foto Anci

Vietato non copiare

Vietato non copiare.

Si erano conosciuti anni fa durante una manifestazione dell’Associazione Comuni Virtuosi. Dopo l’uscita delle reciproche interviste nella nostra rubrica “Piccoli comuni, grandi Sindaci”, Aldo D’Achille, sindaco di San Bellino, e Lino Nicola Gentile, sindaco di Castel del Giudice si sono incontrati. È stato il sindaco rodigino a far visita al collega molisano, colpito dai progetti che hanno consentito al piccolo comune di Gentile di rinascere e ridare ai suoi 300 abitanti una speranza di futuro resa ancora più forte dall’aggiudicazione a febbraio del bando borghi del Pnrr per un importo di 20 milioni di euro. Visione lunga, determinazione, lo strumento della public company, la cooperazione di comunità, ma soprattutto gli “imprenditori affettivi”: queste le chiavi del successo molisano che Aldo D’Achille ha voluto conoscere da vicino a Castel Del Giudice.

La visita

«Vietato non copiare! Mi sono incuriosito leggendo nell’intervista tutte le cose che Gentile ha fatto e sono venuto a capire come poter portare a San Bellino alcuni dei suoi modelli di innovazione sociale e di sviluppo territoriale», ci ha risposto D’Achille quando gli abbiamo chiesto il motivo del viaggio.
È soprattutto sull’idea degli “imprenditori affettivi” che i due sindaci hanno ragionato insieme a Ermanno D’Andrea, che a Castel del Giudice ha messo cuore e azienda.
San Bellino è nel cuore del Polesine, un corpo umano che per cellule ha 50 comuni ed è irrorato da 2050 chilometri di acqua. Una “Mesopotamia” italiana che chiede di essere ripensata non solo per il disastro dell’alluvione ma per le potenzialità che può esprimere.

Il sogno del Polesine

Aldo D’Achille sogna un Polesine «Tra acqua terra e cielo», che metta a sistema tutte le sue potenzialità per attirare l’attenzione sul territorio della provincia di Rovigo. E tra acqua, terra e cielo ci sono anche un distretto ittico e un distretto della giostra che occorre rivalutare e ripensare.
«Dobbiamo essere capaci di una nuova narrazione del nostro Polesine in cui lento non significa monotono ma evidenzia uno sguardo, una visione che potrà essere assaporata vivendo il territorio a piedi, in barca o in bicicletta, una visitazione intensa e lenta in cui il turismo religioso si fonde con le eccellenze del territorio. Speriamo che qualche imprenditore abbia voglia di “affezionarsi” a San Bellino come è accaduto a Castel del Giudice», conclude D’Achille.

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Comune ad esclusione zero

Comune ad esclusione zero.
Un percorso di progettazione partecipata nel comune calabrese premiato nel 2020 quale ambasciatore di Economia civile.

«Nessuno si senta escluso» trova espressione e significato a Roseto Capo Spulico, piccolo comune dell’alto Ionio cosentino, dove la sindaca Rosanna Mazzia ha chiamato a raccolta tutta la sua comunità per una progettazione partecipata sul futuro del piccolo comune calabrese.
Il primo incontro è avvenuto ad ottobre 2022, quando Carlo Borgomeo, presidente della “Fondazione Con il Sud”, è intervenuto a Roseto Capo Spulico insieme ad Angelo Moretti, presidente del Consorzio “Sale della Terra” e referente nazionale della Rete dei “Piccoli Comuni del Welcome”, della quale fa parte anche Roseto Capo Spulico.

Millenovecento abitanti nell’Alto Ionio Cosentino, colonia della Antica Sybaris, Roseto Capo Spulico prende il suo nome dalla diffusione della coltivazione delle rose in epoca greco-romana, che venivano utilizzate per riempire i guanciali delle principesse sibarite. Ed è proprio con il progetto “Figli delle Rose” che Roseto ha vinto nel 2020 il premio “Comune ambasciatore di Economia Civile” al Festival dell’Economia Civile di Firenze, con la promessa che il suo modello di economia, sostenibile e inclusivo, coinvolgesse in processi di crescita e sviluppo le associazioni e l’intera comunità.
Detto, fatto. Dal 2020, e nonostante la pandemia, Rosanna Mazzia – sindaca dal 2014 dopo 2 consiliature da vice – mette a sistema una serie di progettazioni che aveva già cominciato dal suo primo mandato. Con l’adesione alla Rete dei Piccoli Comuni del Welcome, arriva l’incontro con il Consorzio Sale della Terra e la realtà di NeXt-Nuova Economia per Tutti diretta da Luca Raffaele ed inizia una nuova progettazione sul territorio comunale che ha per obiettivo centrale l’esclusione zero, perché «le fragilità delle persone sono il primo pensiero del sindaco di una comunità», dice la Mazzia.

“Singoli” luoghi rigenerati da “singole” progettazioni che saranno messi in connessione tra di loro per intercettare tutte le persone in situazioni di fragilità alle quali dare nuova chance di futuro attraverso inclusione e lavoro.
“Comune ad esclusione zero”, dunque, nasce dall’esigenza di dare alla comunità di Roseto un nuovo futuro che vada oltre l’attuale “asset” del turismo della stagione estiva che arriva ad oltre 30 mila presenze e coinvolge tantissimi operatori soprattutto giovani. Occorre ragionare su altre prospettive, a partire da un welfare di comunità e dalle energie territoriali ancora inespresse.

Come si arriva, dunque, alla “esclusione zero”? Secondo Angelo Moretti, il welfare generativo ha la capacità di “attivare” le energie sociali e le comunità, a partire dalle persone con disabilità e fragilità: ne è prova l’esperienza dei tanti Piccoli Comuni del Welcome, in cui sono nati “luoghi” di attivazione sociale che hanno generato economia civile: cooperative di comunità, progetti Sai-Sistema Accoglienza Integrazione, budget di salute.

Su questo ha concordato anche Carlo Borgomeo: lo sviluppo non arriva da fuori, non è un “evento che succede”. Dal tavolo di discussione sono emersi per Borgomeo alcuni notevoli punti di forza di Roseto Capo Spulico: l’attenzione ai fragili, una comunità coesa, la bellezza, l’ambiente, l’amore per la propria terra. Ma c’è una condizione che va fortemente “riempita” ed è il senso di responsabilità della comunità, l’autonomia. E lo spirito di iniziativa, che è uno “scatto” psicologico perché «restare ad aspettare crea dipendenza». E la dipendenza non genera né libertà né tantomeno economia e men che mai rafforza le comunità.
Secondo Borgomeo, Roseto deve suscitare il desiderio dei giovani di non andare via ma di tornare. E questa si chiama «attrattività del territorio». Occorre inoltre allungare il più possibile la stagione estiva migliorando l’offerta dei luoghi di servizio e facendo pressing per migliorare i collegamenti, puntare sulle dinamiche di consumo dei prodotti del genius loci di Roseto.

Su questa traccia, dal 17 al 19 gennaio scorsi a Roseto Capo Spulico tutta la comunità si è nuovamente ritrovata, ma questa volta da attrice protagonista. In 3 giorni di progettazione partecipata sono stati coinvolti tutti e tutte, “da uno a cento anni”, «perché ognuno cercasse le proprie potenzialità, costruendo una visione comune», ha detto la sindaca Mazzia. La progettazione partecipata si è snodata lungo una analisi collettiva su potenzialità e difficoltà del piccolo comune; una «passeggiata nei quartieri» (come la chiama l’etnografa Marianella Sclavi, ndr) per guardare Roseto con taccuino e penna critica in mano; l’ascolto di esperienze di successo in altri piccoli comuni; lo spazio aperto alla scrittura collettiva di un documento che si chiama masterplan ma si legge sogno condiviso del futuro desiderabile per il luogo in cui si vive.

L’assemblea si è aperta con la descrizione di tutte le progettazioni in cantiere a Roseto: una cittadella di servizi gestita dai cittadini, un co-housing diffuso, la riapertura di botteghe artigiane e spazi di co-working, il recupero del circolo velico e la promozione di orti sociali. Questi i principali desideri dei rosetani per ripensare l’economia che, dalla spiaggia 6 volte “bandiera blu” risalga, vicolo per vicolo, fino al borgo medievale e coinvolga tutti e tutte.
Nello specifico ecco i progetti avviati. Iniziamo dall’Istituto comprensivo Amendolara: qui verranno attivati per la prima volta servizi integrativi per bambini 0-6 anni: stazione co-working, educazione alimentare, spazio nido. La scuola nelle ore pomeridiane diventerà centro per i bambini e le famiglie per attività outdoor e baby parking e per avviare una presa in carico olistica.

C’è poi l’“Antico granaio e borgo”: si tratta di un progetto di un milione 600 mila euro che mira ad unire l’abitato storico e quello marino per coniugare bellezza materiale e naturale con un’innovativa capacità di sostenere la coesione sociale e di essere accogliente verso turisti e nuovi residenti. Fulcro del progetto sono la valorizzazione degli aspetti di unicità e identitari della storia e della cultura di Roseto Capo Spulico attraverso l’esaltazione degli eventi legati a Federico II, la messa a sistema della filiera legata alla produzione delle Rose damascene, la creazione di un social hub di Economia civile, una spring and summer School e di una Scuola di arti e mestieri del Cinema, la creazione di nuove imprenditorialità e l’implementazione della Comunità ospitale.

Altro progetto è quello dell’Ambulatorio di comunità, aperto dal lunedì al venerdì, che diventerà un vero centro di aggregazione sociale in cui verranno coinvolti infermieri di comunità e psicologi di comunità per garantire un intervento immediato e tempestivo per la popolazione residente. Infine, verranno organizzati incontri di gruppo con uno psicologo di comunità una volta a settimana per training neurologici e supporto all’invecchiamento attivo.

La progettazione seguirà il “metodo dei Comuni del Welcome” che si attua con il welfare delle persone e dei territori attraverso il reddito di cittadinanza, il budget di salute, le misure alternative alla pena detentiva, il Sistema di Accoglienza e Integrazione-Sai, la cooperazione di comunità, l’economia civile, l’economia circolare, il patto educativo di comunità, i servizi diffusi per la presa in carico della prima infanzia, la lotta all’azzardo e il contrasto alle dipendenze, la coesione familiare, la promozione delle comunità energetiche e l’accoglienza diffusa degli anziani.

Come afferma Doriana Bollo, dell’ufficio progettazione di “Sale della Terra”, «tra un bisogno e un sogno c’è di mezzo un progetto. È proprio quando un progetto non resta più confinato sulla carta che si realizza tutta la sua potenzialità: in questi tre giorni esso ha preso finalmente il volto di Antonio, Sandra, Mattia, Rosanna e di tutti i rosetani che hanno scelto di mettere in gioco i propri sogni partendo dal loro genius loci». La Bollo ha 32 anni, studi in sociologia, e ci dice di aver scoperto che la rosa damascena, fiore grazie al quale Roseto Capo Spulico è famosa, ha la tipicità di fiorire anche in inverno. Guarda il borgo di Roseto e ne immagina, tra i file excel dei progetti, la fioritura in tutte le stagioni.

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Il paese dei cervi

Il paese dei cervi.
Quando giri la curva a gomito e ti trovi davanti lo spettacolo di quel lago incastrato perfettamente tra i Monti Marsicani, sei proprio costretta ad accostare e fermarti a respirare quella bellezza. La foto di qualche settimana fa del cervo davanti al venditore di frutta ci fa sperare, purtroppo inutilmente, di fare anche noi questo incontro ravvicinato inusitato.
La sindaca Giuseppina Colantoni (nella foto di copertina, a destra, maglioncino chiaro) ci riceve a casa sua e scopriamo che ha un bel pancione in cui la piccola Greta sta passando i suoi ultimi giorni prima di venire al mondo. Si adagia sul grande divano rosso e cominciamo il nostro dialogo proprio da lei, la piccola vita che sta per nascere e rallegrare mamma e papà, legati da dieci anni.

A quanto vedo, Greta sta proprio per arrivare, sindaca…
Sì, dalla prossima settimana ogni giorno è buono.

È la sindaca per prima ad elevare il tasso di natalità…
Eh, magari…Il trend dello spopolamento purtroppo è in aumento. Negli ultimi anni c’è stato un leggero riequilibrio perché abbiamo perso solo qualche decina di residenti. Ma non stanno meglio neanche i Comuni limitrofi.

State pensando a misure specifiche?
Non è semplice. Sono al mio secondo mandato, sono stata eletta sindaca nel 2015 e Villetta Barrea si assesta sui 600 abitanti circa, anche se raggiungiamo un ottimo livello di presenze turistiche. Però dobbiamo lavorare ancora molto perché alle presenze si aggiungano le residenze.

Quindi questo è il suo secondo mandato?
Esatto, abbiamo votato nel 2020 e a causa della pandemia ora la consiliatura è prorogata: quindi tra primo e secondo mandato arriverò ad 11 anni di sindacatura. Se mi volto indietro e penso al 2014, sento a riconoscermi perché fino ad allora non mi ero mai interessata politicamente delle vicende del mio comune.

Addirittura?
Non che non mi interessasse il mio comune, assolutamente! Sono stata anche presidente dell’Archeoclub di Villetta Barrea, mi ha sempre appassionato l’attività socio-culturale del mio comune e del territorio. Forse proprio questa mia forte vocazione, anzi passione, per il mio territorio ha spinto gli altri a suggerirmi di pensare ad un impegno attivo in politica, io da sola non l’avrei mai pensato. Nel 2020 siamo stati rieletti con oltre l’82% di preferenze.

E prima di fare la sindaca?
Sono un’insegnante di storia dell’arte, che poco c’entra con l’impegno amministrativo a cui un sindaco è chiamato. E infatti la sindaca sta togliendo tanto alla docente, ormai accetto solo incarichi che mi consentano di fare l’una e l’altra cosa. Per fortuna sono vicino casa e quindi riesco a conciliare le due cose.

Con l’arrivo della bambina riuscirà a conciliare?
Certo, ora diventa ancora più complicato, vedremo da settembre cosa succederà

C’è un sacrificio maggiore per le donne ad essere impegnate in politica?
Credo di sì, nella misura in cui si ha sempre un occhio al contrario nei confronti della figura femminile.

Al contrario?
Sì, nel senso che è un mondo prettamente maschile, non maschilista badi bene, anzi io lavoro benissimo con i colleghi e ricevo una totale stima e una totale fiducia da parte loro e questo credo che sia anche dovuto all’apertura della lungimiranza culturale di queste persone. Però, ripeto, questo è un mondo che vedo molto maschile, in cui per una donna è più difficile cercare di affermarsi o comunque cercare di rendere autorevole quello che fa, alla pari di qualcun altro, con la o finale. Per converso, una donna affronta ogni decisione politica con maggiore tatto, sensibilità. E questo è un valore aggiunto, in politica.

Qual è la “cifra” della sua sindacatura?
Ci siamo concentrati molto sul turismo, noi ci troviamo nel Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise. Quando siamo arrivati in amministrazione nel 2015 c’erano un po’ di sonnolenza e un po’ di torpore sia sull’offerta turistica che sui servizi. Il nostro primo obiettivo è stato quello di innescare delle politiche di modernizzazione, di incentivazione del turismo. Non è stato semplice, ma nell’arco di 4 anni abbiamo più che raddoppiato le presenze turistiche. Poi è arrivato il Covid che ci ha fermati, ma che ha offerto nuovi spunti per il turismo dei borghi e di prossimità. Di sicuro a Villetta c’è una forte coesione anche tra le diverse associazioni, la pro-loco, la protezione civile, l’Arecheoclub e questo per noi è stato ed è importante.

Sostanzialmente però mi pare di capire che tutto si incentra sul turismo…
I numeri sono importanti e quindi le dico che dal 2014 siamo passati da 30mila a 62mila presenze circa. È un turismo che parte prevalentemente dalla primavera e che arriva fino all’autunno, ma negli ultimi anni anche invernale perché poco distante c’è Pescasseroli che è una località sciistica. Il lago attira molto, ma anche le passeggiate, le escursioni e ultimamente si è diffuso anche il turismo del foliage e della fotografia ai combattimenti dei cervi. Villetta è nota per essere il “borgo dei cervi”, perché camminano tranquillamente per le strade del paese. Stiamo quindi andando verso una destagionalizzazione che ci premia.

Con un incremento anche economico?
Stiamo parlando di un piccolissimo centro, però sicuramente si sono formate nuove figure professionali e posso dirle che soprattutto il periodo 2014-2019 ha avuto proprio un boom: sono nate molte aziende e molte strutture ricettive, ovviamente sempre a conduzione familiare.

Però avete un problema con gli ospedali.
Sì, il primo presidio ospedaliero più vicino è a Castel di Sangro, a 25 km di distanza da qui, che non attraversa un periodo florido e che purtroppo è un presidio che sta progressivamente perdendo dei servizi.

Avete pensato ad una casa della comunità?
Ci stiamo pensando a livello comprensoriale perché alcuni temi, come quello della sanità, vanno affrontati in maniera collegiale con i comuni limitrofi. Il nostro comune di riferimento più grande è appunto Castel di Sangro e si sta muovendo in questa direzione.

E poi c’è la questione della centrale idroelettrica. A che punto siete?
Il punto nodale del mio mandato. Fu realizzata nel 1910 a Pescasseroli dal lungimirante Erminio Sipari, cugino di Benedetto Croce, che fu anche il fondatore e il primo presidente del Parco Nazionale d’Abruzzo. La centrale ha una storia e un’evoluzione incredibili finché nel 1995 il comune ne acquisisce la proprietà e ne promuove una ristrutturazione. L’impianto rientra in esercizio nel 1996, ma nell’ottobre del 2015 l’alluvione lo danneggia. E adesso stiamo faticosamente lottando contro il calvario delle autorizzazioni perché riapra e torni attiva. La centrale, secondo i calcoli dei tecnici, infatti, può produrre 900mila kwh l’anno, che è sostanzialmente quanto consumano tutti i cittadini di Villetta Barrea.

Pnrr e welfare di Villetta Barrea?
A Villetta Barrea con le progettazioni Pnrr siamo messi anche troppo bene. Per quanto la struttura comunale sia piccola e inadeguata rispetto a quello che ci chiede l’Europa, stiamo avendo dei buoni, se non ottimi, risultati. Il problema è che chi ha messo in piedi tutta questa struttura non si rende conto che per i piccoli comuni è difficilissimo progettare, presentare, attuare e rendicontare con quelle uniche due unità di personale: il responsabile dell’ufficio tecnico e quello dell’ufficio ragioneria e senza il segretario comunale. Sul welfare: nel 2016 abbiamo emanato un regolamento con il quale sono state attivate borse lavoro quando ancora non esisteva il reddito di cittadinanza. Le borse includono tutti i soggetti con fragilità.

Le scuole?
Grazie alle deroghe di Provincia e regione abbiamo ancora l’istituto comprensivo che fa capo a Pescasseroli e che conta tre plessi scolastici con materna, primaria e secondaria di primo grado; Villetta Barrea con materna e primaria; poi c’è Barrea con materna, primaria e secondaria di primo grado. Il problema è che siamo fortemente sottodimensionati e affinché un istituto comprensivo possa rimanere aperto ha necessità di 400 iscritti circa, mentre noi su tutti e tre gli istituti arriviamo a poco più di 250 alunni. Quindi, se non rinnovano le deroghe, praticamente restiamo senza scuole.

Ma così le famiglie se ne andranno…
Esattamente…purtroppo!

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Il migliore del mondo

Il sindaco migliore del mondo.
Quando Vania Trolese, assessora al Comune di Camponogara (Ve) conosciuta durante la missione a Leopoli del MEAN, ci ha detto che a San Bellino c’era «il sindaco migliore del mondo» abbiamo pensato che fosse una battuta che sottolineava l’operato virtuoso di un primo cittadino che meritava di essere raccontato nella rubrica. Invece Aldo D’Achille (nella foto di copertina, al centro, camicia bianca) – 51 anni, marito di Elena e padre di Maria Sole e Allegra, una gioventù tra il rugby, obiettore di coscienza nell’Istituto Fanciulli Sinti a Badia Polesine dove si accoglievano bambini Rom e Sinti, gli studi per la laurea in scienze motorie e il magistero in scienze religiose, il consiglio comunale dal 1999 e dal 2014 il ruolo di sindaco del piccolo comune in provincia di Rovigo – è davvero “Il miglior sindaco del mondo”, premiato dalla World Mayor Fundation di Londra con il Community Award che lo ha riconosciuto come uno degli otto migliori sindaci del mondo del 2021, insieme a sindaci come Mansur Yavas, sindaco di Ankara, e Ahmed Aboutaleb, sindaco di Rotterdam.
Le prime parole di D’Achille al TEDxBologna sono state «Vorrei prendermi il merito di questo premio, ma non posso: è il risultato di relazioni con i cittadini, gli amministratori, i dipendenti, che ho coinvolto in una visione non legata all’oggi, ma al domani e al dopodomani, in cui i cittadini diventassero coprotagonisti e corresponsabili del Bene comune. Anzi, ho pensato che il benessere civico aumenta nella misura in cui il cittadino viene responsabilizzato e con questa responsabilità sente di doversi prendere cura della comunità, che è fatta di beni materiali e immateriali come l’aiuto reciproco, le azioni e le progettazioni verso la cosa pubblica. Il cittadino ha un potere, ma deve esserne consapevole e noi dobbiamo dargli gli strumenti per poterlo esercitare».

Sindaco D’Achille, perché l’hanno premiata come miglior sindaco del mondo?
La World Mayor Foundation ci ha osservati, ovviamente dietro segnalazioni, ed ha visto che nel territorio del Comune di San Bellino si trova il più grande campo fotovoltaico d’Europa, che fornisce energia pulita a più di 20mila famiglie. Ha saputo del progetto “Ridiamo il sorriso alla Pianura Padana”, un’iniziativa nata in principio con altre due città e che consisteva nel regalare una pianta per ogni abitante. Poi la Regione Veneto ha prodotto piante autoctone e in 40 giorni ne abbiamo distribuite 70mila a più di 400 comuni. Abbiamo messo insieme giunte di diversa appartenenza politica, perché sull’ambiente non c’è tempo da perdere. Dobbiamo remare tutti nella stessa direzione. Abbiamo vinto anche per il Piano di eliminazione delle barriere architettoniche-Peba, la Tartufaia sperimentale, il referendum pubblico per la scelta della nuova toponomastica nel territorio comunale, l’azione civica del Monumento verde diffuso alla memoria, l’evento “Insieme per fermare la Duchenne” che assieme a Dys-trophy tour nasce a supporto di un ragazzo affetto da Duchenne che è di Lendinara, il comune vicino a San Bellino dove sono nato. Insomma, hanno premiato un metodo di lavoro teso innanzitutto alla formazione del cittadino, un cambiamento di paradigma per far entrare i cittadini in un filone di pensiero propositivo e questo è rivolto soprattutto a chi non vuole essere coinvolto nella costruzione del percorso di governo civico.

Ci spieghi il Peba.
il Piano di eliminazione delle barriere architettoniche-PEBA per il quale mancano solo due interventi per avere il comune a barriere zero: abbiamo chiamato il comitato paraolimpico e coinvolto un architetto che per prima cosa ha notato che mancava un ascensore per accedere al Comune perché lui non poteva salire. Abbiamo deciso, quindi, di partire da lì. Metà della somma per l’ascensore l’ha messa il Comune, metà è arrivata dal crowfunding: arrivavano 1.000 euro al mese e anche da persone da fuori San Bellino.

Avete fatto anche un referendum per la toponomastica?
Sì, abbiamo fatto scegliere ai cittadini la toponomastica di alcuni luoghi di San Bellino e loro sono stati “costretti” a studiare le persone che hanno fatto la nostra storia. È innanzitutto un investimento di tipo culturale. E su questo le racconto anche che abbiamo chiamato una scuola per coinvolgere gli studenti nel progetto di ristrutturazione di una fontana che era sistematicamente vandalizzata e che, da quel momento, non è più stata danneggiata.

Il Monumento verde diffuso alla memoria cosa è?
Nel territorio abbiamo 43 martiri di Villamarzana del nazifascismo e ogni anno si fa un evento per ricordarli. Potevamo fare un monumento “statico” e che però diventa “paesaggio” che nessuno vede più. Con le scuole, invece, abbiamo ideato il Monumento verde diffuso: ogni anno, si è deciso che le biografie di quei martiri vengano scritte su carta biodegradabile e affisse dai bambini della scuola primaria su 43 alberi da loro scelti. In questo modo il monumento cambia annualmente sempre di posizione e non lascia così indifferenti cittadini e passanti. La carta biodegrabile con il tempo svanisce, ma l’anno successivo i cartelli vengono riscritti e riposizionati da nuovi studenti, richiamando così la vita di quelle persone trucidate alla memoria sia dei giovani nelle scuole che di ogni cittadino.

Le sentinelle di San Bellino, invece, chi sono?
Sono persone di fiducia del Comune e che sono un collegamento “credibile” tra l’amministrazione e i cittadini. Su questo nel 2015 abbiamo avuto il premio “Enti locali e innovazione” con una menzione allo Smau di Milano: lavorammo con l’ideatore della App chiamata “Municipium” che oggi è distribuita da Maggioli. Ogni cittadino, con la app, poteva mandare segnalazioni al comune di tutte le cose che non funzionavano: il lampione n. 344 spento la buca in una strada, ad esempio. Adesso abbiamo continuato anche senza App: i cittadini si attivano da soli e se c’è un problema chiamano direttamente loro la ditta che gestisce la manutenzione straordinaria che interviene direttamente. Abbiamo alleggerito l’Ente sulla gestione di queste richieste ed abbiamo corresponsabilizzato i cittadini nella gestione della cosa pubblica.

Ma è vera la storia delle bandiere tricolore cucite a mano che lei regala?
Sì, ho coinvolto il “Gruppo donne San Bellino“. Il Comune ha acquistato il tessuto tricolore e le signore hanno cucito una bandiera italiana per ogni famiglia. Ho mandato la bandiera con una lettera in cui ho spiegato il senso delle feste del 25 aprile, del primo maggio e del 2 giugno, dicendo ad ogni famiglia che era libera, in questi giorni, di esporre o no la bandiera dai balconi. Nelle ricorrenze, adesso abbiamo tutto il paese bianco, rosso e verde, ma in modo libero, per scelta.

Sindaco però oltre alle ottime intuizioni politiche, è innegabile il ruolo della sua capacità di comunicare…
Sì, assolutamente. Quando abbiamo cominciato, nel 2014, abbiamo chiamato l’Università di Padova per impostare la nostra idea progettuale politica su San Bellino. Abbiamo fatto corsi di formazione sullo sviluppo locale alla squadra di governo perché era importante che tutti e tutte conoscessero “il senso” di quello che stavamo per fare e la ricchezza relazionale che è il valore fondamentale per poter fare progetti condivisi.

Ma cosa mancava così tanto a San Bellino da chiamare addirittura l’Università?
Sentivo l’esigenza di immaginare un paese che stava avendo una forte contrazione numerica e per il quale occorrevano correttivi importanti, ma contemporaneamente desideravo aumentare il benessere perché qualcuno scegliesse di venire a vivere da noi. Per prime, le scelte infrastrutturali: San Bellino è stato il primo ad avere il cablaggio in fibra, perché così non eravamo più periferia e non solo perché abbiamo ottimi collegamenti stradali. Poi abbiamo sistemato la più grande area di fotovoltaico in Europa che dà energia pulita a 21mila famiglie: un’area pari a 120 campi di calcio con pannelli avvitati a terra.

Sindaco: disabilità, reddito di cittadinanza?
Abbiamo dei voucher sociali che diamo al cittadino in difficoltà una volta l’anno e che però si possono spendere esclusivamente nelle piccole botteghe del territorio: alimentari, barbiere, farmacia, niente alcolici o slot machine. Ogni 15 giorni i negozi portano i voucher al Comune e noi, vedendo dove sono stati spesi, leggiamo il termometro sociale e ci chiediamo come mai una famiglia sta spendendo tutti i voucher in farmacia e non in panetteria. Il reddito di cittadinanza da noi ha funzionato perché davvero le pochissime persone che lo percepiscono hanno oggettive difficoltà a lavorare. Abbiamo una persona con disabilità coinvolta in un lavoro di sportello prenotazioni visite mediche.

Come si diventa sindaco migliore del mondo, in una parola?
Io dico con entusiasmo. L’entusiasmo è una marcia in più, ti permette di vivere e fare le cose con passione e ti permette di vedere cose che nessuno vede.

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L’isola della partecipazione

L’isola della partecipazione.
Tecnicamente Procida non è un “piccolo comune”, perché ha attualmente circa 10.500 abitanti. Ma è Procida, è un’isola, è la Capitale italiana della Cultura 2022 e da “piccola” ha parlato al mondo intero, in questo difficile 2022. “La cultura non isola”, dice il claim: terra che diventa luogo di esplorazione, sperimentazione e conoscenza, modello delle culture e metafora dell’uomo contemporaneo. Procida ha “vinto” perché ha mostrato di essere un modello di “capitale esemplare di dinamiche relazionali, di pratiche di inclusione nonché di cura dei beni culturali e naturali”. Dino Ambrosino, il “sindaco della capitale”, giacca e cravatta, nel suo studio siede tra le bandiere d’Italia e d’Europa, un ficus gigante. Alle spalle, che ci guarda dal muro, il Presidente Sergio Mattarella. Tutto molto istituzionale, mentre negli occhi abbiamo il caos creativo delle immagini di Procida di questo anno appena trascorso.

Sindaco, un anno intenso è dire poco…
Un anno straordinario…(gli occhi si accendono, ma restano composti)

Lei è al secondo mandato: nel 2015, quando è stato eletto per la prima volta, immaginava tutto questo?
Io vengo da lontano, nel senso che arrivo dalla militanza politica. Per 14 anni sono stato consigliere comunale di minoranza. Prima di candidarmi a sindaco facemmo le primarie, nonostante la mia candidatura fosse abbastanza nell’aria.

Scegliendo la strada della partecipazione…
Sì, fu un bel momento di partecipazione politica e civica. Io ero molto giovane, però tentammo la strada del coinvolgimento proprio per allargare il bacino di partecipazione dei nostri elettori. All’epoca chiaramente lo strumento delle primarie non aveva ancora mostrato tutte le criticità che poi sono venute fuori in un secondo momento.

Nasce “La Procida che vorrei”, anche se la sua provenienza è il Partito democratico…
Esatto, nasce la nostra lista civica e tenga presente che i due colleghi che avevano fatto le primarie con me poi si candidarono nella civica con me. Gli altri avevano una provenienza dal Movimento Cinque stelle, siamo stati antesignani nel rapporto tra Pd e Cinque stelle. Diciamo che su questo concetto della partecipazione abbiamo fondato molto nel nostro impegno e della nostra battaglia politica.

Un altro esempio di democrazia partecipata che non sia Procida capitale?
Quando abbiamo lanciato la nostra ipotesi di lavoro sul progetto “Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati-SPRAR”, come si chiamava all’epoca. Era il momento della campagna elettorale degli anni 2017-2018 in cui la Lega andava forte su questi argomenti dell’emergenza migranti e noi eravamo la prima piccola isola che provava ad avviare un percorso tra lo scetticismo di tanti cittadini molto sensibili al problema sicurezza. Noi lasciamo ancora le chiavi di casa appese al portone, quindi la paura era tantissima. Abbiamo iniziato, così, un percorso di partecipazione in cui abbiamo girato parrocchia per parrocchia, casa per casa quasi, spiegando che era un progetto rivolto all’accoglienza di famiglie, quindi con adulti e bambini, e soprattutto che con le proporzioni che avevamo stabilito, ovvero tre migranti ogni mille abitanti, non c’era nessun problema perché era un’ospitalità diffusa, senza nessun “casermone” con persone ghettizzate lasciate a sé stesse. Di tutto questo all’epoca si fece carico la Vicesindaco, Titta Lubrano.

Prima di essere “capitale”, Procida cosa era?
Era una Procida “dei quaranta giorni”, in cui il fenomeno del turismo era prevalentemente concentrato nel mese di agosto o al massimo negli ultimi giorni di luglio. Adesso l’isola è frequentata quasi tutti i mesi dell’anno, fin dal 2021.

E il tessuto sociale?
La comunità, bene o male, è sempre la stessa. Sono consapevole che c’è tanto lavoro da parte nostra sulla rete sociale, ma non penso che un amministratore possa mai determinare un cambiamento sostanziale, un cambiamento profondo dell’identità anche sociale del paese. Oggi proponiamo qualche servizio in più rispetto all’epoca, ma non penso che ci sia una grossa differenza sociale rispetto al 2015. C’è chiaramente un territorio diverso, perché noi alla fine tutte le risorse che abbiamo a disposizione cerchiamo di finalizzarle per migliorare il decoro urbano, però da un punto di vista sociale non credo che ci siano profonde diversità.

Lei ha istituito anche un assessorato alla comunicazione: questa attenzione all’esterno, alle relazioni, alla comunicazione, secondo lei ha avuto un peso nella selezione di Procida 2022?
La comunicazione è fondamentale. Al di là delle cose che fai, è importante costruire la visione condivisa del percorso che si sta facendo. Quindi alla fine soprattutto questi mezzi di comunicazione diretta, i social, hanno dato anche l’opportunità agli amministratori di comunicare direttamente con le proprie comunità e di rudurre “il distacco” tra chi governa e i cittadini. Qualche amministratore che ho incontrato in questi ultimi due anni ha sottolineato che la cosa più importante di questo percorso di Procida capitale sia stata proprio “la sfida comunicativa” che noi ci siamo assunti candidandoci, sottolineando che era una pazzia ma anche una straordinaria iniziativa. Era forte l’ambizione, la voglia di partecipare in un momento in cui “capitale della cultura” era comunque un’opportunità prevalentemente per i capoluoghi di provincia. Noi invece come piccola isola abbiamo partecipato e poi è venuto tutto il resto. Ci siamo candidati con l’ambizione di essere “capitale”.

Sagra Del Mare

Ma qual è stato il “momento x”, ci racconta proprio l’attimo in cui per la prima volta avete pronunciato la frase “candidiamoci a Procida capitale della cultura 2022”?
La prima ispiratrice è stata l’onorevole Luisa Bossa, sindaca di Ercolano poi consigliera regionale e poi deputata, a lei va la primogenitura di Procida capitale. La sua città aveva partecipato più volte e, quasi scherzando, mi disse, ricordo nell’autunno del 2019, “Guarda tu devi candidare Procida a capitale della cultura”, ma la cosa sembrava talmente assurda quando io ne parlavo all’interno della maggioranza…

Ma quindi lei ne aveva cominciato già a parlare molto tempo prima del 2020…
Sì, discutevamo con la maggioranza sullo scollamento che c’era stato anche con la nostra base dal punto di vista della partecipazione perché avevamo cominciato all’inizio del 2015 con grande entusiasmo e collaborazione di tutti. Poi però abbiamo notato questo progressivo distacco e ragionavamo su quale potesse essere un modo per suscitare di nuovo l’entusiasmo e riagganciare la partecipazione. Poi l’assessora Rossella Lauro un giorno è venuta con il bando in mano dicendomi “Beh, adesso ci dobbiamo candidare” ed è stata lei a presentare materialmente la candidatura a dicembre 2019. Nel mese di gennaio abbiamo capito che avevamo bisogno di un professionista che ci aiutasse e così arrivò Agostino Riitano, amico di Rossella.

E quando avete avuto la notizia…
E quando abbiamo avuto la notizia siamo esplosi! Eravamo in diretta perché eravamo tutti collegati per l’emergenza coronavirus. Eravamo nell’aula del consiglio comunale almeno una ventina di noi, infatti quando Dario Franceschini diede la notizia in diretta poi ci chiese se fossimo in piazza…Chiaramente abbiamo gioito in maniera genuina come una piccola comunità fa nel momento in cui raggiunge un risultato strepitoso, perché alla fine questo è oggettivamente un risultato strepitoso.

Qual è stato il suo primo pensiero, a parte la gioia, sindaco?
Io ho pianto, difficilmente lo faccio. Però avevo la consapevolezza che era una cosa straordinaria per Procida, per noi orgogliosi di questa terra, ma frustrati perché questa terra è sempre stata poco considerata dal resto del mondo. Alla fine era un motivo di grande riscatto, di grande orgoglio, il coronamento della soddisfazione di ogni amministratore. Per noi “piccoli” così è: noi abbiamo un forte senso di appartenenza l’isola proprio in virtù di questa tradizione marinaresca per cui siamo sempre lontani dall’isola e coltiviamo questa nostalgia della famiglia e del posto da cui veniamo. Ma poi alla fine noi avevamo sempre subìto un po’ la maggiore notorietà di Ischia e Capri. Siamo sempre stati nel cono d’ombra delle due maggiori, se andavamo fuori nessuno ci conosceva, dovevamo sempre spiegare che “Procida è vicino ad Ischia, vicino Capri”. Spesso giravano immagini a Procida spacciandole poi per i Campi Flegrei o per la Costiera Amalfitana, i miei concittadini contestavano l’amministrazione perché incapace di difendere l’immagine dell’isola che possa avere quelle Procida, oppure in caso di maltempo si diceva “interrotti i collegamenti marittimi con Ischia e Capri” e Procida non esisteva. Quando tu, piccolo comune e piccola isola, poi diventi “capitale italiana della cultura”, piangi perché ti rendi conto dell’importanza di questa cosa per una piccola comunità come la nostra.

Dopo l’abbraccio euforico, le è venuta un po’ di paura?
Sì, ho avuto paura perché ci aspettava un onere più grande di noi rispetto ad una piccola struttura amministrativa di un Comune in pre dissesto e quindi con limitazione su assunzioni e spese. Però con la grande collaborazione della Regione, della Città metropolitana, con la nostra buona volontà abbiamo creato uno staff capace di raggiungere risultati importanti. Pensi che noi abbiamo già materialmente pagato fornitori per oltre il 50%, a 7 mesi dall’inizio di capitale della cultura. Dei quattro milioni che abbiamo avuto attribuiti, ne abbiamo già spesi oltre la metà.

Istituzioni

Ma come ci siete riusciti con una piccola struttura amministrativa? Hanno lavorato tutti, a Procida?
Noi abbiamo dovuto seguire tutto il dossier previsto di eventi che in base a quel percorso di partecipazione proponeva degli appuntamenti curati da realtà locali e poi degli appuntamenti di realtà internazionali. Quindi tutti gli affidamenti di contenuti culturali sono stati rivolti verso queste realtà che aveva aderito a questo dossier fin dall’inizio, quindi in percentuale il 25% erano realtà del posto, il 75% erano realtà nazionali e internazionali. Per quanto riguarda gli affidamenti di servizi: quando si è trattato di piccole cose che potevano essere gestite sul posto, ad esempio il fioraio oppure la ditta di trasporto delle attrezzature, delle sedie, delle transenne, o piccole manutenzioni li abbiamo affidate ai locali; il service e l’amplificazione per tutto l’anno, la tipografia ci siamo rivolti a ditte napoletane, si tratta di organizzazioni che non ci sono nel piccolo comune.

Riesce a darci un primo feedback sul monitoraggio del risultato di questo anno in termini di crescita economica di Procida?
Abbiamo incaricato l’Università di Napoli di fare una ricerca e un monitoraggio di questo percorso di anno da capitale della cultura. Non abbiamo un registro con tutte le imprese, posso dire per sommi capi che in questo 2022 sono nate circa una cinquantina di strutture ricettive nuove. Quello che è oggettivo è il numero degli sbarchi di persone non residenti: nel 2019 ne registravamo intorno ai 250mila al giorno, quest’anno ne abbiamo registrati fino 650mila al giorno, quindi un aumento di 400mila sbarchi al giorno che chiaramente crea un’economia forte benché giornaliera. Però l’isola è stata sold out per tutto questo anno.

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Dino Ambrosino chi è, da dove viene?
Sono un procidano che come tutti gli isolani è particolarmente curioso e attento alle dinamiche della sua isola. Sono un pendolare, ho fatto il liceo scientifico a Lacco Ameno (Ischia, ndr), poi l’Università a Salerno. Poi il pendolare perché lavoravo a Ischia e poi adesso faccio il pendolare perché lavoro a Napoli. La stragrande maggioranza di noi isolani non trova sostentamento dell’isola e solo sull’isola: c’è una marea di pendolari per lavoro e poi la stragrande maggioranza di noi sono marittimi quindi non siamo abituati a lavorare sull’isola perché qui il lavoro non c’è. Mia sorella è andata via da Procida così come tanti della mia generazione che sono andati a cercare opportunità lavorative fuori.

E lei perché è rimasto?
Non me ne sono andato un po’ perché “sono cozza”, resto attaccato allo scoglio (ridiamo…), un altro po’ perché mi sono laureato e comunque abbastanza presto sono arrivati i miei figli, poi avevo questo percorso politico che mi appassionava e a 36 anni sono diventato sindaco. E inoltre anche per le cose di casa chiaramente, ho perso papà che avevo 17 anni. L’isola è luogo ideale per crescere i figli, qui i nostri figli possono restare in strada fino a tarda sera, possono godere il proprio territorio in modo abbastanza libero fanno i loro errori e sotto la videosorveglianza discreta di 22mila occhi che il giorno dopo riportano tutto quello che accade.

Figli

Cosa non è riuscito, in Procida capitale?
Forse non tutti gli appuntamenti sono stati frequentati quanto avrei voluto. Ma alla fine è difficile “rimproverarlo” alla comunità perché anche io non sono riuscito ad andare tutti gli appuntamenti. E comunque oggettivamente stiamo parlando di iniziative che non è che necessariamente devono coinvolgere e stimolare e vedere la partecipazione di tutti. Noi scontiamo il fatto che l’isola non è facilmente raggiungibile un appuntamento serale. Però voglio dire in percentuale è accaduto quello che probabilmente è accaduto anche altrove. La cultura non sempre riesce a coinvolgere proprio tutti.

Cosa resta di Procida capitale? Il primo gennaio 2023 da dove ricominciamo e verso cosa andiamo a Procida?
Ricominciamo da un’enorme nodosità dell’isola chiaramente continuerà. Rimane il fatto che ci sono stati degli stimoli che per tanti hanno significato ancora di più aprirsi a conoscere nuove cose e che siccome sono stati organizzate a casa nostra sono state conosciute dagli isolani. Rimane il fatto che abbiamo fatto passare il messaggio che quest’isola è un’isola che ha un potenziale grande, quindi un messaggio innanzitutto rivolto alla nostra comunità che deve avere maggiore consapevolezza della sua storia, della sua identità e del suo potenziale. Questo è molto importante perché più si conosce il proprio paese più lo si rispettata, più ciascuno dà il suo contributo per valorizzarlo. Qui a Procida il comportamento di ciascuno è dirimente: comportarsi in un modo piuttosto che in un altro produce dei risultati in termini di “bene comune”.

Tre cose dalle quali partire per la prossima capitale della cultura italiana.
L’organizzazione, la prima cosa. Noi l’abbiamo con la responsabilità del Comune e dei nostri dipendenti, ma con l’aiuto di assistenti amministrativi che ci ha fornito la Regione Campania. Mettere in strada i processi significa poi governare tutto il percorso in una maniera ordinata. Secondo, valorizzare quello che hai: noi abbiamo lavorato molto sul palazzo d’Avalos, un complesso è ex carcere del ‘500 che da troppi anni era abbandonato e che grazie a Procida capitale ha avuto un’occasione unica. Terzo, la partecipazione, la capacità di coinvolgere tutti.

Cosa chiederà al prossimo sindaco di Procida?
Grande rigore. Il nostro percorso è frutto di grandi sacrifici: a Procida abbiamo risanato una marea di debiti, circa 24milioni di euro.

Cosa c’è nel futuro di Dino Ambrosino?
Non c’è una velleità politica (ride). C’è il lavoro come c’è stato nel passato.