Cittadinanza attiva, la ricetta della svolta

Cittadinanza attiva, la ricetta della svolta.
«Quasi un’ora di strada per raggiungere questo paesino che dai balconi vede la Puglia: curve e nebbia e asfalto sconnesso e salite e discese», così si arrivava a Baselice, piccolo comune dell’alto Sannio campano, prima che “la fortorina” rendesse più agevole un lungo pezzo di strada dal capoluogo, Benevento.
Lucio Ferella ha un’età indefinibile, uno sguardo piccolo ma acuto, gli piace sorprendere l’interlocutore, interessarlo, meravigliarlo. Laurea in informatica a Napoli, dottorato di ricerca in biologia computazionale a Firenze, diventa sindaco di Baselice dove torna per prendersi cura della sua famiglia di origine. Ci riceve nel suo studio, tra i vicoli del borgo il freddo poco pungente di questo anomalo inverno caldo e un silenzio sereno al profumo di camini accesi nelle abitazioni.

Poco più di 2mila abitanti, Baselice ha perso mille abitanti nell’ultimo ventennio. Come si frena lo spopolamento?
Da noi si dice “vieni a Baselice solo se ha necessità”, a significare che nel Fortore non passi, devi venirci appositamente. È un’area interna di montagna, qui si pratica agricoltura eroica e le condizioni complessive sono sempre state difficili, tant’è che i giovani tendenzialmente vanno via e non c’è ricambio generazionale. L’unico dato forse positivo è il saldo migratorio degli ultimi tre anni: da meno 19 a più nove abitanti.

Inversione di tendenza?
Sì, si tratta di nove persone che prima erano ospitate nel progetto del Sistema di Accoglienza Integrazione-Sai che è nato con l’amministrazione comunale precedente e che noi non solo abbiamo prorogato per altri tre anni, ma anche ampliato con il comune di Biccari del sindaco Mignogna, aumentandone i posti disponibili a 40, venti per ciascuno dei due comuni.

Lei diventa sindaco nel 2019, a 39 anni: una scelta di “restanza” a Baselice importante…
Io sono uno di quei giovani che è tornato nel proprio paese. Ho studiato informatica a Napoli, ho fatto il dottorato a Firenze in biologia computazionale. Ma ho voluto rivendicare il diritto a restare. Al di là dei paesaggi mozzafiato e dei prodotti più buoni del mondo, volevo incidere su questa comunità presa troppo dall’apatia e dal ritardo nell’innovazione, priva di strategia e visione di futuro.

E dà vita ad un laboratorio civico…
Esatto, un laboratorio civico di idee e proposte al quale hanno partecipato diverse persone, 30-40 in tutto, la metà giovani, con cui abbiamo formato poi la squadra per le elezioni amministrative. Ci riunivamo in un ristorante ormai chiuso, discutevamo di argomenti vari, ma a me interessava innanzitutto cominciare a ragionare su come riattivare il territorio e la partecipazione civica. Ovviamente la cosa destò subito curiosità e anche qualche diffidenza in paese.

Vi vedevano come setta di carbonari…
Sì, ma la partecipazione alle riunioni è rimasta sempre sulle 30-40 persone e da ogni riunione scaturiva un documento su uno degli argomenti di governo di Baselice. Dispiace che il laboratorio poi si sia sciolto perché siamo stati eletti a maggio 2019 e a marzo del 2020 il Covid ha bloccato tutto.

Avete dato vita a molte progettazioni?
Guardi, appena siamo stati eletti abbiamo trovato una comunicazione in cui si diceva al comune che, entro i due mesi successivi, sarebbe stato revocato un finanziamento di 1.8 milioni di euro perché non era stato dato, fino a quel momento, nessun riscontro alla nota di vincita di un bando sulle aree degradate. Ne abbiamo fatto un intervento suddiviso in cinque aree del territorio comunale. Anche su questo ovviamente abbiamo chiesto ai cittadini, perché è importante che essi sappiano quello che accadrà al loro paese e non se lo vedano “calato dall’alto”. Abbiamo rifatto strutture sportive, marciapiedi, facciate delle abitazioni del borgo, sottoservizi, siamo stati anche un caso di successo in tutta la Campania. Ed ora c’è una maggiore attrattività anche per chi arriva, oltre che per chi ci abita.

E poi ci sono le lumache e le terre incolte…
Abbiamo scelto di recuperare terreni incolti, ci interessava l’allevamento delle lumache e abbiamo presentato un progetto Psr e fra poco dovremmo partire. Sui terreni, alcuni nostri ragazzi hanno cominciato la loro attività imprenditoriale recuperandoli dall’abbandono.

lavoro nelle terre recuperate a Baselice
lavoro nelle terre recuperate a Baselice
Facciamo due conti: tra bando aree degradate, bando borghi, progetto Sai, bando infrastrutture sociali, fondi regionali, recupero di palazzo Lembo, siamo quasi a otto milioni complessivi arrivati a Baselice. Possiamo dunque sfatare il mito che i piccoli comuni non hanno finanziamenti?
Sì, ma dobbiamo anche dire che il lavoro che c’è da fare per cercare di essere competitivi, anche solo per presentare le domande per i vari bandi, è davvero difficile perché i piccoli comuni hanno una struttura della pubblica amministrazione che non sono sempre all’altezza non per qualità dei dipendenti e dei tecnici, ma per numero di dipendenti di ruolo e per la quantità spropositata di adempimenti amministrativi legati anche alle piattaforme diverse dei progetti. Il Pnrr è il principe delle piattaforme. Ogni finanziamento ha poi una piattaforma diversa per rendicontare i progetti. Ma il vero problema lo sa qual è? Il “dopo elezioni”.Che vuol dire, esattamente?
Che spesso noi sindaci guardiamo al futuro solo in funzione della nostra rielezione o meno e spesso pensiamo che tutto quello su cui lavoriamo poi viene “goduto” da chi amministrerà dopo. Io so già che tutto quello su cui stiamo lavorando non si realizzerà nel breve periodo. Ma noi speriamo di essere diversi e invertire la rotta.Sta pensando alla formazione della classe dirigente post Ferella? Ci sono giovani?
Tra giovanissimi e universitari abbiamo circa 200-400 giovani, che non è poco. Devo dire la verità adesso hanno anche un grande senso di voglia di fare. È rinata la Pro-loco, è nata una Cooperativa di comunità, i giovani seguono molto di più la vita politica e sta nascendo una comunità energetica.

I fondatori della Cooperativa di comunità "Movimenti" di Baselice (foto De Siena)
I fondatori della Cooperativa di comunità “Movimenti” di Baselice (foto De Siena)
 

Baselice si è distinta per avere adottato un regolamento contro il gioco d’azzardo: a che punto siamo?
Sì, questa è una cosa che aveva avviato la precedente amministrazione. Purtroppo, però, durante la pandemia la fase attuativa è stata rinviata.

Perché non stimolare al dialogo la cittadinanza su questo? Introdurre ad esempio un sistema premiale per le attività che dismettono l’azzardo?
Va avviato sicuramente un processo partecipato perché è una problematica con dei risvolti positivi e negativi che coinvolgono entrambe le famiglie: chi vive il dramma della ludopatia, ma anche chi ha delle attività che si vede costretta a chiudere. La premialità purtroppo non è praticabile perché le casse comunali non lo consentono.

QUESTO ARTICOLO è STATO PUBBLICATO SU VITA.it (clicca qui per leggerlo)

L’isola della partecipazione

L’isola della partecipazione.
Tecnicamente Procida non è un “piccolo comune”, perché ha attualmente circa 10.500 abitanti. Ma è Procida, è un’isola, è la Capitale italiana della Cultura 2022 e da “piccola” ha parlato al mondo intero, in questo difficile 2022. “La cultura non isola”, dice il claim: terra che diventa luogo di esplorazione, sperimentazione e conoscenza, modello delle culture e metafora dell’uomo contemporaneo. Procida ha “vinto” perché ha mostrato di essere un modello di “capitale esemplare di dinamiche relazionali, di pratiche di inclusione nonché di cura dei beni culturali e naturali”. Dino Ambrosino, il “sindaco della capitale”, giacca e cravatta, nel suo studio siede tra le bandiere d’Italia e d’Europa, un ficus gigante. Alle spalle, che ci guarda dal muro, il Presidente Sergio Mattarella. Tutto molto istituzionale, mentre negli occhi abbiamo il caos creativo delle immagini di Procida di questo anno appena trascorso.

Sindaco, un anno intenso è dire poco…
Un anno straordinario…(gli occhi si accendono, ma restano composti)

Lei è al secondo mandato: nel 2015, quando è stato eletto per la prima volta, immaginava tutto questo?
Io vengo da lontano, nel senso che arrivo dalla militanza politica. Per 14 anni sono stato consigliere comunale di minoranza. Prima di candidarmi a sindaco facemmo le primarie, nonostante la mia candidatura fosse abbastanza nell’aria.

Scegliendo la strada della partecipazione…
Sì, fu un bel momento di partecipazione politica e civica. Io ero molto giovane, però tentammo la strada del coinvolgimento proprio per allargare il bacino di partecipazione dei nostri elettori. All’epoca chiaramente lo strumento delle primarie non aveva ancora mostrato tutte le criticità che poi sono venute fuori in un secondo momento.

Nasce “La Procida che vorrei”, anche se la sua provenienza è il Partito democratico…
Esatto, nasce la nostra lista civica e tenga presente che i due colleghi che avevano fatto le primarie con me poi si candidarono nella civica con me. Gli altri avevano una provenienza dal Movimento Cinque stelle, siamo stati antesignani nel rapporto tra Pd e Cinque stelle. Diciamo che su questo concetto della partecipazione abbiamo fondato molto nel nostro impegno e della nostra battaglia politica.

Un altro esempio di democrazia partecipata che non sia Procida capitale?
Quando abbiamo lanciato la nostra ipotesi di lavoro sul progetto “Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati-SPRAR”, come si chiamava all’epoca. Era il momento della campagna elettorale degli anni 2017-2018 in cui la Lega andava forte su questi argomenti dell’emergenza migranti e noi eravamo la prima piccola isola che provava ad avviare un percorso tra lo scetticismo di tanti cittadini molto sensibili al problema sicurezza. Noi lasciamo ancora le chiavi di casa appese al portone, quindi la paura era tantissima. Abbiamo iniziato, così, un percorso di partecipazione in cui abbiamo girato parrocchia per parrocchia, casa per casa quasi, spiegando che era un progetto rivolto all’accoglienza di famiglie, quindi con adulti e bambini, e soprattutto che con le proporzioni che avevamo stabilito, ovvero tre migranti ogni mille abitanti, non c’era nessun problema perché era un’ospitalità diffusa, senza nessun “casermone” con persone ghettizzate lasciate a sé stesse. Di tutto questo all’epoca si fece carico la Vicesindaco, Titta Lubrano.

Prima di essere “capitale”, Procida cosa era?
Era una Procida “dei quaranta giorni”, in cui il fenomeno del turismo era prevalentemente concentrato nel mese di agosto o al massimo negli ultimi giorni di luglio. Adesso l’isola è frequentata quasi tutti i mesi dell’anno, fin dal 2021.

E il tessuto sociale?
La comunità, bene o male, è sempre la stessa. Sono consapevole che c’è tanto lavoro da parte nostra sulla rete sociale, ma non penso che un amministratore possa mai determinare un cambiamento sostanziale, un cambiamento profondo dell’identità anche sociale del paese. Oggi proponiamo qualche servizio in più rispetto all’epoca, ma non penso che ci sia una grossa differenza sociale rispetto al 2015. C’è chiaramente un territorio diverso, perché noi alla fine tutte le risorse che abbiamo a disposizione cerchiamo di finalizzarle per migliorare il decoro urbano, però da un punto di vista sociale non credo che ci siano profonde diversità.

Lei ha istituito anche un assessorato alla comunicazione: questa attenzione all’esterno, alle relazioni, alla comunicazione, secondo lei ha avuto un peso nella selezione di Procida 2022?
La comunicazione è fondamentale. Al di là delle cose che fai, è importante costruire la visione condivisa del percorso che si sta facendo. Quindi alla fine soprattutto questi mezzi di comunicazione diretta, i social, hanno dato anche l’opportunità agli amministratori di comunicare direttamente con le proprie comunità e di rudurre “il distacco” tra chi governa e i cittadini. Qualche amministratore che ho incontrato in questi ultimi due anni ha sottolineato che la cosa più importante di questo percorso di Procida capitale sia stata proprio “la sfida comunicativa” che noi ci siamo assunti candidandoci, sottolineando che era una pazzia ma anche una straordinaria iniziativa. Era forte l’ambizione, la voglia di partecipare in un momento in cui “capitale della cultura” era comunque un’opportunità prevalentemente per i capoluoghi di provincia. Noi invece come piccola isola abbiamo partecipato e poi è venuto tutto il resto. Ci siamo candidati con l’ambizione di essere “capitale”.

Sagra Del Mare

Ma qual è stato il “momento x”, ci racconta proprio l’attimo in cui per la prima volta avete pronunciato la frase “candidiamoci a Procida capitale della cultura 2022”?
La prima ispiratrice è stata l’onorevole Luisa Bossa, sindaca di Ercolano poi consigliera regionale e poi deputata, a lei va la primogenitura di Procida capitale. La sua città aveva partecipato più volte e, quasi scherzando, mi disse, ricordo nell’autunno del 2019, “Guarda tu devi candidare Procida a capitale della cultura”, ma la cosa sembrava talmente assurda quando io ne parlavo all’interno della maggioranza…

Ma quindi lei ne aveva cominciato già a parlare molto tempo prima del 2020…
Sì, discutevamo con la maggioranza sullo scollamento che c’era stato anche con la nostra base dal punto di vista della partecipazione perché avevamo cominciato all’inizio del 2015 con grande entusiasmo e collaborazione di tutti. Poi però abbiamo notato questo progressivo distacco e ragionavamo su quale potesse essere un modo per suscitare di nuovo l’entusiasmo e riagganciare la partecipazione. Poi l’assessora Rossella Lauro un giorno è venuta con il bando in mano dicendomi “Beh, adesso ci dobbiamo candidare” ed è stata lei a presentare materialmente la candidatura a dicembre 2019. Nel mese di gennaio abbiamo capito che avevamo bisogno di un professionista che ci aiutasse e così arrivò Agostino Riitano, amico di Rossella.

E quando avete avuto la notizia…
E quando abbiamo avuto la notizia siamo esplosi! Eravamo in diretta perché eravamo tutti collegati per l’emergenza coronavirus. Eravamo nell’aula del consiglio comunale almeno una ventina di noi, infatti quando Dario Franceschini diede la notizia in diretta poi ci chiese se fossimo in piazza…Chiaramente abbiamo gioito in maniera genuina come una piccola comunità fa nel momento in cui raggiunge un risultato strepitoso, perché alla fine questo è oggettivamente un risultato strepitoso.

Qual è stato il suo primo pensiero, a parte la gioia, sindaco?
Io ho pianto, difficilmente lo faccio. Però avevo la consapevolezza che era una cosa straordinaria per Procida, per noi orgogliosi di questa terra, ma frustrati perché questa terra è sempre stata poco considerata dal resto del mondo. Alla fine era un motivo di grande riscatto, di grande orgoglio, il coronamento della soddisfazione di ogni amministratore. Per noi “piccoli” così è: noi abbiamo un forte senso di appartenenza l’isola proprio in virtù di questa tradizione marinaresca per cui siamo sempre lontani dall’isola e coltiviamo questa nostalgia della famiglia e del posto da cui veniamo. Ma poi alla fine noi avevamo sempre subìto un po’ la maggiore notorietà di Ischia e Capri. Siamo sempre stati nel cono d’ombra delle due maggiori, se andavamo fuori nessuno ci conosceva, dovevamo sempre spiegare che “Procida è vicino ad Ischia, vicino Capri”. Spesso giravano immagini a Procida spacciandole poi per i Campi Flegrei o per la Costiera Amalfitana, i miei concittadini contestavano l’amministrazione perché incapace di difendere l’immagine dell’isola che possa avere quelle Procida, oppure in caso di maltempo si diceva “interrotti i collegamenti marittimi con Ischia e Capri” e Procida non esisteva. Quando tu, piccolo comune e piccola isola, poi diventi “capitale italiana della cultura”, piangi perché ti rendi conto dell’importanza di questa cosa per una piccola comunità come la nostra.

Dopo l’abbraccio euforico, le è venuta un po’ di paura?
Sì, ho avuto paura perché ci aspettava un onere più grande di noi rispetto ad una piccola struttura amministrativa di un Comune in pre dissesto e quindi con limitazione su assunzioni e spese. Però con la grande collaborazione della Regione, della Città metropolitana, con la nostra buona volontà abbiamo creato uno staff capace di raggiungere risultati importanti. Pensi che noi abbiamo già materialmente pagato fornitori per oltre il 50%, a 7 mesi dall’inizio di capitale della cultura. Dei quattro milioni che abbiamo avuto attribuiti, ne abbiamo già spesi oltre la metà.

Istituzioni

Ma come ci siete riusciti con una piccola struttura amministrativa? Hanno lavorato tutti, a Procida?
Noi abbiamo dovuto seguire tutto il dossier previsto di eventi che in base a quel percorso di partecipazione proponeva degli appuntamenti curati da realtà locali e poi degli appuntamenti di realtà internazionali. Quindi tutti gli affidamenti di contenuti culturali sono stati rivolti verso queste realtà che aveva aderito a questo dossier fin dall’inizio, quindi in percentuale il 25% erano realtà del posto, il 75% erano realtà nazionali e internazionali. Per quanto riguarda gli affidamenti di servizi: quando si è trattato di piccole cose che potevano essere gestite sul posto, ad esempio il fioraio oppure la ditta di trasporto delle attrezzature, delle sedie, delle transenne, o piccole manutenzioni li abbiamo affidate ai locali; il service e l’amplificazione per tutto l’anno, la tipografia ci siamo rivolti a ditte napoletane, si tratta di organizzazioni che non ci sono nel piccolo comune.

Riesce a darci un primo feedback sul monitoraggio del risultato di questo anno in termini di crescita economica di Procida?
Abbiamo incaricato l’Università di Napoli di fare una ricerca e un monitoraggio di questo percorso di anno da capitale della cultura. Non abbiamo un registro con tutte le imprese, posso dire per sommi capi che in questo 2022 sono nate circa una cinquantina di strutture ricettive nuove. Quello che è oggettivo è il numero degli sbarchi di persone non residenti: nel 2019 ne registravamo intorno ai 250mila al giorno, quest’anno ne abbiamo registrati fino 650mila al giorno, quindi un aumento di 400mila sbarchi al giorno che chiaramente crea un’economia forte benché giornaliera. Però l’isola è stata sold out per tutto questo anno.

307533112 679954460217121 4288149780567680253 N

Dino Ambrosino chi è, da dove viene?
Sono un procidano che come tutti gli isolani è particolarmente curioso e attento alle dinamiche della sua isola. Sono un pendolare, ho fatto il liceo scientifico a Lacco Ameno (Ischia, ndr), poi l’Università a Salerno. Poi il pendolare perché lavoravo a Ischia e poi adesso faccio il pendolare perché lavoro a Napoli. La stragrande maggioranza di noi isolani non trova sostentamento dell’isola e solo sull’isola: c’è una marea di pendolari per lavoro e poi la stragrande maggioranza di noi sono marittimi quindi non siamo abituati a lavorare sull’isola perché qui il lavoro non c’è. Mia sorella è andata via da Procida così come tanti della mia generazione che sono andati a cercare opportunità lavorative fuori.

E lei perché è rimasto?
Non me ne sono andato un po’ perché “sono cozza”, resto attaccato allo scoglio (ridiamo…), un altro po’ perché mi sono laureato e comunque abbastanza presto sono arrivati i miei figli, poi avevo questo percorso politico che mi appassionava e a 36 anni sono diventato sindaco. E inoltre anche per le cose di casa chiaramente, ho perso papà che avevo 17 anni. L’isola è luogo ideale per crescere i figli, qui i nostri figli possono restare in strada fino a tarda sera, possono godere il proprio territorio in modo abbastanza libero fanno i loro errori e sotto la videosorveglianza discreta di 22mila occhi che il giorno dopo riportano tutto quello che accade.

Figli

Cosa non è riuscito, in Procida capitale?
Forse non tutti gli appuntamenti sono stati frequentati quanto avrei voluto. Ma alla fine è difficile “rimproverarlo” alla comunità perché anche io non sono riuscito ad andare tutti gli appuntamenti. E comunque oggettivamente stiamo parlando di iniziative che non è che necessariamente devono coinvolgere e stimolare e vedere la partecipazione di tutti. Noi scontiamo il fatto che l’isola non è facilmente raggiungibile un appuntamento serale. Però voglio dire in percentuale è accaduto quello che probabilmente è accaduto anche altrove. La cultura non sempre riesce a coinvolgere proprio tutti.

Cosa resta di Procida capitale? Il primo gennaio 2023 da dove ricominciamo e verso cosa andiamo a Procida?
Ricominciamo da un’enorme nodosità dell’isola chiaramente continuerà. Rimane il fatto che ci sono stati degli stimoli che per tanti hanno significato ancora di più aprirsi a conoscere nuove cose e che siccome sono stati organizzate a casa nostra sono state conosciute dagli isolani. Rimane il fatto che abbiamo fatto passare il messaggio che quest’isola è un’isola che ha un potenziale grande, quindi un messaggio innanzitutto rivolto alla nostra comunità che deve avere maggiore consapevolezza della sua storia, della sua identità e del suo potenziale. Questo è molto importante perché più si conosce il proprio paese più lo si rispettata, più ciascuno dà il suo contributo per valorizzarlo. Qui a Procida il comportamento di ciascuno è dirimente: comportarsi in un modo piuttosto che in un altro produce dei risultati in termini di “bene comune”.

Tre cose dalle quali partire per la prossima capitale della cultura italiana.
L’organizzazione, la prima cosa. Noi l’abbiamo con la responsabilità del Comune e dei nostri dipendenti, ma con l’aiuto di assistenti amministrativi che ci ha fornito la Regione Campania. Mettere in strada i processi significa poi governare tutto il percorso in una maniera ordinata. Secondo, valorizzare quello che hai: noi abbiamo lavorato molto sul palazzo d’Avalos, un complesso è ex carcere del ‘500 che da troppi anni era abbandonato e che grazie a Procida capitale ha avuto un’occasione unica. Terzo, la partecipazione, la capacità di coinvolgere tutti.

Cosa chiederà al prossimo sindaco di Procida?
Grande rigore. Il nostro percorso è frutto di grandi sacrifici: a Procida abbiamo risanato una marea di debiti, circa 24milioni di euro.

Cosa c’è nel futuro di Dino Ambrosino?
Non c’è una velleità politica (ride). C’è il lavoro come c’è stato nel passato.

Anci 2022. Solidali con l’Ucraina

Anci 2022. Solidali con l’Ucraina
All’Assemblea nazionale, svoltasi a Bergamo dal 22 al 24 novembre 2022, i comuni italiani passano ai fatti e approvano la bozza di un documento in cui si impegnano a sostenere i comuni ucraini nelle urgenze di questi giorni di guerra e nei bisogni futuri della ricostruzione.
Convocati da Marcello Bedeschi, coordinatore nazionale dei Direttori e Segretari delle Anci regionali, i rappresentanti dei comuni delle varie regioni d’Italia hanno ascoltato il coordinatore e Antonio Ragonesi, responsabile dell’area Politiche europee e relazioni internazionali e Cooperazione decentrata di Anci, che hanno presentato la bozza di accordo “Città solidali. I Comuni italiani per le Città ucraine”.

Solidali con l’Ucraina: la bozza di accordo

Nel testo della bozza si parla di avviare un dialogo con l’ACU, Associazione Comuni Ucraini, per la firma di un MoU Memorandum of Understanding tra Anci e Acu, quale precondizione necessaria per l’avvio di iniziative di solidarietà come partenariati territoriali, accordi di amicizia, gemellaggi.
L’accordo consentirà di attivare anche una piattaforma online in cui fare convergere le richieste dei comuni ucraini, suddivise per settore e tematiche di interesse.
Verrà dato sostegno ai Comuni ucraini nella cura degli sfollati interni, partendo dalla esperienza condivisa con i comuni italiani nell’ambito del sistema nazionale di accoglienza decentrato e gestito dai comuni italiani.
Verranno supportate le competenze nella progettazione di interventi urbanistici e nella pianificazione urbana; nella realizzazione di micro progetti di ricostruzione anche attraverso la partecipazione diretta dei cittadini con apposite campagne di foundraising.

Sentiamo Marcello Bedeschi, alla fine della riunione (clicca e ascolta la dichiarazione)

I Piccoli Comuni del Welcome

Soddisfazione per la riunione anche da parte dei sindaci della Rete dei Piccoli Comuni del Welcome presenti a Bergamo. Ricordiamo che alcuni di loro avevano partecipato al viaggio a Leopoli, dal 24 al 26 ottobre scorsi, con il MEAN-Movimento Europeo di Azione Nonviolenta.
In quel viaggio, con venticinque comuni ucraini erano stati firmati i “Patti di Leopoli”, che regolano i reciproci impegni a favore del popolo ucraino aggredito.
Rientrati in Italia, sindaci, Anci e MEAN hanno lavorato speditamente alla bozza di accordo presentata a Bergamo, che adesso dovrà essere approvata dai rispettivi organismi.
I Piccoli Comuni del Welcome, intanto, sono già al lavoro per organizzare raccolta fondi e beni necessari alla popolazione ucraina colpita dal freddo e stremata da mesi di guerra incessante.

Sentiamo Giuseppe Nobile, sindaco di Castel di Lucio, in provincia di Messina, piccolo comune del welcome (clicca e ascolta la dichiarazione):

Il MEAN

I bisogni impellenti della popolazione ucraina sono al centro di tutti gli sforzi del MEAN, che a Bergamo ha incontrato anche il sindaco di Leopoli, Andriy Sadovyy, per un breve saluto.
Angelo Moretti, portavoce del MEAN, ha ribadito che si deve agire subito perché l’inverno sta sorprendendo la popolazione ucraina lasciandola al buio e al freddo.
Servono generatori di corrente, servono vestiti invernali, serve ogni genere di auto e vicinanza e bisogna fare in fretta.

Angelo Moretti, portavoce MEAN (clicca e ascolta la dichiarazione):

Il sindaco di Leopoli

Andriy Sadovyy sul palco di Bergamo si è alzato in piedi per ringraziare, con dignità e commozione, tutti i sindaci e le sindache d’Italia impegnati a sostenere i comuni ucraini sin da subito sia soprattutto quando la guerra sarà finita.
Anche la presidente del Consiglio dei Ministri italiano, Giorgia Meloni, collegata con l’Assemblea, ha assicurato concreto aiuto del governo ai comuni e alla popolazione ucraini.
Sadovyy ha ripetuto che servono generatori di corrente o sarà impossibile riattivare le sale operatorie e le città.
Serve aiuto a ricostruire arti persi con le bombe e vite distrutte da questo nuovo holodomor che si affaccia su questo inverno.
Holodomor – del quale ricorre l’anniversario ogni quarto sabato di novembre – in ucraino significa “infliggere la morte mediante la fame” e fu organizzata intenzionalmente dal regime sovietico in Ucraina negli anni 1932-1933.

L’appello di Andriy Sadovyy, sindaco di Leopoli (clicca e ascolta la dichiarazione):

 

Questo articolo è stato pubblicato da VITA non profit (qui) e dai Piccoli Comuni del Welcome (qui)

 

Secondo Summer camp

Partito il Secondo Summer camp dei Piccoli Comuni del Welcome organizzato dal progetto Mean-Movimento Europeo di Azione non violenta, in collaborazione con Act for Ukraine.

Dopo il primo, avvenuto nel mese di luglio (leggi qui l’articolo che ne racconta l’esperienza), tra il 26 e il 29 agosto in Italia sono arrivate altre dall’Ucraina altre quarantatré persone, mamme con i propri figli, per trascorrere due settimane lontano dalla guerra, dall’ansia e dal terrore delle bombe, della morte, della distruzione che la guerra sta portando.

Dove

Roseto Capo Spulico, Castel di Lucio, Baselice e Tiggiano sono i quattro Piccoli Comuni del Welcome che ospitano le famiglie ucraine arrivate. I Campi estivi delle famiglie ucraine nei Piccoli Comuni del Welcome hanno il sostegno di ACRI e di Fondazione “Con il Sud”. Altre famiglie sono state accolte a Benevento e a Palidoro (Fiumicino), queste ultime con il supporto della Fondazione Ronald McDonald Italia.

Straordinario, come sempre, l’impegno dei Sindaci – Rosanna Mazzia (Roseto CS), Giuseppe Nobile (Castel di Lucio), Lucio Ferella (Baselice), Giacomo Cazzato (Tiggiano) – e delle loro comunità che hanno organizzato nel dettagli le due settimane, tra momenti di divertimento per i più piccoli e anche momenti di conoscenza e visita dei più importanti luoghi artistici, paesaggistici e naturali dei propri piccoli comuni.

Vi racconteremo com’è andata, ma adesso guardate insieme a noi quanta gioia nei volti delle mamme e dei loro figli. Qui, invece, un breve video dell’accoglienza a Castel di Lucio.

 

Filari accoglienti

Il filari accoglienti delle viti di Torrecuso vanno verso nuovi orizzonti, come cita il titolo del panel che si è svolto nel Piccolo Comune del Welcome sannita durante la Rassegna enologica “Vinestate” 2022 (vedi foto sotto).
Tutti presenti al tavolo della discussione sul tema “Lavoro e inclusione”. Ma, sullo sfondo, anche l’azione di vicinanza e accoglienza che la Rete dei Piccoli Comuni del Welcome sta facendo con il progetto MEAN (leggi qui e qui): in collegamento, infatti, in sala c’è il Comune ucraino di Kobleve (nel video in Youtube, il territorio di una delle aziende produttrici di vino), nell’oblast’ di Mykolaiv.

Filari accoglienti

Nel 2018 Torrecuso ha scelto di attivare il SAI, Sistema Accoglienza Inclusione (che prima si chiamava SPRAR), di ANCI-Ministero dell’Interno, per accogliere famiglie per un totale di 30 persone, recuperando case sfitte e a rischio abbandono tra i vicoli del borgo medievale descritto dallo storico Antonio Mellusi come il castello sul colle a Nord di Benevento costruito dai Longobardi a difesa e guardia della città capitale del Ducato Longobardo del Centro-Sud. Oggi l’antico castello, convertito nel ‘700 in un palazzo nobiliare, è la sede del Comune.
E’ qui che il Sindaco, Angelino Iannella, stipula i “patti di accoglienza” con le famiglie accolte nel Progetto SAI che è coordinato da Nicoletta Maiello.
Per il Sindaco Iannella l’accoglienza deve coniugarsi con coesione sociale – uno dei temi portanti del Manifesto del Welcome – con lo sviluppo personale, il lavoro dignitoso. Solo così è possibile migliorare le comunità nella diversità, proprio come sta accadendo nella sua Torrecuso.

Il Sindaco Iannella e la Coordinatrice Maiello nel momento della stipula dei patti di accoglienza – foto SAI Torrecuso

I dati dell’accoglienza

Nicoletta Maiello, Coordinatrice del Progetto SAI, snocciola i numeri dell’accoglienza di Torrecuso. Dal 2018 sono state accolte settanta persone, di cui circa la metà bambini e bambine. Oggi, sono venti le persone in progetto e c’è una nuova famiglia in arrivo.
Tra i vicoli del Borgo Torlicoso, dal 2018 hanno passeggiato numerose nazionalità: Nigeria, Libia, Camerun, Costa d’Avorio, Siria, Afghanistan, Eritrea, Senegal, e da quest’anno l’Ucraina.
In tutto, ventidue famiglie, di cui nove hanno scelto di restare nel territorio di Torrecuso o nelle immediate vicinanze. Sia quelle rimaste che quelle che hanno scelto di vivere in altre città, hanno tutte regolarmente trovato un lavoro stabile grazie alla formazione e ai tirocini che il SAI ha offerto loro.
Dieci, infatti, i tirocini lavoro attivati dal SAI anche nella viticoltura, nove i corsi di formazione professionale e un percorso di Servizio civile nella “Misericordia” locale. Uno dei tirocini è già diventato contratto di lavoro a tempo indeterminato nella pescheria di un supermercato di Torrecuso. Tutte persone, dunque, che hanno scelto di vivere nel Piccolo Comune o nel territorio sannita.
(vedi foto sotto – estratte da SAI Torrecuso)

Filari vincenti: Tessi e Sylwia

Tessi John è una giovane donna di nazionalità nigeriana (qui la sua storia, prendetevi due minuti per leggerla) entrata nel 2018 nel progetto SAI di Torrecuso. Durante il convegno ha raccontato la sua esperienza di vita a Torrecuso, tra ribellione e vittoria. Tessi, infatti, ha lavorato su se stessa e sulle sue fragilità e poi caparbiamente sulle sue abilità creative, fino a raggiungere il suo sogno: aprire una bottega di sartoria. Tessi e il marito adesso hanno lasciato il progetto SAI ed hanno una casa tutta loro, un lavoro stabile nel quale Tessi investe le sue energie di imprenditrice e una piccola bimba arrivata dopo i primi due figli.
Tra ribellione e vittoria, nel percorso di Tessi ci sono state anche Teresa Ciarlo e Sylwia Modzelewskae, rispettivamente psicologa e psicoterapeuta e mediatrice culturale del SAI Torrecuso.
Trasformare la diffidenza in fiducia, la fragilità personale in capacitazione è stato complesso, ma Teresa Ciarlo ha trovato la via di comunicazione per arrivare a Tessi, così come l’ha trovata sempre per destrutturare il frame di pregiudizio ed ostilità che ancora avvolgono l’accoglienza delle persone migranti.
E se la testimonianza di Tessi ha meravigliato, quella di Sylwia prima ha strozzato il fiato e poi donato energia. Da polacca in Italia, ha vissuto la fatica di arrivare di notte in Questura a fare la fila per i documenti, la delusione della burocrazia che ruota intorno ai permessi di soggiorno e poi la serenità dell’accoglienza e della vita che riparte. Oggi Sylwia è la mediatrice culturale del SAI, è sposata e vive a Torrecuso. (Le foto sotto sono tratte dalla pagina Facebook di Vinestate)

 

Accoglienti con i filari ucraini

Un borgo medievale, le colline sannite, la predisposizione naturale all’accoglienza non potevano restare indifferenti a quanto sta avvenendo in Ucraina dal 24 febbraio 2022.
Nel SAI di Torrecuso sono state ospitate fin da subito alcune famiglie in fuga dalla guerra. La rete dei Piccoli Comuni del Welcome, infatti, ha aderito al Progetto MEAN creato da oltre trentacinque associazioni italiane, molte delle quali provenienti dalla Rete italiana Per un Nuovo Welfare, per costruire percorsi e azioni di pace in Ucraina e soprattutto per “far sentire” – “metterci corpo”, come dice il progetto – la vicinanza alla popolazione ucraina.
Il MEAN, infatti, con due viaggi, a maggio e a giugno di quest’anno, ha stabilito in Ucraina una serie di relazioni di sostegno con alcune autorità e con molti esponenti della società civile.
L’11 luglio, la “marcia nonviolenta” a Kiev ha aperto la strada ad una collaborazione sempre più intensa tra MEAN e Act for Ukraine che fa da raccordo tra Italia e Ucraina anche grazie alla mediazione culturale e linguistica di Tetyana Shyshnyak, interprete e cantante ucraina, che dallo scoppio della guerra affianca il MEAN in questo percorso.

La guerra tra i filari

Con le sue quindici macrozone viticole naturali e le cinquantotto regioni a vocazione viti-vinicola, l’Ucraina è un paese viticolo che fa parte del CEEV, il Comité Européen des Entreprises Vins, attraverso la Ukrainian Corporation for Viticulture and Wine Production Industry, la Società ucraina per la viticoltura e l’industria della produzione di vino.
Sei macrozone e dodici microzone si trovano nella Repubblica autonoma di Crimea, tre zone e sedici microzone nella regione di Odessa, due zone e dieci microzone nella regione di Kherson, due zone e sette microzone nella regione di Mykolaiv, una zona e dodici microzone nella regione di Zakarpattya ed infine una zona e sei microzone nella regione di Zaporizhia.
Tutte località i cui nomi abbiamo tutti imparato a conoscere dalle cronache di guerra e dalle cartine belliche, dove le aree del conflitto e quelle vocate alla viti-viticoltura purtroppo si sovrappongono.
La guerra, dunque è entrata violenta anche tra i filari delle viti ormai divelti dai missili, i campi in fiamme, le cantine distrutte dalle bombe, trattori e camion ridotti ad ammassi di lamiera.

Vinitaly

Le coltivazioni di cabernet e dei vini da dessert, tutto distrutto, ne parla molto anche Vinitaly che si prepara alla cinquantacinquesima edizione di aprile 2023 con forte preoccupazione perché secondo i dati Istat (sommando le voci di produttori dell’agricoltura, della silvicoltura e della pesca, e di prodotti alimentari, bevande e tabacco), l’Italia, nei primi 11 mesi 2021, ha esportato in Russia oltre 613 milioni di euro di prodotti agroalimentari, importandone per 229 milioni di euro. Guardando all’Ucraina, invece, l’export italiano verso il Paese si attesta sui 325 milioni di euro, mentre le importazioni sono sfiorano i 525 milioni di euro. In particolare, la preoccupazione è soprattutto sul fronte del grano, con di cui Russia e Ucraina sono i principali esportatori nel mondo, con l’Italia che, nel 2021, ne ha importate 100.000 tonnellate nel primo caso, e 120.000 nel secondo (fonte Ismea). (al link tutta l’analisi fatta da Vinitaly)

Filari gemelli

Uno dei territori a maggiore vocazione viticola è l’oblast’ di Mykolaiv, in cui è il Comune di Kobleve, collegato in sala per un dialogo con il Sindaco Iannella ed Angelo Moretti – Referente della Rete dei Piccoli Comuni del Welcome, Portavoce della Rete nazionale “Per un Nuovo Welfare”, Spoke del MEAN project e Presidente del Consorzio “Sale della Terra”.
Assente Panych Volodymyr, dall’Ucraina si collega Svitlana Talokha che racconta della distruzione e della morte che ha devastato il suo paese e le sue terre. Le sue lacrime silenziano la sala che concentra tutto l’affetto e tutta la partecipazione al dolore negli applausi facendoli arrivare in Ucraina come abbracci.
Mentre Tetyana legge i dati terribili delle perdite dell’azienda “Koblevo”, scorrono le immagini ancora verdi e allegre delle sue produzioni di vini, scorre lo spot pubblicitario girato poco tempo fa e tutto stride con le immagini crude e grigie dell’Ucraina che oggi invece ci arrivano attraverso i media.
Angelo Moretti spiega che lo scopo del progetto MEAN è proprio “essere vicini”, in una “prossimità” non solo ideale, ma concreta e che va dall’invio di aiuti materiali alla presenza fisica in Ucraina, al fianco di chi, finite le bombe, dovrà trovare la forza di ricostruire territori, economia e persone.
Angelino Iannella, il Sindaco di Torrecuso, comune welcome accogliente per tradizione e leader nella viticoltura per vocazione, non perde tempo e “chiama” Kobleve “Comune gemello” alla sua Torrecuso. Gli atti amministrativi arriveranno in seguito. Ma dal tavolo del panel si va già “verso nuovi orizzonti”.

Gabriella Debora Giorgione

 

 

 

Volontariato e politica

Amato: il volontariato non fugga dalla politica.

I passaggi più significativi dell’intervento di Giuliano Amato, presidente della Corte Costituzionale, chiamato al Meeting di Rimini a ragionare su “Democrazia e verità” con Giorgio Vittadini, presidente di Fondazione per la Sussidiarietà. Crisi dei corpi intermedi, relativismo individualista, mancanza di discernimento tra verità e verosimile, responsabilità. Di fronte alla fragilità della attuale classe politica, Amato chiama a raccolta i milioni di volontari italiani: «Voi, che siete il polmone della politica italiana, dovete mobilitarvi per garantire il nostro futuro».

È Giorgio Vittadini presidente di Fondazione Sussidiarietà, ad introdurre Giuliano Amato, presidente della Corte Costituzionale. Lo fa con alcune provocazioni culturali e politiche. La prima, democrazia e bene comune perché, dice Vittadini: «È un auspicio che la vita democratica nasca da un impegno ideale dei partiti che non sia l’interesse corporativo, ma che sia sacrificio dell’interesse particolare per un bene comune». Vittadini si interroga, e facendolo interroga Amato, su come ridare vita alla democrazia, sul nesso tra democrazia e verità, sul ruolo della democrazia nello sviluppo sociale, su elezioni e sussidiarietà.

E poi, centrale, il ruolo del Parlamento con uno sguardo giussaniano al “potere” del potere sui cittadini: «Perché ci siano elezioni veramente libere – dice il patron del Meeting – bisogna che l’uomo non sia isolato e ricattabile. L’uomo isolato fa fatica a tenere una posizione alta, c’è bisogno di luoghi dove la verità sia educata e si costruiscano regole di convivenza». Chiaro il riferimento ai corpi intermedi, i partiti che Vittadini definisce «Luoghi dove la democrazia reggeva rispetto ai tentativi autocratici perché mantenevano la connessione con le realtà popolari».

Democrazia, verità, responsabilità

In cinquanta minuti circa, Giuliano Amato lascia alla platea una serie di punti fermi, lucidi di analisi e di sguardo all’orizzonte prossimo della politica e della società italiana.
Lungo ed articolato, il discorso sul legame tra la democrazia e la verità. Per Amato «la verità dei fatti, nelle democrazie, è aggredita e contrastata dalle non-verità del verosimile, dal rifiuto per convenienza e a volte per ostinata difesa di gabbie ideologiche di cui si è spesso custodi e prigionieri insieme, che porta a negare la verità dei fatti. Lo abbiamo sperimentato anche durante la pandemia per il Covid, con le divisioni interne, le polarizzazioni, le radicalizzazioni, che rendono così difficili le decisioni in una democrazia. Ma attenzione: oltre alla categoria del vero-falso c’è anche la categoria del giusto-ingiusto e spesso si toccano fra di loro, insidiando le nostre certezze». Ma la connessione tra democrazia e verità sta nella responsabilità: «Si deve dire sempre la verità, in democrazia?», chiede e si chiede Amato.

Partiti e individuo

Gli altri due punti di verità: i partiti e l’individuo. Per Amato una profonda insidia per la democrazia è il relativismo individualista che ha lacerato il tessuto connettivo delle nostre società. Contestualmente, abbiamo assistito alla fine «Dei differenziali della società, i grandi aggregatori, i partiti del passato, il vero fattore che faceva funzionare la democrazia e beneficio di milioni di cittadini».

Passaggio molto articolato, quello sul rapporto tra credenti e non credenti. Amato cita Ragione e fede in dialogo, di Jürgen Habermas e il cardinale Joseph Ratzinger: «Tutti, credenti e non credenti, avevano il compito comune di trovare i valori a tutti comuni su cui costruire. Abbiamo messo a punto, ad esempio, piattaforme su temi delicati come il fine vita, con il rispetto delle opinioni di ciascuno. La persona viene prima dello Stato». La “patente democratica” passa dunque innanzitutto dal rispetto per l’uomo, la persona, nella sua qualità di componente della vita sociale e di essere vivente e, quindi, dal rispetto per il creato.

Leggi tutto l’articolo qui su VITA

Ucraina. Il primo mese dei Summer Camp.

Ucraina. Welcome Summer Camp. Calabria, Sicilia, Puglia e Campania: nessuno ha detto no.
di Gabriella Debora Giorgione

L’iniziativa è partita grazie al progetto Mean-Movimento Europeo di Azione non violenta in collaborazione con Act for Ucraine. La delegazione di Mean, infatti, è stata più volte in Ucraina, e proprio a Kiev ha organizzato lo scorso 11 luglio, una manifestazione di pace insieme alla Società civile ucraina.

Welcome Summer Camp

Il primo mese dei Summer camp è trascorso. Erano arrivate dall’Ucraina un mese fa: settantotto persone, mamme con i propri bambini, partiti da Kiev, che hanno prima raggiunto Medyca, un punto di confine tra la Polonia e l’Ucraina, e poi l’Italia. Il sud Italia precisamente, accolti nei piccoli comuni del Meridione. Non comuni qualsiasi, ma nei Piccoli Comuni del Welcome (leggi VITA.it). I campi andranno avanti fino a settembre, continueranno a prendervi parte per lo più mamme con i loro figli, bambini e adolescenti, individuati dall’assessorato alle politiche sociali del Comune di Kiev.

Il viaggio dall’Ucraina

«Carissime famiglie, carissime mamme e carissimi bambine e bambini», ha detto Angelo Moretti, portavoce del Movimento alle mamma e ai bambini saliti sui pullman e diretti in Italia, «per tutto il mondo voi siete dei piccoli eroi, siete di una nazione che sta resistendo ad una aggressione ma non vuole perdere la sua umanità. In voi c’è il futuro di pace dell’Ucraina, in questa estate indimenticabile voi potrete costruire il futuro di una nuova umanità che cerca la pace non solo per sé ma anche per gli altri. Voi siete come i nuovi “Pollicino” quell’eroe che sa allontanarsi da casa, come voi state facendo in questa estate in Italia, ma sanno progettare ed organizzare il ritorno per difendere il futuro e la felicità delle vostre famiglie e dei vostri amici! Insegnate la pace al mondo». (Le foto del viaggio sono di Luca Daniele)

La permanenza nei Comuni Welcome

«L’occasione di poter ospitare le famiglie scappate dalla guerra costituisce, per tutta la comunità di Giuggianello, un motivo di crescita collettiva e di gioia. Fin da subito, molte sono state le offerte di aiuto e solidarietà da parte di tutta la cittadinanza, che da oggi avrà modo di concretizzare quanto di bello il cuore sa donare», dice Luca Benegiamo, Sindaco del comune (foto sotto) «La possibilità di far vivere una quotidianità semplice e normale, fatta di incontri in piazza, al mare, presso i campus estivi, in giro in bici, una giornata fatta di piccoli gesti ed attenzioni, può contribuire a regalare la serenità che queste famiglie, ed in particolare i bambini, hanno il diritto di avere. Queste occasioni – chiude Benegiamo – servono anche a noi che, troppo spesso, tendiamo a dare per scontati il valore e l’importanza delle piccole e semplici cose, ed è per questo che siamo conviti che non siamo noi ad aiutare i bambini di Kiev, ma sono loro che stanno insegnando qualcosa di speciale a noi. Sento di interpretare l’orgoglio e la gioia di tutta la comunità per questa speciale e solidale prova di dialogo, condivisione e scambio fraterno di semplice e pacifica umanità».

«Quanto accaduto», spiega Salvatore Mazzone, sindaco di Pietrelcina, «non può e non deve lasciarci indifferenti e il progetto Summer Camp è la prova di quanto sia importante la sinergia tra istituzioni ed associazioni per rendere vivi quei valori, come la solidarietà e l’inclusione, che caratterizzano i nostri territori. Pietrelcina, anche per l’esperienza tra i piccoli comuni del welcome, ha ormai una familiarità rodata col concetto di accoglienza. A nome dell’intera amministrazione, voglio ringraziare il consorzio e tutti i suoi operatori per questa bella iniziativa. Oltre a loro, voglio ringraziare anche quei cittadini che singolarmente o all’interno delle associazioni del paese non fanno mai mancare il loro supporto quando c’è da aiutare chi è in difficoltà». (sotto, una foto scattata durante le attività del Summer camp, la visita alla Reggia di Caserta).

«Abbiamo seguito tutte le fasi di questo progetto», spiega Rosanna Mazzia, la Sindaca di Roseto Capo Spulico in Calabria (foto sotto, con gli occhiali), «con un misto di preoccupazione e di sollievo, dando la disponibilità fin da subito ad ospitare almeno una famiglia. Era ed è la necessità di andarci a mettere le mani, la faccia e il cuore in questa guerra incredibile. Grazie al lavoro di mediazione fatto dal Mean e ai volontari che li hanno accompagnati e sostenuti ora sono qui da noi… per un mese. Mi chiedo: basterà ad alleviare il carico del loro dolore, dei loro pensieri? Non lo so. So che ho un motivo in più per uscire dalla quarantena: andare a conoscerli e provare a dire loro che non sono da soli».

E ancora «Con piacere accogliamo la famiglia impegnandoci nel farli sentire a casa loro pur essendo lontano 3000 chilometri», ha dichiarato Piero Capizzi sindaco di Calascibetta, un comune italiano di 4133 abitanti del libero consorzio comunale di Enna in Sicilia (foto sotto).

Ma le famiglie sono arrivare anche a Tiggiano piccolo comune del welcome del Sindaco Giacomo Cazzato che racconta la sua comunità come forte, coesa, accogliente.

Un’accoglienza quella nei piccoli comuni del welcome che ha mobilitato intere comunità: «Sono veramente fiero come castelluccese», ha sottolineato l’assessore politiche sociali e giovanili del Comune di Castel di Lucio, provincia di Messina, Antonio di Francesca, «che il comune abbia preso parte a questa iniziativa. E ho visto che la nostra comunità ha risposto benissimo».

«È stato un lavoro di squadra», ha aggiunto il sindaco Giuseppe Nobile. «Abbiamo tutti cercato di fare del nostro meglio. Con l’aiuto di tanti ci siamo riusciti».

(Summer Camp di Castel di Lucio)

«Siamo lieti di ospitare a Santa Paolina una famiglia ucraina nell’ambito del Progetto Mean. Siamo sicuri che con il nostro affetto e il calore della nostra comunità li aiuteremo a trascorrere un’estate serena, lontani dagli orrori della guerra. Siamo pronti ad accoglierli e coinvolgerli nelle attività ludiche che abbiamo organizzato per i nostri bambini e siamo sicuri che per tutti sarà un’estate da ricordare», spiega Rino Ricciardelli, sindaco Santa Paolina, in provincia di Avellino.

(Foto del Summer Camp di Santa Paolina)

La filiera dell’ospitalità è arrivata anche a Biccari: «Ci siamo è felicemente messi in moto per il progetto Mean: dall’Amministrazione alla Parrocchia, dalla Cooperativa di Comunità ad Argentina per il Mondo, passando per tanti cittadini che saranno e vorranno essere coinvolti, Biccari risponderà ancora una volta presente al Welcome, all’accoglienza, alla solidarietà. Con noi abbiamo due famiglie», ha raccontato il sindaco Gianfilippo Mignona.

(Foto del Summer camp di Biccari)

Natalia è arrivata con i suoi bambini dall‘Ucraina a Bisacquino del Sindaco Tommaso Di Giorgio, in provincia di Palermo, uno dei cinquantadue piccoli comuni del welcome.

Oleksandra, invece, è stata accolta a Santa Cristina Gela del Sindaco Giuseppe Cangialosi, sempre in provincia di Palermo: «I bambini sono contenti», ha raccontato. «Siamo tutti molto, molto contenti. Non è un momento facile, ma l’accoglienza è stata meravigliosa. La signora che ci ospita ha anche comprato un router per noi, così io posso lavorare da remoto. Proprio non so esprimere a parole la mia gratitudine».

Anche nel Sannio, a Sassinoro, il Sindaco, Luca Apollonio e la Cooperativa di Comunità Conlaboro hanno aperto le braccia alle mamme e ai bambini arrivati dall’Ucraina.

 

 

Vescovi Aree interne: chiediamo politica seria

Vescovi Aree interne: chiediamo politica seria.
«L’autonomia differenziata non farebbe altro che accrescere le diseguaglianze nel Paese. Chiediamo alla politica interventi seri, concreti, intelligenti, ispirati da una progettualità prospettica, non viziata da angusti interessi o tornaconti elettorali».
Così i Vescovi delle Aree interne, riuniti a Benevento per richiesta espressa di papa Francesco.

Provenienti da dodici Regioni italiane, Sicilia, Sardegna, Calabria, Basilicata, Puglia, Campania, Molise, Abruzzo, Lazio, Toscana, Emilia-Romagna, Piemonte, i Vescovi delle Aree interne ospitati da mons. Felice Accrocca, Arcivescovo di Benevento, al Centro “La Pace” si sono riuniti perché «La metropolizzazione progressiva della popolazione italiana sta causando la lenta morte d’interi territori, con grave danno per tutto il Paese e quando si registra l’abbandono di una parte del territorio è la nazione intera a subirne detrimento», ha detto Accrocca, per il quale dunque «C’è bisogno d’intelligenza politica e pastorale per ravvivare luoghi in cui la vita rischia di finire e dove paradossalmente essa può invece assumere una qualità superiore».

Nord e Sud, dunque, la Chiesa delle “aree marginali” si è fatta sentire, proseguendo nel cammino iniziato già nel 2019 e forte di due lettere che Papa Francesco ha inviato: una il 12 agosto 2022, indirizzata «Ai cari fratelli nell’episcopato delle zone italiane cosiddette interne», l’altra indirizzata direttamente all’Arcivescovo Accrocca, Metropolita di Benevento.

Il documento finale dei Vescovi delle Aree interne

Sono stati due giorni molto intensi di lavoro e confronto, che hanno portato alla stesura del documento finale, una pagina in cui i Vescovi hanno chiarito anche alla politica italiana che nessuna strada conduce al futuro se non incrocia le “aree marginali”.
«Le Aree interne – si legge infatti nel documento – costituiscono una larga porzione del Paese, accomunata da alcune criticità, depositaria di straordinarie ricchezze e tuttavia diversificata: sono, per analogia, come la piccola Nazareth, marginale, eppure custode della realtà più preziosa. Non ci rassegniamo ad accompagnarle alla fine, in una sorta di accanimento terapeutico, ma vogliamo costituirci baluardo, forza per difenderle, dando vita a reti solidali capaci di attivare sinergie».

Leggi tutto l’articolo qui su VITA