Volontariato e politica

Amato: il volontariato non fugga dalla politica.

I passaggi più significativi dell’intervento di Giuliano Amato, presidente della Corte Costituzionale, chiamato al Meeting di Rimini a ragionare su “Democrazia e verità” con Giorgio Vittadini, presidente di Fondazione per la Sussidiarietà. Crisi dei corpi intermedi, relativismo individualista, mancanza di discernimento tra verità e verosimile, responsabilità. Di fronte alla fragilità della attuale classe politica, Amato chiama a raccolta i milioni di volontari italiani: «Voi, che siete il polmone della politica italiana, dovete mobilitarvi per garantire il nostro futuro».

È Giorgio Vittadini presidente di Fondazione Sussidiarietà, ad introdurre Giuliano Amato, presidente della Corte Costituzionale. Lo fa con alcune provocazioni culturali e politiche. La prima, democrazia e bene comune perché, dice Vittadini: «È un auspicio che la vita democratica nasca da un impegno ideale dei partiti che non sia l’interesse corporativo, ma che sia sacrificio dell’interesse particolare per un bene comune». Vittadini si interroga, e facendolo interroga Amato, su come ridare vita alla democrazia, sul nesso tra democrazia e verità, sul ruolo della democrazia nello sviluppo sociale, su elezioni e sussidiarietà.

E poi, centrale, il ruolo del Parlamento con uno sguardo giussaniano al “potere” del potere sui cittadini: «Perché ci siano elezioni veramente libere – dice il patron del Meeting – bisogna che l’uomo non sia isolato e ricattabile. L’uomo isolato fa fatica a tenere una posizione alta, c’è bisogno di luoghi dove la verità sia educata e si costruiscano regole di convivenza». Chiaro il riferimento ai corpi intermedi, i partiti che Vittadini definisce «Luoghi dove la democrazia reggeva rispetto ai tentativi autocratici perché mantenevano la connessione con le realtà popolari».

Democrazia, verità, responsabilità

In cinquanta minuti circa, Giuliano Amato lascia alla platea una serie di punti fermi, lucidi di analisi e di sguardo all’orizzonte prossimo della politica e della società italiana.
Lungo ed articolato, il discorso sul legame tra la democrazia e la verità. Per Amato «la verità dei fatti, nelle democrazie, è aggredita e contrastata dalle non-verità del verosimile, dal rifiuto per convenienza e a volte per ostinata difesa di gabbie ideologiche di cui si è spesso custodi e prigionieri insieme, che porta a negare la verità dei fatti. Lo abbiamo sperimentato anche durante la pandemia per il Covid, con le divisioni interne, le polarizzazioni, le radicalizzazioni, che rendono così difficili le decisioni in una democrazia. Ma attenzione: oltre alla categoria del vero-falso c’è anche la categoria del giusto-ingiusto e spesso si toccano fra di loro, insidiando le nostre certezze». Ma la connessione tra democrazia e verità sta nella responsabilità: «Si deve dire sempre la verità, in democrazia?», chiede e si chiede Amato.

Partiti e individuo

Gli altri due punti di verità: i partiti e l’individuo. Per Amato una profonda insidia per la democrazia è il relativismo individualista che ha lacerato il tessuto connettivo delle nostre società. Contestualmente, abbiamo assistito alla fine «Dei differenziali della società, i grandi aggregatori, i partiti del passato, il vero fattore che faceva funzionare la democrazia e beneficio di milioni di cittadini».

Passaggio molto articolato, quello sul rapporto tra credenti e non credenti. Amato cita Ragione e fede in dialogo, di Jürgen Habermas e il cardinale Joseph Ratzinger: «Tutti, credenti e non credenti, avevano il compito comune di trovare i valori a tutti comuni su cui costruire. Abbiamo messo a punto, ad esempio, piattaforme su temi delicati come il fine vita, con il rispetto delle opinioni di ciascuno. La persona viene prima dello Stato». La “patente democratica” passa dunque innanzitutto dal rispetto per l’uomo, la persona, nella sua qualità di componente della vita sociale e di essere vivente e, quindi, dal rispetto per il creato.

Leggi tutto l’articolo qui su VITA

Vescovi Aree interne: chiediamo politica seria

Vescovi Aree interne: chiediamo politica seria.
«L’autonomia differenziata non farebbe altro che accrescere le diseguaglianze nel Paese. Chiediamo alla politica interventi seri, concreti, intelligenti, ispirati da una progettualità prospettica, non viziata da angusti interessi o tornaconti elettorali».
Così i Vescovi delle Aree interne, riuniti a Benevento per richiesta espressa di papa Francesco.

Provenienti da dodici Regioni italiane, Sicilia, Sardegna, Calabria, Basilicata, Puglia, Campania, Molise, Abruzzo, Lazio, Toscana, Emilia-Romagna, Piemonte, i Vescovi delle Aree interne ospitati da mons. Felice Accrocca, Arcivescovo di Benevento, al Centro “La Pace” si sono riuniti perché «La metropolizzazione progressiva della popolazione italiana sta causando la lenta morte d’interi territori, con grave danno per tutto il Paese e quando si registra l’abbandono di una parte del territorio è la nazione intera a subirne detrimento», ha detto Accrocca, per il quale dunque «C’è bisogno d’intelligenza politica e pastorale per ravvivare luoghi in cui la vita rischia di finire e dove paradossalmente essa può invece assumere una qualità superiore».

Nord e Sud, dunque, la Chiesa delle “aree marginali” si è fatta sentire, proseguendo nel cammino iniziato già nel 2019 e forte di due lettere che Papa Francesco ha inviato: una il 12 agosto 2022, indirizzata «Ai cari fratelli nell’episcopato delle zone italiane cosiddette interne», l’altra indirizzata direttamente all’Arcivescovo Accrocca, Metropolita di Benevento.

Il documento finale dei Vescovi delle Aree interne

Sono stati due giorni molto intensi di lavoro e confronto, che hanno portato alla stesura del documento finale, una pagina in cui i Vescovi hanno chiarito anche alla politica italiana che nessuna strada conduce al futuro se non incrocia le “aree marginali”.
«Le Aree interne – si legge infatti nel documento – costituiscono una larga porzione del Paese, accomunata da alcune criticità, depositaria di straordinarie ricchezze e tuttavia diversificata: sono, per analogia, come la piccola Nazareth, marginale, eppure custode della realtà più preziosa. Non ci rassegniamo ad accompagnarle alla fine, in una sorta di accanimento terapeutico, ma vogliamo costituirci baluardo, forza per difenderle, dando vita a reti solidali capaci di attivare sinergie».

Leggi tutto l’articolo qui su VITA