L’isola della partecipazione

L’isola della partecipazione.
Tecnicamente Procida non è un “piccolo comune”, perché ha attualmente circa 10.500 abitanti. Ma è Procida, è un’isola, è la Capitale italiana della Cultura 2022 e da “piccola” ha parlato al mondo intero, in questo difficile 2022. “La cultura non isola”, dice il claim: terra che diventa luogo di esplorazione, sperimentazione e conoscenza, modello delle culture e metafora dell’uomo contemporaneo. Procida ha “vinto” perché ha mostrato di essere un modello di “capitale esemplare di dinamiche relazionali, di pratiche di inclusione nonché di cura dei beni culturali e naturali”. Dino Ambrosino, il “sindaco della capitale”, giacca e cravatta, nel suo studio siede tra le bandiere d’Italia e d’Europa, un ficus gigante. Alle spalle, che ci guarda dal muro, il Presidente Sergio Mattarella. Tutto molto istituzionale, mentre negli occhi abbiamo il caos creativo delle immagini di Procida di questo anno appena trascorso.

Sindaco, un anno intenso è dire poco…
Un anno straordinario…(gli occhi si accendono, ma restano composti)

Lei è al secondo mandato: nel 2015, quando è stato eletto per la prima volta, immaginava tutto questo?
Io vengo da lontano, nel senso che arrivo dalla militanza politica. Per 14 anni sono stato consigliere comunale di minoranza. Prima di candidarmi a sindaco facemmo le primarie, nonostante la mia candidatura fosse abbastanza nell’aria.

Scegliendo la strada della partecipazione…
Sì, fu un bel momento di partecipazione politica e civica. Io ero molto giovane, però tentammo la strada del coinvolgimento proprio per allargare il bacino di partecipazione dei nostri elettori. All’epoca chiaramente lo strumento delle primarie non aveva ancora mostrato tutte le criticità che poi sono venute fuori in un secondo momento.

Nasce “La Procida che vorrei”, anche se la sua provenienza è il Partito democratico…
Esatto, nasce la nostra lista civica e tenga presente che i due colleghi che avevano fatto le primarie con me poi si candidarono nella civica con me. Gli altri avevano una provenienza dal Movimento Cinque stelle, siamo stati antesignani nel rapporto tra Pd e Cinque stelle. Diciamo che su questo concetto della partecipazione abbiamo fondato molto nel nostro impegno e della nostra battaglia politica.

Un altro esempio di democrazia partecipata che non sia Procida capitale?
Quando abbiamo lanciato la nostra ipotesi di lavoro sul progetto “Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati-SPRAR”, come si chiamava all’epoca. Era il momento della campagna elettorale degli anni 2017-2018 in cui la Lega andava forte su questi argomenti dell’emergenza migranti e noi eravamo la prima piccola isola che provava ad avviare un percorso tra lo scetticismo di tanti cittadini molto sensibili al problema sicurezza. Noi lasciamo ancora le chiavi di casa appese al portone, quindi la paura era tantissima. Abbiamo iniziato, così, un percorso di partecipazione in cui abbiamo girato parrocchia per parrocchia, casa per casa quasi, spiegando che era un progetto rivolto all’accoglienza di famiglie, quindi con adulti e bambini, e soprattutto che con le proporzioni che avevamo stabilito, ovvero tre migranti ogni mille abitanti, non c’era nessun problema perché era un’ospitalità diffusa, senza nessun “casermone” con persone ghettizzate lasciate a sé stesse. Di tutto questo all’epoca si fece carico la Vicesindaco, Titta Lubrano.

Prima di essere “capitale”, Procida cosa era?
Era una Procida “dei quaranta giorni”, in cui il fenomeno del turismo era prevalentemente concentrato nel mese di agosto o al massimo negli ultimi giorni di luglio. Adesso l’isola è frequentata quasi tutti i mesi dell’anno, fin dal 2021.

E il tessuto sociale?
La comunità, bene o male, è sempre la stessa. Sono consapevole che c’è tanto lavoro da parte nostra sulla rete sociale, ma non penso che un amministratore possa mai determinare un cambiamento sostanziale, un cambiamento profondo dell’identità anche sociale del paese. Oggi proponiamo qualche servizio in più rispetto all’epoca, ma non penso che ci sia una grossa differenza sociale rispetto al 2015. C’è chiaramente un territorio diverso, perché noi alla fine tutte le risorse che abbiamo a disposizione cerchiamo di finalizzarle per migliorare il decoro urbano, però da un punto di vista sociale non credo che ci siano profonde diversità.

Lei ha istituito anche un assessorato alla comunicazione: questa attenzione all’esterno, alle relazioni, alla comunicazione, secondo lei ha avuto un peso nella selezione di Procida 2022?
La comunicazione è fondamentale. Al di là delle cose che fai, è importante costruire la visione condivisa del percorso che si sta facendo. Quindi alla fine soprattutto questi mezzi di comunicazione diretta, i social, hanno dato anche l’opportunità agli amministratori di comunicare direttamente con le proprie comunità e di rudurre “il distacco” tra chi governa e i cittadini. Qualche amministratore che ho incontrato in questi ultimi due anni ha sottolineato che la cosa più importante di questo percorso di Procida capitale sia stata proprio “la sfida comunicativa” che noi ci siamo assunti candidandoci, sottolineando che era una pazzia ma anche una straordinaria iniziativa. Era forte l’ambizione, la voglia di partecipare in un momento in cui “capitale della cultura” era comunque un’opportunità prevalentemente per i capoluoghi di provincia. Noi invece come piccola isola abbiamo partecipato e poi è venuto tutto il resto. Ci siamo candidati con l’ambizione di essere “capitale”.

Sagra Del Mare

Ma qual è stato il “momento x”, ci racconta proprio l’attimo in cui per la prima volta avete pronunciato la frase “candidiamoci a Procida capitale della cultura 2022”?
La prima ispiratrice è stata l’onorevole Luisa Bossa, sindaca di Ercolano poi consigliera regionale e poi deputata, a lei va la primogenitura di Procida capitale. La sua città aveva partecipato più volte e, quasi scherzando, mi disse, ricordo nell’autunno del 2019, “Guarda tu devi candidare Procida a capitale della cultura”, ma la cosa sembrava talmente assurda quando io ne parlavo all’interno della maggioranza…

Ma quindi lei ne aveva cominciato già a parlare molto tempo prima del 2020…
Sì, discutevamo con la maggioranza sullo scollamento che c’era stato anche con la nostra base dal punto di vista della partecipazione perché avevamo cominciato all’inizio del 2015 con grande entusiasmo e collaborazione di tutti. Poi però abbiamo notato questo progressivo distacco e ragionavamo su quale potesse essere un modo per suscitare di nuovo l’entusiasmo e riagganciare la partecipazione. Poi l’assessora Rossella Lauro un giorno è venuta con il bando in mano dicendomi “Beh, adesso ci dobbiamo candidare” ed è stata lei a presentare materialmente la candidatura a dicembre 2019. Nel mese di gennaio abbiamo capito che avevamo bisogno di un professionista che ci aiutasse e così arrivò Agostino Riitano, amico di Rossella.

E quando avete avuto la notizia…
E quando abbiamo avuto la notizia siamo esplosi! Eravamo in diretta perché eravamo tutti collegati per l’emergenza coronavirus. Eravamo nell’aula del consiglio comunale almeno una ventina di noi, infatti quando Dario Franceschini diede la notizia in diretta poi ci chiese se fossimo in piazza…Chiaramente abbiamo gioito in maniera genuina come una piccola comunità fa nel momento in cui raggiunge un risultato strepitoso, perché alla fine questo è oggettivamente un risultato strepitoso.

Qual è stato il suo primo pensiero, a parte la gioia, sindaco?
Io ho pianto, difficilmente lo faccio. Però avevo la consapevolezza che era una cosa straordinaria per Procida, per noi orgogliosi di questa terra, ma frustrati perché questa terra è sempre stata poco considerata dal resto del mondo. Alla fine era un motivo di grande riscatto, di grande orgoglio, il coronamento della soddisfazione di ogni amministratore. Per noi “piccoli” così è: noi abbiamo un forte senso di appartenenza l’isola proprio in virtù di questa tradizione marinaresca per cui siamo sempre lontani dall’isola e coltiviamo questa nostalgia della famiglia e del posto da cui veniamo. Ma poi alla fine noi avevamo sempre subìto un po’ la maggiore notorietà di Ischia e Capri. Siamo sempre stati nel cono d’ombra delle due maggiori, se andavamo fuori nessuno ci conosceva, dovevamo sempre spiegare che “Procida è vicino ad Ischia, vicino Capri”. Spesso giravano immagini a Procida spacciandole poi per i Campi Flegrei o per la Costiera Amalfitana, i miei concittadini contestavano l’amministrazione perché incapace di difendere l’immagine dell’isola che possa avere quelle Procida, oppure in caso di maltempo si diceva “interrotti i collegamenti marittimi con Ischia e Capri” e Procida non esisteva. Quando tu, piccolo comune e piccola isola, poi diventi “capitale italiana della cultura”, piangi perché ti rendi conto dell’importanza di questa cosa per una piccola comunità come la nostra.

Dopo l’abbraccio euforico, le è venuta un po’ di paura?
Sì, ho avuto paura perché ci aspettava un onere più grande di noi rispetto ad una piccola struttura amministrativa di un Comune in pre dissesto e quindi con limitazione su assunzioni e spese. Però con la grande collaborazione della Regione, della Città metropolitana, con la nostra buona volontà abbiamo creato uno staff capace di raggiungere risultati importanti. Pensi che noi abbiamo già materialmente pagato fornitori per oltre il 50%, a 7 mesi dall’inizio di capitale della cultura. Dei quattro milioni che abbiamo avuto attribuiti, ne abbiamo già spesi oltre la metà.

Istituzioni

Ma come ci siete riusciti con una piccola struttura amministrativa? Hanno lavorato tutti, a Procida?
Noi abbiamo dovuto seguire tutto il dossier previsto di eventi che in base a quel percorso di partecipazione proponeva degli appuntamenti curati da realtà locali e poi degli appuntamenti di realtà internazionali. Quindi tutti gli affidamenti di contenuti culturali sono stati rivolti verso queste realtà che aveva aderito a questo dossier fin dall’inizio, quindi in percentuale il 25% erano realtà del posto, il 75% erano realtà nazionali e internazionali. Per quanto riguarda gli affidamenti di servizi: quando si è trattato di piccole cose che potevano essere gestite sul posto, ad esempio il fioraio oppure la ditta di trasporto delle attrezzature, delle sedie, delle transenne, o piccole manutenzioni li abbiamo affidate ai locali; il service e l’amplificazione per tutto l’anno, la tipografia ci siamo rivolti a ditte napoletane, si tratta di organizzazioni che non ci sono nel piccolo comune.

Riesce a darci un primo feedback sul monitoraggio del risultato di questo anno in termini di crescita economica di Procida?
Abbiamo incaricato l’Università di Napoli di fare una ricerca e un monitoraggio di questo percorso di anno da capitale della cultura. Non abbiamo un registro con tutte le imprese, posso dire per sommi capi che in questo 2022 sono nate circa una cinquantina di strutture ricettive nuove. Quello che è oggettivo è il numero degli sbarchi di persone non residenti: nel 2019 ne registravamo intorno ai 250mila al giorno, quest’anno ne abbiamo registrati fino 650mila al giorno, quindi un aumento di 400mila sbarchi al giorno che chiaramente crea un’economia forte benché giornaliera. Però l’isola è stata sold out per tutto questo anno.

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Dino Ambrosino chi è, da dove viene?
Sono un procidano che come tutti gli isolani è particolarmente curioso e attento alle dinamiche della sua isola. Sono un pendolare, ho fatto il liceo scientifico a Lacco Ameno (Ischia, ndr), poi l’Università a Salerno. Poi il pendolare perché lavoravo a Ischia e poi adesso faccio il pendolare perché lavoro a Napoli. La stragrande maggioranza di noi isolani non trova sostentamento dell’isola e solo sull’isola: c’è una marea di pendolari per lavoro e poi la stragrande maggioranza di noi sono marittimi quindi non siamo abituati a lavorare sull’isola perché qui il lavoro non c’è. Mia sorella è andata via da Procida così come tanti della mia generazione che sono andati a cercare opportunità lavorative fuori.

E lei perché è rimasto?
Non me ne sono andato un po’ perché “sono cozza”, resto attaccato allo scoglio (ridiamo…), un altro po’ perché mi sono laureato e comunque abbastanza presto sono arrivati i miei figli, poi avevo questo percorso politico che mi appassionava e a 36 anni sono diventato sindaco. E inoltre anche per le cose di casa chiaramente, ho perso papà che avevo 17 anni. L’isola è luogo ideale per crescere i figli, qui i nostri figli possono restare in strada fino a tarda sera, possono godere il proprio territorio in modo abbastanza libero fanno i loro errori e sotto la videosorveglianza discreta di 22mila occhi che il giorno dopo riportano tutto quello che accade.

Figli

Cosa non è riuscito, in Procida capitale?
Forse non tutti gli appuntamenti sono stati frequentati quanto avrei voluto. Ma alla fine è difficile “rimproverarlo” alla comunità perché anche io non sono riuscito ad andare tutti gli appuntamenti. E comunque oggettivamente stiamo parlando di iniziative che non è che necessariamente devono coinvolgere e stimolare e vedere la partecipazione di tutti. Noi scontiamo il fatto che l’isola non è facilmente raggiungibile un appuntamento serale. Però voglio dire in percentuale è accaduto quello che probabilmente è accaduto anche altrove. La cultura non sempre riesce a coinvolgere proprio tutti.

Cosa resta di Procida capitale? Il primo gennaio 2023 da dove ricominciamo e verso cosa andiamo a Procida?
Ricominciamo da un’enorme nodosità dell’isola chiaramente continuerà. Rimane il fatto che ci sono stati degli stimoli che per tanti hanno significato ancora di più aprirsi a conoscere nuove cose e che siccome sono stati organizzate a casa nostra sono state conosciute dagli isolani. Rimane il fatto che abbiamo fatto passare il messaggio che quest’isola è un’isola che ha un potenziale grande, quindi un messaggio innanzitutto rivolto alla nostra comunità che deve avere maggiore consapevolezza della sua storia, della sua identità e del suo potenziale. Questo è molto importante perché più si conosce il proprio paese più lo si rispettata, più ciascuno dà il suo contributo per valorizzarlo. Qui a Procida il comportamento di ciascuno è dirimente: comportarsi in un modo piuttosto che in un altro produce dei risultati in termini di “bene comune”.

Tre cose dalle quali partire per la prossima capitale della cultura italiana.
L’organizzazione, la prima cosa. Noi l’abbiamo con la responsabilità del Comune e dei nostri dipendenti, ma con l’aiuto di assistenti amministrativi che ci ha fornito la Regione Campania. Mettere in strada i processi significa poi governare tutto il percorso in una maniera ordinata. Secondo, valorizzare quello che hai: noi abbiamo lavorato molto sul palazzo d’Avalos, un complesso è ex carcere del ‘500 che da troppi anni era abbandonato e che grazie a Procida capitale ha avuto un’occasione unica. Terzo, la partecipazione, la capacità di coinvolgere tutti.

Cosa chiederà al prossimo sindaco di Procida?
Grande rigore. Il nostro percorso è frutto di grandi sacrifici: a Procida abbiamo risanato una marea di debiti, circa 24milioni di euro.

Cosa c’è nel futuro di Dino Ambrosino?
Non c’è una velleità politica (ride). C’è il lavoro come c’è stato nel passato.

Il borgo che visse due volte

Il borgo che visse due volte.
Terzo appuntamento del format di VITA “Piccoli comuni, grandi Sindaci”. Dopo Gianfilippo Mignogna, sindaco di Biccari e Lucilla Parisi, sindaca di Roseto Valfortore, oggi con noi Lino Nicola Gentile, sindaco di Castel del Giudice, provincia di Isernia.
Continua anche a Natale il nostro viaggio nei piccoli comuni italiani, quelli dello spopolamento ma anche quelli del “controesodo”. Oggi siamo in uno di questi ultimi.

Castel del Giudice ha origini incerte e per lo più avvolte nel mistero. Manca totalmente il materiale cartaceo che documenti la sua storia. Questa assenza di reperti è dovuta principalmente ai numerosi terremoti che hanno distrutto nel tempo gli edifici del paese. Durante la seconda guerra mondiale, inoltre, il borgo molisano fu preso di mira dai tedeschi nel 1943, per la sua posizione strategico-militare. Fu quasi distrutto ma poi ricostruito, diventando esempio di sacrificio e affermazione di libertà e democrazia. Incontro Lino Nicola Gentile online, la puntata in Molise non mi riesce purtroppo, così mi sono dovuta destreggiare tra email ed sms per raggiungerlo perché lui non ha cellulare collegato a whatsapp, che per noi è pura mancanza di ossigeno. Ma lui, sorridente, si offre alla telecamera molto serenamente e per tutta l’intervista mi colpisce la sua assenza di distrazione dallo schermo, mai una volta che abbia guardato il cellulare o altrove, resta ben piantato nel nostro dialogo. Fermo.

Castel del Giudice è famoso come il paese che visse due volte perché è sopravvissuto alla distruzione tedesca del 1943. Sembra però che di rinascita ce ne sia un’altra, quella di questi ultimi anni: un piccolissimo comune che sta sopravvivendo allo spopolamento e alla scomparsa…
Castel del Giudice negli ultimi anni ha compiuto grandissimi passi in avanti, ha ragione. Le dico subito per esempio che siamo usciti ufficialmente dalla fascia dei “comuni marginali” perché abbiamo realizzato quasi il cento per cento dell’occupazione, quindi il reddito medio si è alzato, facendoci uscire dal range dei marginali.

Il cento per cento dell’occupazione?
Sì, l’obiettivo che ci siamo posti in questi anni è stato sicuramente quello di combattere lo spopolamento, ma anche di garantire il lavoro.
Se attrai nuovi abitanti, devi anche garantire loro una ottima qualità della vita, che parte dal lavoro. Noi chiudiamo il 2021 con un saldo positivo di abitanti, più 2,5%, ma sicuramente siamo riusciti anche a creare politiche di sviluppo concrete che hanno migliorato la qualità della vita dei cittadini e delle cittadine di Castel del Giudice. E lo abbiamo fatto valorizzando le “marginalità” che sono diventate elementi di forza e vantaggio competitivo che ha consentito sviluppo economico.

Questo da quanto tempo?
Io sono sindaco dal 1999, venivo da cinque anni di esperienza come consigliere comunale. Nel 1999 noi cominciamo a preoccuparci del nostro Comune che era sul punto di non ritorno, non avevamo neanche più il bar del paese, non avevamo l’alimentari, non avevamo più niente. Eravamo poco più di 300 abitanti nel 1999, ora siamo poco più di 350, ma abbiamo una qualità di vita migliore ed una età media migliore. Se non avessimo messo in campo le iniziative che abbiamo fatto in questi anni noi avremmo oggi massimo 150 abitanti. Abbiamo puntato sulla qualità della vita degli abitanti, più che sulla quantità. A parità di condizioni, dobbiamo far capire che vivere a Castel del Giudice conviene.

Lei mi sta dicendo che all’improvviso, nel comune più marginale del territorio più marginale d’Italia, un sindaco decide di mettere su due strutture sociosanitarie e tutto cambia come per magia? Sembra incredibile, deve ammetterlo…
È il “come” lo abbiamo fatto, ad essere la vera innovazione sociale: una public company, una società partecipata dal comune, da 25-30 cittadini e da quelli che io chiamo “imprenditori affettivi”. Gli “imprenditori affettivi” sono il rovescio della medaglia dell’emigrazione che ha depauperato i nostri territori, ma che ha consentito ai nostri compaesani di eccellere altrove e di trasformarsi in un “patrimonio relazionale” per tutti noi. Il primo “imprenditore affettivo” che abbiamo coinvolto peraltro non era neanche di Castel del Giudice ma di Capracotta, qui vicino, ed aveva un’azienda a Lainate, in provincia di Milano. Quando gli ho raccontato della RSA se ne è innamorato e ha deciso di investirci. Anzi, non solo ci ha aiutato con la RSA ma addirittura ha collocato qui da noi un segmento della sua azienda in cui lavorano adesso 35 ragazzi.

Ma come l’ha convinto?
Lui aveva grande voglia di dare una mano al suo territorio di origine, poi è stato convinto dall’idea di questi 25-30 cittadini che si stavano mettendo in gioco e poi, cosa non da poco, c’era un terzo attore: una Banca di Credito Cooperativo di Castel di Sangro che ci ha creduto e che ha concesso tassi e condizioni di interessi sostenibili ed etici, oltre alla facilità di concessione del credito, fermi restando i principi di restituzione ovviamente. Quando la RSA è partitaabbiamo acquisito quella “autorevolezza”, quella capacità di raggiungere un obiettivo a breve termine insieme alla “visione”.

Le persone hanno fretta di risultati, insomma…
Il tempo non è un alleato dei nostri territori, non possiamo più aspettare. A maggio 2000 abbiamo costituito la società partecipata da Comune, 25-30 cittadini e l’imprenditore affettivo, nel 2001 abbiamo aperto. Abbiamo fatto anche un piccolo prestito alla società attraverso un finanziamento partecipativo, assicurando ai cittadini che partecipavano una “restituzione” sul modello del “dopo di noi”: o con abbuono sulle rette scolastiche o sulle rette stesse della RSA.

Ha un pool di commercialisti ed esperti di finanza, sindaco?
Io sono un commercialista (sorride), quindi qualche strumento dovrei conoscerlo…

Lino Gentile Medaglia Al Merito Civile Al Comune Di Castel Del Giudice
Lino Nicola Gentile ritira la Medaglia al merito civile al Comune di Castel del Giudice

Dunque tutto parte da queste due strutture trasformate in RA e RSA, con un’occupazione di circa venti dipendenti e una società partecipata a tre gambe…
Devo aggiungere una cosa che mi sta molto a cuore. Noi non abbiamo mai fatto alcuna distinzione se i lavoratori erano o no abitanti di Castel del Giudice. Da qualche tempo invece ci stiamo ponendo attenzione. Di recente, ad esempio, è entrata a lavorare nella RSA la terza infermiera venezuelana, arrivata con un corridoio umanitario. Oggi dunque sono quattro le famiglie venezuelane che vivono stabilmente a Castel del Giudice, di cui tre sono famiglie di lavoratori e lavoratrici della RSA, stiamo facendo il riconoscimento giuridico con le norme Covid sugli operatori sanitari. Dopo la RSA, però, non ci siamo fermati: c’è Melise, c’è Maltolento, c’è Borgo Tufi.

Sindaco, ma così spoilera tutto…
Mi piace questa idea di raccontare proprio tutto com’è nato, alle volte si vedono solo i singoli pezzi, mentre la storia è unica.

Va bene, perdonato! Melise è il progetto dell’azienda agricola sulle mele, giusto?
Avevamo terreni abbandonati ed esposti al rischio idrogeologico: un imprenditore di Monselice, in provincia di Padova, cercava terreni vocati ad agricoltura biologica di mele e gli era stato detto “vai a Castel del Giudice, se bussi qualcuno ti risponde”. E infatti abbiamo risposto.

Sindaco, ma non è che se io sono di Padova e ho da investire in mele, guarda caso il primo passante mi suggerisce il nome di Castel del Giudice…come ci arrivo da voi?
Lui era in Molise alla ricerca di territori fertili e qualcuno gli ha indicato Castel del Giudice perché sapeva che noi avevamo nel Dna la facilitazione e l’atterraggio di progetti di sviluppo e di nuova economia. Il sindaco è l’unico attivatore di sviluppo locale nel proprio territorio. Non abbiamo soggetti intermedi, non abbiamo neanche la forza di una struttura comunale. Noi siamo soli, pur all’interno di una visione siamo da soli, non c’è qualcuno che ci indica la strada, lo sforzo che facciamo lo facciamo da soli, a mani nude.
Quando l’imprenditore delle mele è arrivato a Castel del Giudice e mi ha descritto la sua idea, era fine aprile. Noi non abbiamo molti terreni e io gli dissi che ad agosto sarebbero rientrati tutti i paesani che vivevano fuori, che avrei fatto un’indagine e che sicuramente avremmo “fatto nostra” la sua idea. Era una domenica, lui mi chiamò il mercoledì successivo dicendomi che aveva già comprato dodicimila piante. Lui mi disse “appena siamo pronti, anche se non abbiamo tutti i semafori verdi partiamo lo stesso”. Vede il nostro problema è che siamo abituati a parlare per intere generazioni di una cosa e a non avere mai il coraggio di partire per farla, sporcandoci le mani e scendendo il campo. Ma il punto è che noi tempo di aspettare non ne abbiamo più. Europa, Pon, Psr, PNRR: per noi sono sempre “il sabato del villaggio”, sono la grande prospettiva che non arriva mai, una “attesa salvifica” che aspettiamo per tutta la vita. Ma il futuro non sta in questo, sta nel cuore oltre l’ostacolo…

Sta in quelle mele, insomma…
Esatto! L’impresa parte e nasce sul modello della prima, quella della RSA, ed è stato facilissimo: cittadini-imprenditori-banche. Settanta cittadini, si sono uniti anche quelli di paesi vicini, altri imprenditori affettivi e abbiamo ripetuto il modello, ma su 40 ettari di mele e da due anni produciamo anche orzo per la birra agricola.

E nasce un’altra impresa: Maltolento…
Sì. Anche qui, un altro imprenditore affettivo: il presidente della CNA di Torino che è originario di Castel del Giudice. Sempre a Torino conosciamo Nicola Rossi che stava frequentando un corso per diventare mastro birraio e che è di San Marco dei Cavoti, in provincia di Benevento, ma che oggi vive a Castel del Giudice. Il logo di Maltolento è stato creato a Torino, lo start-up ce lo garantisce un birrificio agricolo in provincia di Torino. Le relazioni sono una potenzialità straordinaria della “imprenditoria affettiva”, da soli non andremmo da nessuna parte. Ora stiamo sperimentando la produzione di luppolo, che si produce nelle zone più fredde d’Europa: Repubblica Ceca e Germania. A noi il freddo non manca e così abbiamo un nostro campo sperimentale. Produciamo anche zafferano e more, stiamo diventando un’azienda agricola multifunzionale.

Job placement?
Tra mele, malto e luppolo, in Melise, l’azienda agricola, lavorano dieci-dodici ragazzi autoctoni e due ragazzi del progetto SAI (Sistema di Accoglienza Integrazione), del quale siamo al secondo triennio di progetto. La birra agricola possiamo produrla perché la fa Melise.

Quindi: 30 lavoratori nella RSA, dieci-dodici nell’azienda agricola, sei-sette nel progetto SAI, 35 nell’azienda dell’imprenditore affettivo. Un centinaio di posti di lavoro su 350 abitanti è davvero “disoccupazione zero”…
Sì, disoccupazione zero. A Castel del Giudice è disoccupato solo chi vuole esserlo.

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Presentazione della birra agricola di Maltolento
 

E poi c’è Borgo Tufi…
Borgo Tufi è l’investimento più imponente di Castel del Giudice. E anche quello più “iconico”.

L’ho visto…Quanti soldi sono stati investiti?
Molti. Ad oggi, dieci milioni di euro di investimento e sono in corso lavori per altri cinque milioni. Siamo tra pubblico e privato. Anche qui abbiamo messo insieme: marginalità, debolezza, abbandono dell’uso delle stalle del paese. Castel del Giudice aveva la caratteristica di avere le stalle concentrate su una parte del paese, adiacente al centro. Erano cinquanta stalle utilizzate in modo marginale, ma che rappresentavano un elemento di forte autenticità di Castel del Giudice. Abbiamo subito pensato di rigenerarlo in una struttura ricettiva, un albergo diffuso.

E arriva un altro imprenditore affettivo…
(ride) No no, qui arriva da uno strumento che dà soluzione alle problematiche tipiche delle aree interne, tipiche delle aree appenniniche: la frammentazione e il disordine fondiario. Ogni stalla era iperfrazionata nella proprietà: non c’erano successioni, accatastamenti non fatti, immobili che non si trovavano. Abbiamo applicato l’articolo 120 del Testo Unico degli Enti Locali-TUEL, che prevede le società di trasformazione urbana: i Comuni possono costituire con i privati, scelti con bando pubblico, società che hanno per oggetto sociale la rigenerazione di pezzi del proprio territorio. E così abbiamo fatto. Comune e due soci qualificati: l’imprenditore affettivo storico e poi una impresa di costruzioni di Castel di Sangro. La società l’abbiamo costituita nel 2003, abbiamo aperto al pubblico nel 2017: lei immagini trasformare le stalle in un albergo! Immagini le pratiche amministrative, le varianti d’uso, le progettazioni…

E i proprietari delle stalle?
Li abbiamo chiamati a raccolta il giorno della inaugurazione della RSA per far capire loro che sul progetto del Borgo avremmo messo lo stesso identico impegno. Ma abbiamo chiesto se erano d’accordo: il 90% disse di sì, soprattutto gli anziani. Noi crediamo sempre che gli anziani siano “nemici” dell’innovazione. Invece per tanti anni sono stati i miei principali alleati. La spinta maggiore che ho avuto nella mia vita da sindaco è sempre arrivata dagli anziani. Le racconto questo episodio: c’era un anziano il cui figlio non era d’accordo sull’operazione Borgo Tufi. Ne hanno discusso a lungo, ma niente, il figlio era irremovibile. Quando, dopo tanto tempo, abbiamo raggiunto un accordo, il signore anziano si presentò al Comune per firmare con il vestito della festa, “lu giacchett”, per dare proprio la rappresentazione estetica del momento solenne, importante, in cui anche lui stava progettando il futuro della sua comunità.

Da dove sono arrivati i quindici milioni di euro per il Borgo?
Il Comune si è preoccupato della parte infrastrutturale, il privato si è preoccupato della parte alberghiera, trasformando le stalle in albergo. Un piccolo comune deve concentrarsi su un unico progetto: quindi abbiamo canalizzato tutti i finanziamenti che ci sono capitati in questi anni su quell’unico progetto. A Castel del Giudice mancava non solo la ricettività, ma anche la attrattività. Borgo Tufi è un albergo diffuso di 33 camere e due ristoranti, è anche centro convegni, ci hanno finanziato un ampliamento della sala formazione per realizzare la biblioteca chiamata “Casa della conoscenza”. E, su tutto, intendiamo farlo diventare un laboratorio per start-up, a cui i giovani possano rivolgersi per mettere le loro attività.

Sì, ma non avete più la scuola però, perché ci avete fatto la RSA.
È vero, ma la Cooperativa di comunità fa servizio navetta e li portiamo ad Ateleta, però abbiamo aperto il doposcuola in un immobile che ci hanno donato e con un finanziamento del PON legalità. Il doposcuola è un presidio per tutti.

Ma, a parte il figlio del signore anziano, lei un’opposizione l’ha avuta? Perché sembra tutto rose e fiori…
Guardi, non nascondo che la mia professione mi agevola molto: bilanci, questioni fiscali, consapevolezza degli aspetti amministrativi. Sì, certo, minoranza ne ho avuta, anche molto forte, che poi però ha preso coscienza di quello che stavamo facendo. Le racconto un altro episodio: nei piccoli comuni quando viene eletto il sindaco si usa che si vada a “portare gli auguri”. Quando sono stato eletto, nel 1999, da me venne un anziano del paese, mi fece gli auguri e mi disse “sindaco, si ricordi che in questo paese per una persona che vuole fare qualcosa ce ne sono tre che non gliela vogliono far fare”. Oggi avverto nei ragazzi e nelle ragazze di Castel del Giudice una forte consapevolezza che le cose invece possono essere fatte e che farle sia l’unica strada che tutti abbiamo.

La Comunità energetica degli Elfi

La Comunità energetica degli Elfi.
Seconda puntata del format del sabato di VITA “Piccoli comuni, grandi sindaci”. Dopo Biccari, oggi ci fermiamo a Roseto Valfortore, piccolo comune nella Daunia pugliese. Si tratta di interviste ai “grandi sindaci” dei “piccoli comuni” , uomini e donne che si confrontano quotidianamente con mille difficoltà e poche risorse anche umane e nonostante questo hanno scelto di costruire una prospettiva per i concittadini di oggi e di domani, investendo energie nella «grande impresa» del governo dei piccoli comuni.

Lucilla Parisi
Lucilla Parisi

Roseto Valfortore è uno dei Borghi più belli d’Italia, un Comune virtuoso, un Borgo storico e un Piccolo Comune del Welcome. E ora è anche “Capitale del Natale” della Puglia. Ma il viaggio per raggiungerla ti dà la misura viva di cosa significhi “area interna”. Tracciato sinuoso, strade sconnesse, aria tersa e silenzio per qualche chilometro. Poi il centro abitato, l’odore di camino che vince i finestrini dell’auto, il freddo pungente, il signore che ti indica dove sta il comune.
Lucilla Parisi è una donna calma, energica ma calma, con un sorriso che si apre e ti abbraccia. E’ il punto di riferimento da una vita dei rosetani, li conosce ad uno ad uno. Vive qui da sempre, da quando suo papà ci si è trasferito. E’ qui che Lucilla è cresciuta ed ha cresciuto, oltre alla sua comunità, anche la sua famiglia, marito e due figli.

Sindaca Parisi… (interrompe subito)
Quando ho cominciato ero “sindaco”, al maschile, poi c’è stata l’evoluzione della specie umana (ridiamo…). Sono stata sindaco per molti anni, ho cominciato nel 2010 e ho fatto i primi due mandati. Non c’era ancora la legge del terzo mandato e dal 2016 ho fatto il vicesindaco per circa due anni: quando poi è caduta l’amministrazione sono stata consigliere di minoranza e nel 2017 sono stata eletta sindaco. Nel 2022 di nuovo.

Quindici anni di sindacatura e di impegno per Roseto Valfortore…
Molti di più: sono stata sindaco per tre volte, quattro con questo mandato. Ma il mio impegno politico risale all’adolescenza, ero una militante del Partico socialista, ho seguito la scia di mio padre. Su cinque figlie femmine, io sono stata l’unica che si è appassionata alla politica. Quando è venuto qui a Roseto Valfortore negli anni sessanta, papà ha fondato la sezione del Partito Socialista. Io sono praticamente cresciuta nella sezione del Partito Socialista, ho fatto la prima tessera a 18 anni e poi sono stata anche segretaria del partito a 25 anni.

Quindi non siete rosetani?
Papà e mamma sono di San Bartolomeo in Galdo, sempre nel Fortore ma in Campania. Papà era il direttore dell’ufficio postale di Roseto Valfortore, dunque per forza di cose si è trasferito qui. Noi siamo tutte nate e cresciute qui, ci siamo allontanate per motivi di studio. Poi io ho scelto di tornare nel mio paese e le altre sorelle hanno scelto un’altra strada.

Insomma, “migranti economici” si direbbe oggi però su una striscia di terra che divide il Fortore tra Puglia e Campania e tutto sommato per raggiungere un lavoro di prestigio …
A Roseto abbiamo avuto un’infanzia felice come penso l’abbiano avuta molti figli di genitori come i miei. Era l’Italia in cui si lavorava quanto più possibile per garantire ai figli di crescere nel benessere, erano gli anni sessanta della classe media italiana, un ceto sociale che andava crescendo economicamente. Da papà ho avuto stimoli culturali e politici, ho continuato sull’impronta che lui politicamente mi ha dato, che ho vissuto nella piccola comunità “sana” e che oggi mi sento ancora nel dna. Io mi sento ancora una “socialista pura” e non mi rivedo in nessuno dei partiti politici di oggi.

In particolare oggi, forse, in cui disintermediazione e svuotamento dei corpi intermedi minano un po’ la coesione sociale…
Io sono sempre stata molto legata alle fasce deboli, mio padre mi ha insegnato a guardarle con rispetto e con senso di “tutela”. Ripeto, io oggi non mi sento davvero rappresentata da nessun partito, ho sempre sperato che venisse fuori qualche partito collocato più “al centro”, spostato verso valori centristi, ma non ci siamo ancora.

Ci parla di questa Roseto Valfortore attraverso questi venti anni? Lei ha vissuto uno spaccato importante: dai racconti di suo padre, direttore dell’ufficio postale che misurava il termometro sociale del paese, al suo sguardo di sindaco e di amministratore…
Nei piccoli comuni, non solo a Roseto Valfortore, per fortuna c’è qualcosa di immutato: i valori e la possibilità ancora di parlare di tenuta della comunità. I piccoli ancora resistono alla disgregazione sociale e dei valori educativi, che è il mio più grande timore. Io ho cercato, in questi anni, innanzitutto di preservare i valori positivi della vita di comunità che mi sono stati trasmessi dai miei nonni e dai miei genitori proprio per non disperdere i legami sociali che sono il nostro punto di riferimento.

Chi legge, però, potrebbe immaginare che sia l’isola che non c’è, un paesino frizzato in una bella favola, invece Roseto è molto proiettata nel presente e nel futuro…
Ovviamente sì. Però abbiamo cercato di fare innovazione conservando la tradizione. Roseto è molto cresciuta sotto l’aspetto turistico e ambientale, che poi secondo me è anche la vera potenzialità dei comuni delle aree interne. Abbiamo lavorato molto, in questi anni, per rigenerare il nostro territorio puntando alle tradizioni anche naturalistiche e a ciò che hanno costruito i nostri padri, soprattutto per attirare le nuove generazioni, i giovani figli di nostri emigrati.

Innanzitutto i mulini, si riferisce a quelli?
Anche a quelli, sono contenta che lei li citi. Il paesaggio rosetano è pieno di antichi mulini ad acqua, che sorgevano proprio a ridosso delle diverse sorgenti e dei numerosi corsi d’acqua. Il più antico risale al 1338, molti altri sono rimasti in funzione fino al secolo scorso.
Verso la valle del Fortore ce ne sono due di epoca ottocentesca e che sono stati in funzione fino agli anni ’50 del secolo scorso: quello “a monte”, invece, lo abbiamo recuperato ed è diventato un monumento all’archeologia industriale e ospita il Museo di Arte Antica. Nelle antiche vasche di raccolta delle acque abbiamo realizzato delle piscine che d’estate sono meta turistica. Stiamo anche sviluppando un progetto di valorizzazione del secondo mulino, in modo da creare un vero e proprio parco dei mulini.

E questo basta a far fermare i più giovani?
No, non basta, ma è già un passo oltre. I giovani oggi vengono o ritornano perché trovano possibilità che fino a negli anni duemila non avevano: ritrovano le proprie radici. Sui servizi dobbiamo ancora crescere, però già con la “Casa della Salute” garantiamo un presidio importante. Manca ancora il potenziamento delle scuole perché le famiglie pensano ai figli, al loro futuro e a Roseto abbiamo solo un istituto comprensivo, quindi fino alla secondaria. Ma nel complesso la comunità è cresciuta, abbiamo una bella popolazione giovanile e stiamo facendo di tutto pur di invogliarli a restare. Abbiamo costituito la Cooperativa di comunità, una pro-loco molto attiva, tante associazioni intraprendenti e la Consulta degli anziani che “custodisce” tutti. Non guadagniamo ancora sullo spopolamento, ma sicuramente lo stiamo frenando.

Roseto è anche comunità energetica, un buon risultato…
Una piccola comunità è perfetta per la creazione di una Comunità Energetica. È un modello di sviluppo innovativo e virtuoso delle fonti rinnovabili. Nel 2021 è nata ufficialmente la comunità energetica composta da cittadini produttori e consumatori che potrà aumentare annualmente la quota di energia rinnovabile prodotta e/o consumata, portandola entro tre anni al 100% o più del totale.
Ma la storia di questa iniziativa parte circa 10 anni fa con due turbine eoliche e una nuova forma di società energetica, in parte pubblica e in parte privata. Il piccolo parco eolico, inaugurato nel 2012 e ancora funzionante, è stato l’inizio di questo percorso. Il nuovo progetto prevede quattro fasi.La fase uno, già avviata, consiste nella trasformazione di edifici residenziali e vecchi opifici da consumer a prosumer e nell’installazione di pannelli fotovoltaici da parte di ogni persona della comunità. L’autoconsumo da fonti rinnovabili arriva al 35%.
Nella fase due verranno installati più smart meter e nano grid (sensori intelligenti e piccoli sistemi di alimentazione elettrica) per raggiungere l’autoconsumo del 75%. Nella fase tre verranno realizzati impianti comunitari per raggiungere un consumo energetico del 100%, destinando l’eventuale eccedenza di energia alla vendita. La fase quattro prevede l’estensione della comunità energetica a tutto il territorio circostante.
Ma tutto questo diventa quasi inutile se non rafforziamo le strade di comunicazione, perché se è vero che il digital divide si supera con il miglioramento delle infrastrutture di rete, paradossalmente la scarsissima attenzione ai collegamenti stradali sta rischiando di farci rimanere isolati.

Roma, sala conferenze di palazzo Theodoli-Bianchelli, Lucilla Parisi al dibattito sul tema “Autonomia e indipendenza energetica: la sfida in campo”
Roma, sala conferenze di palazzo Theodoli-Bianchelli, Lucilla Parisi al dibattito sul tema “Autonomia e indipendenza energetica: la sfida in campo”
 

E con queste condizioni di collegamento come sta andando, allora, il “Villaggio degli Elfi”, progetto che punta a fare di Roseto la piccola capitale del Natale della Puglia?
Per fortuna bene, l’inaugurazione ci fa ben sperare. Questo progetto, come i mulini e la comunità energetica, arriva da lontano. Nel 2017 abbiamo iniziato con il boschetto, qualche luminaria e il presepe con le sagome di compensato. Poi la pandemia ci ha bloccato e davvero abbiamo pensato di non riuscire a riprendere. Quest’anno, però, dopo l’estate mi ci sono messa di punta e devo dire che tutta la comunità rosetana ha voluto e lavorato alla “Casa degli Elfi”: famiglie, associazioni, cooperative, la cooperativa di comunità, la pro-loco, la protezione civile, l’associazione calcio, le scuole, la banda e le majorettes del paese, tutti hanno creduto a questo sogno che adesso sta attirando visitatori da tutta la Puglia e da tutta Italia.

Ma si tratta di un vero villaggio, fatto di persone?
Esatto, la casa degli Elfi è abitata da bambini e bambine che preparano i regali che Babbo Natale distribuirà, c’è mamma elfo che insegna nel laboratorio di cucina i piatti della tradizione rosetana, così chi arriva può immergersi totalmente nella nostra storia. Ci sono laboratori anche di intreccio di vimini, di falegnameria. Tutta Roseto è coinvolta, ogni angolo, ogni vicolo: c’è un percorso di luce che parte dalla casa degli elfi e si estende in tutto il centro. E poi c’è il nostro orgoglio: il “forno di comunità” della nostra Cooperativa di comunità che è stato acceso il tre dicembre e che si spegnerà solo il ventuno gennaio, primo sabato dopo la festa di Sant’Antonio Abate allorché festeggeremo l’entrata del carnevale.

Allora fra un paio di anni ci rivedremo a Roseto Valfortore capitale del Natale della Puglia dove la Casa degli Elfi sarà illuminata grazie alla comunità energetica e babbo Natale sarà nigeriano?
Sì, sfida accettata!

Biccari richiama il mondo

Partire da quello che c’è. E Biccari richiama il mondo.

Da oggi inizia il nuovo format di vita.it dal titolo “Piccoli comuni, grandi Sindaci”.
Si tratta di interviste – che saranno pubblicate il sabato, con cadenza settimanale – che mirano alla emersione del fattore X della politica dei piccoli comuni che ha consentito di “cambiare” i territori, rigenerando persone e comunità, portando innovazione sociale ed economica, sviluppo territoriale, progettando riqualificazione dei borghi, investendo su terreni abbandonati, arti e mestieri scomparsi.
I “grandi sindaci” dei “piccoli comuni” sono uomini e donne che si confrontano quotidianamente con mille difficoltà e poche risorse anche umane e nonostante questo hanno scelto di costruire una prospettiva per i concittadini di oggi e di domani, investendo energie nella «grande impresa» del governo dei piccoli comuni, spendendosi senza risparmio per garantire servizi e futuro a chi sceglierà di rimanere o di tornare o di trasferirsi in quei luoghi.
Le politiche di un sindaco in tema di welfare, declinato in ogni sua forma – di comunità, della persona, culturale, di economia sociale – sono “la cifra” che per noi qualificano l’aggettivo “grandi”.
L’intervista si ferma anche a guardare la “persona-Sindaco”: provenienza culturale e sociale, storia, lavoro, studi, famiglia. L’intento, accennato ma non minoritario, è capire ex post se esista un fil rouge che accomuna la “formazione” di questa classe dirigente.

Gianfilippo Mignogna
Gianfilippo Mignogna

Fa quasi impressione vederlo seduto, da solo, nel silenzio del suo studio. Gianfilippo Mignogna è il sindaco di Biccari, in provincia di Foggia, e siamo abituati a vederlo sempre in movimento. È il dinamismo in persona, un motore sempre acceso sui problemi del suo piccolo comune, due occhi sempre vivaci sulle idee, le progettazioni e le intuizioni di futuro per la comunità che amministra da sempre. Quarantaquattro anni, laurea in giurisprudenza e master in diritto dell’ambiente, avvocato specializzato in energie rinnovabili, è sindaco del piccolo comune dauno dal 2009, dove vive con Nada e i loro due figli, Mario e Olga.
Biccari è vicinissima al lago Pescara, ai piedi del Monte Cornacchia, millecentocinquantuno metri di altitudine, che insieme al Gargano sono l’unica parte montana di questa Puglia inusitata rispetto all’immaginario collettivo del tavoliere e del mare azzurro.

Biccari è ormai un esempio in Italia di piccola comunità rigenerata che riparte. Cosa è successo?
È successo che all’inizio della nostra attività amministrativa abbiamo pensato di doverci concentrare di più sulle cose che avevamo e meno su quelle che ci mancavano.
Anche Biccari è un comune che, come tanti delle aree interne, soffre mancanze, assenze e problemi. Ma a Biccari sono anche tante risorse: la montagna, il bosco, la presenza di un lago. Abbiamo puntato innanzitutto sul recupero di questo pezzo importante del nostro territorio, ripensandolo come un luogo dinamico.
Fino a qualche decennio fa il bosco era solo luogo di fatica, chi ci viveva non aveva una vita agiata, non conosceva il benessere. Adesso è un luogo generativo e multifunzionale: offre percorsi di turismo esperienziale e naturalistico, sono nati il parco avventura, la filiera della sentieristica, del trekking e delle escursioni e poi le attrazioni come l’esperienza di dormire nel bosco, nelle casette sugli alberi o nelle Bubble room, le case di gomma trasparente per poter dormire sotto le stelle.

E c’è anche l’ultima “invenzione”: il Dark Sky Park…
Sì, a Biccari nascerà il primo “parco notturno” regionale. Il Dark Sky Park in tutta Europa nasce come area naturalistica che si distingue per l’eccezionale qualità e bellezza dei suoi cieli stellati e i cui ambienti notturni sono tutelati per scopi scientifici, educazionali e turistici.
Con la Cooperativa di Comunità Biccari inizieremo dunque la sperimentazione del parco notturno a zero inquinamento luminoso nell’area di Monte Cornacchia, prevediamo l’installazione di apposita segnaletica informativa e la realizzazione di punti di osservazione con guide astronomiche, telescopi ed un preciso regolamento. Non mancheranno ovviamente convenzioni e servizi extra con associazioni, ristoranti, B&B e produttori locali.

Lago Pescara
Lago Pescara

Il genius loci come motore di innovazione e sviluppo, dunque.
Esatto. La storia di Biccari di questi ultimi anni dimostra che anche un piccolo comune marginale con un po’ di innovazione, con un po’ di esperimenti e con la voglia di fare può diventare una piccola destinazione nazionale e internazionale. Noi quest’anno chiudiamo la stagione estiva con quasi 30.000 presenze.
C’è molto turismo giornaliero di prossimità, ma ci sono anche molte permanenze: siamo passati in pochi anni da due ad undici B&B, i ristoranti hanno ricominciato a lavorare con una certa frequenza, oggi ci sono tanti ragazzi che lavorano nella filiera dell’ospitalità.

Contro ogni narrazione delle piccole comunità come comunità “resistenti” al cambiamento…
Siamo troppo abituati a pensare al nostro territorio come un territorio che “non ce la fa”, che “non ce la può fare”, che ha “difficoltà, impossibilità”. Le cosiddette credenze negative che alla fine sono opinioni collettive che si fa fatica a scardinare.
Noi abbiamo proposto di abbandonare queste credenze e di fare un esperimento sociale: proviamo a fare pace con il nostro territorio, proviamo a rivederlo con degli occhi diversi, proviamo, anche sbagliando e andando a tentativi, ma proviamo a raccontare una storia nuova. Non è stato e non è facile, non è un’operazione si può fare nell’immediato però quando poi si iniziano a vedere risultati tutto si rimette in moto.

La Cooperativa di comunità però rappresenta uno “scatto” della comunità verso sé stessa…
Ad un certo punto ci siamo resi conto che potevamo fare anche mille progetti, ma se non coinvolgevamo realmente i cittadini sarebbe morto tutto un minuto dopo il progetto. Abbiamo studiato e trovato questo modello della cooperativa di comunità che ci è sembrato ideale per la nostra idea di amministrazione e di “paese”. Siamo stati fortunati perché nel 2017 abbiamo avviato un percorso che ancora oggi, pur con le difficoltà di operare in una rete interna, è un percorso che ci sta dando tante soddisfazioni che ha fatto conoscere all’esterno la nostra comunità.

Sono soci parecchi giovani?
La Cooperativa ha un “fattore generazionale” perché abbiamo voluto che fossero soci anche molti anziani perché sono la parte storica della nostra comunità.
Nella Cooperativa queste due generazioni hanno spesso idee molto differenti perché molto spesso gli anziani sono più dinamici, mentre i giovani lo sono di meno. Essere comunità non vuol dire omologazione del pensiero, anzi. Significa però trovare l’accordo nonostante le differenze.

Cooperativa di comunità di Biccari
Cooperativa di comunità di Biccari

Con tutte queste politiche di innovazione e rigenerazione siete riusciti a frenare lo spopolamento?
I dati che abbiamo e che monitoriamo periodicamente ci dicono che comunque Biccari o perde meno rispetto agli altri comuni oppure in alcuni casi riesce addirittura a guadagnare e questo secondo me per due motivi. Il primo è che ovviamente cerchiamo di lavorare sulla distanza cioè sul fatto di far restare le persone nel nostro paese, soprattutto i giovani. Oggi abbiamo almeno sei-sette esperienze di giovani che producono pasta, tartufo, lavanda e zafferano: segno che si resta ma “da protagonisti” e in maniera coerente con le vocazioni del nostro territorio.

Ma lei è riuscito anche ad attrarre nuovi cittadini, oltre che a far restare i biccaresi…
Biccari ha bisogno dei biccaresi, ma anche di gente nuova di gente che arriva, ha bisogno di essere un paese che si rimette in discussione, si rigenera attraverso dei nuovi arrivi. Secondo me questo è molto importante perché quello che magari non è sufficiente ad un ragazzo biccarese può diventare invece prezioso per chi arriva da fuori.
L’esempio è il progetto con “Argentina per il mondo” che ha fatto arrivare a Biccari già una quarantina di argentini di origine italiana alcuni dei quali sono rimasti in media per sette-otto mesi e qualcuno sta proprio stabilendosi definitivamente qui.

Avete anche lanciato il progetto “immobili che muovono” della vendita delle case biccaresi. Come sta andando?
Fino ad ora abbiamo venduto 26 case, ma non ad un euro bensì ad un prezzo deciso dal venditore. Le richieste di acquisto sono giunte da Stati Uniti d’America, Irlanda, Belgio, Olanda ma anche da Messico, Brasile e Argentina. Le nostre case però non sono “oggetti” immobiliari, ma progetti di vita. Prima di vendere, incontriamo gli acquirenti, li conosciamo, li ospitiamo per qualche giorno. Poi se ne vanno, tornano e piano piano si perfeziona questa che è una relazione più che una vendita. Si tratta di salvare un patrimonio che non è soltanto materiale, ma anche umano.
Insomma, c’è il tema della rigenerazione, c’è il tema economico perché nella ristrutturazione lavorano i tecnici e le maestranze locali e poi ci sono delle nuove cittadinanze.

I numeri di Biccari
I numeri di Biccari

Perché diventa sindaco?
Io sono nato a Milano, dove papà lavorava all’ATM e mamma faceva l’infermiera professionale. Appena sono nato, però, si sono trasferiti di nuovo a Biccari perché rifiutavano l’idea che i figli potessero crescere senza “la piazza” del paese e i nonni. E io dico “meno male!”. I paesi non sono affatto noiosi, anche qui le “avventure” non mancano, anzi! La politica in un piccolo paese la “fai” da quando sei ragazzo e ti impegni nelle associazioni e credi nel cambiamento.

Lei adesso sta concludendo il suo ultimo mandato possibile, dopo circa tredici anni. Cosa c’è nel suo “dopo”?
Credo che per i piccoli ci siano livelli che ad un certo punto vanno affrontati a livello sovracomunale. Penso alla condivisione di alcuni percorsi associativi come la Rete del Welcome, come i Borghi autentici in cui poter fare massa critica e rappresentare in anche gli altri territori marginali.
Un esempio su tutti, il PNRR: tra qualche anno vedremo se tutte queste risorse sono state davvero qualcosa che ha innescato innovazione oppure se è stata soltanto spesa pubblica. Per il momento, io penso che ci sia il grande rischio che il PNRR aumentando la competitività tra i territori rischia di penalizzare quelli più deboli.

Cosa chiederà al prossimo sindaco di Biccari?
Credo di lasciare una Biccari con più fiducia nel proprio territorio e nei propri mezzi, più aperta e più proiettata all’esterno rispetto a quello che ho trovato.
Quello che chiederò sarà davvero tanto: voglio bene al mio paese e spero che possa continuare ad esserci un cammino generativo in questo luogo d’innovazione che accetta le sfide.

QUESTO ARTICOLO E’ PUBBLICATO SU VITA.IT (clicca qui per leggerlo)

 

Anci 2022. Solidali con l’Ucraina

Anci 2022. Solidali con l’Ucraina
All’Assemblea nazionale, svoltasi a Bergamo dal 22 al 24 novembre 2022, i comuni italiani passano ai fatti e approvano la bozza di un documento in cui si impegnano a sostenere i comuni ucraini nelle urgenze di questi giorni di guerra e nei bisogni futuri della ricostruzione.
Convocati da Marcello Bedeschi, coordinatore nazionale dei Direttori e Segretari delle Anci regionali, i rappresentanti dei comuni delle varie regioni d’Italia hanno ascoltato il coordinatore e Antonio Ragonesi, responsabile dell’area Politiche europee e relazioni internazionali e Cooperazione decentrata di Anci, che hanno presentato la bozza di accordo “Città solidali. I Comuni italiani per le Città ucraine”.

Solidali con l’Ucraina: la bozza di accordo

Nel testo della bozza si parla di avviare un dialogo con l’ACU, Associazione Comuni Ucraini, per la firma di un MoU Memorandum of Understanding tra Anci e Acu, quale precondizione necessaria per l’avvio di iniziative di solidarietà come partenariati territoriali, accordi di amicizia, gemellaggi.
L’accordo consentirà di attivare anche una piattaforma online in cui fare convergere le richieste dei comuni ucraini, suddivise per settore e tematiche di interesse.
Verrà dato sostegno ai Comuni ucraini nella cura degli sfollati interni, partendo dalla esperienza condivisa con i comuni italiani nell’ambito del sistema nazionale di accoglienza decentrato e gestito dai comuni italiani.
Verranno supportate le competenze nella progettazione di interventi urbanistici e nella pianificazione urbana; nella realizzazione di micro progetti di ricostruzione anche attraverso la partecipazione diretta dei cittadini con apposite campagne di foundraising.

Sentiamo Marcello Bedeschi, alla fine della riunione (clicca e ascolta la dichiarazione)

I Piccoli Comuni del Welcome

Soddisfazione per la riunione anche da parte dei sindaci della Rete dei Piccoli Comuni del Welcome presenti a Bergamo. Ricordiamo che alcuni di loro avevano partecipato al viaggio a Leopoli, dal 24 al 26 ottobre scorsi, con il MEAN-Movimento Europeo di Azione Nonviolenta.
In quel viaggio, con venticinque comuni ucraini erano stati firmati i “Patti di Leopoli”, che regolano i reciproci impegni a favore del popolo ucraino aggredito.
Rientrati in Italia, sindaci, Anci e MEAN hanno lavorato speditamente alla bozza di accordo presentata a Bergamo, che adesso dovrà essere approvata dai rispettivi organismi.
I Piccoli Comuni del Welcome, intanto, sono già al lavoro per organizzare raccolta fondi e beni necessari alla popolazione ucraina colpita dal freddo e stremata da mesi di guerra incessante.

Sentiamo Giuseppe Nobile, sindaco di Castel di Lucio, in provincia di Messina, piccolo comune del welcome (clicca e ascolta la dichiarazione):

Il MEAN

I bisogni impellenti della popolazione ucraina sono al centro di tutti gli sforzi del MEAN, che a Bergamo ha incontrato anche il sindaco di Leopoli, Andriy Sadovyy, per un breve saluto.
Angelo Moretti, portavoce del MEAN, ha ribadito che si deve agire subito perché l’inverno sta sorprendendo la popolazione ucraina lasciandola al buio e al freddo.
Servono generatori di corrente, servono vestiti invernali, serve ogni genere di auto e vicinanza e bisogna fare in fretta.

Angelo Moretti, portavoce MEAN (clicca e ascolta la dichiarazione):

Il sindaco di Leopoli

Andriy Sadovyy sul palco di Bergamo si è alzato in piedi per ringraziare, con dignità e commozione, tutti i sindaci e le sindache d’Italia impegnati a sostenere i comuni ucraini sin da subito sia soprattutto quando la guerra sarà finita.
Anche la presidente del Consiglio dei Ministri italiano, Giorgia Meloni, collegata con l’Assemblea, ha assicurato concreto aiuto del governo ai comuni e alla popolazione ucraini.
Sadovyy ha ripetuto che servono generatori di corrente o sarà impossibile riattivare le sale operatorie e le città.
Serve aiuto a ricostruire arti persi con le bombe e vite distrutte da questo nuovo holodomor che si affaccia su questo inverno.
Holodomor – del quale ricorre l’anniversario ogni quarto sabato di novembre – in ucraino significa “infliggere la morte mediante la fame” e fu organizzata intenzionalmente dal regime sovietico in Ucraina negli anni 1932-1933.

L’appello di Andriy Sadovyy, sindaco di Leopoli (clicca e ascolta la dichiarazione):

 

Questo articolo è stato pubblicato da VITA non profit (qui) e dai Piccoli Comuni del Welcome (qui)

 

Il figlio del prete.

Il figlio del prete. Storia di don Michele e Mohamed. Questo articolo è stato pubblicato da VITA non profit (qui)

Ha accolto uomini e donne provenienti da ogni parte del mondo: America Latina, Ecuador, Colombia, Venezuela, Argentina, Africa, Marocco, Tunisia, Cuba, Albania, Cina, Egitto, Malawi, Congo, Etiopia, Eritrea, Siria, India, Sri Lanka e Guinea.
Tra corridoi umanitari, detenuti ai domiciliari e rifugiati, nella sua casa canonica di Codevilla sono passati centinaia di uomini e donne con storie di fragilità e violenza.
Poi, nel 2018, a Codevilla arriva Mohamed, un ragazzo della Guinea. E per don Michele Chiapuzzi inizia un’altra storia di accoglienza.

Mohamed Conte è nato a Mamou nel 1987 e nel 2016 è fuggito dal suo paese per motivi politici e di persecuzione. Laurea in Scienze della comunicazione e dell’educazione nell’Università Lansana a Conakry, musulmano, approda in Italia dopo un viaggio tra Mali, Mauritania, Libia. Per lui si aprono le porte del CAS (Centro di Accoglienza Straordinario) di Zavattarello, in provincia di Pavia. Le cose si mettono male, siamo nel periodo dei cosiddetti decreti Salvini e per Mohammed arriva l’espulsione dal CAS.
La salvezza arriva da Brigitte e Caterina, due amiche, la prima volontaria nel CAS, la seconda proprietaria di una storica azienda vitivinicola di Codevilla. Caterina assume Mohamed, che si salva così dall’espulsione. Ma per lui occorre avviare la pratica della richiesta di asilo in Italia.
Caterina chiede aiuto a don Michele che accoglie Mohamed nella casa canonica.
Comincia, così, un lungo e complesso percorso per il riconoscimento dello status di rifugiato, che alla fine ha un esito sfavorevole per Mohamed. Sono passati due anni e per Moha – come ormai è chiamato qui, nella sua nuova casa e nella sua nuova città – sembra non esserci più nulla fare se non il rimpatrio in Guinea, da dove era fuggito.

don Michele Chiapuzzi nella cucina della casa canonica (foto di don Michele Chiapuzzi)
don Michele Chiapuzzi nella cucina della casa canonica (foto di don Michele Chiapuzzi)

L’adozione

È in questo momento che a don Michele viene in mente l’ultimo tentativo. Ne parla con Moha, ne parla con alcuni avvocati, ne parla con alcuni amici e decidono: adozione.
È una scelta che apre ad una dimensione esistenziale di notevole impegno: don Michele, prete cattolico, decide di diventare padre di Mohamed, uomo musulmano orfano fin dalla nascita.
Tra il Natale e il trentuno dicembre del 2020, don Michele e gli avvocati milanesi ai quali si rivolge – tutti esperti in diritto di famiglia e adozioni, che prendono a cuore la storia e rinunciano al proprio compenso – depositano la richiesta di udienza in Tribunale a Pavia.
Il giorno dopo l’Epifania, la giudice fissa l’udienza per aprile 2021, un tempo inaspettatamente veloce per la giustizia italiana: due aprile, per la precisione, che cadeva di Venerdì Santo.

In udienza – racconta don Michele – la giudice è rimasta colpita quando ha interrogato Moha su quali fossero le motivazioni che lo spingessero ad accettare l’adozione. Ricordo che Moha disse “Quando conobbi don Michele subito dentro sentii un’emozione strana, era come se avessi trovato mio padre”, conclude don Michele emozionato.

Passano solo quattordici giorni e la sentenza è favorevole: Moha diventa ufficialmente Mohamed Chiapuzzi Conte. «Era il sedici aprile, il giorno di Santa Bernadette Soubirous, la bambina di Lourdes. Moha divenne per la legge italiana un uomo libero. Ma soprattutto si percepì finalmente come uomo libero», dice don Michele.

Il figlio del prete

Un prete cattolico e un uomo musulmano: padre e figlio per scelta libera: «Abbiamo innanzitutto condiviso la fede, la fede in un unico Dio», racconta don Chiapuzzi, che confessa «Mi è capitato di veder pregare Mohammed qualche volta e mi sono commosso. Nel pregare c’è un buttarsi dentro ad un mistero più grande, quello che Pascal chiama la ragione del cuore, che è incommensurabile perché rappresenta le ragioni della vita che ognuno ha nelle proprie esperienze»

Moha adesso vive ancora in casa Chiapuzzi, nel frattempo ha studiato, ha ottenuto il diploma di licenza media, ha preso la patente e fa l’autista di camion, trasporta in tutta l’alta Italia.
È papà di una bimba, Linda (all’anagrafe Dalanda) di 12 anni, avuta da un’unione giovanile che cresce con la nonna paterna e da poco si è sposato con Dijenabou, con “papà don Michele” presente. Linda e Dijenabou, però, vivono tutt’oggi a Mamou, le pratiche per il ricongiungimento sono molto complesse.

Il mio sogno è di costruire in Guinea una casa per bambini orfani, dice Moha in collegamento da Mamou, dov’è andato per qualche giorno a trovare la sua famiglia.

Don Michele – che arriva al sacerdozio in tarda età – lo guarda, sorride, e parla di misericordia e di speranza, li definisce un mistero grande e un anelito di futuro.

 

 

Un’Agenda di Legislatura

Una vera e propria Agenda di Legislatura

Un’Agenda di Legislatura, non solo un Manifesto. In vista delle prossime elezioni politiche del 25 settembre 2022, NeXt-Nuova Economia per Tutti ha lanciato un Appello (qui) con il quale ha chiesto ai Segretari delle forze politiche di mettere al centro l’Agenda politica sperimentata sul campo delle buone pratiche del Paese.
Lettera per lettera, le parole chiave come cittadinanza attiva, sussidiarietà, partecipazione, co-progettazione e co-programmazione, consumo e risparmio responsabile, comunità energetiche, felicità e ricchezza di senso del vivere.
Un’Agenda, cioè, dove i cittadini e la società civile non siano sudditi, meri elettori o leoni da tastiera, ma protagonisti del progresso civile e dove sono espressi con chiarezza orientamenti e proposte sui temi dell’Europa, del lavoro, della sostenibilità ambientale, della lotta alla povertà, del welfare e della cura.

La presentazione al MeetingL’Appello, che è disponibile sul sito di NeXt per essere firmato, è stato presentato al Meeting di Rimini da Giorgio Vittadini, Presidente di Fondazione per la Sussidiarietà, e da Mauro Magatti, Docente di Sociologia all’Università Cattolica di Milano, in una Conferenza stampa guidata da Eugenio Andreatta, portavoce del Meeting.

Quindi l’idea è di aggregare queste realtà e diventare un soggetto che «Anche nel corso della legislatura – prosegue Magatti – mobiliti il mondo della Società civile rispetto ad alcune proposte specifiche che saranno portate all’attenzione del mondo politico in vista di un’Agenda per il bene comune che sostanzialmente si rifà alle idee e alle impostazioni date Papa Francesco nella Laudato Sì e nella Fratelli tutti, cioè l’idea che non risolviamo i problemi da soli, ma li possiamo risolvere solo insieme e che noi esistiamo solo come persone, cioè come esseri in relazione e non come somma di singoli individui».

Sulla base di questa matrice, «L’idea – conclude Magatti – è di proporre progressivamente punti concreti attorno a cui mobilitare i soggetti della Società civile».

Attenzione del Governo

Che non sia qualcosa campato per aria lo chiarisce Giorgio Vittadini «Il rapporto della Fondazione Solidarietà 2022 fatto con l’Istat ha dimostrato che quando ci si impegna in questo modo nelle realtà sociali nel terzo settore migliora per le persone il tasso di occupazione, diminuisce il rischio delle povertà, diminuiscono le morti, aumenta il tasso d’istruzione, aumenta il tasso d’istruzione, cioè migliora il benessere sociale. Quindi questo Appello, e il fatto che le forze politiche si innervino nella realtà sociale, può migliorare il Paese senza spendere soldi in più».

Che poi è anche tutto il fil rouge del Meeting 2022: «Quest’anno ai politici – prosegue Vittadini – noi vorremmo chiedere qualcosa che non è nella campagna elettorale finora: un ripensamento del ruolo del partito perché se i partiti non partono dalla società non capiscono neanche i bisogni reali e quello che viene fuori è semplicemente una rissa e non un dialogo».

Leggi l’articolo completo qui, su VITA

Secondo Summer camp

Partito il Secondo Summer camp dei Piccoli Comuni del Welcome organizzato dal progetto Mean-Movimento Europeo di Azione non violenta, in collaborazione con Act for Ukraine.

Dopo il primo, avvenuto nel mese di luglio (leggi qui l’articolo che ne racconta l’esperienza), tra il 26 e il 29 agosto in Italia sono arrivate altre dall’Ucraina altre quarantatré persone, mamme con i propri figli, per trascorrere due settimane lontano dalla guerra, dall’ansia e dal terrore delle bombe, della morte, della distruzione che la guerra sta portando.

Dove

Roseto Capo Spulico, Castel di Lucio, Baselice e Tiggiano sono i quattro Piccoli Comuni del Welcome che ospitano le famiglie ucraine arrivate. I Campi estivi delle famiglie ucraine nei Piccoli Comuni del Welcome hanno il sostegno di ACRI e di Fondazione “Con il Sud”. Altre famiglie sono state accolte a Benevento e a Palidoro (Fiumicino), queste ultime con il supporto della Fondazione Ronald McDonald Italia.

Straordinario, come sempre, l’impegno dei Sindaci – Rosanna Mazzia (Roseto CS), Giuseppe Nobile (Castel di Lucio), Lucio Ferella (Baselice), Giacomo Cazzato (Tiggiano) – e delle loro comunità che hanno organizzato nel dettagli le due settimane, tra momenti di divertimento per i più piccoli e anche momenti di conoscenza e visita dei più importanti luoghi artistici, paesaggistici e naturali dei propri piccoli comuni.

Vi racconteremo com’è andata, ma adesso guardate insieme a noi quanta gioia nei volti delle mamme e dei loro figli. Qui, invece, un breve video dell’accoglienza a Castel di Lucio.

 

Filari accoglienti

Il filari accoglienti delle viti di Torrecuso vanno verso nuovi orizzonti, come cita il titolo del panel che si è svolto nel Piccolo Comune del Welcome sannita durante la Rassegna enologica “Vinestate” 2022 (vedi foto sotto).
Tutti presenti al tavolo della discussione sul tema “Lavoro e inclusione”. Ma, sullo sfondo, anche l’azione di vicinanza e accoglienza che la Rete dei Piccoli Comuni del Welcome sta facendo con il progetto MEAN (leggi qui e qui): in collegamento, infatti, in sala c’è il Comune ucraino di Kobleve (nel video in Youtube, il territorio di una delle aziende produttrici di vino), nell’oblast’ di Mykolaiv.

Filari accoglienti

Nel 2018 Torrecuso ha scelto di attivare il SAI, Sistema Accoglienza Inclusione (che prima si chiamava SPRAR), di ANCI-Ministero dell’Interno, per accogliere famiglie per un totale di 30 persone, recuperando case sfitte e a rischio abbandono tra i vicoli del borgo medievale descritto dallo storico Antonio Mellusi come il castello sul colle a Nord di Benevento costruito dai Longobardi a difesa e guardia della città capitale del Ducato Longobardo del Centro-Sud. Oggi l’antico castello, convertito nel ‘700 in un palazzo nobiliare, è la sede del Comune.
E’ qui che il Sindaco, Angelino Iannella, stipula i “patti di accoglienza” con le famiglie accolte nel Progetto SAI che è coordinato da Nicoletta Maiello.
Per il Sindaco Iannella l’accoglienza deve coniugarsi con coesione sociale – uno dei temi portanti del Manifesto del Welcome – con lo sviluppo personale, il lavoro dignitoso. Solo così è possibile migliorare le comunità nella diversità, proprio come sta accadendo nella sua Torrecuso.

Il Sindaco Iannella e la Coordinatrice Maiello nel momento della stipula dei patti di accoglienza – foto SAI Torrecuso

I dati dell’accoglienza

Nicoletta Maiello, Coordinatrice del Progetto SAI, snocciola i numeri dell’accoglienza di Torrecuso. Dal 2018 sono state accolte settanta persone, di cui circa la metà bambini e bambine. Oggi, sono venti le persone in progetto e c’è una nuova famiglia in arrivo.
Tra i vicoli del Borgo Torlicoso, dal 2018 hanno passeggiato numerose nazionalità: Nigeria, Libia, Camerun, Costa d’Avorio, Siria, Afghanistan, Eritrea, Senegal, e da quest’anno l’Ucraina.
In tutto, ventidue famiglie, di cui nove hanno scelto di restare nel territorio di Torrecuso o nelle immediate vicinanze. Sia quelle rimaste che quelle che hanno scelto di vivere in altre città, hanno tutte regolarmente trovato un lavoro stabile grazie alla formazione e ai tirocini che il SAI ha offerto loro.
Dieci, infatti, i tirocini lavoro attivati dal SAI anche nella viticoltura, nove i corsi di formazione professionale e un percorso di Servizio civile nella “Misericordia” locale. Uno dei tirocini è già diventato contratto di lavoro a tempo indeterminato nella pescheria di un supermercato di Torrecuso. Tutte persone, dunque, che hanno scelto di vivere nel Piccolo Comune o nel territorio sannita.
(vedi foto sotto – estratte da SAI Torrecuso)

Filari vincenti: Tessi e Sylwia

Tessi John è una giovane donna di nazionalità nigeriana (qui la sua storia, prendetevi due minuti per leggerla) entrata nel 2018 nel progetto SAI di Torrecuso. Durante il convegno ha raccontato la sua esperienza di vita a Torrecuso, tra ribellione e vittoria. Tessi, infatti, ha lavorato su se stessa e sulle sue fragilità e poi caparbiamente sulle sue abilità creative, fino a raggiungere il suo sogno: aprire una bottega di sartoria. Tessi e il marito adesso hanno lasciato il progetto SAI ed hanno una casa tutta loro, un lavoro stabile nel quale Tessi investe le sue energie di imprenditrice e una piccola bimba arrivata dopo i primi due figli.
Tra ribellione e vittoria, nel percorso di Tessi ci sono state anche Teresa Ciarlo e Sylwia Modzelewskae, rispettivamente psicologa e psicoterapeuta e mediatrice culturale del SAI Torrecuso.
Trasformare la diffidenza in fiducia, la fragilità personale in capacitazione è stato complesso, ma Teresa Ciarlo ha trovato la via di comunicazione per arrivare a Tessi, così come l’ha trovata sempre per destrutturare il frame di pregiudizio ed ostilità che ancora avvolgono l’accoglienza delle persone migranti.
E se la testimonianza di Tessi ha meravigliato, quella di Sylwia prima ha strozzato il fiato e poi donato energia. Da polacca in Italia, ha vissuto la fatica di arrivare di notte in Questura a fare la fila per i documenti, la delusione della burocrazia che ruota intorno ai permessi di soggiorno e poi la serenità dell’accoglienza e della vita che riparte. Oggi Sylwia è la mediatrice culturale del SAI, è sposata e vive a Torrecuso. (Le foto sotto sono tratte dalla pagina Facebook di Vinestate)

 

Accoglienti con i filari ucraini

Un borgo medievale, le colline sannite, la predisposizione naturale all’accoglienza non potevano restare indifferenti a quanto sta avvenendo in Ucraina dal 24 febbraio 2022.
Nel SAI di Torrecuso sono state ospitate fin da subito alcune famiglie in fuga dalla guerra. La rete dei Piccoli Comuni del Welcome, infatti, ha aderito al Progetto MEAN creato da oltre trentacinque associazioni italiane, molte delle quali provenienti dalla Rete italiana Per un Nuovo Welfare, per costruire percorsi e azioni di pace in Ucraina e soprattutto per “far sentire” – “metterci corpo”, come dice il progetto – la vicinanza alla popolazione ucraina.
Il MEAN, infatti, con due viaggi, a maggio e a giugno di quest’anno, ha stabilito in Ucraina una serie di relazioni di sostegno con alcune autorità e con molti esponenti della società civile.
L’11 luglio, la “marcia nonviolenta” a Kiev ha aperto la strada ad una collaborazione sempre più intensa tra MEAN e Act for Ukraine che fa da raccordo tra Italia e Ucraina anche grazie alla mediazione culturale e linguistica di Tetyana Shyshnyak, interprete e cantante ucraina, che dallo scoppio della guerra affianca il MEAN in questo percorso.

La guerra tra i filari

Con le sue quindici macrozone viticole naturali e le cinquantotto regioni a vocazione viti-vinicola, l’Ucraina è un paese viticolo che fa parte del CEEV, il Comité Européen des Entreprises Vins, attraverso la Ukrainian Corporation for Viticulture and Wine Production Industry, la Società ucraina per la viticoltura e l’industria della produzione di vino.
Sei macrozone e dodici microzone si trovano nella Repubblica autonoma di Crimea, tre zone e sedici microzone nella regione di Odessa, due zone e dieci microzone nella regione di Kherson, due zone e sette microzone nella regione di Mykolaiv, una zona e dodici microzone nella regione di Zakarpattya ed infine una zona e sei microzone nella regione di Zaporizhia.
Tutte località i cui nomi abbiamo tutti imparato a conoscere dalle cronache di guerra e dalle cartine belliche, dove le aree del conflitto e quelle vocate alla viti-viticoltura purtroppo si sovrappongono.
La guerra, dunque è entrata violenta anche tra i filari delle viti ormai divelti dai missili, i campi in fiamme, le cantine distrutte dalle bombe, trattori e camion ridotti ad ammassi di lamiera.

Vinitaly

Le coltivazioni di cabernet e dei vini da dessert, tutto distrutto, ne parla molto anche Vinitaly che si prepara alla cinquantacinquesima edizione di aprile 2023 con forte preoccupazione perché secondo i dati Istat (sommando le voci di produttori dell’agricoltura, della silvicoltura e della pesca, e di prodotti alimentari, bevande e tabacco), l’Italia, nei primi 11 mesi 2021, ha esportato in Russia oltre 613 milioni di euro di prodotti agroalimentari, importandone per 229 milioni di euro. Guardando all’Ucraina, invece, l’export italiano verso il Paese si attesta sui 325 milioni di euro, mentre le importazioni sono sfiorano i 525 milioni di euro. In particolare, la preoccupazione è soprattutto sul fronte del grano, con di cui Russia e Ucraina sono i principali esportatori nel mondo, con l’Italia che, nel 2021, ne ha importate 100.000 tonnellate nel primo caso, e 120.000 nel secondo (fonte Ismea). (al link tutta l’analisi fatta da Vinitaly)

Filari gemelli

Uno dei territori a maggiore vocazione viticola è l’oblast’ di Mykolaiv, in cui è il Comune di Kobleve, collegato in sala per un dialogo con il Sindaco Iannella ed Angelo Moretti – Referente della Rete dei Piccoli Comuni del Welcome, Portavoce della Rete nazionale “Per un Nuovo Welfare”, Spoke del MEAN project e Presidente del Consorzio “Sale della Terra”.
Assente Panych Volodymyr, dall’Ucraina si collega Svitlana Talokha che racconta della distruzione e della morte che ha devastato il suo paese e le sue terre. Le sue lacrime silenziano la sala che concentra tutto l’affetto e tutta la partecipazione al dolore negli applausi facendoli arrivare in Ucraina come abbracci.
Mentre Tetyana legge i dati terribili delle perdite dell’azienda “Koblevo”, scorrono le immagini ancora verdi e allegre delle sue produzioni di vini, scorre lo spot pubblicitario girato poco tempo fa e tutto stride con le immagini crude e grigie dell’Ucraina che oggi invece ci arrivano attraverso i media.
Angelo Moretti spiega che lo scopo del progetto MEAN è proprio “essere vicini”, in una “prossimità” non solo ideale, ma concreta e che va dall’invio di aiuti materiali alla presenza fisica in Ucraina, al fianco di chi, finite le bombe, dovrà trovare la forza di ricostruire territori, economia e persone.
Angelino Iannella, il Sindaco di Torrecuso, comune welcome accogliente per tradizione e leader nella viticoltura per vocazione, non perde tempo e “chiama” Kobleve “Comune gemello” alla sua Torrecuso. Gli atti amministrativi arriveranno in seguito. Ma dal tavolo del panel si va già “verso nuovi orizzonti”.

Gabriella Debora Giorgione

 

 

 

Volontariato e politica

Amato: il volontariato non fugga dalla politica.

I passaggi più significativi dell’intervento di Giuliano Amato, presidente della Corte Costituzionale, chiamato al Meeting di Rimini a ragionare su “Democrazia e verità” con Giorgio Vittadini, presidente di Fondazione per la Sussidiarietà. Crisi dei corpi intermedi, relativismo individualista, mancanza di discernimento tra verità e verosimile, responsabilità. Di fronte alla fragilità della attuale classe politica, Amato chiama a raccolta i milioni di volontari italiani: «Voi, che siete il polmone della politica italiana, dovete mobilitarvi per garantire il nostro futuro».

È Giorgio Vittadini presidente di Fondazione Sussidiarietà, ad introdurre Giuliano Amato, presidente della Corte Costituzionale. Lo fa con alcune provocazioni culturali e politiche. La prima, democrazia e bene comune perché, dice Vittadini: «È un auspicio che la vita democratica nasca da un impegno ideale dei partiti che non sia l’interesse corporativo, ma che sia sacrificio dell’interesse particolare per un bene comune». Vittadini si interroga, e facendolo interroga Amato, su come ridare vita alla democrazia, sul nesso tra democrazia e verità, sul ruolo della democrazia nello sviluppo sociale, su elezioni e sussidiarietà.

E poi, centrale, il ruolo del Parlamento con uno sguardo giussaniano al “potere” del potere sui cittadini: «Perché ci siano elezioni veramente libere – dice il patron del Meeting – bisogna che l’uomo non sia isolato e ricattabile. L’uomo isolato fa fatica a tenere una posizione alta, c’è bisogno di luoghi dove la verità sia educata e si costruiscano regole di convivenza». Chiaro il riferimento ai corpi intermedi, i partiti che Vittadini definisce «Luoghi dove la democrazia reggeva rispetto ai tentativi autocratici perché mantenevano la connessione con le realtà popolari».

Democrazia, verità, responsabilità

In cinquanta minuti circa, Giuliano Amato lascia alla platea una serie di punti fermi, lucidi di analisi e di sguardo all’orizzonte prossimo della politica e della società italiana.
Lungo ed articolato, il discorso sul legame tra la democrazia e la verità. Per Amato «la verità dei fatti, nelle democrazie, è aggredita e contrastata dalle non-verità del verosimile, dal rifiuto per convenienza e a volte per ostinata difesa di gabbie ideologiche di cui si è spesso custodi e prigionieri insieme, che porta a negare la verità dei fatti. Lo abbiamo sperimentato anche durante la pandemia per il Covid, con le divisioni interne, le polarizzazioni, le radicalizzazioni, che rendono così difficili le decisioni in una democrazia. Ma attenzione: oltre alla categoria del vero-falso c’è anche la categoria del giusto-ingiusto e spesso si toccano fra di loro, insidiando le nostre certezze». Ma la connessione tra democrazia e verità sta nella responsabilità: «Si deve dire sempre la verità, in democrazia?», chiede e si chiede Amato.

Partiti e individuo

Gli altri due punti di verità: i partiti e l’individuo. Per Amato una profonda insidia per la democrazia è il relativismo individualista che ha lacerato il tessuto connettivo delle nostre società. Contestualmente, abbiamo assistito alla fine «Dei differenziali della società, i grandi aggregatori, i partiti del passato, il vero fattore che faceva funzionare la democrazia e beneficio di milioni di cittadini».

Passaggio molto articolato, quello sul rapporto tra credenti e non credenti. Amato cita Ragione e fede in dialogo, di Jürgen Habermas e il cardinale Joseph Ratzinger: «Tutti, credenti e non credenti, avevano il compito comune di trovare i valori a tutti comuni su cui costruire. Abbiamo messo a punto, ad esempio, piattaforme su temi delicati come il fine vita, con il rispetto delle opinioni di ciascuno. La persona viene prima dello Stato». La “patente democratica” passa dunque innanzitutto dal rispetto per l’uomo, la persona, nella sua qualità di componente della vita sociale e di essere vivente e, quindi, dal rispetto per il creato.

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