Una curva gettata alle spalle del tempo

Una curva gettata alle spalle del tempo.

Una curva gettata alle spalle del tempo: è il titolo di un’opera d’arte che suona come un refrain lungo tutto il tortuoso percorso che, dal mare, sale sale sale sale a perdita d’occhio fino a Castel di Lucio, piccolo comune in provincia di Messina, dove il sindaco Giuseppe Nobile (nella foto di copertina, maglioncino porpora) ci aspetta per l’intervista. Il cielo è di un azzurro assoluto a pelle di tamburo, la sua intensità aumenta ad ogni sosta lungo la Fiumara d’arteuno dei parchi d’arte a cielo aperto più grandi d’Europa che mica ti aspetti di trovare qui, in un cuneo di territorio tra Palermo, Messina ed Enna. Scendiamo dall’auto, a sinistra il parco giochi che dà su tutta la vallata, l’occhio corre in fuga dal verde-marrone intenso all’azzurro morbido del mare: una curva gettata alle spalle del tempo…una curva gettata alle spalle del tempo…Il sindaco ci chiama, ci giriamo, ci sta venendo incontro, siamo distolti dalla riflessione verde-azzurra.
Nobile ha lo sguardo acuto, è sempre sorridente, ha precisione linguistica ma indugia nella battuta in siciliano che pronunciato da loro ha sempre una musicalità inimitabile. Cominciamo a parlare percorrendo i vicoli di Castel di Lucio, visitiamo la biblioteca, la chiesa, il museo…

Sindaco Nobile, questo è il suo primo mandato, ma dalla Sicilia all’Ucraina di strada ne ha percorsa…
Sì, una bella strada insieme alla mia comunità. Ci tengo molto a dire che prima della elezione a sindaco sono stato per dieci anni presidente del Consiglio comunale. Il mio impegno per la mia comunità di origine parte da lontano, prima con l’associazionismo, poi una parentesi tra il 1998 e il 2001 in Giunta comunale come assessore alla cultura, turismo e spettacolo. Dal 2018, il primo mandato di sindaco che adesso sta scadendo.

E si ricandiderà?
Dopo una fase di riflessione, insieme al gruppo politico che mi sostiene abbiamo deciso di proseguire soprattutto perché c’è la volontà di portare a compimento tutto quanto iniziato nel primo mandato. Devo dire grazie a mia moglie e ai miei figli per avermi accompagnato nella scelta e per non avermi mai fatto pesare in questi anni la lontananza da casa tra giunte, consigli e incontri. Tenga conto che Castel di Lucio, dove sono sindaco, è il mio comune di origine, però vivo con la mia famiglia a Santo Stefano di Camastra, che invece è il comune di nascita di mia moglie, e lavoro a Palermo dove ho lo studio da avvocato. E devo dire grazie anche alla mia comunità che mi ha sostenuto apprezzando la presenza che ho dedicato al mio Comune, che è stata sicuramente tanta e assidua. Vede, la fine del mandato è un bel momento di riflessione sia per il sindaco che per il suo gruppo di maggioranza perché la politica è innanzitutto responsabilità.

Famiglia Nobile, Comunione
La famiglia Nobile alla prima Comunione dell’ultimogenita

Prima parlava di progetti cominciati in questi anni, ce li racconta?
Sono tanti, i progetti che abbiamo cantierato, soprattutto con i fondi Pnrr: attrattività dei borghi, inclusione sociale, infrastrutture sociali, l’acquisizione dei beni del centro storico, la biblioteca. Per un piccolo comune come Castel di Lucio significa cambiare volto e cambiare futuro. Molti di questi progetti sono in rete con altri Comuni, sono stati pensati e condivisi con altri colleghi sindaci. Ad esempio, il progetto presentato al bando attrattività dei borghi è stato fatto in aggregazione con i comuni di Pettineo e Motta d’Affermo. Il progetto di accoglienza SAI è in estensione con il Comune di Tusa. Il progetto Hospitis, grazie all’adesione all’Associazione Borghi Autentici, coinvolge i comuni di Castelbuono, San Mauro Castelverde e Tusa. Abbiamo poi una serie di bandi Pnrr e una serie di progetti per i quali attendiamo gli esiti: è stato, ed è tuttora, un grande lavoro di squadra con amministratori, presidente del consiglio e consiglieri comunali, e soprattutto con i dipendenti comunali che con le loro competenze hanno contribuito tanto al raggiungimento dei risultati (per gli altri progetti, vedi grafica, sotto). Abbiamo, nel frattempo, aderito all’Unione dei Comuni Costa Alesina. E poi c’è stato un “progetto interno”, lungo questi anni, che è stato quello di aprire a tutti le porte di un Comune che forse era ancora chiuso in sé stesso. Ci siamo impegnati soprattutto nell’ascolto di tutti i bisogni dei castelluccesi.

Un Comune addirittura chiuso?
Abbiamo dato spazio e attenzione alle associazioni locali. Abbiamo avuto in comodato gratuito l’edificio delle Suore Francescane del Cuore Immacolato di Maria e messo a disposizione i locali per una scuola di karate e ad una associazione che conserva la tradizione del ricamo e della tessitura (“Il filo di Arianna”, ndr). Abbiamo rafforzato la collaborazione con tutte le attività della parrocchia e i giovani dell’Azione Cattolica che animano molto la comunità, soprattutto in occasione del Natale e delle altre festività. E poi siamo riusciti a far nascere un gruppo di Protezione civile grazie ad alcuni giovani che abbiamo sostenuto per il riconoscimento a livello regionale e ad avere in comodato il modulo di intervento anti incendio. Tenga conto che i Vigili del Fuoco più vicini sono a Mistretta, un’ora di auto, il 118 e l’ospedale idem. Castel di Lucio è entroterra, è isolata, distante da tutto, anche da comuni limitrofi.

Sì, in effetti geograficamente è proprio un triangolo…
È un territorio marginale, un angolo in cui si incrociano tre province: distiamo 180 km da Messina, 120 km da Palermo e 100 km da Enna ma di strada tutta interna.

Beh, allora impossibile restare a casa, nel 2023: non si interrompe una storia così lunga…
Sì, ha ragione, impossibile, anche se le sembrerà incredibile ma la pressione che si vive nelle piccole comunità è forte, in particolare in tema di “servizi”, che in molti casi vengono prima della cultura e della politica. A Castel di Lucio finalmente abbiamo un Museo civico, che è l’unica cosa laica che puoi vedere, ma è stato difficile farlo “entrare” nella comunità.

Potrebbe essere però una preminenza di bisogni primari che non consente di dedicarsi ad altro…
A Castel di Lucio paghiamo in media 100 euro di acqua all’anno, diamo il rimborso spese di viaggio al 100% a tutti gli studenti delle superiori che vanno a scuola fuori, assicuriamo agli anziani il pasto caldo ed altri servizi di assistenza, grazie alla nostra cucina comunale, che è una vera e propria eccellenza e rifornisce anche le mense scolastiche. Abbiamo insomma tutta una serie di servizi che aiutano e sostengono. Adesso stiamo progettando di attivare una cooperativa di comunità per l’accoglienza turistica.

Spopolamento?
Dopo anni di inverno demografico, per la prima volta nel 2022 abbiamo un saldo migratorio di più 40, grazie ai nuovi cittadini provenienti dall’Argentina e grazie alle persone migranti del progetto del Sistema Accoglienza Integrazione-Sai. È la prima volta che a Castel di Lucio si incontrano per strada persone che non si conoscono! Ed è cresciuta anche la domanda di case da affittare. Certo, adesso dobbiamo trasformare questi arrivi in residenti, ma è anche per questo che abbiamo deciso di continuare a lavorare.

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Piccolo comune cosmopolita

Piccolo comune cosmopolita.
Stavamo quasi per desistere, per quanto era introvabile e poco reattivo alle email e ai messaggi al cellulare. Poi, all’improvviso, l’appuntamento nel giro di un giorno. Marco Cogno lo incontriamo a sera nel suo studio di sindaco, alle spalle il gonfalone di Torre Pellice. Ha i capelli arruffati sia per la giornata intensa sia perché se li tormenta di continuo, un aspetto giovane e informale, ma al contempo così assertivo, che spiazza. Parla a raffica, cita dati a memoria, varia sui temi, ironizza, battute tranchantes, è argento vivo che si muove in forma umana. Fa il sindaco, il consigliere della Città metropolitana, il papà di due bambini, è dirigente in un grande ente del terzo settore che gestisce alcune case di riposo e in questo lavoro lotta «contro quella certa cultura del socio assistenziale che trova la contenzione dei pazienti fragili una pratica “normale”». Non abbiamo neanche il tempo di attivare il registratore che già sono passate due ore e sembra ancora poco quello che abbiamo detto.

Lei ha 42 anni ed è sindaco dal 2014. Ci ha creduto fin da giovanissimo…
Sì, a 33 anni ero già consigliere, passavo le serate in comune anziché con gli amici. Poi sono stato assessore alle politiche ambientali e dal 2014 sono sindaco. Mi sono candidato con due obiettivi precisi: “viviamo Torre Pellice” e “facciamo comunità”. E per raggiungerli abbiamo adottato tutte le possibili politiche attive per rendere questo paese vivo su qualsiasi aspetto: abbiamo investito su un asilo nido comunale che avevamo sempre avuto e non volevamo perdere, trasformandolo in edificio NZEB a basso impatto ambientale. Torre Pellice da 15 anni fa un festival che si chiama “La torre di libri”: Umberto Eco, Dacia Maraini, Andrea Camilleri e Claudio Magris sono cittadini onorari, abbiamo una galleria civica dove facciamo molti eventi e mostre. Torre Pellice si è aggiudicata il titolo di “Città europea della Riforma” da parte della Comunione di chiese protestanti in Europa (CCPE – l’organismo meglio conosciuto come Concordia di Leuenberg), siamo considerati “città che legge” perché abbiamo un festival letterario, una libreria e una biblioteca comunale che fa 13.000 prestiti su 4.600 abitanti, quattro libri per abitanti; abbiamo preso in gestione il palazzetto del ghiaccio post olimpico per non farlo chiudere.

Per carità, tutto bellissimo, ma come si frena lo spopolamento a Torre Pellice? Bastano tutte queste attività?
Negli ultimi anni siamo cresciuti: quest’anno siamo 4634, prima 4629, prima ancora 4550. I decessi in un anno sono mediamente 85, mentre i nati sono 30, questo vuol dire che tutti gli anni “aggiungiamo”, anziché essere meno 60, siamo più dieci…

Dai, lei è molto bravo, sindaco, ma…
Non lo so come facciamo a trattenerli, di sicuro siamo una comunità “che sta bene”, abbiamo sette confessioni religiose, siamo centro della Chiesa valdese, abbiamo la Chiesa cattolica, l’Esercito della salvezza, due Chiese evangeliche, una sala per la Comunità araba, una Comunità di induisti e, complessivamente, abbiamo cittadini di Torre Pellice che provengono di 53 nazionalità diverse.

Avete insomma creato un “sistema territoriale di accoglienza”…
Esatto! Con la Diaconia valdese, che è il “braccio” della Chiesa valdese, abbiamo gestito questa micro accoglienza diffusa su circa 30 alloggi su tutto il territorio della Valle. Quindi come gruppo di comuni abbiamo portato avanti questa integrazione che è stata un’interazione molto interessante.

Sindaci di tutte le provenienze politiche?
Sì, sia di centro destra che di centro sinistra. Il successo è stato non solo questo, ma anche quello di avere gestito meglio i flussi bloccando le telefonate improvvise con cui la Prefettura avvisava di arrivi improvvisi di numeri non controllati di persone migranti. Oggi gestiamo noi sindaci l’accoglienza e lo facciamo con persone di nostra fiducia e che hanno una gestione non economica ma umana dell’immigrazione. E, infine, abbiamo messo a sistema anche tutto il terzo settore. Oggi i nostri cittadini del Sai fanno tirocini in biblioteca o rimettono a posto i sentieri partigiani. Abbiamo fatto oltre 95 inserimenti lavorativi, abbiamo riaperto il Centro provinciale per l’istruzione degli adulti-Cpia e pensi che la signora Biagia, torrese doc, è riuscita a prendere la licenzia media grazie al Cpia aperto per i migranti. E non sono stato arrestato quando mi sono autodenunciato per avere dato la carta di identità alle persone migranti di Torre Pellice!

E alcuni sono rimasti a vivere da voi?
Sì, ma le nostre 53 nazionalità diverse non discendono dalle provenienze Sai.

Area interna e zona montana, situazione di giovani e scuole?
Un terzo della mia popolazione è sopra i 50 anni, ho tutte le scuole fino alle medie, poi abbiamo il Liceo valdese oppure i nostri ragazzi devono andare a Pinerolo, ma si fa tranquillamente con i mezzi. Siamo area interna e montana, ma non voglio che si pensi “area sfigata”! Anzi, Torre Pellice ha quattro valori aggiunti: natura, cultura, tradizione e sport. Pensi che col Covid abbiamo perso 180 cittadini ma ne abbiamo guadagnati 363 perché Torre Pellice è ancora un luogo dove ci sono un sacco di servizi come biblioteca, nido, attività culturali e dove la solitudine impatta meno perché anche se sei da solo scendi in piazza e trovi qualcuno.

Quante persone con disabilità e quanto Reddito di Cittadinanza?
Disabilità poche. Reddito di cittadinanza tantissimi. Ricordo che avevo la fila, facevo “il dottor Tersilli del Comune”, il Reddito ha salvato un sindaco! (ridiamo) Io comunque adoravo il Reddito di Inclusione-Rei, era completamente un altro progetto sulla persona, un’altra storia.

Sindaco da dov’è nata questa sua passione politica?
Caduta del muro di Berlino e strage di Falcone e Borsellino, due spinte interiori fortissime. Quando nel 2004 a Torre Pellice mi hanno chiesto di candidarmi nella lista civica ho accettato con gioia, anche se io sono di Luserna, perché avevo proprio voglia di impegnarmi politicamente. È stato molto faticoso costruire il mio percorso personale, devo ammetterlo, anche perché ho detto fin dall’inizio che se su questa sedia sono seduto io, il sindaco lo faccio io.

Comune ad esclusione zero

Comune ad esclusione zero.
Un percorso di progettazione partecipata nel comune calabrese premiato nel 2020 quale ambasciatore di Economia civile.

«Nessuno si senta escluso» trova espressione e significato a Roseto Capo Spulico, piccolo comune dell’alto Ionio cosentino, dove la sindaca Rosanna Mazzia ha chiamato a raccolta tutta la sua comunità per una progettazione partecipata sul futuro del piccolo comune calabrese.
Il primo incontro è avvenuto ad ottobre 2022, quando Carlo Borgomeo, presidente della “Fondazione Con il Sud”, è intervenuto a Roseto Capo Spulico insieme ad Angelo Moretti, presidente del Consorzio “Sale della Terra” e referente nazionale della Rete dei “Piccoli Comuni del Welcome”, della quale fa parte anche Roseto Capo Spulico.

Millenovecento abitanti nell’Alto Ionio Cosentino, colonia della Antica Sybaris, Roseto Capo Spulico prende il suo nome dalla diffusione della coltivazione delle rose in epoca greco-romana, che venivano utilizzate per riempire i guanciali delle principesse sibarite. Ed è proprio con il progetto “Figli delle Rose” che Roseto ha vinto nel 2020 il premio “Comune ambasciatore di Economia Civile” al Festival dell’Economia Civile di Firenze, con la promessa che il suo modello di economia, sostenibile e inclusivo, coinvolgesse in processi di crescita e sviluppo le associazioni e l’intera comunità.
Detto, fatto. Dal 2020, e nonostante la pandemia, Rosanna Mazzia – sindaca dal 2014 dopo 2 consiliature da vice – mette a sistema una serie di progettazioni che aveva già cominciato dal suo primo mandato. Con l’adesione alla Rete dei Piccoli Comuni del Welcome, arriva l’incontro con il Consorzio Sale della Terra e la realtà di NeXt-Nuova Economia per Tutti diretta da Luca Raffaele ed inizia una nuova progettazione sul territorio comunale che ha per obiettivo centrale l’esclusione zero, perché «le fragilità delle persone sono il primo pensiero del sindaco di una comunità», dice la Mazzia.

“Singoli” luoghi rigenerati da “singole” progettazioni che saranno messi in connessione tra di loro per intercettare tutte le persone in situazioni di fragilità alle quali dare nuova chance di futuro attraverso inclusione e lavoro.
“Comune ad esclusione zero”, dunque, nasce dall’esigenza di dare alla comunità di Roseto un nuovo futuro che vada oltre l’attuale “asset” del turismo della stagione estiva che arriva ad oltre 30 mila presenze e coinvolge tantissimi operatori soprattutto giovani. Occorre ragionare su altre prospettive, a partire da un welfare di comunità e dalle energie territoriali ancora inespresse.

Come si arriva, dunque, alla “esclusione zero”? Secondo Angelo Moretti, il welfare generativo ha la capacità di “attivare” le energie sociali e le comunità, a partire dalle persone con disabilità e fragilità: ne è prova l’esperienza dei tanti Piccoli Comuni del Welcome, in cui sono nati “luoghi” di attivazione sociale che hanno generato economia civile: cooperative di comunità, progetti Sai-Sistema Accoglienza Integrazione, budget di salute.

Su questo ha concordato anche Carlo Borgomeo: lo sviluppo non arriva da fuori, non è un “evento che succede”. Dal tavolo di discussione sono emersi per Borgomeo alcuni notevoli punti di forza di Roseto Capo Spulico: l’attenzione ai fragili, una comunità coesa, la bellezza, l’ambiente, l’amore per la propria terra. Ma c’è una condizione che va fortemente “riempita” ed è il senso di responsabilità della comunità, l’autonomia. E lo spirito di iniziativa, che è uno “scatto” psicologico perché «restare ad aspettare crea dipendenza». E la dipendenza non genera né libertà né tantomeno economia e men che mai rafforza le comunità.
Secondo Borgomeo, Roseto deve suscitare il desiderio dei giovani di non andare via ma di tornare. E questa si chiama «attrattività del territorio». Occorre inoltre allungare il più possibile la stagione estiva migliorando l’offerta dei luoghi di servizio e facendo pressing per migliorare i collegamenti, puntare sulle dinamiche di consumo dei prodotti del genius loci di Roseto.

Su questa traccia, dal 17 al 19 gennaio scorsi a Roseto Capo Spulico tutta la comunità si è nuovamente ritrovata, ma questa volta da attrice protagonista. In 3 giorni di progettazione partecipata sono stati coinvolti tutti e tutte, “da uno a cento anni”, «perché ognuno cercasse le proprie potenzialità, costruendo una visione comune», ha detto la sindaca Mazzia. La progettazione partecipata si è snodata lungo una analisi collettiva su potenzialità e difficoltà del piccolo comune; una «passeggiata nei quartieri» (come la chiama l’etnografa Marianella Sclavi, ndr) per guardare Roseto con taccuino e penna critica in mano; l’ascolto di esperienze di successo in altri piccoli comuni; lo spazio aperto alla scrittura collettiva di un documento che si chiama masterplan ma si legge sogno condiviso del futuro desiderabile per il luogo in cui si vive.

L’assemblea si è aperta con la descrizione di tutte le progettazioni in cantiere a Roseto: una cittadella di servizi gestita dai cittadini, un co-housing diffuso, la riapertura di botteghe artigiane e spazi di co-working, il recupero del circolo velico e la promozione di orti sociali. Questi i principali desideri dei rosetani per ripensare l’economia che, dalla spiaggia 6 volte “bandiera blu” risalga, vicolo per vicolo, fino al borgo medievale e coinvolga tutti e tutte.
Nello specifico ecco i progetti avviati. Iniziamo dall’Istituto comprensivo Amendolara: qui verranno attivati per la prima volta servizi integrativi per bambini 0-6 anni: stazione co-working, educazione alimentare, spazio nido. La scuola nelle ore pomeridiane diventerà centro per i bambini e le famiglie per attività outdoor e baby parking e per avviare una presa in carico olistica.

C’è poi l’“Antico granaio e borgo”: si tratta di un progetto di un milione 600 mila euro che mira ad unire l’abitato storico e quello marino per coniugare bellezza materiale e naturale con un’innovativa capacità di sostenere la coesione sociale e di essere accogliente verso turisti e nuovi residenti. Fulcro del progetto sono la valorizzazione degli aspetti di unicità e identitari della storia e della cultura di Roseto Capo Spulico attraverso l’esaltazione degli eventi legati a Federico II, la messa a sistema della filiera legata alla produzione delle Rose damascene, la creazione di un social hub di Economia civile, una spring and summer School e di una Scuola di arti e mestieri del Cinema, la creazione di nuove imprenditorialità e l’implementazione della Comunità ospitale.

Altro progetto è quello dell’Ambulatorio di comunità, aperto dal lunedì al venerdì, che diventerà un vero centro di aggregazione sociale in cui verranno coinvolti infermieri di comunità e psicologi di comunità per garantire un intervento immediato e tempestivo per la popolazione residente. Infine, verranno organizzati incontri di gruppo con uno psicologo di comunità una volta a settimana per training neurologici e supporto all’invecchiamento attivo.

La progettazione seguirà il “metodo dei Comuni del Welcome” che si attua con il welfare delle persone e dei territori attraverso il reddito di cittadinanza, il budget di salute, le misure alternative alla pena detentiva, il Sistema di Accoglienza e Integrazione-Sai, la cooperazione di comunità, l’economia civile, l’economia circolare, il patto educativo di comunità, i servizi diffusi per la presa in carico della prima infanzia, la lotta all’azzardo e il contrasto alle dipendenze, la coesione familiare, la promozione delle comunità energetiche e l’accoglienza diffusa degli anziani.

Come afferma Doriana Bollo, dell’ufficio progettazione di “Sale della Terra”, «tra un bisogno e un sogno c’è di mezzo un progetto. È proprio quando un progetto non resta più confinato sulla carta che si realizza tutta la sua potenzialità: in questi tre giorni esso ha preso finalmente il volto di Antonio, Sandra, Mattia, Rosanna e di tutti i rosetani che hanno scelto di mettere in gioco i propri sogni partendo dal loro genius loci». La Bollo ha 32 anni, studi in sociologia, e ci dice di aver scoperto che la rosa damascena, fiore grazie al quale Roseto Capo Spulico è famosa, ha la tipicità di fiorire anche in inverno. Guarda il borgo di Roseto e ne immagina, tra i file excel dei progetti, la fioritura in tutte le stagioni.

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Il migliore del mondo

Il sindaco migliore del mondo.
Quando Vania Trolese, assessora al Comune di Camponogara (Ve) conosciuta durante la missione a Leopoli del MEAN, ci ha detto che a San Bellino c’era «il sindaco migliore del mondo» abbiamo pensato che fosse una battuta che sottolineava l’operato virtuoso di un primo cittadino che meritava di essere raccontato nella rubrica. Invece Aldo D’Achille (nella foto di copertina, al centro, camicia bianca) – 51 anni, marito di Elena e padre di Maria Sole e Allegra, una gioventù tra il rugby, obiettore di coscienza nell’Istituto Fanciulli Sinti a Badia Polesine dove si accoglievano bambini Rom e Sinti, gli studi per la laurea in scienze motorie e il magistero in scienze religiose, il consiglio comunale dal 1999 e dal 2014 il ruolo di sindaco del piccolo comune in provincia di Rovigo – è davvero “Il miglior sindaco del mondo”, premiato dalla World Mayor Fundation di Londra con il Community Award che lo ha riconosciuto come uno degli otto migliori sindaci del mondo del 2021, insieme a sindaci come Mansur Yavas, sindaco di Ankara, e Ahmed Aboutaleb, sindaco di Rotterdam.
Le prime parole di D’Achille al TEDxBologna sono state «Vorrei prendermi il merito di questo premio, ma non posso: è il risultato di relazioni con i cittadini, gli amministratori, i dipendenti, che ho coinvolto in una visione non legata all’oggi, ma al domani e al dopodomani, in cui i cittadini diventassero coprotagonisti e corresponsabili del Bene comune. Anzi, ho pensato che il benessere civico aumenta nella misura in cui il cittadino viene responsabilizzato e con questa responsabilità sente di doversi prendere cura della comunità, che è fatta di beni materiali e immateriali come l’aiuto reciproco, le azioni e le progettazioni verso la cosa pubblica. Il cittadino ha un potere, ma deve esserne consapevole e noi dobbiamo dargli gli strumenti per poterlo esercitare».

Sindaco D’Achille, perché l’hanno premiata come miglior sindaco del mondo?
La World Mayor Foundation ci ha osservati, ovviamente dietro segnalazioni, ed ha visto che nel territorio del Comune di San Bellino si trova il più grande campo fotovoltaico d’Europa, che fornisce energia pulita a più di 20mila famiglie. Ha saputo del progetto “Ridiamo il sorriso alla Pianura Padana”, un’iniziativa nata in principio con altre due città e che consisteva nel regalare una pianta per ogni abitante. Poi la Regione Veneto ha prodotto piante autoctone e in 40 giorni ne abbiamo distribuite 70mila a più di 400 comuni. Abbiamo messo insieme giunte di diversa appartenenza politica, perché sull’ambiente non c’è tempo da perdere. Dobbiamo remare tutti nella stessa direzione. Abbiamo vinto anche per il Piano di eliminazione delle barriere architettoniche-Peba, la Tartufaia sperimentale, il referendum pubblico per la scelta della nuova toponomastica nel territorio comunale, l’azione civica del Monumento verde diffuso alla memoria, l’evento “Insieme per fermare la Duchenne” che assieme a Dys-trophy tour nasce a supporto di un ragazzo affetto da Duchenne che è di Lendinara, il comune vicino a San Bellino dove sono nato. Insomma, hanno premiato un metodo di lavoro teso innanzitutto alla formazione del cittadino, un cambiamento di paradigma per far entrare i cittadini in un filone di pensiero propositivo e questo è rivolto soprattutto a chi non vuole essere coinvolto nella costruzione del percorso di governo civico.

Ci spieghi il Peba.
il Piano di eliminazione delle barriere architettoniche-PEBA per il quale mancano solo due interventi per avere il comune a barriere zero: abbiamo chiamato il comitato paraolimpico e coinvolto un architetto che per prima cosa ha notato che mancava un ascensore per accedere al Comune perché lui non poteva salire. Abbiamo deciso, quindi, di partire da lì. Metà della somma per l’ascensore l’ha messa il Comune, metà è arrivata dal crowfunding: arrivavano 1.000 euro al mese e anche da persone da fuori San Bellino.

Avete fatto anche un referendum per la toponomastica?
Sì, abbiamo fatto scegliere ai cittadini la toponomastica di alcuni luoghi di San Bellino e loro sono stati “costretti” a studiare le persone che hanno fatto la nostra storia. È innanzitutto un investimento di tipo culturale. E su questo le racconto anche che abbiamo chiamato una scuola per coinvolgere gli studenti nel progetto di ristrutturazione di una fontana che era sistematicamente vandalizzata e che, da quel momento, non è più stata danneggiata.

Il Monumento verde diffuso alla memoria cosa è?
Nel territorio abbiamo 43 martiri di Villamarzana del nazifascismo e ogni anno si fa un evento per ricordarli. Potevamo fare un monumento “statico” e che però diventa “paesaggio” che nessuno vede più. Con le scuole, invece, abbiamo ideato il Monumento verde diffuso: ogni anno, si è deciso che le biografie di quei martiri vengano scritte su carta biodegradabile e affisse dai bambini della scuola primaria su 43 alberi da loro scelti. In questo modo il monumento cambia annualmente sempre di posizione e non lascia così indifferenti cittadini e passanti. La carta biodegrabile con il tempo svanisce, ma l’anno successivo i cartelli vengono riscritti e riposizionati da nuovi studenti, richiamando così la vita di quelle persone trucidate alla memoria sia dei giovani nelle scuole che di ogni cittadino.

Le sentinelle di San Bellino, invece, chi sono?
Sono persone di fiducia del Comune e che sono un collegamento “credibile” tra l’amministrazione e i cittadini. Su questo nel 2015 abbiamo avuto il premio “Enti locali e innovazione” con una menzione allo Smau di Milano: lavorammo con l’ideatore della App chiamata “Municipium” che oggi è distribuita da Maggioli. Ogni cittadino, con la app, poteva mandare segnalazioni al comune di tutte le cose che non funzionavano: il lampione n. 344 spento la buca in una strada, ad esempio. Adesso abbiamo continuato anche senza App: i cittadini si attivano da soli e se c’è un problema chiamano direttamente loro la ditta che gestisce la manutenzione straordinaria che interviene direttamente. Abbiamo alleggerito l’Ente sulla gestione di queste richieste ed abbiamo corresponsabilizzato i cittadini nella gestione della cosa pubblica.

Ma è vera la storia delle bandiere tricolore cucite a mano che lei regala?
Sì, ho coinvolto il “Gruppo donne San Bellino“. Il Comune ha acquistato il tessuto tricolore e le signore hanno cucito una bandiera italiana per ogni famiglia. Ho mandato la bandiera con una lettera in cui ho spiegato il senso delle feste del 25 aprile, del primo maggio e del 2 giugno, dicendo ad ogni famiglia che era libera, in questi giorni, di esporre o no la bandiera dai balconi. Nelle ricorrenze, adesso abbiamo tutto il paese bianco, rosso e verde, ma in modo libero, per scelta.

Sindaco però oltre alle ottime intuizioni politiche, è innegabile il ruolo della sua capacità di comunicare…
Sì, assolutamente. Quando abbiamo cominciato, nel 2014, abbiamo chiamato l’Università di Padova per impostare la nostra idea progettuale politica su San Bellino. Abbiamo fatto corsi di formazione sullo sviluppo locale alla squadra di governo perché era importante che tutti e tutte conoscessero “il senso” di quello che stavamo per fare e la ricchezza relazionale che è il valore fondamentale per poter fare progetti condivisi.

Ma cosa mancava così tanto a San Bellino da chiamare addirittura l’Università?
Sentivo l’esigenza di immaginare un paese che stava avendo una forte contrazione numerica e per il quale occorrevano correttivi importanti, ma contemporaneamente desideravo aumentare il benessere perché qualcuno scegliesse di venire a vivere da noi. Per prime, le scelte infrastrutturali: San Bellino è stato il primo ad avere il cablaggio in fibra, perché così non eravamo più periferia e non solo perché abbiamo ottimi collegamenti stradali. Poi abbiamo sistemato la più grande area di fotovoltaico in Europa che dà energia pulita a 21mila famiglie: un’area pari a 120 campi di calcio con pannelli avvitati a terra.

Sindaco: disabilità, reddito di cittadinanza?
Abbiamo dei voucher sociali che diamo al cittadino in difficoltà una volta l’anno e che però si possono spendere esclusivamente nelle piccole botteghe del territorio: alimentari, barbiere, farmacia, niente alcolici o slot machine. Ogni 15 giorni i negozi portano i voucher al Comune e noi, vedendo dove sono stati spesi, leggiamo il termometro sociale e ci chiediamo come mai una famiglia sta spendendo tutti i voucher in farmacia e non in panetteria. Il reddito di cittadinanza da noi ha funzionato perché davvero le pochissime persone che lo percepiscono hanno oggettive difficoltà a lavorare. Abbiamo una persona con disabilità coinvolta in un lavoro di sportello prenotazioni visite mediche.

Come si diventa sindaco migliore del mondo, in una parola?
Io dico con entusiasmo. L’entusiasmo è una marcia in più, ti permette di vivere e fare le cose con passione e ti permette di vedere cose che nessuno vede.

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Roseto Capo Spulico, esclusione zero

Roseto Capo Spulico, esclusione zero.
Ambasciatrice di Economia civile 2020, presidente di Borghi Autentici d’Italia-Bai, un’associazione di circa 300 comuni piccoli e medi in Italia che si distinguono per la “autenticità” di cultura, storia e tradizioni, Rosanna Mazzia arriva all’intervista come sempre puntuale, look impeccabile e con un gran sorriso su un volto disteso e sorridente che non sembra avere dormito quattro ore a notte nell’ultima settimana. Si è appena conclusa la tre giorni di progettazione partecipata che ha coinvolto tutta la sua comunità in attività di disegno e scrittura di un masterplan condiviso sul futuro desiderabile per Roseto Capo Spulico. Lo aveva in testa già da un po’, questo evento, ma poi la pandemia glielo aveva rinviato, solo che la sindaca Mazzia non facilmente accetta impedimenti. Tema di fondo è “superare il mare”, come dice lei, perché un piccolo comune, anche se scolpito su un pezzo di costa dalle mille nuances di azzurro, deve avere risorse oltre i tre mesi estivi all’anno.

Sono stati giorni impegnativi, sindaca…
Molto, ma la comunità rosetana ha colto l’importanza di questo percorso: è stato molto emozionante vedere dialogare persone di età diverse, di sesso diverso, di estrazione culturale diversa, in un reciproco rapporto di arricchimento e di ascolto. Ora dobbiamo uscire dalla fase programmatica e arrivare alla “messa a terra” del progetto su Roseto, ovvero spostare l’asse dello sviluppo dal mare a tutto il Comune, da tre mesi a tutto l’anno.

Come ci arriverete a questo “futuro desiderabile”?
Abbiamo scritto il masterplan di una Roseto Capo Spulico ad “esclusione zero”, vale a dire che abbiamo messo a valore tutta una serie di progettazioni singole, arrivate sparse nel tempo, e le abbiamo immaginate in un sistema territoriale in cui immobili e parti del territorio sono rigenerati e risistemati per diventare “luoghi” di lavoro inclusivo e di comunità. Questo è stato possibile anche grazie alla collaborazione con molte delle reti alle quali apparteniamo, la Rete del Welcome e Sale della Terra in particolare, con i quali da tempo stiamo approfondendo il tema di un welfare a misura di persona e territorio che con il metodo della co-progettazione Ente pubblico-Terzo settore sta davvero aiutando le piccole comunità a “sbloccare la creatività” nella progettazione a vantaggio dei più deboli restando sul tappeto di una economia “civile”, che è economia ma con la persona al centro.

E come si lasciano le “impronte”?
Io ho sempre tenuto per le deleghe al bilancio e ai lavori pubblici perché le ritengo deleghe molto molto “pregnanti” per le persone deboli: sono due momenti della vita amministrativa in cui devi pensare al sociale ed utilizzare in maniera oculata le risorse del tuo comune, che non vive solo di finanze ma anche di benessere collettivo. Io scherzando minaccio sempre i miei colleghi di giunta e dico: guardate che mi metto a fare il sindaco delle strade e dei marciapiedi.

Prima della politica frequentava ambienti di Terzo settore o del sociale?
No, io dopo le superiori ho seguito le mie idealità e mi sono trasferita a Modena, dove mi sono laureata in Giurisprudenza. Modena e tutto quel territorio per me rappresentavano il mio modello di riferimento di vita culturale e sociale, ne ero affascinata anche per affinità di impegno.

E perché è tornata?
Dopo la laurea ho trascorso un periodo a Roseto. Era il periodo elettorale e mi hanno coinvolta alcuni amici e familiari: c’era un forte bisogno di “politica nuova”. Mi sono lasciata convincere ed eccomi qui. In realtà molto ha giocato la differenza tra Modena, perfettamente funzionante, vera smart city già all’epoca, ma nella quale mi sentivo un numero, e Roseto meno perfetta ma in cui non mi sentivo in debito di ossigeno da relazioni umane e di comunità. Avevo bisogno di entrare in negozi dove conoscevano i miei gusti, dove mi chiamavano per nome.

Ma quali sono i finanziamenti e per quali progetti?
Abbiamo vinto finanziamenti corposi sul recupero di alcuni beni immobili da destinare ad attività di valorizzazione di trasformazione di prodotti locali che coinvolgono anche le persone migranti che accogliamo nel nostro progetto Sistema Accoglienza Integrazione-Sai. Ci sono poi i fondi PNRR sull’ambulatorio di comunità, che era una richiesta forte del territorio. Vede, Roseto non è soggetta a particolare pressione dello spopolamento, qui il reddito medio non è basso, quindi qui conta molto aumentare la qualità dei servizi che offriamo ai rosetani dei dodici mesi e ai rosetani dei tre mesi che arrivano ad essere anche oltre 30mila a stagione. Negli ultimi anni è aumentata anche la domanda di case da parte di coppie giovani, provenienti anche dall’estero, che scelgono di vivere qui con i loro figli perché la qualità intrinseca della vita in una piccola comunità è un valore che ha la sua importanza nel bilancio delle scelte delle nuove coppie. Su tutto questo stiamo ragionando anche con i rosetani e le rosetane che stanno promuovendo la nascita di una Cooperativa di comunità.

Tre punti di forza e tre punti deboli dei piccoli comuni…
I piccoli comuni non sono riconosciuti per il valore che hanno sotto il profilo legislativo, non sono attenzionati nel modo in cui dovrebbero esserlo e da questo discendono tutte le loro criticità e tutti i loro punti di debolezza. I nostri piccoli comuni sono però dei formidabili vivai, sono i luoghi dove sperimentare la soluzione ai problemi più grandi perché spesso si dimentica che nei comuni sotto i 5mila abitanti vivono 10 milioni di persone.

A cosa ha rinunciato per dedicarsi alla sua comunità?
Forse un po’ alla mia professione di avvocato. Però cosa vuole che sia di fronte alla chiara consapevolezza che si possa fare il cambiamento, che si sia riusciti a stimolare la domanda, a far uscire Roseto da una condizione sempre un po’ paludosa? Abbiamo messo un piede il futuro!

Il suo futuro post mandato?
Premesso che in teoria potrei ancora farne un terzo, per adesso vivo pienamente immersa nella mia dimensione di sindaca in cui ho veramente tante, troppe cose da fare. Le dirò, tornando alla domanda di prima: questa esperienza non mi ha tolto niente, anzi “ha aggiunto” alla mia vita una straordinaria dose di umanità, di competenze, di persone nuove conosciute, persone antiche ritrovate, nuove sfide culturali e una nuova dimensione personale. Adesso forse so cosa vorrei “fare da grande”: continuare ad occuparmi del sociale, ma dal lato dell’economia civile.

Castelpoto, la scuola a sei nazioni

Castelpoto, la scuola a sei nazioni.
Castrum Potonis (da cui Castelpoto), significherebbe “castello di Poto”, figlio di re Adelchi, vissuto nel IX secolo e imparentato con il più illustre principe di Benevento. Ma da queste parti Castelpoto fa rima con Slow Food e con il presidio che qui è “regina”: la salsiccia rossa.
Sembra che storicamente a Castelpoto l’allevamento suino sia stato praticato dal porcaio del duca e pressappoco quella sembrerebbe anche la data di nascita della salsiccia rossa. Castrum Potonis, pur risalendo all’epoca romano-sannitica si sviluppò maggiormente sotto la dominazione longobarda e normanna. Ancora oggi molte famiglie allevano in proprio il maiale producendo, secondo ricette gelosamente tramandate, questa eccellenza gastronomica che, abbinata all’aglianico sannita, vale tutto il viaggio fino a Castelpoto. Vito Fusco è dinamico ma meticoloso. Abito e camicia perfetti, sindaco del suo paese pare esserci nato, per il rispetto con il quale parla anche della singola pietra del suo piccolo comune.

Castelpoto, entroterra campano, terra longobarda ma anche comune di “cintura” per la Snai, posizione un po’ ostica e penalizzante?
Castelpoto era un comune in declino con forti dinamiche di invecchiamento della popolazione ed è anche terra di emigrazione. Noi chiaramente ci siamo posti dinanzi a una sfida molto complessa, che è quella di invertire questo trend che purtroppo è comune a tante realtà del mezzogiorno d’Italia ma anche del centro nord. Castelpoto non è tecnicamente un’area interna anche se ne ha tutti gli indicatori.

Circa 1.200 abitanti, negli ultimi dieci anni ne avete persi 150: cosa state facendo per invertire la tendenza?
Abbiamo lanciato una sfida difficile, complessa partendo da un’analisi territoriale e da fattori endogeni sui quali abbiamo cercato di incidere. La lotta all’isolamento causato dai collegamenti stradali pessimi era un problema che ci ha lasciati per anni ai margini. E su tutto la prima grande sfida: l’accoglienza, cominciata nel contesto sfavorevole del 2017. In quel periodo noi abbiamo avuto il coraggio di andare contro corrente, aderendo al modello di accoglienza diffusa proposto da Anci, il Sistema Accoglienza Integrazione-Sai (prima SPRAR, ndr). Posso dire che a distanza di cinque anni è stata una scelta sicuramente vincente perché è stato un progetto che è diventato una “buona pratica” e ha funzionato sotto tanti i punti di vista.

Ce ne dica tre…
Primo, ben tre famiglie appena uscite dal progetto sono rimaste a vivere a Castelpoto. E stiamo parlando di famiglie che hanno dato al nostro piccolo Comune dieci bambini. Secondo, intorno al Sai si è costruito un bel gruppo di lavoro di professionalità del nostro paese che negli anni si è affiatato, formato da giovani che grazie al lavoro nel progetto non sono andati via. E molte attività commerciali hanno avuto un nuovo impulso economico. Terzo, il Sai ha incrociato una sinergia con la popolazione locale creando benefici al resto dei residenti grazie all’attivazione di laboratori e soprattutto ci ha dato la possibilità di non perdere la scuola, anzi aumentarne l’offerta.

la giunta Fusco nella sala consiliare del Municipio
la giunta Fusco nella sala consiliare del Municipio

Grazie ai bambini che sono arrivati?
Sì, abbiamo lanciato una piccola sfida. Da quest’anno alla primaria non abbiamo più la pluriclasse ed è ritornato, dopo circa 20 anni, il tempo pieno con la cucina interna alla scuola. Ed è una meraviglia avere sei nazionalità diverse in un’unica scuola di un piccolo comune dell’entroterra. Ma soprattutto è una meraviglia avere la certezza della sopravvivenza della scuola. E speriamo di riprendere il progetto “primavera” per bambini dai 18 ai 36 mesi che si è interrotto durante la pandemia.

E si smonta anche l’idea del borgo isola felice in cui il tempo pieno non serve alle famiglie…
Esatto, il piccolo comune deve essere visto e vissuto come un comune normale, dove si può avere un’elevata qualità della vita relazionale e di comunità, ma anche un’elevata qualità dei servizi. Le bucoliche non servono allo sviluppo e all’innovazione. Castelpoto, insieme ad altri piccoli comuni italiani, può diventare luogo per abitare il futuro, ma per farlo deve essere terra di innovazione.

E voi l’innovazione come l’avete fatta, scuola a parte?
Innanzitutto con una bella progettualità sul bando Borghi per il quale abbiamo puntato sulla rigenerazione culturale e sociale del borgo longobardo di Castelpoto che ha una parola chiave: “costruiamo”, ovvero un percorso partecipato che ha incluso anche i castelpotani che oggi risiedono altrove, le energie intellettuali, il sistema istituzionale e la comunità del progetto Sai. Ci sono tante piccole azioni che, messe insieme in una strategia integrata, possono fare la differenza perché la progettazione a spot non serve alle piccole comunità che vanno guardate nel loro insieme.

Inaugurazione del parco giochi di Castelpoto, intitolato al piccolo Aylan Kurdi
Inaugurazione del parco giochi di Castelpoto, intitolato al piccolo Aylan Kurdi

Quindi in un progetto avete messo un concept territoriale?
Esatto. Il bando stesso è stato innovativo nel metodo perché la scrittura del progetto è stata oggetto di partecipazione dei cittadini in quello che abbiamo chiamato “incubatore di comunità”. Abbiamo incontrato i cittadini, abbiamo coinvolto le persone giovani e meno giovani, quelli che sono fuori per motivi di studio e di lavoro, ci siamo visti online quando non abbiamo potuto fisicamente, abbiamo raccolto idee e abbiamo in qualche modo cementato il senso di appartenenza anche nei castelpotani che sono fuori e che si collegavano per dare il loro contributo da Torino, da Milano, da Bologna, da Zurigo. Il punto di caduta della progettualità è il borgo medievale di Castelpoto: restauro della torre civica, catalogazione dell’archivio storico, digitalizzazione, creazione dei prodotti a marchio denominazione comunale d’origine-Deco e denominazione d’Origine Territoriale Dot. E ci saranno anche le residenze d’artista che verranno a Castelpoto a lavorare per un periodo di tempo, vista anche l’importanza che ormai sta assumendo S(t)uoni, la nostra rassegna culturale.

E il taxi di comunità…
Chi vuole venire a Castelpoto deve poterlo fare anche se non ha un’auto, quindi abbiamo previsto il taxi di comunità soprattutto per garantire collegamenti con gli aeroporti ad orari in cui i mezzi pubblici non raggiungono più le aree interne.

Ultima nata è la Cooperativa di comunità: “Castelpotare”. Una declinazione all’infinito di Castelpoto…
La pandemia ci aveva bloccato il cammino, è stata la meta forse più sofferta! Abbiamo molto lavoro da fare con questi ragazzi coraggiosi, sia quelli nati qui che quelli venuti da fuori, che hanno deciso di restare qui e che hanno deciso di lavorare in sinergia con gli obiettivi dell’amministrazione, partendo da quello più importante: non lasciare nessuno indietro.

La cooperativa di comunità "Castelpotare" appena costituita dal Notaio Ambrogio Romani (con la barba, al centro)
La cooperativa di comunità “Castelpotare” appena costituita dal Notaio Ambrogio Romani (con la barba, al centro)

Sindaco perché lei non è andato via e ha messo su famiglia qui?
Perché mi piacciono le sfide. L’ho sentita una scelta normale. Papà è stato sindaco di Castelpoto 40 anni prima di me, ora purtroppo non c’è più. Attraverso i suoi occhi, i suoi gesti, le sue scelte e i suoi sacrifici io ho imparato ad amare la politica come mezzo di cambiamento dei luoghi che viviamo, soprattutto attraverso la lotta alle disuguaglianze. E la peggiore disuguaglianza oggi è quella territoriale che ingloba tutte le altre, che con i sindaci del recovery stiamo cercando di combattere con ogni mezzo democratico possibile. Per fortuna mia moglie ha condiviso la mia scelta, pur facendo il medico fuori Castelpoto. Oggi le nostre tre bimbe vivono in un piccolo comune dell’entroterra campano, ma a scuola studiano e giocano con coetanei di cinque nazionalità diverse. Nei piccoli comuni è possibile connettersi con il mondo sia grazie al digitale che grazie al “relazionale” fatto di accoglienza gestita con intelligenza politica.

Cittadinanza attiva, la ricetta della svolta

Cittadinanza attiva, la ricetta della svolta.
«Quasi un’ora di strada per raggiungere questo paesino che dai balconi vede la Puglia: curve e nebbia e asfalto sconnesso e salite e discese», così si arrivava a Baselice, piccolo comune dell’alto Sannio campano, prima che “la fortorina” rendesse più agevole un lungo pezzo di strada dal capoluogo, Benevento.
Lucio Ferella ha un’età indefinibile, uno sguardo piccolo ma acuto, gli piace sorprendere l’interlocutore, interessarlo, meravigliarlo. Laurea in informatica a Napoli, dottorato di ricerca in biologia computazionale a Firenze, diventa sindaco di Baselice dove torna per prendersi cura della sua famiglia di origine. Ci riceve nel suo studio, tra i vicoli del borgo il freddo poco pungente di questo anomalo inverno caldo e un silenzio sereno al profumo di camini accesi nelle abitazioni.

Poco più di 2mila abitanti, Baselice ha perso mille abitanti nell’ultimo ventennio. Come si frena lo spopolamento?
Da noi si dice “vieni a Baselice solo se ha necessità”, a significare che nel Fortore non passi, devi venirci appositamente. È un’area interna di montagna, qui si pratica agricoltura eroica e le condizioni complessive sono sempre state difficili, tant’è che i giovani tendenzialmente vanno via e non c’è ricambio generazionale. L’unico dato forse positivo è il saldo migratorio degli ultimi tre anni: da meno 19 a più nove abitanti.

Inversione di tendenza?
Sì, si tratta di nove persone che prima erano ospitate nel progetto del Sistema di Accoglienza Integrazione-Sai che è nato con l’amministrazione comunale precedente e che noi non solo abbiamo prorogato per altri tre anni, ma anche ampliato con il comune di Biccari del sindaco Mignogna, aumentandone i posti disponibili a 40, venti per ciascuno dei due comuni.

Lei diventa sindaco nel 2019, a 39 anni: una scelta di “restanza” a Baselice importante…
Io sono uno di quei giovani che è tornato nel proprio paese. Ho studiato informatica a Napoli, ho fatto il dottorato a Firenze in biologia computazionale. Ma ho voluto rivendicare il diritto a restare. Al di là dei paesaggi mozzafiato e dei prodotti più buoni del mondo, volevo incidere su questa comunità presa troppo dall’apatia e dal ritardo nell’innovazione, priva di strategia e visione di futuro.

E dà vita ad un laboratorio civico…
Esatto, un laboratorio civico di idee e proposte al quale hanno partecipato diverse persone, 30-40 in tutto, la metà giovani, con cui abbiamo formato poi la squadra per le elezioni amministrative. Ci riunivamo in un ristorante ormai chiuso, discutevamo di argomenti vari, ma a me interessava innanzitutto cominciare a ragionare su come riattivare il territorio e la partecipazione civica. Ovviamente la cosa destò subito curiosità e anche qualche diffidenza in paese.

Vi vedevano come setta di carbonari…
Sì, ma la partecipazione alle riunioni è rimasta sempre sulle 30-40 persone e da ogni riunione scaturiva un documento su uno degli argomenti di governo di Baselice. Dispiace che il laboratorio poi si sia sciolto perché siamo stati eletti a maggio 2019 e a marzo del 2020 il Covid ha bloccato tutto.

Avete dato vita a molte progettazioni?
Guardi, appena siamo stati eletti abbiamo trovato una comunicazione in cui si diceva al comune che, entro i due mesi successivi, sarebbe stato revocato un finanziamento di 1.8 milioni di euro perché non era stato dato, fino a quel momento, nessun riscontro alla nota di vincita di un bando sulle aree degradate. Ne abbiamo fatto un intervento suddiviso in cinque aree del territorio comunale. Anche su questo ovviamente abbiamo chiesto ai cittadini, perché è importante che essi sappiano quello che accadrà al loro paese e non se lo vedano “calato dall’alto”. Abbiamo rifatto strutture sportive, marciapiedi, facciate delle abitazioni del borgo, sottoservizi, siamo stati anche un caso di successo in tutta la Campania. Ed ora c’è una maggiore attrattività anche per chi arriva, oltre che per chi ci abita.

E poi ci sono le lumache e le terre incolte…
Abbiamo scelto di recuperare terreni incolti, ci interessava l’allevamento delle lumache e abbiamo presentato un progetto Psr e fra poco dovremmo partire. Sui terreni, alcuni nostri ragazzi hanno cominciato la loro attività imprenditoriale recuperandoli dall’abbandono.

lavoro nelle terre recuperate a Baselice
lavoro nelle terre recuperate a Baselice
Facciamo due conti: tra bando aree degradate, bando borghi, progetto Sai, bando infrastrutture sociali, fondi regionali, recupero di palazzo Lembo, siamo quasi a otto milioni complessivi arrivati a Baselice. Possiamo dunque sfatare il mito che i piccoli comuni non hanno finanziamenti?
Sì, ma dobbiamo anche dire che il lavoro che c’è da fare per cercare di essere competitivi, anche solo per presentare le domande per i vari bandi, è davvero difficile perché i piccoli comuni hanno una struttura della pubblica amministrazione che non sono sempre all’altezza non per qualità dei dipendenti e dei tecnici, ma per numero di dipendenti di ruolo e per la quantità spropositata di adempimenti amministrativi legati anche alle piattaforme diverse dei progetti. Il Pnrr è il principe delle piattaforme. Ogni finanziamento ha poi una piattaforma diversa per rendicontare i progetti. Ma il vero problema lo sa qual è? Il “dopo elezioni”.Che vuol dire, esattamente?
Che spesso noi sindaci guardiamo al futuro solo in funzione della nostra rielezione o meno e spesso pensiamo che tutto quello su cui lavoriamo poi viene “goduto” da chi amministrerà dopo. Io so già che tutto quello su cui stiamo lavorando non si realizzerà nel breve periodo. Ma noi speriamo di essere diversi e invertire la rotta.Sta pensando alla formazione della classe dirigente post Ferella? Ci sono giovani?
Tra giovanissimi e universitari abbiamo circa 200-400 giovani, che non è poco. Devo dire la verità adesso hanno anche un grande senso di voglia di fare. È rinata la Pro-loco, è nata una Cooperativa di comunità, i giovani seguono molto di più la vita politica e sta nascendo una comunità energetica.

I fondatori della Cooperativa di comunità "Movimenti" di Baselice (foto De Siena)
I fondatori della Cooperativa di comunità “Movimenti” di Baselice (foto De Siena)
 

Baselice si è distinta per avere adottato un regolamento contro il gioco d’azzardo: a che punto siamo?
Sì, questa è una cosa che aveva avviato la precedente amministrazione. Purtroppo, però, durante la pandemia la fase attuativa è stata rinviata.

Perché non stimolare al dialogo la cittadinanza su questo? Introdurre ad esempio un sistema premiale per le attività che dismettono l’azzardo?
Va avviato sicuramente un processo partecipato perché è una problematica con dei risvolti positivi e negativi che coinvolgono entrambe le famiglie: chi vive il dramma della ludopatia, ma anche chi ha delle attività che si vede costretta a chiudere. La premialità purtroppo non è praticabile perché le casse comunali non lo consentono.

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La Comunità energetica degli Elfi

La Comunità energetica degli Elfi.
Seconda puntata del format del sabato di VITA “Piccoli comuni, grandi sindaci”. Dopo Biccari, oggi ci fermiamo a Roseto Valfortore, piccolo comune nella Daunia pugliese. Si tratta di interviste ai “grandi sindaci” dei “piccoli comuni” , uomini e donne che si confrontano quotidianamente con mille difficoltà e poche risorse anche umane e nonostante questo hanno scelto di costruire una prospettiva per i concittadini di oggi e di domani, investendo energie nella «grande impresa» del governo dei piccoli comuni.

Lucilla Parisi
Lucilla Parisi

Roseto Valfortore è uno dei Borghi più belli d’Italia, un Comune virtuoso, un Borgo storico e un Piccolo Comune del Welcome. E ora è anche “Capitale del Natale” della Puglia. Ma il viaggio per raggiungerla ti dà la misura viva di cosa significhi “area interna”. Tracciato sinuoso, strade sconnesse, aria tersa e silenzio per qualche chilometro. Poi il centro abitato, l’odore di camino che vince i finestrini dell’auto, il freddo pungente, il signore che ti indica dove sta il comune.
Lucilla Parisi è una donna calma, energica ma calma, con un sorriso che si apre e ti abbraccia. E’ il punto di riferimento da una vita dei rosetani, li conosce ad uno ad uno. Vive qui da sempre, da quando suo papà ci si è trasferito. E’ qui che Lucilla è cresciuta ed ha cresciuto, oltre alla sua comunità, anche la sua famiglia, marito e due figli.

Sindaca Parisi… (interrompe subito)
Quando ho cominciato ero “sindaco”, al maschile, poi c’è stata l’evoluzione della specie umana (ridiamo…). Sono stata sindaco per molti anni, ho cominciato nel 2010 e ho fatto i primi due mandati. Non c’era ancora la legge del terzo mandato e dal 2016 ho fatto il vicesindaco per circa due anni: quando poi è caduta l’amministrazione sono stata consigliere di minoranza e nel 2017 sono stata eletta sindaco. Nel 2022 di nuovo.

Quindici anni di sindacatura e di impegno per Roseto Valfortore…
Molti di più: sono stata sindaco per tre volte, quattro con questo mandato. Ma il mio impegno politico risale all’adolescenza, ero una militante del Partico socialista, ho seguito la scia di mio padre. Su cinque figlie femmine, io sono stata l’unica che si è appassionata alla politica. Quando è venuto qui a Roseto Valfortore negli anni sessanta, papà ha fondato la sezione del Partito Socialista. Io sono praticamente cresciuta nella sezione del Partito Socialista, ho fatto la prima tessera a 18 anni e poi sono stata anche segretaria del partito a 25 anni.

Quindi non siete rosetani?
Papà e mamma sono di San Bartolomeo in Galdo, sempre nel Fortore ma in Campania. Papà era il direttore dell’ufficio postale di Roseto Valfortore, dunque per forza di cose si è trasferito qui. Noi siamo tutte nate e cresciute qui, ci siamo allontanate per motivi di studio. Poi io ho scelto di tornare nel mio paese e le altre sorelle hanno scelto un’altra strada.

Insomma, “migranti economici” si direbbe oggi però su una striscia di terra che divide il Fortore tra Puglia e Campania e tutto sommato per raggiungere un lavoro di prestigio 
A Roseto abbiamo avuto un’infanzia felice come penso l’abbiano avuta molti figli di genitori come i miei. Era l’Italia in cui si lavorava quanto più possibile per garantire ai figli di crescere nel benessere, erano gli anni sessanta della classe media italiana, un ceto sociale che andava crescendo economicamente. Da papà ho avuto stimoli culturali e politici, ho continuato sull’impronta che lui politicamente mi ha dato, che ho vissuto nella piccola comunità “sana” e che oggi mi sento ancora nel dna. Io mi sento ancora una “socialista pura” e non mi rivedo in nessuno dei partiti politici di oggi.

In particolare oggi, forse, in cui disintermediazione e svuotamento dei corpi intermedi minano un po’ la coesione sociale…
Io sono sempre stata molto legata alle fasce deboli, mio padre mi ha insegnato a guardarle con rispetto e con senso di “tutela”. Ripeto, io oggi non mi sento davvero rappresentata da nessun partito, ho sempre sperato che venisse fuori qualche partito collocato più “al centro”, spostato verso valori centristi, ma non ci siamo ancora.

Ci parla di questa Roseto Valfortore attraverso questi venti anni? Lei ha vissuto uno spaccato importante: dai racconti di suo padre, direttore dell’ufficio postale che misurava il termometro sociale del paese, al suo sguardo di sindaco e di amministratore…
Nei piccoli comuni, non solo a Roseto Valfortore, per fortuna c’è qualcosa di immutato: i valori e la possibilità ancora di parlare di tenuta della comunità. I piccoli ancora resistono alla disgregazione sociale e dei valori educativi, che è il mio più grande timore. Io ho cercato, in questi anni, innanzitutto di preservare i valori positivi della vita di comunità che mi sono stati trasmessi dai miei nonni e dai miei genitori proprio per non disperdere i legami sociali che sono il nostro punto di riferimento.

Chi legge, però, potrebbe immaginare che sia l’isola che non c’è, un paesino frizzato in una bella favola, invece Roseto è molto proiettata nel presente e nel futuro…
Ovviamente sì. Però abbiamo cercato di fare innovazione conservando la tradizione. Roseto è molto cresciuta sotto l’aspetto turistico e ambientale, che poi secondo me è anche la vera potenzialità dei comuni delle aree interne. Abbiamo lavorato molto, in questi anni, per rigenerare il nostro territorio puntando alle tradizioni anche naturalistiche e a ciò che hanno costruito i nostri padri, soprattutto per attirare le nuove generazioni, i giovani figli di nostri emigrati.

Innanzitutto i mulini, si riferisce a quelli?
Anche a quelli, sono contenta che lei li citi. Il paesaggio rosetano è pieno di antichi mulini ad acqua, che sorgevano proprio a ridosso delle diverse sorgenti e dei numerosi corsi d’acqua. Il più antico risale al 1338, molti altri sono rimasti in funzione fino al secolo scorso.
Verso la valle del Fortore ce ne sono due di epoca ottocentesca e che sono stati in funzione fino agli anni ’50 del secolo scorso: quello “a monte”, invece, lo abbiamo recuperato ed è diventato un monumento all’archeologia industriale e ospita il Museo di Arte Antica. Nelle antiche vasche di raccolta delle acque abbiamo realizzato delle piscine che d’estate sono meta turistica. Stiamo anche sviluppando un progetto di valorizzazione del secondo mulino, in modo da creare un vero e proprio parco dei mulini.

E questo basta a far fermare i più giovani?
No, non basta, ma è già un passo oltre. I giovani oggi vengono o ritornano perché trovano possibilità che fino a negli anni duemila non avevano: ritrovano le proprie radici. Sui servizi dobbiamo ancora crescere, però già con la “Casa della Salute” garantiamo un presidio importante. Manca ancora il potenziamento delle scuole perché le famiglie pensano ai figli, al loro futuro e a Roseto abbiamo solo un istituto comprensivo, quindi fino alla secondaria. Ma nel complesso la comunità è cresciuta, abbiamo una bella popolazione giovanile e stiamo facendo di tutto pur di invogliarli a restare. Abbiamo costituito la Cooperativa di comunità, una pro-loco molto attiva, tante associazioni intraprendenti e la Consulta degli anziani che “custodisce” tutti. Non guadagniamo ancora sullo spopolamento, ma sicuramente lo stiamo frenando.

Roseto è anche comunità energetica, un buon risultato…
Una piccola comunità è perfetta per la creazione di una Comunità Energetica. È un modello di sviluppo innovativo e virtuoso delle fonti rinnovabili. Nel 2021 è nata ufficialmente la comunità energetica composta da cittadini produttori e consumatori che potrà aumentare annualmente la quota di energia rinnovabile prodotta e/o consumata, portandola entro tre anni al 100% o più del totale.
Ma la storia di questa iniziativa parte circa 10 anni fa con due turbine eoliche e una nuova forma di società energetica, in parte pubblica e in parte privata. Il piccolo parco eolico, inaugurato nel 2012 e ancora funzionante, è stato l’inizio di questo percorso. Il nuovo progetto prevede quattro fasi.La fase uno, già avviata, consiste nella trasformazione di edifici residenziali e vecchi opifici da consumer a prosumer e nell’installazione di pannelli fotovoltaici da parte di ogni persona della comunità. L’autoconsumo da fonti rinnovabili arriva al 35%.
Nella fase due verranno installati più smart meter e nano grid (sensori intelligenti e piccoli sistemi di alimentazione elettrica) per raggiungere l’autoconsumo del 75%. Nella fase tre verranno realizzati impianti comunitari per raggiungere un consumo energetico del 100%, destinando l’eventuale eccedenza di energia alla vendita. La fase quattro prevede l’estensione della comunità energetica a tutto il territorio circostante.
Ma tutto questo diventa quasi inutile se non rafforziamo le strade di comunicazione, perché se è vero che il digital divide si supera con il miglioramento delle infrastrutture di rete, paradossalmente la scarsissima attenzione ai collegamenti stradali sta rischiando di farci rimanere isolati.

Roma, sala conferenze di palazzo Theodoli-Bianchelli, Lucilla Parisi al dibattito sul tema “Autonomia e indipendenza energetica: la sfida in campo”
Roma, sala conferenze di palazzo Theodoli-Bianchelli, Lucilla Parisi al dibattito sul tema “Autonomia e indipendenza energetica: la sfida in campo”
 

E con queste condizioni di collegamento come sta andando, allora, il “Villaggio degli Elfi”, progetto che punta a fare di Roseto la piccola capitale del Natale della Puglia?
Per fortuna bene, l’inaugurazione ci fa ben sperare. Questo progetto, come i mulini e la comunità energetica, arriva da lontano. Nel 2017 abbiamo iniziato con il boschetto, qualche luminaria e il presepe con le sagome di compensato. Poi la pandemia ci ha bloccato e davvero abbiamo pensato di non riuscire a riprendere. Quest’anno, però, dopo l’estate mi ci sono messa di punta e devo dire che tutta la comunità rosetana ha voluto e lavorato alla “Casa degli Elfi”: famiglie, associazioni, cooperative, la cooperativa di comunità, la pro-loco, la protezione civile, l’associazione calcio, le scuole, la banda e le majorettes del paese, tutti hanno creduto a questo sogno che adesso sta attirando visitatori da tutta la Puglia e da tutta Italia.

Ma si tratta di un vero villaggio, fatto di persone?
Esatto, la casa degli Elfi è abitata da bambini e bambine che preparano i regali che Babbo Natale distribuirà, c’è mamma elfo che insegna nel laboratorio di cucina i piatti della tradizione rosetana, così chi arriva può immergersi totalmente nella nostra storia. Ci sono laboratori anche di intreccio di vimini, di falegnameria. Tutta Roseto è coinvolta, ogni angolo, ogni vicolo: c’è un percorso di luce che parte dalla casa degli elfi e si estende in tutto il centro. E poi c’è il nostro orgoglio: il “forno di comunità” della nostra Cooperativa di comunità che è stato acceso il tre dicembre e che si spegnerà solo il ventuno gennaio, primo sabato dopo la festa di Sant’Antonio Abate allorché festeggeremo l’entrata del carnevale.

Allora fra un paio di anni ci rivedremo a Roseto Valfortore capitale del Natale della Puglia dove la Casa degli Elfi sarà illuminata grazie alla comunità energetica e babbo Natale sarà nigeriano?
Sì, sfida accettata!

Il figlio del prete.

Il figlio del prete. Storia di don Michele e Mohamed. Questo articolo è stato pubblicato da VITA non profit (qui)

Ha accolto uomini e donne provenienti da ogni parte del mondo: America Latina, Ecuador, Colombia, Venezuela, Argentina, Africa, Marocco, Tunisia, Cuba, Albania, Cina, Egitto, Malawi, Congo, Etiopia, Eritrea, Siria, India, Sri Lanka e Guinea.
Tra corridoi umanitari, detenuti ai domiciliari e rifugiati, nella sua casa canonica di Codevilla sono passati centinaia di uomini e donne con storie di fragilità e violenza.
Poi, nel 2018, a Codevilla arriva Mohamed, un ragazzo della Guinea. E per don Michele Chiapuzzi inizia un’altra storia di accoglienza.

Mohamed Conte è nato a Mamou nel 1987 e nel 2016 è fuggito dal suo paese per motivi politici e di persecuzione. Laurea in Scienze della comunicazione e dell’educazione nell’Università Lansana a Conakry, musulmano, approda in Italia dopo un viaggio tra Mali, Mauritania, Libia. Per lui si aprono le porte del CAS (Centro di Accoglienza Straordinario) di Zavattarello, in provincia di Pavia. Le cose si mettono male, siamo nel periodo dei cosiddetti decreti Salvini e per Mohammed arriva l’espulsione dal CAS.
La salvezza arriva da Brigitte e Caterina, due amiche, la prima volontaria nel CAS, la seconda proprietaria di una storica azienda vitivinicola di Codevilla. Caterina assume Mohamed, che si salva così dall’espulsione. Ma per lui occorre avviare la pratica della richiesta di asilo in Italia.
Caterina chiede aiuto a don Michele che accoglie Mohamed nella casa canonica.
Comincia, così, un lungo e complesso percorso per il riconoscimento dello status di rifugiato, che alla fine ha un esito sfavorevole per Mohamed. Sono passati due anni e per Moha – come ormai è chiamato qui, nella sua nuova casa e nella sua nuova città – sembra non esserci più nulla fare se non il rimpatrio in Guinea, da dove era fuggito.

don Michele Chiapuzzi nella cucina della casa canonica (foto di don Michele Chiapuzzi)
don Michele Chiapuzzi nella cucina della casa canonica (foto di don Michele Chiapuzzi)

L’adozione

È in questo momento che a don Michele viene in mente l’ultimo tentativo. Ne parla con Moha, ne parla con alcuni avvocati, ne parla con alcuni amici e decidono: adozione.
È una scelta che apre ad una dimensione esistenziale di notevole impegno: don Michele, prete cattolico, decide di diventare padre di Mohamed, uomo musulmano orfano fin dalla nascita.
Tra il Natale e il trentuno dicembre del 2020, don Michele e gli avvocati milanesi ai quali si rivolge – tutti esperti in diritto di famiglia e adozioni, che prendono a cuore la storia e rinunciano al proprio compenso – depositano la richiesta di udienza in Tribunale a Pavia.
Il giorno dopo l’Epifania, la giudice fissa l’udienza per aprile 2021, un tempo inaspettatamente veloce per la giustizia italiana: due aprile, per la precisione, che cadeva di Venerdì Santo.

In udienza – racconta don Michele – la giudice è rimasta colpita quando ha interrogato Moha su quali fossero le motivazioni che lo spingessero ad accettare l’adozione. Ricordo che Moha disse “Quando conobbi don Michele subito dentro sentii un’emozione strana, era come se avessi trovato mio padre”, conclude don Michele emozionato.

Passano solo quattordici giorni e la sentenza è favorevole: Moha diventa ufficialmente Mohamed Chiapuzzi Conte. «Era il sedici aprile, il giorno di Santa Bernadette Soubirous, la bambina di Lourdes. Moha divenne per la legge italiana un uomo libero. Ma soprattutto si percepì finalmente come uomo libero», dice don Michele.

Il figlio del prete

Un prete cattolico e un uomo musulmano: padre e figlio per scelta libera: «Abbiamo innanzitutto condiviso la fede, la fede in un unico Dio», racconta don Chiapuzzi, che confessa «Mi è capitato di veder pregare Mohammed qualche volta e mi sono commosso. Nel pregare c’è un buttarsi dentro ad un mistero più grande, quello che Pascal chiama la ragione del cuore, che è incommensurabile perché rappresenta le ragioni della vita che ognuno ha nelle proprie esperienze»

Moha adesso vive ancora in casa Chiapuzzi, nel frattempo ha studiato, ha ottenuto il diploma di licenza media, ha preso la patente e fa l’autista di camion, trasporta in tutta l’alta Italia.
È papà di una bimba, Linda (all’anagrafe Dalanda) di 12 anni, avuta da un’unione giovanile che cresce con la nonna paterna e da poco si è sposato con Dijenabou, con “papà don Michele” presente. Linda e Dijenabou, però, vivono tutt’oggi a Mamou, le pratiche per il ricongiungimento sono molto complesse.

Il mio sogno è di costruire in Guinea una casa per bambini orfani, dice Moha in collegamento da Mamou, dov’è andato per qualche giorno a trovare la sua famiglia.

Don Michele – che arriva al sacerdozio in tarda età – lo guarda, sorride, e parla di misericordia e di speranza, li definisce un mistero grande e un anelito di futuro.

 

 

Secondo Summer camp

Partito il Secondo Summer camp dei Piccoli Comuni del Welcome organizzato dal progetto Mean-Movimento Europeo di Azione non violenta, in collaborazione con Act for Ukraine.

Dopo il primo, avvenuto nel mese di luglio (leggi qui l’articolo che ne racconta l’esperienza), tra il 26 e il 29 agosto in Italia sono arrivate altre dall’Ucraina altre quarantatré persone, mamme con i propri figli, per trascorrere due settimane lontano dalla guerra, dall’ansia e dal terrore delle bombe, della morte, della distruzione che la guerra sta portando.

Dove

Roseto Capo Spulico, Castel di Lucio, Baselice e Tiggiano sono i quattro Piccoli Comuni del Welcome che ospitano le famiglie ucraine arrivate. I Campi estivi delle famiglie ucraine nei Piccoli Comuni del Welcome hanno il sostegno di ACRI e di Fondazione “Con il Sud”. Altre famiglie sono state accolte a Benevento e a Palidoro (Fiumicino), queste ultime con il supporto della Fondazione Ronald McDonald Italia.

Straordinario, come sempre, l’impegno dei Sindaci – Rosanna Mazzia (Roseto CS), Giuseppe Nobile (Castel di Lucio), Lucio Ferella (Baselice), Giacomo Cazzato (Tiggiano) – e delle loro comunità che hanno organizzato nel dettagli le due settimane, tra momenti di divertimento per i più piccoli e anche momenti di conoscenza e visita dei più importanti luoghi artistici, paesaggistici e naturali dei propri piccoli comuni.

Vi racconteremo com’è andata, ma adesso guardate insieme a noi quanta gioia nei volti delle mamme e dei loro figli. Qui, invece, un breve video dell’accoglienza a Castel di Lucio.