La Comunità energetica degli Elfi

La Comunità energetica degli Elfi.
Seconda puntata del format del sabato di VITA “Piccoli comuni, grandi sindaci”. Dopo Biccari, oggi ci fermiamo a Roseto Valfortore, piccolo comune nella Daunia pugliese. Si tratta di interviste ai “grandi sindaci” dei “piccoli comuni” , uomini e donne che si confrontano quotidianamente con mille difficoltà e poche risorse anche umane e nonostante questo hanno scelto di costruire una prospettiva per i concittadini di oggi e di domani, investendo energie nella «grande impresa» del governo dei piccoli comuni.

Lucilla Parisi
Lucilla Parisi

Roseto Valfortore è uno dei Borghi più belli d’Italia, un Comune virtuoso, un Borgo storico e un Piccolo Comune del Welcome. E ora è anche “Capitale del Natale” della Puglia. Ma il viaggio per raggiungerla ti dà la misura viva di cosa significhi “area interna”. Tracciato sinuoso, strade sconnesse, aria tersa e silenzio per qualche chilometro. Poi il centro abitato, l’odore di camino che vince i finestrini dell’auto, il freddo pungente, il signore che ti indica dove sta il comune.
Lucilla Parisi è una donna calma, energica ma calma, con un sorriso che si apre e ti abbraccia. E’ il punto di riferimento da una vita dei rosetani, li conosce ad uno ad uno. Vive qui da sempre, da quando suo papà ci si è trasferito. E’ qui che Lucilla è cresciuta ed ha cresciuto, oltre alla sua comunità, anche la sua famiglia, marito e due figli.

Sindaca Parisi… (interrompe subito)
Quando ho cominciato ero “sindaco”, al maschile, poi c’è stata l’evoluzione della specie umana (ridiamo…). Sono stata sindaco per molti anni, ho cominciato nel 2010 e ho fatto i primi due mandati. Non c’era ancora la legge del terzo mandato e dal 2016 ho fatto il vicesindaco per circa due anni: quando poi è caduta l’amministrazione sono stata consigliere di minoranza e nel 2017 sono stata eletta sindaco. Nel 2022 di nuovo.

Quindici anni di sindacatura e di impegno per Roseto Valfortore…
Molti di più: sono stata sindaco per tre volte, quattro con questo mandato. Ma il mio impegno politico risale all’adolescenza, ero una militante del Partico socialista, ho seguito la scia di mio padre. Su cinque figlie femmine, io sono stata l’unica che si è appassionata alla politica. Quando è venuto qui a Roseto Valfortore negli anni sessanta, papà ha fondato la sezione del Partito Socialista. Io sono praticamente cresciuta nella sezione del Partito Socialista, ho fatto la prima tessera a 18 anni e poi sono stata anche segretaria del partito a 25 anni.

Quindi non siete rosetani?
Papà e mamma sono di San Bartolomeo in Galdo, sempre nel Fortore ma in Campania. Papà era il direttore dell’ufficio postale di Roseto Valfortore, dunque per forza di cose si è trasferito qui. Noi siamo tutte nate e cresciute qui, ci siamo allontanate per motivi di studio. Poi io ho scelto di tornare nel mio paese e le altre sorelle hanno scelto un’altra strada.

Insomma, “migranti economici” si direbbe oggi però su una striscia di terra che divide il Fortore tra Puglia e Campania e tutto sommato per raggiungere un lavoro di prestigio 
A Roseto abbiamo avuto un’infanzia felice come penso l’abbiano avuta molti figli di genitori come i miei. Era l’Italia in cui si lavorava quanto più possibile per garantire ai figli di crescere nel benessere, erano gli anni sessanta della classe media italiana, un ceto sociale che andava crescendo economicamente. Da papà ho avuto stimoli culturali e politici, ho continuato sull’impronta che lui politicamente mi ha dato, che ho vissuto nella piccola comunità “sana” e che oggi mi sento ancora nel dna. Io mi sento ancora una “socialista pura” e non mi rivedo in nessuno dei partiti politici di oggi.

In particolare oggi, forse, in cui disintermediazione e svuotamento dei corpi intermedi minano un po’ la coesione sociale…
Io sono sempre stata molto legata alle fasce deboli, mio padre mi ha insegnato a guardarle con rispetto e con senso di “tutela”. Ripeto, io oggi non mi sento davvero rappresentata da nessun partito, ho sempre sperato che venisse fuori qualche partito collocato più “al centro”, spostato verso valori centristi, ma non ci siamo ancora.

Ci parla di questa Roseto Valfortore attraverso questi venti anni? Lei ha vissuto uno spaccato importante: dai racconti di suo padre, direttore dell’ufficio postale che misurava il termometro sociale del paese, al suo sguardo di sindaco e di amministratore…
Nei piccoli comuni, non solo a Roseto Valfortore, per fortuna c’è qualcosa di immutato: i valori e la possibilità ancora di parlare di tenuta della comunità. I piccoli ancora resistono alla disgregazione sociale e dei valori educativi, che è il mio più grande timore. Io ho cercato, in questi anni, innanzitutto di preservare i valori positivi della vita di comunità che mi sono stati trasmessi dai miei nonni e dai miei genitori proprio per non disperdere i legami sociali che sono il nostro punto di riferimento.

Chi legge, però, potrebbe immaginare che sia l’isola che non c’è, un paesino frizzato in una bella favola, invece Roseto è molto proiettata nel presente e nel futuro…
Ovviamente sì. Però abbiamo cercato di fare innovazione conservando la tradizione. Roseto è molto cresciuta sotto l’aspetto turistico e ambientale, che poi secondo me è anche la vera potenzialità dei comuni delle aree interne. Abbiamo lavorato molto, in questi anni, per rigenerare il nostro territorio puntando alle tradizioni anche naturalistiche e a ciò che hanno costruito i nostri padri, soprattutto per attirare le nuove generazioni, i giovani figli di nostri emigrati.

Innanzitutto i mulini, si riferisce a quelli?
Anche a quelli, sono contenta che lei li citi. Il paesaggio rosetano è pieno di antichi mulini ad acqua, che sorgevano proprio a ridosso delle diverse sorgenti e dei numerosi corsi d’acqua. Il più antico risale al 1338, molti altri sono rimasti in funzione fino al secolo scorso.
Verso la valle del Fortore ce ne sono due di epoca ottocentesca e che sono stati in funzione fino agli anni ’50 del secolo scorso: quello “a monte”, invece, lo abbiamo recuperato ed è diventato un monumento all’archeologia industriale e ospita il Museo di Arte Antica. Nelle antiche vasche di raccolta delle acque abbiamo realizzato delle piscine che d’estate sono meta turistica. Stiamo anche sviluppando un progetto di valorizzazione del secondo mulino, in modo da creare un vero e proprio parco dei mulini.

E questo basta a far fermare i più giovani?
No, non basta, ma è già un passo oltre. I giovani oggi vengono o ritornano perché trovano possibilità che fino a negli anni duemila non avevano: ritrovano le proprie radici. Sui servizi dobbiamo ancora crescere, però già con la “Casa della Salute” garantiamo un presidio importante. Manca ancora il potenziamento delle scuole perché le famiglie pensano ai figli, al loro futuro e a Roseto abbiamo solo un istituto comprensivo, quindi fino alla secondaria. Ma nel complesso la comunità è cresciuta, abbiamo una bella popolazione giovanile e stiamo facendo di tutto pur di invogliarli a restare. Abbiamo costituito la Cooperativa di comunità, una pro-loco molto attiva, tante associazioni intraprendenti e la Consulta degli anziani che “custodisce” tutti. Non guadagniamo ancora sullo spopolamento, ma sicuramente lo stiamo frenando.

Roseto è anche comunità energetica, un buon risultato…
Una piccola comunità è perfetta per la creazione di una Comunità Energetica. È un modello di sviluppo innovativo e virtuoso delle fonti rinnovabili. Nel 2021 è nata ufficialmente la comunità energetica composta da cittadini produttori e consumatori che potrà aumentare annualmente la quota di energia rinnovabile prodotta e/o consumata, portandola entro tre anni al 100% o più del totale.
Ma la storia di questa iniziativa parte circa 10 anni fa con due turbine eoliche e una nuova forma di società energetica, in parte pubblica e in parte privata. Il piccolo parco eolico, inaugurato nel 2012 e ancora funzionante, è stato l’inizio di questo percorso. Il nuovo progetto prevede quattro fasi.La fase uno, già avviata, consiste nella trasformazione di edifici residenziali e vecchi opifici da consumer a prosumer e nell’installazione di pannelli fotovoltaici da parte di ogni persona della comunità. L’autoconsumo da fonti rinnovabili arriva al 35%.
Nella fase due verranno installati più smart meter e nano grid (sensori intelligenti e piccoli sistemi di alimentazione elettrica) per raggiungere l’autoconsumo del 75%. Nella fase tre verranno realizzati impianti comunitari per raggiungere un consumo energetico del 100%, destinando l’eventuale eccedenza di energia alla vendita. La fase quattro prevede l’estensione della comunità energetica a tutto il territorio circostante.
Ma tutto questo diventa quasi inutile se non rafforziamo le strade di comunicazione, perché se è vero che il digital divide si supera con il miglioramento delle infrastrutture di rete, paradossalmente la scarsissima attenzione ai collegamenti stradali sta rischiando di farci rimanere isolati.

Roma, sala conferenze di palazzo Theodoli-Bianchelli, Lucilla Parisi al dibattito sul tema “Autonomia e indipendenza energetica: la sfida in campo”
Roma, sala conferenze di palazzo Theodoli-Bianchelli, Lucilla Parisi al dibattito sul tema “Autonomia e indipendenza energetica: la sfida in campo”
 

E con queste condizioni di collegamento come sta andando, allora, il “Villaggio degli Elfi”, progetto che punta a fare di Roseto la piccola capitale del Natale della Puglia?
Per fortuna bene, l’inaugurazione ci fa ben sperare. Questo progetto, come i mulini e la comunità energetica, arriva da lontano. Nel 2017 abbiamo iniziato con il boschetto, qualche luminaria e il presepe con le sagome di compensato. Poi la pandemia ci ha bloccato e davvero abbiamo pensato di non riuscire a riprendere. Quest’anno, però, dopo l’estate mi ci sono messa di punta e devo dire che tutta la comunità rosetana ha voluto e lavorato alla “Casa degli Elfi”: famiglie, associazioni, cooperative, la cooperativa di comunità, la pro-loco, la protezione civile, l’associazione calcio, le scuole, la banda e le majorettes del paese, tutti hanno creduto a questo sogno che adesso sta attirando visitatori da tutta la Puglia e da tutta Italia.

Ma si tratta di un vero villaggio, fatto di persone?
Esatto, la casa degli Elfi è abitata da bambini e bambine che preparano i regali che Babbo Natale distribuirà, c’è mamma elfo che insegna nel laboratorio di cucina i piatti della tradizione rosetana, così chi arriva può immergersi totalmente nella nostra storia. Ci sono laboratori anche di intreccio di vimini, di falegnameria. Tutta Roseto è coinvolta, ogni angolo, ogni vicolo: c’è un percorso di luce che parte dalla casa degli elfi e si estende in tutto il centro. E poi c’è il nostro orgoglio: il “forno di comunità” della nostra Cooperativa di comunità che è stato acceso il tre dicembre e che si spegnerà solo il ventuno gennaio, primo sabato dopo la festa di Sant’Antonio Abate allorché festeggeremo l’entrata del carnevale.

Allora fra un paio di anni ci rivedremo a Roseto Valfortore capitale del Natale della Puglia dove la Casa degli Elfi sarà illuminata grazie alla comunità energetica e babbo Natale sarà nigeriano?
Sì, sfida accettata!

Biccari richiama il mondo

Partire da quello che c’è. E Biccari richiama il mondo.

Da oggi inizia il nuovo format di vita.it dal titolo “Piccoli comuni, grandi Sindaci”.
Si tratta di interviste – che saranno pubblicate il sabato, con cadenza settimanale – che mirano alla emersione del fattore X della politica dei piccoli comuni che ha consentito di “cambiare” i territori, rigenerando persone e comunità, portando innovazione sociale ed economica, sviluppo territoriale, progettando riqualificazione dei borghi, investendo su terreni abbandonati, arti e mestieri scomparsi.
I “grandi sindaci” dei “piccoli comuni” sono uomini e donne che si confrontano quotidianamente con mille difficoltà e poche risorse anche umane e nonostante questo hanno scelto di costruire una prospettiva per i concittadini di oggi e di domani, investendo energie nella «grande impresa» del governo dei piccoli comuni, spendendosi senza risparmio per garantire servizi e futuro a chi sceglierà di rimanere o di tornare o di trasferirsi in quei luoghi.
Le politiche di un sindaco in tema di welfare, declinato in ogni sua forma – di comunità, della persona, culturale, di economia sociale – sono “la cifra” che per noi qualificano l’aggettivo “grandi”.
L’intervista si ferma anche a guardare la “persona-Sindaco”: provenienza culturale e sociale, storia, lavoro, studi, famiglia. L’intento, accennato ma non minoritario, è capire ex post se esista un fil rouge che accomuna la “formazione” di questa classe dirigente.

Gianfilippo Mignogna
Gianfilippo Mignogna

Fa quasi impressione vederlo seduto, da solo, nel silenzio del suo studio. Gianfilippo Mignogna è il sindaco di Biccari, in provincia di Foggia, e siamo abituati a vederlo sempre in movimento. È il dinamismo in persona, un motore sempre acceso sui problemi del suo piccolo comune, due occhi sempre vivaci sulle idee, le progettazioni e le intuizioni di futuro per la comunità che amministra da sempre. Quarantaquattro anni, laurea in giurisprudenza e master in diritto dell’ambiente, avvocato specializzato in energie rinnovabili, è sindaco del piccolo comune dauno dal 2009, dove vive con Nada e i loro due figli, Mario e Olga.
Biccari è vicinissima al lago Pescara, ai piedi del Monte Cornacchia, millecentocinquantuno metri di altitudine, che insieme al Gargano sono l’unica parte montana di questa Puglia inusitata rispetto all’immaginario collettivo del tavoliere e del mare azzurro.

Biccari è ormai un esempio in Italia di piccola comunità rigenerata che riparte. Cosa è successo?
È successo che all’inizio della nostra attività amministrativa abbiamo pensato di doverci concentrare di più sulle cose che avevamo e meno su quelle che ci mancavano.
Anche Biccari è un comune che, come tanti delle aree interne, soffre mancanze, assenze e problemi. Ma a Biccari sono anche tante risorse: la montagna, il bosco, la presenza di un lago. Abbiamo puntato innanzitutto sul recupero di questo pezzo importante del nostro territorio, ripensandolo come un luogo dinamico.
Fino a qualche decennio fa il bosco era solo luogo di fatica, chi ci viveva non aveva una vita agiata, non conosceva il benessere. Adesso è un luogo generativo e multifunzionale: offre percorsi di turismo esperienziale e naturalistico, sono nati il parco avventura, la filiera della sentieristica, del trekking e delle escursioni e poi le attrazioni come l’esperienza di dormire nel bosco, nelle casette sugli alberi o nelle Bubble room, le case di gomma trasparente per poter dormire sotto le stelle.

E c’è anche l’ultima “invenzione”: il Dark Sky Park…
Sì, a Biccari nascerà il primo “parco notturno” regionale. Il Dark Sky Park in tutta Europa nasce come area naturalistica che si distingue per l’eccezionale qualità e bellezza dei suoi cieli stellati e i cui ambienti notturni sono tutelati per scopi scientifici, educazionali e turistici.
Con la Cooperativa di Comunità Biccari inizieremo dunque la sperimentazione del parco notturno a zero inquinamento luminoso nell’area di Monte Cornacchia, prevediamo l’installazione di apposita segnaletica informativa e la realizzazione di punti di osservazione con guide astronomiche, telescopi ed un preciso regolamento. Non mancheranno ovviamente convenzioni e servizi extra con associazioni, ristoranti, B&B e produttori locali.

Lago Pescara
Lago Pescara

Il genius loci come motore di innovazione e sviluppo, dunque.
Esatto. La storia di Biccari di questi ultimi anni dimostra che anche un piccolo comune marginale con un po’ di innovazione, con un po’ di esperimenti e con la voglia di fare può diventare una piccola destinazione nazionale e internazionale. Noi quest’anno chiudiamo la stagione estiva con quasi 30.000 presenze.
C’è molto turismo giornaliero di prossimità, ma ci sono anche molte permanenze: siamo passati in pochi anni da due ad undici B&B, i ristoranti hanno ricominciato a lavorare con una certa frequenza, oggi ci sono tanti ragazzi che lavorano nella filiera dell’ospitalità.

Contro ogni narrazione delle piccole comunità come comunità “resistenti” al cambiamento…
Siamo troppo abituati a pensare al nostro territorio come un territorio che “non ce la fa”, che “non ce la può fare”, che ha “difficoltà, impossibilità”. Le cosiddette credenze negative che alla fine sono opinioni collettive che si fa fatica a scardinare.
Noi abbiamo proposto di abbandonare queste credenze e di fare un esperimento sociale: proviamo a fare pace con il nostro territorio, proviamo a rivederlo con degli occhi diversi, proviamo, anche sbagliando e andando a tentativi, ma proviamo a raccontare una storia nuova. Non è stato e non è facile, non è un’operazione si può fare nell’immediato però quando poi si iniziano a vedere risultati tutto si rimette in moto.

La Cooperativa di comunità però rappresenta uno “scatto” della comunità verso sé stessa…
Ad un certo punto ci siamo resi conto che potevamo fare anche mille progetti, ma se non coinvolgevamo realmente i cittadini sarebbe morto tutto un minuto dopo il progetto. Abbiamo studiato e trovato questo modello della cooperativa di comunità che ci è sembrato ideale per la nostra idea di amministrazione e di “paese”. Siamo stati fortunati perché nel 2017 abbiamo avviato un percorso che ancora oggi, pur con le difficoltà di operare in una rete interna, è un percorso che ci sta dando tante soddisfazioni che ha fatto conoscere all’esterno la nostra comunità.

Sono soci parecchi giovani?
La Cooperativa ha un “fattore generazionale” perché abbiamo voluto che fossero soci anche molti anziani perché sono la parte storica della nostra comunità.
Nella Cooperativa queste due generazioni hanno spesso idee molto differenti perché molto spesso gli anziani sono più dinamici, mentre i giovani lo sono di meno. Essere comunità non vuol dire omologazione del pensiero, anzi. Significa però trovare l’accordo nonostante le differenze.

Cooperativa di comunità di Biccari
Cooperativa di comunità di Biccari

Con tutte queste politiche di innovazione e rigenerazione siete riusciti a frenare lo spopolamento?
I dati che abbiamo e che monitoriamo periodicamente ci dicono che comunque Biccari o perde meno rispetto agli altri comuni oppure in alcuni casi riesce addirittura a guadagnare e questo secondo me per due motivi. Il primo è che ovviamente cerchiamo di lavorare sulla distanza cioè sul fatto di far restare le persone nel nostro paese, soprattutto i giovani. Oggi abbiamo almeno sei-sette esperienze di giovani che producono pasta, tartufo, lavanda e zafferano: segno che si resta ma “da protagonisti” e in maniera coerente con le vocazioni del nostro territorio.

Ma lei è riuscito anche ad attrarre nuovi cittadini, oltre che a far restare i biccaresi…
Biccari ha bisogno dei biccaresi, ma anche di gente nuova di gente che arriva, ha bisogno di essere un paese che si rimette in discussione, si rigenera attraverso dei nuovi arrivi. Secondo me questo è molto importante perché quello che magari non è sufficiente ad un ragazzo biccarese può diventare invece prezioso per chi arriva da fuori.
L’esempio è il progetto con “Argentina per il mondo” che ha fatto arrivare a Biccari già una quarantina di argentini di origine italiana alcuni dei quali sono rimasti in media per sette-otto mesi e qualcuno sta proprio stabilendosi definitivamente qui.

Avete anche lanciato il progetto “immobili che muovono” della vendita delle case biccaresi. Come sta andando?
Fino ad ora abbiamo venduto 26 case, ma non ad un euro bensì ad un prezzo deciso dal venditore. Le richieste di acquisto sono giunte da Stati Uniti d’America, Irlanda, Belgio, Olanda ma anche da Messico, Brasile e Argentina. Le nostre case però non sono “oggetti” immobiliari, ma progetti di vita. Prima di vendere, incontriamo gli acquirenti, li conosciamo, li ospitiamo per qualche giorno. Poi se ne vanno, tornano e piano piano si perfeziona questa che è una relazione più che una vendita. Si tratta di salvare un patrimonio che non è soltanto materiale, ma anche umano.
Insomma, c’è il tema della rigenerazione, c’è il tema economico perché nella ristrutturazione lavorano i tecnici e le maestranze locali e poi ci sono delle nuove cittadinanze.

I numeri di Biccari
I numeri di Biccari

Perché diventa sindaco?
Io sono nato a Milano, dove papà lavorava all’ATM e mamma faceva l’infermiera professionale. Appena sono nato, però, si sono trasferiti di nuovo a Biccari perché rifiutavano l’idea che i figli potessero crescere senza “la piazza” del paese e i nonni. E io dico “meno male!”. I paesi non sono affatto noiosi, anche qui le “avventure” non mancano, anzi! La politica in un piccolo paese la “fai” da quando sei ragazzo e ti impegni nelle associazioni e credi nel cambiamento.

Lei adesso sta concludendo il suo ultimo mandato possibile, dopo circa tredici anni. Cosa c’è nel suo “dopo”?
Credo che per i piccoli ci siano livelli che ad un certo punto vanno affrontati a livello sovracomunale. Penso alla condivisione di alcuni percorsi associativi come la Rete del Welcome, come i Borghi autentici in cui poter fare massa critica e rappresentare in anche gli altri territori marginali.
Un esempio su tutti, il PNRR: tra qualche anno vedremo se tutte queste risorse sono state davvero qualcosa che ha innescato innovazione oppure se è stata soltanto spesa pubblica. Per il momento, io penso che ci sia il grande rischio che il PNRR aumentando la competitività tra i territori rischia di penalizzare quelli più deboli.

Cosa chiederà al prossimo sindaco di Biccari?
Credo di lasciare una Biccari con più fiducia nel proprio territorio e nei propri mezzi, più aperta e più proiettata all’esterno rispetto a quello che ho trovato.
Quello che chiederò sarà davvero tanto: voglio bene al mio paese e spero che possa continuare ad esserci un cammino generativo in questo luogo d’innovazione che accetta le sfide.

QUESTO ARTICOLO E’ PUBBLICATO SU VITA.IT (clicca qui per leggerlo)

 

Secondo Summer camp

Partito il Secondo Summer camp dei Piccoli Comuni del Welcome organizzato dal progetto Mean-Movimento Europeo di Azione non violenta, in collaborazione con Act for Ukraine.

Dopo il primo, avvenuto nel mese di luglio (leggi qui l’articolo che ne racconta l’esperienza), tra il 26 e il 29 agosto in Italia sono arrivate altre dall’Ucraina altre quarantatré persone, mamme con i propri figli, per trascorrere due settimane lontano dalla guerra, dall’ansia e dal terrore delle bombe, della morte, della distruzione che la guerra sta portando.

Dove

Roseto Capo Spulico, Castel di Lucio, Baselice e Tiggiano sono i quattro Piccoli Comuni del Welcome che ospitano le famiglie ucraine arrivate. I Campi estivi delle famiglie ucraine nei Piccoli Comuni del Welcome hanno il sostegno di ACRI e di Fondazione “Con il Sud”. Altre famiglie sono state accolte a Benevento e a Palidoro (Fiumicino), queste ultime con il supporto della Fondazione Ronald McDonald Italia.

Straordinario, come sempre, l’impegno dei Sindaci – Rosanna Mazzia (Roseto CS), Giuseppe Nobile (Castel di Lucio), Lucio Ferella (Baselice), Giacomo Cazzato (Tiggiano) – e delle loro comunità che hanno organizzato nel dettagli le due settimane, tra momenti di divertimento per i più piccoli e anche momenti di conoscenza e visita dei più importanti luoghi artistici, paesaggistici e naturali dei propri piccoli comuni.

Vi racconteremo com’è andata, ma adesso guardate insieme a noi quanta gioia nei volti delle mamme e dei loro figli. Qui, invece, un breve video dell’accoglienza a Castel di Lucio.