Un ponte di innovazione e di futuro

Un ponte di innovazione e di futuro.
Il raffreddore non dà tregua, ma chissà se non respiri per il naso tappato oppure per la paura di restare sospesa per 586 metri ad 80 metri di altezza camminando su 1.160 traversine calpestabili. Opera ingegneristica straordinaria che ha impiegato 24 tonnellate di acciaio e 5.500 metri lineari di funi e cavi di ancoraggio, il ponte pedonale tibetano più lungo del mondo, che collega il Parco Nazionale del Pollino e quello dell’Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese, è stato costruito a Castelsaraceno, il borgo a forma di cuore in Basilicata, provincia di Potenza. Maglia rossa, gonfalone alle spalle, Rocco Rosano siede nel suo studio di sindaco: è stato eletto nel 2012, poi nel 2017 e per la terza volta nel 2022.

Sindaco, questo è l’ultimo mandato, dunque…
Per legge sì, ma l’impegno per la politica è molto più grande del ruolo che si riveste. Per me fare il sindaco di una piccola comunità significa svolgere un servizio prezioso per la comunità, per il territorio e fare in modo che questi piccoli scrigni di bellezza possano brillare di luce propria e avere comunque nel futuro una speranza di bellezza e di vita. I piccoli comuni secondo me possono essere laboratori di innovazione sociale e di rigenerazione che rappresentano un nuovo modo di pensare allo sviluppo dell’Italia, invertendo il paradigma che lo stato tante volte mette nelle politiche dicendo che c’è un divario tra Nord e Sud. Io credo invece che ci sia un divario tra centro e periferia.

Innovazione sociale, sviluppo, visione strategica. Lei ci è riuscito?
Il mio impegno in politica nasce innanzitutto da un sentimento forte che nutro per questa comunità e questo territorio, ho proprio sentito la l’esigenza di mettermi a disposizione. Io sono partito da un’azione di co-progettazione, di coinvolgimento attivo e proattivo della mia comunità per decidere insieme, su qualsiasi azione strategica l’amministrazione mettesse in campo, quali fossero gli investimenti giusti e quali fossero le linee strategiche di sviluppo che questa comunità doveva sposare. La politica è lo strumento per creare condizioni di benessere psicofisico delle comunità, ma anche per invertire i punti di vista della mentalità dominante. Io penso di esserci riuscito. Ci sono voluti tempo, perseveranza e caparbietà, però noi nel 2021 abbiamo inaugurato non il ponte tibetano più lungo del mondo, ma l’ecosistema turistico partecipato di Castelsaraceno. Non abbiamo inaugurato un’opera pubblica, ma una nuova era costruita con delle azioni pensate, condivise, implementate, discusse con la comunità perché nessun progetto può partire dall’idea di un singolo se poi non viene condiviso con tutti gli elementi dell’ecosistema. Quindi, al centro di tutto noi mettiamo l’uomo come elemento essenziale della nostra progettazione: non i numeri, non la burocrazia, ma la persona. Un sindaco e la sua amministrazione devono ascoltare le esigenze del proprio territorio e farle diventare un punto di forza dell’azione politica, realizzandole.

All’inizio avete lavorato su una Mappa di comunità, giusto?
Esatto, lo abbiamo fatto nel 2015-2016. Abbiamo ascoltato tutti i nostri cittadini, dagli anziani ai più giovani, dalle imprese alle famiglie, dalla scuola alla chiesa, e tutti gli stakeholders della comunità per capire quali erano i punti di forza, di debolezza, le minacce e le opportunità della comunità di Castelsaraceno: una analisi di comunità che ha dato risultati straordinari. Un flusso costante di informazioni su cui abbiamo rettificato il tiro della nostra programmazione strategica.

Sorprese?
Guardi, innanzitutto ho compreso che chi fa politica e ascolta i cittadini con occhio e orecchio umili e come un buon padre di famiglia, cioè in un legame di filiera corta di prossimità, riesce a scoprire tante cose che anche in un ruolo democratico come quello del sindaco può sfuggirti. Tutti insieme abbiamo scoperto i nostri punti di forza, ma anche i limiti di una politica passata che non ha portato questa comunità allo sviluppo desiderato. Quindi il dialogo, l’ascolto, la condivisione, la co-progettazione il co-design di comunità, hanno un valore straordinario. In questo, il terzo settore è stato sostanzialmente il motore di un’azione politica che è penetrata all’interno delle famiglie.

Mi fa un esempio?
Abbiamo iniziato con “Borgo Fiorito”, un progetto che ha stimolato a prendersi cura del vicinato e ne è nata anche un’Associazione che ha promosso laboratori del legno, della ceramica e della piantumazione che ha coinvolto tutte le famiglie. È anche così che nasce una comunità: quando si usa il “noi” e non più “io”, quando ognuno di noi è disponibile a dare qualcosa all’altro con quella cultura del dono che è indispensabile anche in politica. Su questa scia è nato il progetto del Museo della pastorizia e anche il progetto del Sistema Accoglienza integrazione-Sai, dove ospitiamo 20 famiglie.

Giovani e scuole? Siete riusciti a frenare lo spopolamento?
Come in tutti i piccoli comuni, il Sai ci sta aiutando molto perché le scuole riusciamo ancora a reggerle, fino alle medie. Pensi che ci sono famiglie che dopo il progetto sono andate a vivere fuori, ma per Natale e le vacanze tornano a “casa”, a Castelsaraceno. Alcune, invece, sono rimaste qui e noi abbiamo insistito perché abitassero nel centro storico perché il nostro futuro è lì e dobbiamo riempirlo di valori e di cultura. E questo è in linea con la nostra politica di “consumo di suolo zero”: a Castelsaraceno si deve recuperare quello che c’è a livello edilizio e urbanistico, senza costruire altre “cattedrali” visto che c’è una marea di case abbandonate. È qui che nasce anche l’idea del ponte.

Ma l’idea del ponte quando e come le è venuta?
Non ero neanche sindaco. Negli anni 2000-2008-2010, io ero presidente della pro-loco e già immaginavamo di cambiare il nostro paese reagendo alla frase “qua non si può fare niente”. Abbiamo pensato che se avessimo fatto qualcosa che facevano tutti, qui a Castelsaraceno non ci sarebbe venuto nessuno. E così abbiamo cominciato a pensare di fare qualcosa che fosse unica al mondo. Il ponte era anche un messaggio importante, perché un ponte unisce due luoghi, due punti lontani. C’è stata l’intelligenza delle migliori aziende e dei migliori progettisti europei. Si figuri che il ponte è gestito da un’azienda di Monaco di Baviera con il sistema SkiData: conosciamo ogni dettaglio di tutti quelli che entrano, è stata una mia esplicita richiesta avere tutti i dati dei visitatori, ad oggi ho 32mila email in archivio perché la relazione con chi è venuto deve continuare.

Quanto è costato?
Un milione e mezzo di euro, costruito in tre anni, lockdown compreso.

E ve li siete ripresi? Quante persone avete impiegato?
Abbiamo recuperato almeno per cinque volte la spesa, oggi ci lavorano 23 persone e sono coinvolte anche le persone del Sai. Ma quello che guadagniamo noi lo reinvestiamo completamente nella comunità. Un sistema che si autoalimenta e si autosostiene. È una economia di comunità che sta generando anche un progetto di fondazione di comunità che gestirà tutto il nostro ecosistema. L’Ente pubblico ha forti limiti amministrativi, mentre nella fondazione di partecipazione pubblico e privato si metteranno insieme su questo grande progetto economico e sociale, ma con una visione etica, di responsabilità sociale e di innovazione sociale che progetta anche la creazione di un centro di eccellenza per la ricerca nazionale e internazionale. Castelsaraceno deve diventare un modello: i piccoli comuni possono essere il vero laboratorio di sviluppo.

Quindi finito il mandato di sindaco c’è la fondazione?
L’ho detto all’inizio. L’impegno per la politica è molto più grande del ruolo che si riveste.

PONTE TIBETANO CASTELSARACENO
PROGETTAZIONI CASTELSARACENO (1)

Una curva gettata alle spalle del tempo

Una curva gettata alle spalle del tempo.

Una curva gettata alle spalle del tempo: è il titolo di un’opera d’arte che suona come un refrain lungo tutto il tortuoso percorso che, dal mare, sale sale sale sale a perdita d’occhio fino a Castel di Lucio, piccolo comune in provincia di Messina, dove il sindaco Giuseppe Nobile (nella foto di copertina, maglioncino porpora) ci aspetta per l’intervista. Il cielo è di un azzurro assoluto a pelle di tamburo, la sua intensità aumenta ad ogni sosta lungo la Fiumara d’arteuno dei parchi d’arte a cielo aperto più grandi d’Europa che mica ti aspetti di trovare qui, in un cuneo di territorio tra Palermo, Messina ed Enna. Scendiamo dall’auto, a sinistra il parco giochi che dà su tutta la vallata, l’occhio corre in fuga dal verde-marrone intenso all’azzurro morbido del mare: una curva gettata alle spalle del tempo…una curva gettata alle spalle del tempo…Il sindaco ci chiama, ci giriamo, ci sta venendo incontro, siamo distolti dalla riflessione verde-azzurra.
Nobile ha lo sguardo acuto, è sempre sorridente, ha precisione linguistica ma indugia nella battuta in siciliano che pronunciato da loro ha sempre una musicalità inimitabile. Cominciamo a parlare percorrendo i vicoli di Castel di Lucio, visitiamo la biblioteca, la chiesa, il museo…

Sindaco Nobile, questo è il suo primo mandato, ma dalla Sicilia all’Ucraina di strada ne ha percorsa…
Sì, una bella strada insieme alla mia comunità. Ci tengo molto a dire che prima della elezione a sindaco sono stato per dieci anni presidente del Consiglio comunale. Il mio impegno per la mia comunità di origine parte da lontano, prima con l’associazionismo, poi una parentesi tra il 1998 e il 2001 in Giunta comunale come assessore alla cultura, turismo e spettacolo. Dal 2018, il primo mandato di sindaco che adesso sta scadendo.

E si ricandiderà?
Dopo una fase di riflessione, insieme al gruppo politico che mi sostiene abbiamo deciso di proseguire soprattutto perché c’è la volontà di portare a compimento tutto quanto iniziato nel primo mandato. Devo dire grazie a mia moglie e ai miei figli per avermi accompagnato nella scelta e per non avermi mai fatto pesare in questi anni la lontananza da casa tra giunte, consigli e incontri. Tenga conto che Castel di Lucio, dove sono sindaco, è il mio comune di origine, però vivo con la mia famiglia a Santo Stefano di Camastra, che invece è il comune di nascita di mia moglie, e lavoro a Palermo dove ho lo studio da avvocato. E devo dire grazie anche alla mia comunità che mi ha sostenuto apprezzando la presenza che ho dedicato al mio Comune, che è stata sicuramente tanta e assidua. Vede, la fine del mandato è un bel momento di riflessione sia per il sindaco che per il suo gruppo di maggioranza perché la politica è innanzitutto responsabilità.

Famiglia Nobile, Comunione
La famiglia Nobile alla prima Comunione dell’ultimogenita

Prima parlava di progetti cominciati in questi anni, ce li racconta?
Sono tanti, i progetti che abbiamo cantierato, soprattutto con i fondi Pnrr: attrattività dei borghi, inclusione sociale, infrastrutture sociali, l’acquisizione dei beni del centro storico, la biblioteca. Per un piccolo comune come Castel di Lucio significa cambiare volto e cambiare futuro. Molti di questi progetti sono in rete con altri Comuni, sono stati pensati e condivisi con altri colleghi sindaci. Ad esempio, il progetto presentato al bando attrattività dei borghi è stato fatto in aggregazione con i comuni di Pettineo e Motta d’Affermo. Il progetto di accoglienza SAI è in estensione con il Comune di Tusa. Il progetto Hospitis, grazie all’adesione all’Associazione Borghi Autentici, coinvolge i comuni di Castelbuono, San Mauro Castelverde e Tusa. Abbiamo poi una serie di bandi Pnrr e una serie di progetti per i quali attendiamo gli esiti: è stato, ed è tuttora, un grande lavoro di squadra con amministratori, presidente del consiglio e consiglieri comunali, e soprattutto con i dipendenti comunali che con le loro competenze hanno contribuito tanto al raggiungimento dei risultati (per gli altri progetti, vedi grafica, sotto). Abbiamo, nel frattempo, aderito all’Unione dei Comuni Costa Alesina. E poi c’è stato un “progetto interno”, lungo questi anni, che è stato quello di aprire a tutti le porte di un Comune che forse era ancora chiuso in sé stesso. Ci siamo impegnati soprattutto nell’ascolto di tutti i bisogni dei castelluccesi.

Un Comune addirittura chiuso?
Abbiamo dato spazio e attenzione alle associazioni locali. Abbiamo avuto in comodato gratuito l’edificio delle Suore Francescane del Cuore Immacolato di Maria e messo a disposizione i locali per una scuola di karate e ad una associazione che conserva la tradizione del ricamo e della tessitura (“Il filo di Arianna”, ndr). Abbiamo rafforzato la collaborazione con tutte le attività della parrocchia e i giovani dell’Azione Cattolica che animano molto la comunità, soprattutto in occasione del Natale e delle altre festività. E poi siamo riusciti a far nascere un gruppo di Protezione civile grazie ad alcuni giovani che abbiamo sostenuto per il riconoscimento a livello regionale e ad avere in comodato il modulo di intervento anti incendio. Tenga conto che i Vigili del Fuoco più vicini sono a Mistretta, un’ora di auto, il 118 e l’ospedale idem. Castel di Lucio è entroterra, è isolata, distante da tutto, anche da comuni limitrofi.

Sì, in effetti geograficamente è proprio un triangolo…
È un territorio marginale, un angolo in cui si incrociano tre province: distiamo 180 km da Messina, 120 km da Palermo e 100 km da Enna ma di strada tutta interna.

Beh, allora impossibile restare a casa, nel 2023: non si interrompe una storia così lunga…
Sì, ha ragione, impossibile, anche se le sembrerà incredibile ma la pressione che si vive nelle piccole comunità è forte, in particolare in tema di “servizi”, che in molti casi vengono prima della cultura e della politica. A Castel di Lucio finalmente abbiamo un Museo civico, che è l’unica cosa laica che puoi vedere, ma è stato difficile farlo “entrare” nella comunità.

Potrebbe essere però una preminenza di bisogni primari che non consente di dedicarsi ad altro…
A Castel di Lucio paghiamo in media 100 euro di acqua all’anno, diamo il rimborso spese di viaggio al 100% a tutti gli studenti delle superiori che vanno a scuola fuori, assicuriamo agli anziani il pasto caldo ed altri servizi di assistenza, grazie alla nostra cucina comunale, che è una vera e propria eccellenza e rifornisce anche le mense scolastiche. Abbiamo insomma tutta una serie di servizi che aiutano e sostengono. Adesso stiamo progettando di attivare una cooperativa di comunità per l’accoglienza turistica.

Spopolamento?
Dopo anni di inverno demografico, per la prima volta nel 2022 abbiamo un saldo migratorio di più 40, grazie ai nuovi cittadini provenienti dall’Argentina e grazie alle persone migranti del progetto del Sistema Accoglienza Integrazione-Sai. È la prima volta che a Castel di Lucio si incontrano per strada persone che non si conoscono! Ed è cresciuta anche la domanda di case da affittare. Certo, adesso dobbiamo trasformare questi arrivi in residenti, ma è anche per questo che abbiamo deciso di continuare a lavorare.

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Piccolo comune cosmopolita

Piccolo comune cosmopolita.
Stavamo quasi per desistere, per quanto era introvabile e poco reattivo alle email e ai messaggi al cellulare. Poi, all’improvviso, l’appuntamento nel giro di un giorno. Marco Cogno lo incontriamo a sera nel suo studio di sindaco, alle spalle il gonfalone di Torre Pellice. Ha i capelli arruffati sia per la giornata intensa sia perché se li tormenta di continuo, un aspetto giovane e informale, ma al contempo così assertivo, che spiazza. Parla a raffica, cita dati a memoria, varia sui temi, ironizza, battute tranchantes, è argento vivo che si muove in forma umana. Fa il sindaco, il consigliere della Città metropolitana, il papà di due bambini, è dirigente in un grande ente del terzo settore che gestisce alcune case di riposo e in questo lavoro lotta «contro quella certa cultura del socio assistenziale che trova la contenzione dei pazienti fragili una pratica “normale”». Non abbiamo neanche il tempo di attivare il registratore che già sono passate due ore e sembra ancora poco quello che abbiamo detto.

Lei ha 42 anni ed è sindaco dal 2014. Ci ha creduto fin da giovanissimo…
Sì, a 33 anni ero già consigliere, passavo le serate in comune anziché con gli amici. Poi sono stato assessore alle politiche ambientali e dal 2014 sono sindaco. Mi sono candidato con due obiettivi precisi: “viviamo Torre Pellice” e “facciamo comunità”. E per raggiungerli abbiamo adottato tutte le possibili politiche attive per rendere questo paese vivo su qualsiasi aspetto: abbiamo investito su un asilo nido comunale che avevamo sempre avuto e non volevamo perdere, trasformandolo in edificio NZEB a basso impatto ambientale. Torre Pellice da 15 anni fa un festival che si chiama “La torre di libri”: Umberto Eco, Dacia Maraini, Andrea Camilleri e Claudio Magris sono cittadini onorari, abbiamo una galleria civica dove facciamo molti eventi e mostre. Torre Pellice si è aggiudicata il titolo di “Città europea della Riforma” da parte della Comunione di chiese protestanti in Europa (CCPE – l’organismo meglio conosciuto come Concordia di Leuenberg), siamo considerati “città che legge” perché abbiamo un festival letterario, una libreria e una biblioteca comunale che fa 13.000 prestiti su 4.600 abitanti, quattro libri per abitanti; abbiamo preso in gestione il palazzetto del ghiaccio post olimpico per non farlo chiudere.

Per carità, tutto bellissimo, ma come si frena lo spopolamento a Torre Pellice? Bastano tutte queste attività?
Negli ultimi anni siamo cresciuti: quest’anno siamo 4634, prima 4629, prima ancora 4550. I decessi in un anno sono mediamente 85, mentre i nati sono 30, questo vuol dire che tutti gli anni “aggiungiamo”, anziché essere meno 60, siamo più dieci…

Dai, lei è molto bravo, sindaco, ma…
Non lo so come facciamo a trattenerli, di sicuro siamo una comunità “che sta bene”, abbiamo sette confessioni religiose, siamo centro della Chiesa valdese, abbiamo la Chiesa cattolica, l’Esercito della salvezza, due Chiese evangeliche, una sala per la Comunità araba, una Comunità di induisti e, complessivamente, abbiamo cittadini di Torre Pellice che provengono di 53 nazionalità diverse.

Avete insomma creato un “sistema territoriale di accoglienza”…
Esatto! Con la Diaconia valdese, che è il “braccio” della Chiesa valdese, abbiamo gestito questa micro accoglienza diffusa su circa 30 alloggi su tutto il territorio della Valle. Quindi come gruppo di comuni abbiamo portato avanti questa integrazione che è stata un’interazione molto interessante.

Sindaci di tutte le provenienze politiche?
Sì, sia di centro destra che di centro sinistra. Il successo è stato non solo questo, ma anche quello di avere gestito meglio i flussi bloccando le telefonate improvvise con cui la Prefettura avvisava di arrivi improvvisi di numeri non controllati di persone migranti. Oggi gestiamo noi sindaci l’accoglienza e lo facciamo con persone di nostra fiducia e che hanno una gestione non economica ma umana dell’immigrazione. E, infine, abbiamo messo a sistema anche tutto il terzo settore. Oggi i nostri cittadini del Sai fanno tirocini in biblioteca o rimettono a posto i sentieri partigiani. Abbiamo fatto oltre 95 inserimenti lavorativi, abbiamo riaperto il Centro provinciale per l’istruzione degli adulti-Cpia e pensi che la signora Biagia, torrese doc, è riuscita a prendere la licenzia media grazie al Cpia aperto per i migranti. E non sono stato arrestato quando mi sono autodenunciato per avere dato la carta di identità alle persone migranti di Torre Pellice!

E alcuni sono rimasti a vivere da voi?
Sì, ma le nostre 53 nazionalità diverse non discendono dalle provenienze Sai.

Area interna e zona montana, situazione di giovani e scuole?
Un terzo della mia popolazione è sopra i 50 anni, ho tutte le scuole fino alle medie, poi abbiamo il Liceo valdese oppure i nostri ragazzi devono andare a Pinerolo, ma si fa tranquillamente con i mezzi. Siamo area interna e montana, ma non voglio che si pensi “area sfigata”! Anzi, Torre Pellice ha quattro valori aggiunti: natura, cultura, tradizione e sport. Pensi che col Covid abbiamo perso 180 cittadini ma ne abbiamo guadagnati 363 perché Torre Pellice è ancora un luogo dove ci sono un sacco di servizi come biblioteca, nido, attività culturali e dove la solitudine impatta meno perché anche se sei da solo scendi in piazza e trovi qualcuno.

Quante persone con disabilità e quanto Reddito di Cittadinanza?
Disabilità poche. Reddito di cittadinanza tantissimi. Ricordo che avevo la fila, facevo “il dottor Tersilli del Comune”, il Reddito ha salvato un sindaco! (ridiamo) Io comunque adoravo il Reddito di Inclusione-Rei, era completamente un altro progetto sulla persona, un’altra storia.

Sindaco da dov’è nata questa sua passione politica?
Caduta del muro di Berlino e strage di Falcone e Borsellino, due spinte interiori fortissime. Quando nel 2004 a Torre Pellice mi hanno chiesto di candidarmi nella lista civica ho accettato con gioia, anche se io sono di Luserna, perché avevo proprio voglia di impegnarmi politicamente. È stato molto faticoso costruire il mio percorso personale, devo ammetterlo, anche perché ho detto fin dall’inizio che se su questa sedia sono seduto io, il sindaco lo faccio io.

Comunità WhatsApp

Comunità WhatsApp.
Nevica, a Borutta. Silvano Arru mi riceve nella sala della tavernetta, alle spalle una gigantesca cartina geografica. Rilassato, sereno, Arru parla a metà tra il poetico e il formale, tra il riflessivo e il combattivo: fare il sindaco qui è ancora meno facile che altrove. La Sardegna si spopola. E lo fa quasi ovunque: prima erano solo le zone interne a svuotarsi, ma adesso la “grande fuga” si sta allargando alle città, alle zone di mare, ai centri produttivi. Una emorragia che sfiora il dieci per cento nei primi otto-nove mesi del 2022 e che ha fatto investire alla Regione Sardegna oltre 100 milioni di euro in bonus per chi decide di andare a vivere nei piccoli comuni. Ma il vero grande danno è la rassegnazione, che però Silvano Arru non mostra mai, durante il nostro colloquio in cui conosciamo anche uno dei due figli e la moglie.

Sindaco dal 2011, un bel primato…
Nelle piccole comunità è una cosa molto usuale, innanzitutto perché non è facile trovare chi faccia il sindaco. E poi c’è proprio una “sindrome”: l’attaccamento al proprio paese, il pensiero di non avere fatto di tutto per garantire un buon futuro alla propria comunità e la gratificazione per quello che si vede cambiare. Accanto a questo, ovviamente, c’è un grande sacrifico della vita personale: è un periodo della vita in cui ogni giorno ti dici “chi me lo ha fatto fare” e il giorno dopo ti senti realizzato. E molte volte c’è anche la voglia di vedere concretizzarsi i progetti che si avviano, perché i tempi della pubblica amministrazione sono piuttosto lenti.

Spopolamento di Borutta?
Borutta è in picchiata libera, solo nel mio primo mandato il numero è aumentato di una-due unità. Questo perché all’inizio abbiamo attivato una politica di incentivazione energetica: chi veniva ad abitare a Borutta, coppie giovani con figli, o apriva una nuova attività, avrebbe avuto la fornitura di energia elettrica gratuita. Gli unici comuni sardi che aumentano la popolazione sono quattro comuni costieri, il resto è su una via di non ritorno pericolosa: fra 40-50 anni si stima che la popolazione sarda sia dimezzata. Borutta nell’arco di 60 anni scomparirà, dicono le statistiche, dovremmo riuscire a mantenere l’indice del due per cento. Ecco perché per prima cosa abbiamo scelto quell’incentivo economico ed energetico.

Forse l’insularità associata all’area interna…
Allora, siamo un piccolo comune vicino ad altri 13 piccoli comuni e siamo in un territorio tutto sommato favorevole perché siamo anche vicini al capoluogo di regione, al porto e all’aeroporto, abbiamo una qualità della vita che è senza dubbio superiore ai grandi centri, c’è poco degrado sociale, abbiamo zero criminalità, ma non basta. Noi ce la mettiamo tutta, ma credo che anche la politica nazionale debba intervenire con alcuni correttivi perché siamo su una via pericolosissima di non ritorno.

Comune Di Borutta In Tutto Il Suo Splendore
Il comune di Borutta
 

Avete puntato sulla comunità energetica, innanzitutto…
Esatto. La nostra idea nasce nel 2012, avevamo individuato nella “Pala eolica di comunità” il risparmio energetico, non tanto in funzione ecologista, ma appunto come lotta allo spopolamento. L’idea era di offrire un risparmio in bolletta sia ai cittadini, sia a chi volesse venire a vivere nelle tante case sfitte che abbiamo. Questo ci ha consentito di diventare autosufficienti in tutte le strutture pubbliche, compresi asilo e campo di calcio, fino all’illuminazione pubblica. Poi l’obiettivo è diventato quello di rendere autosufficiente la cittadinanza che risparmierà circa 3-4mila euro l’anno. Credo che su questi temi ormai ci sia una coscienza radicata e la guerra in Ucraina ci sta mostrando come sia assolutamente necessario trovare fonti alternative alla dipendenza dal gas russo Noi ci stiamo arrivando per gradi, adesso con le risorse del Pnrr, faremo dieci abitazioni classe energetica nZEB, acronimo di Nearly Zero Energy Building, che daremo a giovani coppie che verranno ad abitare a Borutta. Non è una misura sociale, ma motivazionale.

Perché si è dimesso da presidente dell’Unione dei Comuni del Meilogu?
Perché ho cominciato una nuova esperienza lavorativa, anzi mi è dispiaciuto tantissimo. Con i Comuni dell’Unione abbiamo fatto davvero tanto: 36 progetti della programmazione territoriale per circa 12 milioni di euro; potenziamento del servizio di trasporto locale; servizio di bus navetta verso le località marine; la raccolta differenziata dei rifiuti tra i più alti d’Italia, intorno all’85 %; il distretto rurale, solo per citarne alcuni.

Nuova eperienza lavorativa?
Sì, dal 9 gennaio io ho iniziato a fare il Segretario comunale in tre Comuni: Bortigari, Bortigiadas e Santa Maria Coghinas e un quarto Comune mi ha chiesto di dare una mano.

Ma riesce a conciliare?
Mi sto organizzando, la mattina presto vado in Comune a Borutta, cerco di essere presente appena rientro la sera, nei piccoli paesi si è sempre presenti, non ci sono orari. Ma ho la fortuna di avere un bravo Vicesindaco e bravi dipendenti ed anche un ottimo Segretario comunale. Per fare il sindaco secondo me è richiesta un certo tipo di formazione, la mia professione mi ha aiutato e mi aiuta molto. Ma ci vuole anche tempo, ci vuole una dedizione assoluta.

Ma penso che occorra anche una buona organizzazione familiare…
Mia moglie è una imprenditrice agricola, anche se per sopperire alla mia assenza ha un po’ lasciato. Ma adesso i nostri due figli sono un po’ più grandi quindi penso ci sarà una ripresa, anzi sta pensando di orientare l’azienda a fattoria didattica.

Dimissione Da Presidente Unione Comuni Meilogu
Il sindaco Arru il giorno del saluto alla Unione dei comuni Meilogu, il giorno delle dimissioni
 

Quante persone con disabilità ci sono a Borutta?
Una ragazza che seguiamo molto da vicino ed è molto integrata nella vita di comunità ed un ragazzo vittima di un incidente stradale che purtroppo non riesce a muoversi ed è seguito a casa.

Reddito di cittadinanza e Puc?
Abbiamo un paio di persone che però hanno una serie di problemi di tipo motorio per i quali non possono essere adibiti a lavori molto pesanti e quindi sono impegnati in prime informazioni ai turisti o pulizia delle fontane e abbeveratoi.

La sua famiglia di origine? Amministratori anche loro?
Ho avuto due nonni che sono stati amministratori, ma solo assessore e consigliere. Però il nonno assessore era in giunta con Ninetta Bartoli, che è stata la prima sindaca d’Italia, nel 1946. Io Ninetta l’ho conosciuta, era una donna molto autorevole, anzi autoritaria. Senza di lei Borutta forse non sarebbe esistita. È stata lei a portare a Borutta i monaci che poi hanno costruito il monastero e lei ci ha messo tanti soldi di tasca propria. Anzi, noi abbiamo a Borutta l’unica abbazia regionale sarda e su questa stiamo molto puntando per il turismo di tipo religioso, abbiamo già 65 posti letto e sta nascendo anche un ristorante. L’abbazia è molto ricercata per i prodotti dei monaci

Ninetta Bartoli Ok
Ninetta Bartoli, la prima sindaca d’Italia
 

Cosa c’è nel suo futuro?
Io sono un “uomo rurale”, peraltro cresciuto a Porto Torres, sul mare, perché mio papà lavorava lì. Ma io ho bisogno del silenzio, della dimensione della piccola comunità, quindi penso che il mio futuro possa solo essere qui, anche quando non sarò più sindaco.

Sindaco ma è vero che lei ha un gruppo WhatsApp con i cittadini?
Sì, assolutamente, con tutti i capi famiglia di Borutta, in pandemia è stato utilissimo e poi l’abbiamo lasciato.

Premio Ninetta Bartoli 2020
Premio Ninetta Bartoli

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Roseto Capo Spulico, esclusione zero

Roseto Capo Spulico, esclusione zero.
Ambasciatrice di Economia civile 2020, presidente di Borghi Autentici d’Italia-Bai, un’associazione di circa 300 comuni piccoli e medi in Italia che si distinguono per la “autenticità” di cultura, storia e tradizioni, Rosanna Mazzia arriva all’intervista come sempre puntuale, look impeccabile e con un gran sorriso su un volto disteso e sorridente che non sembra avere dormito quattro ore a notte nell’ultima settimana. Si è appena conclusa la tre giorni di progettazione partecipata che ha coinvolto tutta la sua comunità in attività di disegno e scrittura di un masterplan condiviso sul futuro desiderabile per Roseto Capo Spulico. Lo aveva in testa già da un po’, questo evento, ma poi la pandemia glielo aveva rinviato, solo che la sindaca Mazzia non facilmente accetta impedimenti. Tema di fondo è “superare il mare”, come dice lei, perché un piccolo comune, anche se scolpito su un pezzo di costa dalle mille nuances di azzurro, deve avere risorse oltre i tre mesi estivi all’anno.

Sono stati giorni impegnativi, sindaca…
Molto, ma la comunità rosetana ha colto l’importanza di questo percorso: è stato molto emozionante vedere dialogare persone di età diverse, di sesso diverso, di estrazione culturale diversa, in un reciproco rapporto di arricchimento e di ascolto. Ora dobbiamo uscire dalla fase programmatica e arrivare alla “messa a terra” del progetto su Roseto, ovvero spostare l’asse dello sviluppo dal mare a tutto il Comune, da tre mesi a tutto l’anno.

Come ci arriverete a questo “futuro desiderabile”?
Abbiamo scritto il masterplan di una Roseto Capo Spulico ad “esclusione zero”, vale a dire che abbiamo messo a valore tutta una serie di progettazioni singole, arrivate sparse nel tempo, e le abbiamo immaginate in un sistema territoriale in cui immobili e parti del territorio sono rigenerati e risistemati per diventare “luoghi” di lavoro inclusivo e di comunità. Questo è stato possibile anche grazie alla collaborazione con molte delle reti alle quali apparteniamo, la Rete del Welcome e Sale della Terra in particolare, con i quali da tempo stiamo approfondendo il tema di un welfare a misura di persona e territorio che con il metodo della co-progettazione Ente pubblico-Terzo settore sta davvero aiutando le piccole comunità a “sbloccare la creatività” nella progettazione a vantaggio dei più deboli restando sul tappeto di una economia “civile”, che è economia ma con la persona al centro.

E come si lasciano le “impronte”?
Io ho sempre tenuto per le deleghe al bilancio e ai lavori pubblici perché le ritengo deleghe molto molto “pregnanti” per le persone deboli: sono due momenti della vita amministrativa in cui devi pensare al sociale ed utilizzare in maniera oculata le risorse del tuo comune, che non vive solo di finanze ma anche di benessere collettivo. Io scherzando minaccio sempre i miei colleghi di giunta e dico: guardate che mi metto a fare il sindaco delle strade e dei marciapiedi.

Prima della politica frequentava ambienti di Terzo settore o del sociale?
No, io dopo le superiori ho seguito le mie idealità e mi sono trasferita a Modena, dove mi sono laureata in Giurisprudenza. Modena e tutto quel territorio per me rappresentavano il mio modello di riferimento di vita culturale e sociale, ne ero affascinata anche per affinità di impegno.

E perché è tornata?
Dopo la laurea ho trascorso un periodo a Roseto. Era il periodo elettorale e mi hanno coinvolta alcuni amici e familiari: c’era un forte bisogno di “politica nuova”. Mi sono lasciata convincere ed eccomi qui. In realtà molto ha giocato la differenza tra Modena, perfettamente funzionante, vera smart city già all’epoca, ma nella quale mi sentivo un numero, e Roseto meno perfetta ma in cui non mi sentivo in debito di ossigeno da relazioni umane e di comunità. Avevo bisogno di entrare in negozi dove conoscevano i miei gusti, dove mi chiamavano per nome.

Ma quali sono i finanziamenti e per quali progetti?
Abbiamo vinto finanziamenti corposi sul recupero di alcuni beni immobili da destinare ad attività di valorizzazione di trasformazione di prodotti locali che coinvolgono anche le persone migranti che accogliamo nel nostro progetto Sistema Accoglienza Integrazione-Sai. Ci sono poi i fondi PNRR sull’ambulatorio di comunità, che era una richiesta forte del territorio. Vede, Roseto non è soggetta a particolare pressione dello spopolamento, qui il reddito medio non è basso, quindi qui conta molto aumentare la qualità dei servizi che offriamo ai rosetani dei dodici mesi e ai rosetani dei tre mesi che arrivano ad essere anche oltre 30mila a stagione. Negli ultimi anni è aumentata anche la domanda di case da parte di coppie giovani, provenienti anche dall’estero, che scelgono di vivere qui con i loro figli perché la qualità intrinseca della vita in una piccola comunità è un valore che ha la sua importanza nel bilancio delle scelte delle nuove coppie. Su tutto questo stiamo ragionando anche con i rosetani e le rosetane che stanno promuovendo la nascita di una Cooperativa di comunità.

Tre punti di forza e tre punti deboli dei piccoli comuni…
I piccoli comuni non sono riconosciuti per il valore che hanno sotto il profilo legislativo, non sono attenzionati nel modo in cui dovrebbero esserlo e da questo discendono tutte le loro criticità e tutti i loro punti di debolezza. I nostri piccoli comuni sono però dei formidabili vivai, sono i luoghi dove sperimentare la soluzione ai problemi più grandi perché spesso si dimentica che nei comuni sotto i 5mila abitanti vivono 10 milioni di persone.

A cosa ha rinunciato per dedicarsi alla sua comunità?
Forse un po’ alla mia professione di avvocato. Però cosa vuole che sia di fronte alla chiara consapevolezza che si possa fare il cambiamento, che si sia riusciti a stimolare la domanda, a far uscire Roseto da una condizione sempre un po’ paludosa? Abbiamo messo un piede il futuro!

Il suo futuro post mandato?
Premesso che in teoria potrei ancora farne un terzo, per adesso vivo pienamente immersa nella mia dimensione di sindaca in cui ho veramente tante, troppe cose da fare. Le dirò, tornando alla domanda di prima: questa esperienza non mi ha tolto niente, anzi “ha aggiunto” alla mia vita una straordinaria dose di umanità, di competenze, di persone nuove conosciute, persone antiche ritrovate, nuove sfide culturali e una nuova dimensione personale. Adesso forse so cosa vorrei “fare da grande”: continuare ad occuparmi del sociale, ma dal lato dell’economia civile.

Castelpoto, la scuola a sei nazioni

Castelpoto, la scuola a sei nazioni.
Castrum Potonis (da cui Castelpoto), significherebbe “castello di Poto”, figlio di re Adelchi, vissuto nel IX secolo e imparentato con il più illustre principe di Benevento. Ma da queste parti Castelpoto fa rima con Slow Food e con il presidio che qui è “regina”: la salsiccia rossa.
Sembra che storicamente a Castelpoto l’allevamento suino sia stato praticato dal porcaio del duca e pressappoco quella sembrerebbe anche la data di nascita della salsiccia rossa. Castrum Potonis, pur risalendo all’epoca romano-sannitica si sviluppò maggiormente sotto la dominazione longobarda e normanna. Ancora oggi molte famiglie allevano in proprio il maiale producendo, secondo ricette gelosamente tramandate, questa eccellenza gastronomica che, abbinata all’aglianico sannita, vale tutto il viaggio fino a Castelpoto. Vito Fusco è dinamico ma meticoloso. Abito e camicia perfetti, sindaco del suo paese pare esserci nato, per il rispetto con il quale parla anche della singola pietra del suo piccolo comune.

Castelpoto, entroterra campano, terra longobarda ma anche comune di “cintura” per la Snai, posizione un po’ ostica e penalizzante?
Castelpoto era un comune in declino con forti dinamiche di invecchiamento della popolazione ed è anche terra di emigrazione. Noi chiaramente ci siamo posti dinanzi a una sfida molto complessa, che è quella di invertire questo trend che purtroppo è comune a tante realtà del mezzogiorno d’Italia ma anche del centro nord. Castelpoto non è tecnicamente un’area interna anche se ne ha tutti gli indicatori.

Circa 1.200 abitanti, negli ultimi dieci anni ne avete persi 150: cosa state facendo per invertire la tendenza?
Abbiamo lanciato una sfida difficile, complessa partendo da un’analisi territoriale e da fattori endogeni sui quali abbiamo cercato di incidere. La lotta all’isolamento causato dai collegamenti stradali pessimi era un problema che ci ha lasciati per anni ai margini. E su tutto la prima grande sfida: l’accoglienza, cominciata nel contesto sfavorevole del 2017. In quel periodo noi abbiamo avuto il coraggio di andare contro corrente, aderendo al modello di accoglienza diffusa proposto da Anci, il Sistema Accoglienza Integrazione-Sai (prima SPRAR, ndr). Posso dire che a distanza di cinque anni è stata una scelta sicuramente vincente perché è stato un progetto che è diventato una “buona pratica” e ha funzionato sotto tanti i punti di vista.

Ce ne dica tre…
Primo, ben tre famiglie appena uscite dal progetto sono rimaste a vivere a Castelpoto. E stiamo parlando di famiglie che hanno dato al nostro piccolo Comune dieci bambini. Secondo, intorno al Sai si è costruito un bel gruppo di lavoro di professionalità del nostro paese che negli anni si è affiatato, formato da giovani che grazie al lavoro nel progetto non sono andati via. E molte attività commerciali hanno avuto un nuovo impulso economico. Terzo, il Sai ha incrociato una sinergia con la popolazione locale creando benefici al resto dei residenti grazie all’attivazione di laboratori e soprattutto ci ha dato la possibilità di non perdere la scuola, anzi aumentarne l’offerta.

la giunta Fusco nella sala consiliare del Municipio
la giunta Fusco nella sala consiliare del Municipio

Grazie ai bambini che sono arrivati?
Sì, abbiamo lanciato una piccola sfida. Da quest’anno alla primaria non abbiamo più la pluriclasse ed è ritornato, dopo circa 20 anni, il tempo pieno con la cucina interna alla scuola. Ed è una meraviglia avere sei nazionalità diverse in un’unica scuola di un piccolo comune dell’entroterra. Ma soprattutto è una meraviglia avere la certezza della sopravvivenza della scuola. E speriamo di riprendere il progetto “primavera” per bambini dai 18 ai 36 mesi che si è interrotto durante la pandemia.

E si smonta anche l’idea del borgo isola felice in cui il tempo pieno non serve alle famiglie…
Esatto, il piccolo comune deve essere visto e vissuto come un comune normale, dove si può avere un’elevata qualità della vita relazionale e di comunità, ma anche un’elevata qualità dei servizi. Le bucoliche non servono allo sviluppo e all’innovazione. Castelpoto, insieme ad altri piccoli comuni italiani, può diventare luogo per abitare il futuro, ma per farlo deve essere terra di innovazione.

E voi l’innovazione come l’avete fatta, scuola a parte?
Innanzitutto con una bella progettualità sul bando Borghi per il quale abbiamo puntato sulla rigenerazione culturale e sociale del borgo longobardo di Castelpoto che ha una parola chiave: “costruiamo”, ovvero un percorso partecipato che ha incluso anche i castelpotani che oggi risiedono altrove, le energie intellettuali, il sistema istituzionale e la comunità del progetto Sai. Ci sono tante piccole azioni che, messe insieme in una strategia integrata, possono fare la differenza perché la progettazione a spot non serve alle piccole comunità che vanno guardate nel loro insieme.

Inaugurazione del parco giochi di Castelpoto, intitolato al piccolo Aylan Kurdi
Inaugurazione del parco giochi di Castelpoto, intitolato al piccolo Aylan Kurdi

Quindi in un progetto avete messo un concept territoriale?
Esatto. Il bando stesso è stato innovativo nel metodo perché la scrittura del progetto è stata oggetto di partecipazione dei cittadini in quello che abbiamo chiamato “incubatore di comunità”. Abbiamo incontrato i cittadini, abbiamo coinvolto le persone giovani e meno giovani, quelli che sono fuori per motivi di studio e di lavoro, ci siamo visti online quando non abbiamo potuto fisicamente, abbiamo raccolto idee e abbiamo in qualche modo cementato il senso di appartenenza anche nei castelpotani che sono fuori e che si collegavano per dare il loro contributo da Torino, da Milano, da Bologna, da Zurigo. Il punto di caduta della progettualità è il borgo medievale di Castelpoto: restauro della torre civica, catalogazione dell’archivio storico, digitalizzazione, creazione dei prodotti a marchio denominazione comunale d’origine-Deco e denominazione d’Origine Territoriale Dot. E ci saranno anche le residenze d’artista che verranno a Castelpoto a lavorare per un periodo di tempo, vista anche l’importanza che ormai sta assumendo S(t)uoni, la nostra rassegna culturale.

E il taxi di comunità…
Chi vuole venire a Castelpoto deve poterlo fare anche se non ha un’auto, quindi abbiamo previsto il taxi di comunità soprattutto per garantire collegamenti con gli aeroporti ad orari in cui i mezzi pubblici non raggiungono più le aree interne.

Ultima nata è la Cooperativa di comunità: “Castelpotare”. Una declinazione all’infinito di Castelpoto…
La pandemia ci aveva bloccato il cammino, è stata la meta forse più sofferta! Abbiamo molto lavoro da fare con questi ragazzi coraggiosi, sia quelli nati qui che quelli venuti da fuori, che hanno deciso di restare qui e che hanno deciso di lavorare in sinergia con gli obiettivi dell’amministrazione, partendo da quello più importante: non lasciare nessuno indietro.

La cooperativa di comunità "Castelpotare" appena costituita dal Notaio Ambrogio Romani (con la barba, al centro)
La cooperativa di comunità “Castelpotare” appena costituita dal Notaio Ambrogio Romani (con la barba, al centro)

Sindaco perché lei non è andato via e ha messo su famiglia qui?
Perché mi piacciono le sfide. L’ho sentita una scelta normale. Papà è stato sindaco di Castelpoto 40 anni prima di me, ora purtroppo non c’è più. Attraverso i suoi occhi, i suoi gesti, le sue scelte e i suoi sacrifici io ho imparato ad amare la politica come mezzo di cambiamento dei luoghi che viviamo, soprattutto attraverso la lotta alle disuguaglianze. E la peggiore disuguaglianza oggi è quella territoriale che ingloba tutte le altre, che con i sindaci del recovery stiamo cercando di combattere con ogni mezzo democratico possibile. Per fortuna mia moglie ha condiviso la mia scelta, pur facendo il medico fuori Castelpoto. Oggi le nostre tre bimbe vivono in un piccolo comune dell’entroterra campano, ma a scuola studiano e giocano con coetanei di cinque nazionalità diverse. Nei piccoli comuni è possibile connettersi con il mondo sia grazie al digitale che grazie al “relazionale” fatto di accoglienza gestita con intelligenza politica.

L’unione energetica fa la forza

L’unione energetica fa la forza.
“Luogo di abbondante pesca”, questo il significato del nome Pessinetto, un piccolo comune nel torinese ai piedi del monte Oreasco e sulla sponda sinistra del fiume Stura di Lanzo, in Piemonte. Pessinetto deve molto a sant’Ignazio di Loyola, che si racconta sia apparso ad una contadina sulla cima del monte Bastia, dove oggi sorge l’omonimo Santuario costruito nel 1635. Ha origine nel 1289 questo piccolo paese dove viene costruita la Lanzo-Ceres, la prima ferrovia italiana ad alta tensione in corrente continua. In paese c’è di tutto: alimentari, farmacie, panetteria, macelleria. E tanto verde. Gianluca Togliatti ha 43 anni, è sposato con Barbara e insieme hanno due figli, Monica ed Elia. Geometra, ha lavorato fuori per un po’ di tempo ma poi ha sentito forte il desiderio di tornare ed impegnarsi per il suo piccolo paese. Non sta fermo un minuto, mentre parliamo, parla deciso e a raffica, ricorda tutto a memoria, risponde senza pause, è determinato ma sereno. Traspare gioia, quando racconta, mista ad un pizzico di orgoglio.

Sindaco Togliatti, lei è diventato “sindaco per forza”, ci racconta com’è andata?
(ride) Sono diventato sindaco nel giugno del 2009, è nato un po’ tutto per caso. Con alcuni amici di Pessinetto che avevamo deciso di candidarci ed io avevo dato la mia disponibilità come consigliere. Però dopo le prime riunioni che abbiamo fatto mi han detto che dovevo essere io il capolista, quell’anno! E così abbiamo messo in piedi una squadra e quell’anno abbiamo vinto le elezioni per la prima volta. Contro di noi, l’ex sindaco che era in carica da 35 anni!

Una monarchia assoluta…
Non pensavamo di farcela, a vincere, pensavamo a cinque anni di opposizione, invece i nostri compaesani ci hanno dato subito il mandato e da lì abbiamo iniziato a correre…

Erano stanchi, forse…
Erano stanchi, sì. Io sono quasi alla fine del mio terzo mandato e già dico che è giusto che ci sia il ricambio, che ci sia sempre nuova linfa ed è quello che ho cercato di fare proprio in questi anni: fare entrare i ragazzi giovani che volessero impegnarsi per il loro territorio. Vede, alla fine fare il sindaco in un piccolo paese è una missione, fai volontariato per il tuo paese. Non bisogna spaventarsi, bisogna solo mettere tanta buona volontà, studiare in continuazione, dedicarsi totalmente perché per farlo bene sottrai veramente tempo alla tua famiglia e al tuo lavoro.

Pessinetto ha 627 abitanti…
(mi interrompe subito…) Quando sono diventato sindaco eravamo 612! In questi ultimi anni si sono trasferite alcune famiglie che hanno comprato casa nel nostro piccolo comune e sono arrivate alcune famiglie numerose che hanno quattro o cinque ragazzi.

Una controtendenza!
A metà del mio primo mandato, nel 2014, con l’amministrazione del Comune di Mezzenile. Abbiamo fatto un ragionamento “di territorio”, mettendo insieme la primaria attivando anche un servizio integrativo per le famiglie il pomeriggio fino alle 17.00 grazie alla collaborazione con una cooperativa e con una retta annua per le famiglie di 125 euro, il resto lo mettono le amministrazioni comunali. E così sono arrivate negli ultimi sei anni due famiglie con cinque figli ciascuna. E da quest’anno si sono uniti anche i Comuni di Traves e di Ceres. In totale, adesso abbiamo circa 60 ragazzi e probabilmente riusciremo a garantire monoclassi su tutti gli anni. Tenga conto che noi garantiamo anche il servizio scuolabus, andiamo a prenderli a casa, con un rimborso minimo di 60 euro annui.

Insomma, un ottimo modo per superare le criticità di essere un piccolo comune di un’area interna…
Nonostante siamo solo a 50 km dalla città di Torino, abbiamo visto un calo demografico notevole e un forte spopolamento delle vallate che adesso un pochino sta rientrando. E poi avevamo il problema degli screening di base molto al di sotto della media: ad esempio, il tempo di attesa per le prime ecografie fatte a una neomamma era di tre settimane sopra la media nazionale e quindi per quello siamo rientrati nel 2012 nelle aree interne. Dal 2021 stiamo iniziando ad attuare tutte le iniziative della strategia: un servizio capillare di infermieri di comunità, di ostetriche di continuità, avvicinando dunque i servizi all’utenza debole ed abbassando il tasso di ospedalizzazione che era molto elevato per il territorio. Pensi che alcuni comuni delle testate di valle avevano il medico di base una volta a settimana per un’ora e che avevamo solo due pediatri su 19 comuni dell’area. E adesso all’interno del nosocomio di Lanzo nascerà anche l’ospedale di comunità. (vedi grafica sotto)

Elenco Finanziamenti Pessinetto (3)

Nonostante questo, però, chi sceglie di vivere in montagna oggi fa una scelta difficile…
Io qui ci sono tornato perché ci vivo, ci lavoro e ci sto bene, però chi sceglie di viverci sa che molti servizi sono molto carenti e soprattutto abbiamo problemi anche sulla viabilità. Pensi che per evitare che i nostri ragazzi viaggiassero mediamente cinque ore al giorno per frequentare l’istituto agrario abbiamo portato l’indirizzo di agraria nel nostro unico istituto secondario di secondo grado dove adesso realizzeremo una serra idroponica e stiamo chiudendo l’accordo con molte aziende agricole del territorio per i tirocini: con questa offerta, adesso abbiamo 38 iscritti, il che significa 38 famiglie che non fanno più salti mortali per farli studiare.

Il reddito medio di Pessinetto era di quasi 20mila euro nel 2020, poi la pandemia lo ha abbassato a circa 19mila: ma su cosa si basa?
C’è uno stabilimento che occupa 40 dipendenti, fanno lavorazioni di materiali similpelle e prodotti chimici lavorati…

Sindaco, ma una cosa del genere ha un impatto ambientale pazzesco!
Sono monitorati con istantaneamente dall’Arpa ed hanno fatto una scelta ecologica molto costosa: si sono dotati di un sistema di post combustione, che effettua un’ossidazione termica dei gas nocivi volatili contenenti carbonio. Grazie a questo processo le sostanze inquinanti subiscono una trasformazione che le rende totalmente innocue per l’ambiente e per le persone.

Collaborazione con il Terzo settore?
Alcune cooperative situate a fondovalle gestiscono capillarmente i servizi di supporto ai comuni.

Quante persone con disabilità, quanti percettori di reddito di cittadinanza e quante persone in fragilità psichica ha Pessinetto?
Tre persone con disabilità, sette persone che percepiscono al reddito. Il nostro socio assistenziale invece è una funzione delegata al Consorzio Intercomunale dei servizi Socio-Assistenziali (C.I.S.) del Ciriacese (17 comuni, ndr), prima lo gestivamo noi come comunità montana Poi una legge regionale del 2015 ci ha imposto di passare sopra i 40mila abitanti. Su segnalazione dei comuni si attivano percorsi concordati. C’è una riunione annuale in cui si riportano i risultati di queste prese in carico, anche quelli dei percettori del reddito, età media sopra i 50 anni. Le tre persone disabili invece hanno fatto diversi tirocini presso il comune di Pessinetto, una anche il servizio civile ed una ha anche trovato lavoro.

Festa degli alberi, organizzata ogni anno insieme al gruppo alpini di Pessinetto. Una giornata con le scuole sull’importanza di prendersi cura del pianeta
Festa degli alberi, organizzata ogni anno insieme al gruppo alpini di Pessinetto. Una giornata con le scuole sull’importanza di prendersi cura del pianeta

Ce l’ha un’opposizione?
Ho cercato di costruire un buon dialogo con tutti. I primi due anni mediamente una avevo una ventina di interrogazioni per ogni Consiglio, ma alla fine in un paese piccolo la differenza la fa la persona. L’età media del mio consiglio si è sempre più abbassata, negli anni. Ho tanti consiglieri ai quali ho dato la Costituzione…

Dato la Costituzione…Che vuol dire?
Ogni anno, il 2 giugno, io dò la Costituzione ai neo diciottenni del mio paese, li invito in comune e c’è una cerimonia molto semplice, ma formale.

Cosa chiede al suo futuro sindaco?
Io chiedo di amministrare con il cuore come un buon padre di famiglia cercando veramente di riflettere sul proprio mandato con lungimiranza.

Ci spiega come ha fatto Pessinetto a raggiungere una autonomia energetica?
Nel 2016 con il nostro Gruppo di azione locale-Gal abbiamo fatto una strategia sulla filiera legno-energia. E dall’anno 2021-2022 abbiamo convertito le vecchie caldaie a gasolio del comune e delle scuole con quelle a “cippato”, una biomassa legnosa. Non dipendiamo più da una multinazionale, adesso c’è un’impresa del territorio che ha vinto la gara per 10 anni per fornire calore da cippato. Su questo abbiamo creato con il Gal una economia circolare sul territorio: non solo sono stati creati posti di lavoro, ma invece di spendere 16 mila euro in gasolio ne abbiamo spesi solo 6.5mila. Anche con l’utilizzo del fotovoltaico, adesso municipio e scuole hanno autonomia energetica.

Ma quanto personale di ruolo ha, Pessinetto?
Quattro. Un impiegato, due cantonieri e arriverà una quarta persona.

Cittadinanza attiva, la ricetta della svolta

Cittadinanza attiva, la ricetta della svolta.
«Quasi un’ora di strada per raggiungere questo paesino che dai balconi vede la Puglia: curve e nebbia e asfalto sconnesso e salite e discese», così si arrivava a Baselice, piccolo comune dell’alto Sannio campano, prima che “la fortorina” rendesse più agevole un lungo pezzo di strada dal capoluogo, Benevento.
Lucio Ferella ha un’età indefinibile, uno sguardo piccolo ma acuto, gli piace sorprendere l’interlocutore, interessarlo, meravigliarlo. Laurea in informatica a Napoli, dottorato di ricerca in biologia computazionale a Firenze, diventa sindaco di Baselice dove torna per prendersi cura della sua famiglia di origine. Ci riceve nel suo studio, tra i vicoli del borgo il freddo poco pungente di questo anomalo inverno caldo e un silenzio sereno al profumo di camini accesi nelle abitazioni.

Poco più di 2mila abitanti, Baselice ha perso mille abitanti nell’ultimo ventennio. Come si frena lo spopolamento?
Da noi si dice “vieni a Baselice solo se ha necessità”, a significare che nel Fortore non passi, devi venirci appositamente. È un’area interna di montagna, qui si pratica agricoltura eroica e le condizioni complessive sono sempre state difficili, tant’è che i giovani tendenzialmente vanno via e non c’è ricambio generazionale. L’unico dato forse positivo è il saldo migratorio degli ultimi tre anni: da meno 19 a più nove abitanti.

Inversione di tendenza?
Sì, si tratta di nove persone che prima erano ospitate nel progetto del Sistema di Accoglienza Integrazione-Sai che è nato con l’amministrazione comunale precedente e che noi non solo abbiamo prorogato per altri tre anni, ma anche ampliato con il comune di Biccari del sindaco Mignogna, aumentandone i posti disponibili a 40, venti per ciascuno dei due comuni.

Lei diventa sindaco nel 2019, a 39 anni: una scelta di “restanza” a Baselice importante…
Io sono uno di quei giovani che è tornato nel proprio paese. Ho studiato informatica a Napoli, ho fatto il dottorato a Firenze in biologia computazionale. Ma ho voluto rivendicare il diritto a restare. Al di là dei paesaggi mozzafiato e dei prodotti più buoni del mondo, volevo incidere su questa comunità presa troppo dall’apatia e dal ritardo nell’innovazione, priva di strategia e visione di futuro.

E dà vita ad un laboratorio civico…
Esatto, un laboratorio civico di idee e proposte al quale hanno partecipato diverse persone, 30-40 in tutto, la metà giovani, con cui abbiamo formato poi la squadra per le elezioni amministrative. Ci riunivamo in un ristorante ormai chiuso, discutevamo di argomenti vari, ma a me interessava innanzitutto cominciare a ragionare su come riattivare il territorio e la partecipazione civica. Ovviamente la cosa destò subito curiosità e anche qualche diffidenza in paese.

Vi vedevano come setta di carbonari…
Sì, ma la partecipazione alle riunioni è rimasta sempre sulle 30-40 persone e da ogni riunione scaturiva un documento su uno degli argomenti di governo di Baselice. Dispiace che il laboratorio poi si sia sciolto perché siamo stati eletti a maggio 2019 e a marzo del 2020 il Covid ha bloccato tutto.

Avete dato vita a molte progettazioni?
Guardi, appena siamo stati eletti abbiamo trovato una comunicazione in cui si diceva al comune che, entro i due mesi successivi, sarebbe stato revocato un finanziamento di 1.8 milioni di euro perché non era stato dato, fino a quel momento, nessun riscontro alla nota di vincita di un bando sulle aree degradate. Ne abbiamo fatto un intervento suddiviso in cinque aree del territorio comunale. Anche su questo ovviamente abbiamo chiesto ai cittadini, perché è importante che essi sappiano quello che accadrà al loro paese e non se lo vedano “calato dall’alto”. Abbiamo rifatto strutture sportive, marciapiedi, facciate delle abitazioni del borgo, sottoservizi, siamo stati anche un caso di successo in tutta la Campania. Ed ora c’è una maggiore attrattività anche per chi arriva, oltre che per chi ci abita.

E poi ci sono le lumache e le terre incolte…
Abbiamo scelto di recuperare terreni incolti, ci interessava l’allevamento delle lumache e abbiamo presentato un progetto Psr e fra poco dovremmo partire. Sui terreni, alcuni nostri ragazzi hanno cominciato la loro attività imprenditoriale recuperandoli dall’abbandono.

lavoro nelle terre recuperate a Baselice
lavoro nelle terre recuperate a Baselice
Facciamo due conti: tra bando aree degradate, bando borghi, progetto Sai, bando infrastrutture sociali, fondi regionali, recupero di palazzo Lembo, siamo quasi a otto milioni complessivi arrivati a Baselice. Possiamo dunque sfatare il mito che i piccoli comuni non hanno finanziamenti?
Sì, ma dobbiamo anche dire che il lavoro che c’è da fare per cercare di essere competitivi, anche solo per presentare le domande per i vari bandi, è davvero difficile perché i piccoli comuni hanno una struttura della pubblica amministrazione che non sono sempre all’altezza non per qualità dei dipendenti e dei tecnici, ma per numero di dipendenti di ruolo e per la quantità spropositata di adempimenti amministrativi legati anche alle piattaforme diverse dei progetti. Il Pnrr è il principe delle piattaforme. Ogni finanziamento ha poi una piattaforma diversa per rendicontare i progetti. Ma il vero problema lo sa qual è? Il “dopo elezioni”.Che vuol dire, esattamente?
Che spesso noi sindaci guardiamo al futuro solo in funzione della nostra rielezione o meno e spesso pensiamo che tutto quello su cui lavoriamo poi viene “goduto” da chi amministrerà dopo. Io so già che tutto quello su cui stiamo lavorando non si realizzerà nel breve periodo. Ma noi speriamo di essere diversi e invertire la rotta.Sta pensando alla formazione della classe dirigente post Ferella? Ci sono giovani?
Tra giovanissimi e universitari abbiamo circa 200-400 giovani, che non è poco. Devo dire la verità adesso hanno anche un grande senso di voglia di fare. È rinata la Pro-loco, è nata una Cooperativa di comunità, i giovani seguono molto di più la vita politica e sta nascendo una comunità energetica.

I fondatori della Cooperativa di comunità "Movimenti" di Baselice (foto De Siena)
I fondatori della Cooperativa di comunità “Movimenti” di Baselice (foto De Siena)
 

Baselice si è distinta per avere adottato un regolamento contro il gioco d’azzardo: a che punto siamo?
Sì, questa è una cosa che aveva avviato la precedente amministrazione. Purtroppo, però, durante la pandemia la fase attuativa è stata rinviata.

Perché non stimolare al dialogo la cittadinanza su questo? Introdurre ad esempio un sistema premiale per le attività che dismettono l’azzardo?
Va avviato sicuramente un processo partecipato perché è una problematica con dei risvolti positivi e negativi che coinvolgono entrambe le famiglie: chi vive il dramma della ludopatia, ma anche chi ha delle attività che si vede costretta a chiudere. La premialità purtroppo non è praticabile perché le casse comunali non lo consentono.

QUESTO ARTICOLO è STATO PUBBLICATO SU VITA.it (clicca qui per leggerlo)

Il borgo che visse due volte

Il borgo che visse due volte.
Terzo appuntamento del format di VITA “Piccoli comuni, grandi Sindaci”. Dopo Gianfilippo Mignogna, sindaco di Biccari e Lucilla Parisi, sindaca di Roseto Valfortore, oggi con noi Lino Nicola Gentile, sindaco di Castel del Giudice, provincia di Isernia.
Continua anche a Natale il nostro viaggio nei piccoli comuni italiani, quelli dello spopolamento ma anche quelli del “controesodo”. Oggi siamo in uno di questi ultimi.

Castel del Giudice ha origini incerte e per lo più avvolte nel mistero. Manca totalmente il materiale cartaceo che documenti la sua storia. Questa assenza di reperti è dovuta principalmente ai numerosi terremoti che hanno distrutto nel tempo gli edifici del paese. Durante la seconda guerra mondiale, inoltre, il borgo molisano fu preso di mira dai tedeschi nel 1943, per la sua posizione strategico-militare. Fu quasi distrutto ma poi ricostruito, diventando esempio di sacrificio e affermazione di libertà e democrazia. Incontro Lino Nicola Gentile online, la puntata in Molise non mi riesce purtroppo, così mi sono dovuta destreggiare tra email ed sms per raggiungerlo perché lui non ha cellulare collegato a whatsapp, che per noi è pura mancanza di ossigeno. Ma lui, sorridente, si offre alla telecamera molto serenamente e per tutta l’intervista mi colpisce la sua assenza di distrazione dallo schermo, mai una volta che abbia guardato il cellulare o altrove, resta ben piantato nel nostro dialogo. Fermo.

Castel del Giudice è famoso come il paese che visse due volte perché è sopravvissuto alla distruzione tedesca del 1943. Sembra però che di rinascita ce ne sia un’altra, quella di questi ultimi anni: un piccolissimo comune che sta sopravvivendo allo spopolamento e alla scomparsa…
Castel del Giudice negli ultimi anni ha compiuto grandissimi passi in avanti, ha ragione. Le dico subito per esempio che siamo usciti ufficialmente dalla fascia dei “comuni marginali” perché abbiamo realizzato quasi il cento per cento dell’occupazione, quindi il reddito medio si è alzato, facendoci uscire dal range dei marginali.

Il cento per cento dell’occupazione?
Sì, l’obiettivo che ci siamo posti in questi anni è stato sicuramente quello di combattere lo spopolamento, ma anche di garantire il lavoro.
Se attrai nuovi abitanti, devi anche garantire loro una ottima qualità della vita, che parte dal lavoro. Noi chiudiamo il 2021 con un saldo positivo di abitanti, più 2,5%, ma sicuramente siamo riusciti anche a creare politiche di sviluppo concrete che hanno migliorato la qualità della vita dei cittadini e delle cittadine di Castel del Giudice. E lo abbiamo fatto valorizzando le “marginalità” che sono diventate elementi di forza e vantaggio competitivo che ha consentito sviluppo economico.

Questo da quanto tempo?
Io sono sindaco dal 1999, venivo da cinque anni di esperienza come consigliere comunale. Nel 1999 noi cominciamo a preoccuparci del nostro Comune che era sul punto di non ritorno, non avevamo neanche più il bar del paese, non avevamo l’alimentari, non avevamo più niente. Eravamo poco più di 300 abitanti nel 1999, ora siamo poco più di 350, ma abbiamo una qualità di vita migliore ed una età media migliore. Se non avessimo messo in campo le iniziative che abbiamo fatto in questi anni noi avremmo oggi massimo 150 abitanti. Abbiamo puntato sulla qualità della vita degli abitanti, più che sulla quantità. A parità di condizioni, dobbiamo far capire che vivere a Castel del Giudice conviene.

Lei mi sta dicendo che all’improvviso, nel comune più marginale del territorio più marginale d’Italia, un sindaco decide di mettere su due strutture sociosanitarie e tutto cambia come per magia? Sembra incredibile, deve ammetterlo…
È il “come” lo abbiamo fatto, ad essere la vera innovazione sociale: una public company, una società partecipata dal comune, da 25-30 cittadini e da quelli che io chiamo “imprenditori affettivi”. Gli “imprenditori affettivi” sono il rovescio della medaglia dell’emigrazione che ha depauperato i nostri territori, ma che ha consentito ai nostri compaesani di eccellere altrove e di trasformarsi in un “patrimonio relazionale” per tutti noi. Il primo “imprenditore affettivo” che abbiamo coinvolto peraltro non era neanche di Castel del Giudice ma di Capracotta, qui vicino, ed aveva un’azienda a Lainate, in provincia di Milano. Quando gli ho raccontato della RSA se ne è innamorato e ha deciso di investirci. Anzi, non solo ci ha aiutato con la RSA ma addirittura ha collocato qui da noi un segmento della sua azienda in cui lavorano adesso 35 ragazzi.

Ma come l’ha convinto?
Lui aveva grande voglia di dare una mano al suo territorio di origine, poi è stato convinto dall’idea di questi 25-30 cittadini che si stavano mettendo in gioco e poi, cosa non da poco, c’era un terzo attore: una Banca di Credito Cooperativo di Castel di Sangro che ci ha creduto e che ha concesso tassi e condizioni di interessi sostenibili ed etici, oltre alla facilità di concessione del credito, fermi restando i principi di restituzione ovviamente. Quando la RSA è partitaabbiamo acquisito quella “autorevolezza”, quella capacità di raggiungere un obiettivo a breve termine insieme alla “visione”.

Le persone hanno fretta di risultati, insomma…
Il tempo non è un alleato dei nostri territori, non possiamo più aspettare. A maggio 2000 abbiamo costituito la società partecipata da Comune, 25-30 cittadini e l’imprenditore affettivo, nel 2001 abbiamo aperto. Abbiamo fatto anche un piccolo prestito alla società attraverso un finanziamento partecipativo, assicurando ai cittadini che partecipavano una “restituzione” sul modello del “dopo di noi”: o con abbuono sulle rette scolastiche o sulle rette stesse della RSA.

Ha un pool di commercialisti ed esperti di finanza, sindaco?
Io sono un commercialista (sorride), quindi qualche strumento dovrei conoscerlo…

Lino Gentile Medaglia Al Merito Civile Al Comune Di Castel Del Giudice
Lino Nicola Gentile ritira la Medaglia al merito civile al Comune di Castel del Giudice

Dunque tutto parte da queste due strutture trasformate in RA e RSA, con un’occupazione di circa venti dipendenti e una società partecipata a tre gambe…
Devo aggiungere una cosa che mi sta molto a cuore. Noi non abbiamo mai fatto alcuna distinzione se i lavoratori erano o no abitanti di Castel del Giudice. Da qualche tempo invece ci stiamo ponendo attenzione. Di recente, ad esempio, è entrata a lavorare nella RSA la terza infermiera venezuelana, arrivata con un corridoio umanitario. Oggi dunque sono quattro le famiglie venezuelane che vivono stabilmente a Castel del Giudice, di cui tre sono famiglie di lavoratori e lavoratrici della RSA, stiamo facendo il riconoscimento giuridico con le norme Covid sugli operatori sanitari. Dopo la RSA, però, non ci siamo fermati: c’è Melise, c’è Maltolento, c’è Borgo Tufi.

Sindaco, ma così spoilera tutto…
Mi piace questa idea di raccontare proprio tutto com’è nato, alle volte si vedono solo i singoli pezzi, mentre la storia è unica.

Va bene, perdonato! Melise è il progetto dell’azienda agricola sulle mele, giusto?
Avevamo terreni abbandonati ed esposti al rischio idrogeologico: un imprenditore di Monselice, in provincia di Padova, cercava terreni vocati ad agricoltura biologica di mele e gli era stato detto “vai a Castel del Giudice, se bussi qualcuno ti risponde”. E infatti abbiamo risposto.

Sindaco, ma non è che se io sono di Padova e ho da investire in mele, guarda caso il primo passante mi suggerisce il nome di Castel del Giudice…come ci arrivo da voi?
Lui era in Molise alla ricerca di territori fertili e qualcuno gli ha indicato Castel del Giudice perché sapeva che noi avevamo nel Dna la facilitazione e l’atterraggio di progetti di sviluppo e di nuova economia. Il sindaco è l’unico attivatore di sviluppo locale nel proprio territorio. Non abbiamo soggetti intermedi, non abbiamo neanche la forza di una struttura comunale. Noi siamo soli, pur all’interno di una visione siamo da soli, non c’è qualcuno che ci indica la strada, lo sforzo che facciamo lo facciamo da soli, a mani nude.
Quando l’imprenditore delle mele è arrivato a Castel del Giudice e mi ha descritto la sua idea, era fine aprile. Noi non abbiamo molti terreni e io gli dissi che ad agosto sarebbero rientrati tutti i paesani che vivevano fuori, che avrei fatto un’indagine e che sicuramente avremmo “fatto nostra” la sua idea. Era una domenica, lui mi chiamò il mercoledì successivo dicendomi che aveva già comprato dodicimila piante. Lui mi disse “appena siamo pronti, anche se non abbiamo tutti i semafori verdi partiamo lo stesso”. Vede il nostro problema è che siamo abituati a parlare per intere generazioni di una cosa e a non avere mai il coraggio di partire per farla, sporcandoci le mani e scendendo il campo. Ma il punto è che noi tempo di aspettare non ne abbiamo più. Europa, Pon, Psr, PNRR: per noi sono sempre “il sabato del villaggio”, sono la grande prospettiva che non arriva mai, una “attesa salvifica” che aspettiamo per tutta la vita. Ma il futuro non sta in questo, sta nel cuore oltre l’ostacolo…

Sta in quelle mele, insomma…
Esatto! L’impresa parte e nasce sul modello della prima, quella della RSA, ed è stato facilissimo: cittadini-imprenditori-banche. Settanta cittadini, si sono uniti anche quelli di paesi vicini, altri imprenditori affettivi e abbiamo ripetuto il modello, ma su 40 ettari di mele e da due anni produciamo anche orzo per la birra agricola.

E nasce un’altra impresa: Maltolento…
Sì. Anche qui, un altro imprenditore affettivo: il presidente della CNA di Torino che è originario di Castel del Giudice. Sempre a Torino conosciamo Nicola Rossi che stava frequentando un corso per diventare mastro birraio e che è di San Marco dei Cavoti, in provincia di Benevento, ma che oggi vive a Castel del Giudice. Il logo di Maltolento è stato creato a Torino, lo start-up ce lo garantisce un birrificio agricolo in provincia di Torino. Le relazioni sono una potenzialità straordinaria della “imprenditoria affettiva”, da soli non andremmo da nessuna parte. Ora stiamo sperimentando la produzione di luppolo, che si produce nelle zone più fredde d’Europa: Repubblica Ceca e Germania. A noi il freddo non manca e così abbiamo un nostro campo sperimentale. Produciamo anche zafferano e more, stiamo diventando un’azienda agricola multifunzionale.

Job placement?
Tra mele, malto e luppolo, in Melise, l’azienda agricola, lavorano dieci-dodici ragazzi autoctoni e due ragazzi del progetto SAI (Sistema di Accoglienza Integrazione), del quale siamo al secondo triennio di progetto. La birra agricola possiamo produrla perché la fa Melise.

Quindi: 30 lavoratori nella RSA, dieci-dodici nell’azienda agricola, sei-sette nel progetto SAI, 35 nell’azienda dell’imprenditore affettivo. Un centinaio di posti di lavoro su 350 abitanti è davvero “disoccupazione zero”…
Sì, disoccupazione zero. A Castel del Giudice è disoccupato solo chi vuole esserlo.

Malto Lento Birrificio Agricolo Emanuele Scocchera
Presentazione della birra agricola di Maltolento
 

E poi c’è Borgo Tufi…
Borgo Tufi è l’investimento più imponente di Castel del Giudice. E anche quello più “iconico”.

L’ho visto…Quanti soldi sono stati investiti?
Molti. Ad oggi, dieci milioni di euro di investimento e sono in corso lavori per altri cinque milioni. Siamo tra pubblico e privato. Anche qui abbiamo messo insieme: marginalità, debolezza, abbandono dell’uso delle stalle del paese. Castel del Giudice aveva la caratteristica di avere le stalle concentrate su una parte del paese, adiacente al centro. Erano cinquanta stalle utilizzate in modo marginale, ma che rappresentavano un elemento di forte autenticità di Castel del Giudice. Abbiamo subito pensato di rigenerarlo in una struttura ricettiva, un albergo diffuso.

E arriva un altro imprenditore affettivo…
(ride) No no, qui arriva da uno strumento che dà soluzione alle problematiche tipiche delle aree interne, tipiche delle aree appenniniche: la frammentazione e il disordine fondiario. Ogni stalla era iperfrazionata nella proprietà: non c’erano successioni, accatastamenti non fatti, immobili che non si trovavano. Abbiamo applicato l’articolo 120 del Testo Unico degli Enti Locali-TUEL, che prevede le società di trasformazione urbana: i Comuni possono costituire con i privati, scelti con bando pubblico, società che hanno per oggetto sociale la rigenerazione di pezzi del proprio territorio. E così abbiamo fatto. Comune e due soci qualificati: l’imprenditore affettivo storico e poi una impresa di costruzioni di Castel di Sangro. La società l’abbiamo costituita nel 2003, abbiamo aperto al pubblico nel 2017: lei immagini trasformare le stalle in un albergo! Immagini le pratiche amministrative, le varianti d’uso, le progettazioni…

E i proprietari delle stalle?
Li abbiamo chiamati a raccolta il giorno della inaugurazione della RSA per far capire loro che sul progetto del Borgo avremmo messo lo stesso identico impegno. Ma abbiamo chiesto se erano d’accordo: il 90% disse di sì, soprattutto gli anziani. Noi crediamo sempre che gli anziani siano “nemici” dell’innovazione. Invece per tanti anni sono stati i miei principali alleati. La spinta maggiore che ho avuto nella mia vita da sindaco è sempre arrivata dagli anziani. Le racconto questo episodio: c’era un anziano il cui figlio non era d’accordo sull’operazione Borgo Tufi. Ne hanno discusso a lungo, ma niente, il figlio era irremovibile. Quando, dopo tanto tempo, abbiamo raggiunto un accordo, il signore anziano si presentò al Comune per firmare con il vestito della festa, “lu giacchett”, per dare proprio la rappresentazione estetica del momento solenne, importante, in cui anche lui stava progettando il futuro della sua comunità.

Da dove sono arrivati i quindici milioni di euro per il Borgo?
Il Comune si è preoccupato della parte infrastrutturale, il privato si è preoccupato della parte alberghiera, trasformando le stalle in albergo. Un piccolo comune deve concentrarsi su un unico progetto: quindi abbiamo canalizzato tutti i finanziamenti che ci sono capitati in questi anni su quell’unico progetto. A Castel del Giudice mancava non solo la ricettività, ma anche la attrattività. Borgo Tufi è un albergo diffuso di 33 camere e due ristoranti, è anche centro convegni, ci hanno finanziato un ampliamento della sala formazione per realizzare la biblioteca chiamata “Casa della conoscenza”. E, su tutto, intendiamo farlo diventare un laboratorio per start-up, a cui i giovani possano rivolgersi per mettere le loro attività.

Sì, ma non avete più la scuola però, perché ci avete fatto la RSA.
È vero, ma la Cooperativa di comunità fa servizio navetta e li portiamo ad Ateleta, però abbiamo aperto il doposcuola in un immobile che ci hanno donato e con un finanziamento del PON legalità. Il doposcuola è un presidio per tutti.

Ma, a parte il figlio del signore anziano, lei un’opposizione l’ha avuta? Perché sembra tutto rose e fiori…
Guardi, non nascondo che la mia professione mi agevola molto: bilanci, questioni fiscali, consapevolezza degli aspetti amministrativi. Sì, certo, minoranza ne ho avuta, anche molto forte, che poi però ha preso coscienza di quello che stavamo facendo. Le racconto un altro episodio: nei piccoli comuni quando viene eletto il sindaco si usa che si vada a “portare gli auguri”. Quando sono stato eletto, nel 1999, da me venne un anziano del paese, mi fece gli auguri e mi disse “sindaco, si ricordi che in questo paese per una persona che vuole fare qualcosa ce ne sono tre che non gliela vogliono far fare”. Oggi avverto nei ragazzi e nelle ragazze di Castel del Giudice una forte consapevolezza che le cose invece possono essere fatte e che farle sia l’unica strada che tutti abbiamo.

La Comunità energetica degli Elfi

La Comunità energetica degli Elfi.
Seconda puntata del format del sabato di VITA “Piccoli comuni, grandi sindaci”. Dopo Biccari, oggi ci fermiamo a Roseto Valfortore, piccolo comune nella Daunia pugliese. Si tratta di interviste ai “grandi sindaci” dei “piccoli comuni” , uomini e donne che si confrontano quotidianamente con mille difficoltà e poche risorse anche umane e nonostante questo hanno scelto di costruire una prospettiva per i concittadini di oggi e di domani, investendo energie nella «grande impresa» del governo dei piccoli comuni.

Lucilla Parisi
Lucilla Parisi

Roseto Valfortore è uno dei Borghi più belli d’Italia, un Comune virtuoso, un Borgo storico e un Piccolo Comune del Welcome. E ora è anche “Capitale del Natale” della Puglia. Ma il viaggio per raggiungerla ti dà la misura viva di cosa significhi “area interna”. Tracciato sinuoso, strade sconnesse, aria tersa e silenzio per qualche chilometro. Poi il centro abitato, l’odore di camino che vince i finestrini dell’auto, il freddo pungente, il signore che ti indica dove sta il comune.
Lucilla Parisi è una donna calma, energica ma calma, con un sorriso che si apre e ti abbraccia. E’ il punto di riferimento da una vita dei rosetani, li conosce ad uno ad uno. Vive qui da sempre, da quando suo papà ci si è trasferito. E’ qui che Lucilla è cresciuta ed ha cresciuto, oltre alla sua comunità, anche la sua famiglia, marito e due figli.

Sindaca Parisi… (interrompe subito)
Quando ho cominciato ero “sindaco”, al maschile, poi c’è stata l’evoluzione della specie umana (ridiamo…). Sono stata sindaco per molti anni, ho cominciato nel 2010 e ho fatto i primi due mandati. Non c’era ancora la legge del terzo mandato e dal 2016 ho fatto il vicesindaco per circa due anni: quando poi è caduta l’amministrazione sono stata consigliere di minoranza e nel 2017 sono stata eletta sindaco. Nel 2022 di nuovo.

Quindici anni di sindacatura e di impegno per Roseto Valfortore…
Molti di più: sono stata sindaco per tre volte, quattro con questo mandato. Ma il mio impegno politico risale all’adolescenza, ero una militante del Partico socialista, ho seguito la scia di mio padre. Su cinque figlie femmine, io sono stata l’unica che si è appassionata alla politica. Quando è venuto qui a Roseto Valfortore negli anni sessanta, papà ha fondato la sezione del Partito Socialista. Io sono praticamente cresciuta nella sezione del Partito Socialista, ho fatto la prima tessera a 18 anni e poi sono stata anche segretaria del partito a 25 anni.

Quindi non siete rosetani?
Papà e mamma sono di San Bartolomeo in Galdo, sempre nel Fortore ma in Campania. Papà era il direttore dell’ufficio postale di Roseto Valfortore, dunque per forza di cose si è trasferito qui. Noi siamo tutte nate e cresciute qui, ci siamo allontanate per motivi di studio. Poi io ho scelto di tornare nel mio paese e le altre sorelle hanno scelto un’altra strada.

Insomma, “migranti economici” si direbbe oggi però su una striscia di terra che divide il Fortore tra Puglia e Campania e tutto sommato per raggiungere un lavoro di prestigio 
A Roseto abbiamo avuto un’infanzia felice come penso l’abbiano avuta molti figli di genitori come i miei. Era l’Italia in cui si lavorava quanto più possibile per garantire ai figli di crescere nel benessere, erano gli anni sessanta della classe media italiana, un ceto sociale che andava crescendo economicamente. Da papà ho avuto stimoli culturali e politici, ho continuato sull’impronta che lui politicamente mi ha dato, che ho vissuto nella piccola comunità “sana” e che oggi mi sento ancora nel dna. Io mi sento ancora una “socialista pura” e non mi rivedo in nessuno dei partiti politici di oggi.

In particolare oggi, forse, in cui disintermediazione e svuotamento dei corpi intermedi minano un po’ la coesione sociale…
Io sono sempre stata molto legata alle fasce deboli, mio padre mi ha insegnato a guardarle con rispetto e con senso di “tutela”. Ripeto, io oggi non mi sento davvero rappresentata da nessun partito, ho sempre sperato che venisse fuori qualche partito collocato più “al centro”, spostato verso valori centristi, ma non ci siamo ancora.

Ci parla di questa Roseto Valfortore attraverso questi venti anni? Lei ha vissuto uno spaccato importante: dai racconti di suo padre, direttore dell’ufficio postale che misurava il termometro sociale del paese, al suo sguardo di sindaco e di amministratore…
Nei piccoli comuni, non solo a Roseto Valfortore, per fortuna c’è qualcosa di immutato: i valori e la possibilità ancora di parlare di tenuta della comunità. I piccoli ancora resistono alla disgregazione sociale e dei valori educativi, che è il mio più grande timore. Io ho cercato, in questi anni, innanzitutto di preservare i valori positivi della vita di comunità che mi sono stati trasmessi dai miei nonni e dai miei genitori proprio per non disperdere i legami sociali che sono il nostro punto di riferimento.

Chi legge, però, potrebbe immaginare che sia l’isola che non c’è, un paesino frizzato in una bella favola, invece Roseto è molto proiettata nel presente e nel futuro…
Ovviamente sì. Però abbiamo cercato di fare innovazione conservando la tradizione. Roseto è molto cresciuta sotto l’aspetto turistico e ambientale, che poi secondo me è anche la vera potenzialità dei comuni delle aree interne. Abbiamo lavorato molto, in questi anni, per rigenerare il nostro territorio puntando alle tradizioni anche naturalistiche e a ciò che hanno costruito i nostri padri, soprattutto per attirare le nuove generazioni, i giovani figli di nostri emigrati.

Innanzitutto i mulini, si riferisce a quelli?
Anche a quelli, sono contenta che lei li citi. Il paesaggio rosetano è pieno di antichi mulini ad acqua, che sorgevano proprio a ridosso delle diverse sorgenti e dei numerosi corsi d’acqua. Il più antico risale al 1338, molti altri sono rimasti in funzione fino al secolo scorso.
Verso la valle del Fortore ce ne sono due di epoca ottocentesca e che sono stati in funzione fino agli anni ’50 del secolo scorso: quello “a monte”, invece, lo abbiamo recuperato ed è diventato un monumento all’archeologia industriale e ospita il Museo di Arte Antica. Nelle antiche vasche di raccolta delle acque abbiamo realizzato delle piscine che d’estate sono meta turistica. Stiamo anche sviluppando un progetto di valorizzazione del secondo mulino, in modo da creare un vero e proprio parco dei mulini.

E questo basta a far fermare i più giovani?
No, non basta, ma è già un passo oltre. I giovani oggi vengono o ritornano perché trovano possibilità che fino a negli anni duemila non avevano: ritrovano le proprie radici. Sui servizi dobbiamo ancora crescere, però già con la “Casa della Salute” garantiamo un presidio importante. Manca ancora il potenziamento delle scuole perché le famiglie pensano ai figli, al loro futuro e a Roseto abbiamo solo un istituto comprensivo, quindi fino alla secondaria. Ma nel complesso la comunità è cresciuta, abbiamo una bella popolazione giovanile e stiamo facendo di tutto pur di invogliarli a restare. Abbiamo costituito la Cooperativa di comunità, una pro-loco molto attiva, tante associazioni intraprendenti e la Consulta degli anziani che “custodisce” tutti. Non guadagniamo ancora sullo spopolamento, ma sicuramente lo stiamo frenando.

Roseto è anche comunità energetica, un buon risultato…
Una piccola comunità è perfetta per la creazione di una Comunità Energetica. È un modello di sviluppo innovativo e virtuoso delle fonti rinnovabili. Nel 2021 è nata ufficialmente la comunità energetica composta da cittadini produttori e consumatori che potrà aumentare annualmente la quota di energia rinnovabile prodotta e/o consumata, portandola entro tre anni al 100% o più del totale.
Ma la storia di questa iniziativa parte circa 10 anni fa con due turbine eoliche e una nuova forma di società energetica, in parte pubblica e in parte privata. Il piccolo parco eolico, inaugurato nel 2012 e ancora funzionante, è stato l’inizio di questo percorso. Il nuovo progetto prevede quattro fasi.La fase uno, già avviata, consiste nella trasformazione di edifici residenziali e vecchi opifici da consumer a prosumer e nell’installazione di pannelli fotovoltaici da parte di ogni persona della comunità. L’autoconsumo da fonti rinnovabili arriva al 35%.
Nella fase due verranno installati più smart meter e nano grid (sensori intelligenti e piccoli sistemi di alimentazione elettrica) per raggiungere l’autoconsumo del 75%. Nella fase tre verranno realizzati impianti comunitari per raggiungere un consumo energetico del 100%, destinando l’eventuale eccedenza di energia alla vendita. La fase quattro prevede l’estensione della comunità energetica a tutto il territorio circostante.
Ma tutto questo diventa quasi inutile se non rafforziamo le strade di comunicazione, perché se è vero che il digital divide si supera con il miglioramento delle infrastrutture di rete, paradossalmente la scarsissima attenzione ai collegamenti stradali sta rischiando di farci rimanere isolati.

Roma, sala conferenze di palazzo Theodoli-Bianchelli, Lucilla Parisi al dibattito sul tema “Autonomia e indipendenza energetica: la sfida in campo”
Roma, sala conferenze di palazzo Theodoli-Bianchelli, Lucilla Parisi al dibattito sul tema “Autonomia e indipendenza energetica: la sfida in campo”
 

E con queste condizioni di collegamento come sta andando, allora, il “Villaggio degli Elfi”, progetto che punta a fare di Roseto la piccola capitale del Natale della Puglia?
Per fortuna bene, l’inaugurazione ci fa ben sperare. Questo progetto, come i mulini e la comunità energetica, arriva da lontano. Nel 2017 abbiamo iniziato con il boschetto, qualche luminaria e il presepe con le sagome di compensato. Poi la pandemia ci ha bloccato e davvero abbiamo pensato di non riuscire a riprendere. Quest’anno, però, dopo l’estate mi ci sono messa di punta e devo dire che tutta la comunità rosetana ha voluto e lavorato alla “Casa degli Elfi”: famiglie, associazioni, cooperative, la cooperativa di comunità, la pro-loco, la protezione civile, l’associazione calcio, le scuole, la banda e le majorettes del paese, tutti hanno creduto a questo sogno che adesso sta attirando visitatori da tutta la Puglia e da tutta Italia.

Ma si tratta di un vero villaggio, fatto di persone?
Esatto, la casa degli Elfi è abitata da bambini e bambine che preparano i regali che Babbo Natale distribuirà, c’è mamma elfo che insegna nel laboratorio di cucina i piatti della tradizione rosetana, così chi arriva può immergersi totalmente nella nostra storia. Ci sono laboratori anche di intreccio di vimini, di falegnameria. Tutta Roseto è coinvolta, ogni angolo, ogni vicolo: c’è un percorso di luce che parte dalla casa degli elfi e si estende in tutto il centro. E poi c’è il nostro orgoglio: il “forno di comunità” della nostra Cooperativa di comunità che è stato acceso il tre dicembre e che si spegnerà solo il ventuno gennaio, primo sabato dopo la festa di Sant’Antonio Abate allorché festeggeremo l’entrata del carnevale.

Allora fra un paio di anni ci rivedremo a Roseto Valfortore capitale del Natale della Puglia dove la Casa degli Elfi sarà illuminata grazie alla comunità energetica e babbo Natale sarà nigeriano?
Sì, sfida accettata!