Una curva gettata alle spalle del tempo

Una curva gettata alle spalle del tempo.

Una curva gettata alle spalle del tempo: è il titolo di un’opera d’arte che suona come un refrain lungo tutto il tortuoso percorso che, dal mare, sale sale sale sale a perdita d’occhio fino a Castel di Lucio, piccolo comune in provincia di Messina, dove il sindaco Giuseppe Nobile (nella foto di copertina, maglioncino porpora) ci aspetta per l’intervista. Il cielo è di un azzurro assoluto a pelle di tamburo, la sua intensità aumenta ad ogni sosta lungo la Fiumara d’arteuno dei parchi d’arte a cielo aperto più grandi d’Europa che mica ti aspetti di trovare qui, in un cuneo di territorio tra Palermo, Messina ed Enna. Scendiamo dall’auto, a sinistra il parco giochi che dà su tutta la vallata, l’occhio corre in fuga dal verde-marrone intenso all’azzurro morbido del mare: una curva gettata alle spalle del tempo…una curva gettata alle spalle del tempo…Il sindaco ci chiama, ci giriamo, ci sta venendo incontro, siamo distolti dalla riflessione verde-azzurra.
Nobile ha lo sguardo acuto, è sempre sorridente, ha precisione linguistica ma indugia nella battuta in siciliano che pronunciato da loro ha sempre una musicalità inimitabile. Cominciamo a parlare percorrendo i vicoli di Castel di Lucio, visitiamo la biblioteca, la chiesa, il museo…

Sindaco Nobile, questo è il suo primo mandato, ma dalla Sicilia all’Ucraina di strada ne ha percorsa…
Sì, una bella strada insieme alla mia comunità. Ci tengo molto a dire che prima della elezione a sindaco sono stato per dieci anni presidente del Consiglio comunale. Il mio impegno per la mia comunità di origine parte da lontano, prima con l’associazionismo, poi una parentesi tra il 1998 e il 2001 in Giunta comunale come assessore alla cultura, turismo e spettacolo. Dal 2018, il primo mandato di sindaco che adesso sta scadendo.

E si ricandiderà?
Dopo una fase di riflessione, insieme al gruppo politico che mi sostiene abbiamo deciso di proseguire soprattutto perché c’è la volontà di portare a compimento tutto quanto iniziato nel primo mandato. Devo dire grazie a mia moglie e ai miei figli per avermi accompagnato nella scelta e per non avermi mai fatto pesare in questi anni la lontananza da casa tra giunte, consigli e incontri. Tenga conto che Castel di Lucio, dove sono sindaco, è il mio comune di origine, però vivo con la mia famiglia a Santo Stefano di Camastra, che invece è il comune di nascita di mia moglie, e lavoro a Palermo dove ho lo studio da avvocato. E devo dire grazie anche alla mia comunità che mi ha sostenuto apprezzando la presenza che ho dedicato al mio Comune, che è stata sicuramente tanta e assidua. Vede, la fine del mandato è un bel momento di riflessione sia per il sindaco che per il suo gruppo di maggioranza perché la politica è innanzitutto responsabilità.

Famiglia Nobile, Comunione
La famiglia Nobile alla prima Comunione dell’ultimogenita

Prima parlava di progetti cominciati in questi anni, ce li racconta?
Sono tanti, i progetti che abbiamo cantierato, soprattutto con i fondi Pnrr: attrattività dei borghi, inclusione sociale, infrastrutture sociali, l’acquisizione dei beni del centro storico, la biblioteca. Per un piccolo comune come Castel di Lucio significa cambiare volto e cambiare futuro. Molti di questi progetti sono in rete con altri Comuni, sono stati pensati e condivisi con altri colleghi sindaci. Ad esempio, il progetto presentato al bando attrattività dei borghi è stato fatto in aggregazione con i comuni di Pettineo e Motta d’Affermo. Il progetto di accoglienza SAI è in estensione con il Comune di Tusa. Il progetto Hospitis, grazie all’adesione all’Associazione Borghi Autentici, coinvolge i comuni di Castelbuono, San Mauro Castelverde e Tusa. Abbiamo poi una serie di bandi Pnrr e una serie di progetti per i quali attendiamo gli esiti: è stato, ed è tuttora, un grande lavoro di squadra con amministratori, presidente del consiglio e consiglieri comunali, e soprattutto con i dipendenti comunali che con le loro competenze hanno contribuito tanto al raggiungimento dei risultati (per gli altri progetti, vedi grafica, sotto). Abbiamo, nel frattempo, aderito all’Unione dei Comuni Costa Alesina. E poi c’è stato un “progetto interno”, lungo questi anni, che è stato quello di aprire a tutti le porte di un Comune che forse era ancora chiuso in sé stesso. Ci siamo impegnati soprattutto nell’ascolto di tutti i bisogni dei castelluccesi.

Un Comune addirittura chiuso?
Abbiamo dato spazio e attenzione alle associazioni locali. Abbiamo avuto in comodato gratuito l’edificio delle Suore Francescane del Cuore Immacolato di Maria e messo a disposizione i locali per una scuola di karate e ad una associazione che conserva la tradizione del ricamo e della tessitura (“Il filo di Arianna”, ndr). Abbiamo rafforzato la collaborazione con tutte le attività della parrocchia e i giovani dell’Azione Cattolica che animano molto la comunità, soprattutto in occasione del Natale e delle altre festività. E poi siamo riusciti a far nascere un gruppo di Protezione civile grazie ad alcuni giovani che abbiamo sostenuto per il riconoscimento a livello regionale e ad avere in comodato il modulo di intervento anti incendio. Tenga conto che i Vigili del Fuoco più vicini sono a Mistretta, un’ora di auto, il 118 e l’ospedale idem. Castel di Lucio è entroterra, è isolata, distante da tutto, anche da comuni limitrofi.

Sì, in effetti geograficamente è proprio un triangolo…
È un territorio marginale, un angolo in cui si incrociano tre province: distiamo 180 km da Messina, 120 km da Palermo e 100 km da Enna ma di strada tutta interna.

Beh, allora impossibile restare a casa, nel 2023: non si interrompe una storia così lunga…
Sì, ha ragione, impossibile, anche se le sembrerà incredibile ma la pressione che si vive nelle piccole comunità è forte, in particolare in tema di “servizi”, che in molti casi vengono prima della cultura e della politica. A Castel di Lucio finalmente abbiamo un Museo civico, che è l’unica cosa laica che puoi vedere, ma è stato difficile farlo “entrare” nella comunità.

Potrebbe essere però una preminenza di bisogni primari che non consente di dedicarsi ad altro…
A Castel di Lucio paghiamo in media 100 euro di acqua all’anno, diamo il rimborso spese di viaggio al 100% a tutti gli studenti delle superiori che vanno a scuola fuori, assicuriamo agli anziani il pasto caldo ed altri servizi di assistenza, grazie alla nostra cucina comunale, che è una vera e propria eccellenza e rifornisce anche le mense scolastiche. Abbiamo insomma tutta una serie di servizi che aiutano e sostengono. Adesso stiamo progettando di attivare una cooperativa di comunità per l’accoglienza turistica.

Spopolamento?
Dopo anni di inverno demografico, per la prima volta nel 2022 abbiamo un saldo migratorio di più 40, grazie ai nuovi cittadini provenienti dall’Argentina e grazie alle persone migranti del progetto del Sistema Accoglienza Integrazione-Sai. È la prima volta che a Castel di Lucio si incontrano per strada persone che non si conoscono! Ed è cresciuta anche la domanda di case da affittare. Certo, adesso dobbiamo trasformare questi arrivi in residenti, ma è anche per questo che abbiamo deciso di continuare a lavorare.

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Sindaci, mozione 8 marzo

Sindaci, mozione 8 marzo.

15 agosto 2021 e 16 settembre 2022, il ritiro delle truppe americane da Kabul e il conseguente ritorno al potere dei talebani, due date cruciali che hanno determinato uno stravolgimento del panorama internazionale globale e hanno segnato e continuano a segnare la storia di due Paesi, l’Afghanistan e l’Iran, e con loro la vita e le sorti di intere generazioni di donne, ragazzi e bambini.
Il regime segregazionista talebano ha imposto una serie di divieti che di fatto annullano qualsiasi possibilità di vita fuori dalle mura domestiche per le donne e le bambine afghane. Tra i divieti più odiosi, solo per citarne alcuni, ci sono il divieto assoluto di lavorare e di svolgere professioni, il divieto assoluto di uscire di casa se non accompagnate da un mahram, il divieto di studiare in scuole, università o altre istituzioni educative, l’obbligo di indossare il Burqa, le frustate per quelle donne che non vestono secondo le regole imposte dai talebani, la lapidazione pubblica per le donne accusate di avere relazioni sessuali al di fuori del matrimonio, il divieto di uso di cosmetici, il divieto di praticare sport o di entrare in un centro sportivo o in un club, la modifica di tutti i nomi di luogo inclusa la parola «donna».

La reazione italiana si fa sentire forte e parte dai territori e dalle comunità. In una lettera ai sindaci e alle sindache d’Italia, con il supporto e la collaborazione delle assessore e degli assessori alle Pari Opportunità dei comuni capoluogo, l’Associazione nazionale dei comuni italiani-Anci dedica, infatti, l’8 marzo alla condizione femminile in Afghanistan e Iran, esprimendo ferma condanna, solidarietà e vicinanza alle donne afghane ed iraniane e promuovendo la campagna presso le Autorità nazionali ed internazionali e una ferma presa di posizione contro l’operato dei governi talebano e afghano affinché cessino tutte le violenze.
Nella lettera, la Vicepresidente di Anci e Delegata alle Pari opportunità, Maria Terranova, sindaca di Termini Imerese, in provincia di Palermo, invita i sindaci ad adottare una Mozione, appositamente preparata, per denunciare «La condizione delle popolazioni e, maggiormente, delle donne afgane e iraniane alle quali i regimi hanno imposto una serie di divieti che di fatto annullano qualsiasi possibilità di vita fuori dalle mura domestiche, anche usando la repressione violenta sfociata in esecuzioni capitali», come si legge nel testo.

Donne Afghane
donne afghane al mercato (foto di lavocedinewyork.it)
 

Against – contro ogni forma di violenza perpetrata ai danni dei cittadini e delle cittadine in iran e afghanistan, questo il nome della Mozione, impegna i Comuni a promuovere iniziative di informazione sui diritti negati nei confronti delle donne, delle ragazze e delle bambine in Afghanistan e Iran, coinvolgendo tutti i soggetti attivi del territorio, in particolare i ragazzi delle scuole di ogni ordine e grado. Allo stesso tempo, li invita ad intraprendere iniziative di sensibilizzazione, e a prevedere nella serata dell’otto marzo l’illuminazione di un sito o di un monumento cittadino con un fascio luminoso di colore giallo.
«La mozione nasce da un confronto e da un’idea. Ci siamo confrontati in Anci, io come Delegata nazionale alle Pari opportunità e tutta la struttura Pari opportunità di Anci e abbiamo pensato di portare avanti questa iniziative per l’8 marzo che abbiamo presentato alla Commissione nazionale Pari opportunità e poi al Consiglio nazionale di Anci», ci dice la sindaca Terranova, che spiega: «Siamo partiti dalla considerazione che non si può parlare di donne e di empowerment femminile se poi in realtà non allunghiamo lo sguardo a cosa accade veramente a poca distanza da noi, come in Iran e in Afghanistan, in cui la figura delle donne viene sostanzialmente cancellata».

E se non sosteniamo la reazione che comunque c’è a questo regime barbaro totalitario…
Esatto. In Iran, dopo la morte di Masha Amini, la 22enne curdo-iraniana, avvenuta il 16 settembre scorso a seguito della detenzione in un centro della polizia morale in cui era stata rinchiusa per non aver indossato correttamente il velo, si sono susseguite manifestazioni e proteste con oltre 520 manifestanti uccisi negli scontri con la polizia, 19mila persone arrestate, esecuzioni e impiccagioni di giovani. Siamo partiti da qui per scrivere la Mozione che abbiamo condiviso con il Ministero degli affari esteri, la Ministra delle Pari opportunità, la invieremo al presidente del Senato Ignazio La Russa e al presidente della Camera dei Deputati Lorenzo Fontana, alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, alla presidente del Parlamento Europeo Roberta Metzola, alla presidente della Commissione UE Ursula Von der Leyen, affinché promuovano una moratoria tesa ad inserire gli autori di tali violenze nelle liste dei terroristi internazionali.

Ma perché partire dai sindaci?
Perché oggi il principale compito della “diplomazia delle città” è di promuovere valori universali partendo dalle comunità locali che sono chiamate ad interpretare un ruolo che va ben al di là dei confini del singolo comune. Il ruolo dei sindaci sta in questa difesa dei valori della democrazia che è in costante crescita: i sindaci sono stati e sono tuttora in prima linea nell’accoglienza, lo abbiamo visto nel caso dell’Ucraina, noi siamo stati i primi ad accogliere.

Basterà illuminare i monumenti di giallo? Dura solo una sera, sindaca…
Molti Comuni hanno aderito e stanno facendo attività e iniziative di sensibilizzazione con scuole e società civile (nella foto sotto, l’attività di sensibilizzazione avvenuta ieri nel Comune di Molinara, in provincia di Benevento, ndr). La manifestazione visiva della luce gialla deve avere un impatto forte, tangibile di una evidenza di un dramma.

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Molinara (Bn) – manifestazione per l’8 marzo nel progetto SAI con famiglie afghane per la Mozione Anci

Senza voler minimamente paragonare le due condizioni, ma se torniamo allo sguardo all’Italia, c’è un dato che preoccupa ed è la scarsa partecipazione alla vita politica attiva delle donne. Perché, secondo lei?
In Italia le sindache sono il 15%, solo nei piccoli comuni il numero cresce un pochino. Anche in Parlamento sono state elette meno donne all’ultima tornata, forse la prima flessione in vent’anni. Credo sia dovuto probabilmente al tipo di impegno che viene richiesto per un “servizio” quale quello di fare il sindaco: grandi sacrifici, una vita personale e professionale che viene messa sostanzialmente da parte, il fatto che il nostro paese sconti anche la carenza di servizi per l’infanzia, dei servizi educativi, insomma c’è un ritardo della rete territoriale di servizi che non è in grado di sostenerle e questo è un problema che riguarda anche l’occupazione femminile in genere. Per non parlare dei consultori, soppressi oppure svuotati da psicologi, ginecologi, assistenti sociali. Ho sollevato più volte il problema del ribilanciamento del rapporto tra sociale e sanitario. Il sociale corre, ma sembra che il sanitario non ci venga proprio dietro.

Ma non è anche un fatto culturale?
Anche. L’ho notato anche su di me: per alcuni ero o “troppo giovane” o “troppo donna”. Ho espresso proprio oggi il mio punto di vista anche alla Commissione antimafia e ho detto che lì dove c’è povertà minorile c’è povertà educativa che si trasforma nel terreno più fertile che ci sia per la criminalità organizzata. Non è un caso che Giovanni Falcone, Rocco Chinnici e Paolo Borsellino si rivolgessero sempre ai giovani. In questo, le mamme, le donne, hanno un ruolo che deve essere sostenuto, difeso, presidiato. In un luogo ad alta densità mafiosa devi opporre un luogo ad alta densità educativa.

Ma lei si sente mai sola?
Sì. Spesso sì. (si ferma, la voce si rompe) È un ruolo complicato. I sindaci sono “la frontiera”, siamo sottoposti alle richieste più impensabili. E spesso si deve dire di no. E quando devi dire di no e ci sono da prendere decisioni importanti che riguardano il futuro della tua città, lì la solitudine si avverte forte.

Da Sin Maria Terranova Vice Presidente Anci E Giovanna Guercio Presidente Nazionale Soroptimist 1000X750
Maria Terranova firma il Manifesto Soroptimist “La città (ecosostenibile) che vorrei: reinventare la città a misura di donna”
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L’unione energetica fa la forza

L’unione energetica fa la forza.
“Luogo di abbondante pesca”, questo il significato del nome Pessinetto, un piccolo comune nel torinese ai piedi del monte Oreasco e sulla sponda sinistra del fiume Stura di Lanzo, in Piemonte. Pessinetto deve molto a sant’Ignazio di Loyola, che si racconta sia apparso ad una contadina sulla cima del monte Bastia, dove oggi sorge l’omonimo Santuario costruito nel 1635. Ha origine nel 1289 questo piccolo paese dove viene costruita la Lanzo-Ceres, la prima ferrovia italiana ad alta tensione in corrente continua. In paese c’è di tutto: alimentari, farmacie, panetteria, macelleria. E tanto verde. Gianluca Togliatti ha 43 anni, è sposato con Barbara e insieme hanno due figli, Monica ed Elia. Geometra, ha lavorato fuori per un po’ di tempo ma poi ha sentito forte il desiderio di tornare ed impegnarsi per il suo piccolo paese. Non sta fermo un minuto, mentre parliamo, parla deciso e a raffica, ricorda tutto a memoria, risponde senza pause, è determinato ma sereno. Traspare gioia, quando racconta, mista ad un pizzico di orgoglio.

Sindaco Togliatti, lei è diventato “sindaco per forza”, ci racconta com’è andata?
(ride) Sono diventato sindaco nel giugno del 2009, è nato un po’ tutto per caso. Con alcuni amici di Pessinetto che avevamo deciso di candidarci ed io avevo dato la mia disponibilità come consigliere. Però dopo le prime riunioni che abbiamo fatto mi han detto che dovevo essere io il capolista, quell’anno! E così abbiamo messo in piedi una squadra e quell’anno abbiamo vinto le elezioni per la prima volta. Contro di noi, l’ex sindaco che era in carica da 35 anni!

Una monarchia assoluta…
Non pensavamo di farcela, a vincere, pensavamo a cinque anni di opposizione, invece i nostri compaesani ci hanno dato subito il mandato e da lì abbiamo iniziato a correre…

Erano stanchi, forse…
Erano stanchi, sì. Io sono quasi alla fine del mio terzo mandato e già dico che è giusto che ci sia il ricambio, che ci sia sempre nuova linfa ed è quello che ho cercato di fare proprio in questi anni: fare entrare i ragazzi giovani che volessero impegnarsi per il loro territorio. Vede, alla fine fare il sindaco in un piccolo paese è una missione, fai volontariato per il tuo paese. Non bisogna spaventarsi, bisogna solo mettere tanta buona volontà, studiare in continuazione, dedicarsi totalmente perché per farlo bene sottrai veramente tempo alla tua famiglia e al tuo lavoro.

Pessinetto ha 627 abitanti…
(mi interrompe subito…) Quando sono diventato sindaco eravamo 612! In questi ultimi anni si sono trasferite alcune famiglie che hanno comprato casa nel nostro piccolo comune e sono arrivate alcune famiglie numerose che hanno quattro o cinque ragazzi.

Una controtendenza!
A metà del mio primo mandato, nel 2014, con l’amministrazione del Comune di Mezzenile. Abbiamo fatto un ragionamento “di territorio”, mettendo insieme la primaria attivando anche un servizio integrativo per le famiglie il pomeriggio fino alle 17.00 grazie alla collaborazione con una cooperativa e con una retta annua per le famiglie di 125 euro, il resto lo mettono le amministrazioni comunali. E così sono arrivate negli ultimi sei anni due famiglie con cinque figli ciascuna. E da quest’anno si sono uniti anche i Comuni di Traves e di Ceres. In totale, adesso abbiamo circa 60 ragazzi e probabilmente riusciremo a garantire monoclassi su tutti gli anni. Tenga conto che noi garantiamo anche il servizio scuolabus, andiamo a prenderli a casa, con un rimborso minimo di 60 euro annui.

Insomma, un ottimo modo per superare le criticità di essere un piccolo comune di un’area interna…
Nonostante siamo solo a 50 km dalla città di Torino, abbiamo visto un calo demografico notevole e un forte spopolamento delle vallate che adesso un pochino sta rientrando. E poi avevamo il problema degli screening di base molto al di sotto della media: ad esempio, il tempo di attesa per le prime ecografie fatte a una neomamma era di tre settimane sopra la media nazionale e quindi per quello siamo rientrati nel 2012 nelle aree interne. Dal 2021 stiamo iniziando ad attuare tutte le iniziative della strategia: un servizio capillare di infermieri di comunità, di ostetriche di continuità, avvicinando dunque i servizi all’utenza debole ed abbassando il tasso di ospedalizzazione che era molto elevato per il territorio. Pensi che alcuni comuni delle testate di valle avevano il medico di base una volta a settimana per un’ora e che avevamo solo due pediatri su 19 comuni dell’area. E adesso all’interno del nosocomio di Lanzo nascerà anche l’ospedale di comunità. (vedi grafica sotto)

Elenco Finanziamenti Pessinetto (3)

Nonostante questo, però, chi sceglie di vivere in montagna oggi fa una scelta difficile…
Io qui ci sono tornato perché ci vivo, ci lavoro e ci sto bene, però chi sceglie di viverci sa che molti servizi sono molto carenti e soprattutto abbiamo problemi anche sulla viabilità. Pensi che per evitare che i nostri ragazzi viaggiassero mediamente cinque ore al giorno per frequentare l’istituto agrario abbiamo portato l’indirizzo di agraria nel nostro unico istituto secondario di secondo grado dove adesso realizzeremo una serra idroponica e stiamo chiudendo l’accordo con molte aziende agricole del territorio per i tirocini: con questa offerta, adesso abbiamo 38 iscritti, il che significa 38 famiglie che non fanno più salti mortali per farli studiare.

Il reddito medio di Pessinetto era di quasi 20mila euro nel 2020, poi la pandemia lo ha abbassato a circa 19mila: ma su cosa si basa?
C’è uno stabilimento che occupa 40 dipendenti, fanno lavorazioni di materiali similpelle e prodotti chimici lavorati…

Sindaco, ma una cosa del genere ha un impatto ambientale pazzesco!
Sono monitorati con istantaneamente dall’Arpa ed hanno fatto una scelta ecologica molto costosa: si sono dotati di un sistema di post combustione, che effettua un’ossidazione termica dei gas nocivi volatili contenenti carbonio. Grazie a questo processo le sostanze inquinanti subiscono una trasformazione che le rende totalmente innocue per l’ambiente e per le persone.

Collaborazione con il Terzo settore?
Alcune cooperative situate a fondovalle gestiscono capillarmente i servizi di supporto ai comuni.

Quante persone con disabilità, quanti percettori di reddito di cittadinanza e quante persone in fragilità psichica ha Pessinetto?
Tre persone con disabilità, sette persone che percepiscono al reddito. Il nostro socio assistenziale invece è una funzione delegata al Consorzio Intercomunale dei servizi Socio-Assistenziali (C.I.S.) del Ciriacese (17 comuni, ndr), prima lo gestivamo noi come comunità montana Poi una legge regionale del 2015 ci ha imposto di passare sopra i 40mila abitanti. Su segnalazione dei comuni si attivano percorsi concordati. C’è una riunione annuale in cui si riportano i risultati di queste prese in carico, anche quelli dei percettori del reddito, età media sopra i 50 anni. Le tre persone disabili invece hanno fatto diversi tirocini presso il comune di Pessinetto, una anche il servizio civile ed una ha anche trovato lavoro.

Festa degli alberi, organizzata ogni anno insieme al gruppo alpini di Pessinetto. Una giornata con le scuole sull’importanza di prendersi cura del pianeta
Festa degli alberi, organizzata ogni anno insieme al gruppo alpini di Pessinetto. Una giornata con le scuole sull’importanza di prendersi cura del pianeta

Ce l’ha un’opposizione?
Ho cercato di costruire un buon dialogo con tutti. I primi due anni mediamente una avevo una ventina di interrogazioni per ogni Consiglio, ma alla fine in un paese piccolo la differenza la fa la persona. L’età media del mio consiglio si è sempre più abbassata, negli anni. Ho tanti consiglieri ai quali ho dato la Costituzione…

Dato la Costituzione…Che vuol dire?
Ogni anno, il 2 giugno, io dò la Costituzione ai neo diciottenni del mio paese, li invito in comune e c’è una cerimonia molto semplice, ma formale.

Cosa chiede al suo futuro sindaco?
Io chiedo di amministrare con il cuore come un buon padre di famiglia cercando veramente di riflettere sul proprio mandato con lungimiranza.

Ci spiega come ha fatto Pessinetto a raggiungere una autonomia energetica?
Nel 2016 con il nostro Gruppo di azione locale-Gal abbiamo fatto una strategia sulla filiera legno-energia. E dall’anno 2021-2022 abbiamo convertito le vecchie caldaie a gasolio del comune e delle scuole con quelle a “cippato”, una biomassa legnosa. Non dipendiamo più da una multinazionale, adesso c’è un’impresa del territorio che ha vinto la gara per 10 anni per fornire calore da cippato. Su questo abbiamo creato con il Gal una economia circolare sul territorio: non solo sono stati creati posti di lavoro, ma invece di spendere 16 mila euro in gasolio ne abbiamo spesi solo 6.5mila. Anche con l’utilizzo del fotovoltaico, adesso municipio e scuole hanno autonomia energetica.

Ma quanto personale di ruolo ha, Pessinetto?
Quattro. Un impiegato, due cantonieri e arriverà una quarta persona.

L’isola della partecipazione

L’isola della partecipazione.
Tecnicamente Procida non è un “piccolo comune”, perché ha attualmente circa 10.500 abitanti. Ma è Procida, è un’isola, è la Capitale italiana della Cultura 2022 e da “piccola” ha parlato al mondo intero, in questo difficile 2022. “La cultura non isola”, dice il claim: terra che diventa luogo di esplorazione, sperimentazione e conoscenza, modello delle culture e metafora dell’uomo contemporaneo. Procida ha “vinto” perché ha mostrato di essere un modello di “capitale esemplare di dinamiche relazionali, di pratiche di inclusione nonché di cura dei beni culturali e naturali”. Dino Ambrosino, il “sindaco della capitale”, giacca e cravatta, nel suo studio siede tra le bandiere d’Italia e d’Europa, un ficus gigante. Alle spalle, che ci guarda dal muro, il Presidente Sergio Mattarella. Tutto molto istituzionale, mentre negli occhi abbiamo il caos creativo delle immagini di Procida di questo anno appena trascorso.

Sindaco, un anno intenso è dire poco…
Un anno straordinario…(gli occhi si accendono, ma restano composti)

Lei è al secondo mandato: nel 2015, quando è stato eletto per la prima volta, immaginava tutto questo?
Io vengo da lontano, nel senso che arrivo dalla militanza politica. Per 14 anni sono stato consigliere comunale di minoranza. Prima di candidarmi a sindaco facemmo le primarie, nonostante la mia candidatura fosse abbastanza nell’aria.

Scegliendo la strada della partecipazione…
Sì, fu un bel momento di partecipazione politica e civica. Io ero molto giovane, però tentammo la strada del coinvolgimento proprio per allargare il bacino di partecipazione dei nostri elettori. All’epoca chiaramente lo strumento delle primarie non aveva ancora mostrato tutte le criticità che poi sono venute fuori in un secondo momento.

Nasce “La Procida che vorrei”, anche se la sua provenienza è il Partito democratico…
Esatto, nasce la nostra lista civica e tenga presente che i due colleghi che avevano fatto le primarie con me poi si candidarono nella civica con me. Gli altri avevano una provenienza dal Movimento Cinque stelle, siamo stati antesignani nel rapporto tra Pd e Cinque stelle. Diciamo che su questo concetto della partecipazione abbiamo fondato molto nel nostro impegno e della nostra battaglia politica.

Un altro esempio di democrazia partecipata che non sia Procida capitale?
Quando abbiamo lanciato la nostra ipotesi di lavoro sul progetto “Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati-SPRAR”, come si chiamava all’epoca. Era il momento della campagna elettorale degli anni 2017-2018 in cui la Lega andava forte su questi argomenti dell’emergenza migranti e noi eravamo la prima piccola isola che provava ad avviare un percorso tra lo scetticismo di tanti cittadini molto sensibili al problema sicurezza. Noi lasciamo ancora le chiavi di casa appese al portone, quindi la paura era tantissima. Abbiamo iniziato, così, un percorso di partecipazione in cui abbiamo girato parrocchia per parrocchia, casa per casa quasi, spiegando che era un progetto rivolto all’accoglienza di famiglie, quindi con adulti e bambini, e soprattutto che con le proporzioni che avevamo stabilito, ovvero tre migranti ogni mille abitanti, non c’era nessun problema perché era un’ospitalità diffusa, senza nessun “casermone” con persone ghettizzate lasciate a sé stesse. Di tutto questo all’epoca si fece carico la Vicesindaco, Titta Lubrano.

Prima di essere “capitale”, Procida cosa era?
Era una Procida “dei quaranta giorni”, in cui il fenomeno del turismo era prevalentemente concentrato nel mese di agosto o al massimo negli ultimi giorni di luglio. Adesso l’isola è frequentata quasi tutti i mesi dell’anno, fin dal 2021.

E il tessuto sociale?
La comunità, bene o male, è sempre la stessa. Sono consapevole che c’è tanto lavoro da parte nostra sulla rete sociale, ma non penso che un amministratore possa mai determinare un cambiamento sostanziale, un cambiamento profondo dell’identità anche sociale del paese. Oggi proponiamo qualche servizio in più rispetto all’epoca, ma non penso che ci sia una grossa differenza sociale rispetto al 2015. C’è chiaramente un territorio diverso, perché noi alla fine tutte le risorse che abbiamo a disposizione cerchiamo di finalizzarle per migliorare il decoro urbano, però da un punto di vista sociale non credo che ci siano profonde diversità.

Lei ha istituito anche un assessorato alla comunicazione: questa attenzione all’esterno, alle relazioni, alla comunicazione, secondo lei ha avuto un peso nella selezione di Procida 2022?
La comunicazione è fondamentale. Al di là delle cose che fai, è importante costruire la visione condivisa del percorso che si sta facendo. Quindi alla fine soprattutto questi mezzi di comunicazione diretta, i social, hanno dato anche l’opportunità agli amministratori di comunicare direttamente con le proprie comunità e di rudurre “il distacco” tra chi governa e i cittadini. Qualche amministratore che ho incontrato in questi ultimi due anni ha sottolineato che la cosa più importante di questo percorso di Procida capitale sia stata proprio “la sfida comunicativa” che noi ci siamo assunti candidandoci, sottolineando che era una pazzia ma anche una straordinaria iniziativa. Era forte l’ambizione, la voglia di partecipare in un momento in cui “capitale della cultura” era comunque un’opportunità prevalentemente per i capoluoghi di provincia. Noi invece come piccola isola abbiamo partecipato e poi è venuto tutto il resto. Ci siamo candidati con l’ambizione di essere “capitale”.

Sagra Del Mare

Ma qual è stato il “momento x”, ci racconta proprio l’attimo in cui per la prima volta avete pronunciato la frase “candidiamoci a Procida capitale della cultura 2022”?
La prima ispiratrice è stata l’onorevole Luisa Bossa, sindaca di Ercolano poi consigliera regionale e poi deputata, a lei va la primogenitura di Procida capitale. La sua città aveva partecipato più volte e, quasi scherzando, mi disse, ricordo nell’autunno del 2019, “Guarda tu devi candidare Procida a capitale della cultura”, ma la cosa sembrava talmente assurda quando io ne parlavo all’interno della maggioranza…

Ma quindi lei ne aveva cominciato già a parlare molto tempo prima del 2020…
Sì, discutevamo con la maggioranza sullo scollamento che c’era stato anche con la nostra base dal punto di vista della partecipazione perché avevamo cominciato all’inizio del 2015 con grande entusiasmo e collaborazione di tutti. Poi però abbiamo notato questo progressivo distacco e ragionavamo su quale potesse essere un modo per suscitare di nuovo l’entusiasmo e riagganciare la partecipazione. Poi l’assessora Rossella Lauro un giorno è venuta con il bando in mano dicendomi “Beh, adesso ci dobbiamo candidare” ed è stata lei a presentare materialmente la candidatura a dicembre 2019. Nel mese di gennaio abbiamo capito che avevamo bisogno di un professionista che ci aiutasse e così arrivò Agostino Riitano, amico di Rossella.

E quando avete avuto la notizia…
E quando abbiamo avuto la notizia siamo esplosi! Eravamo in diretta perché eravamo tutti collegati per l’emergenza coronavirus. Eravamo nell’aula del consiglio comunale almeno una ventina di noi, infatti quando Dario Franceschini diede la notizia in diretta poi ci chiese se fossimo in piazza…Chiaramente abbiamo gioito in maniera genuina come una piccola comunità fa nel momento in cui raggiunge un risultato strepitoso, perché alla fine questo è oggettivamente un risultato strepitoso.

Qual è stato il suo primo pensiero, a parte la gioia, sindaco?
Io ho pianto, difficilmente lo faccio. Però avevo la consapevolezza che era una cosa straordinaria per Procida, per noi orgogliosi di questa terra, ma frustrati perché questa terra è sempre stata poco considerata dal resto del mondo. Alla fine era un motivo di grande riscatto, di grande orgoglio, il coronamento della soddisfazione di ogni amministratore. Per noi “piccoli” così è: noi abbiamo un forte senso di appartenenza l’isola proprio in virtù di questa tradizione marinaresca per cui siamo sempre lontani dall’isola e coltiviamo questa nostalgia della famiglia e del posto da cui veniamo. Ma poi alla fine noi avevamo sempre subìto un po’ la maggiore notorietà di Ischia e Capri. Siamo sempre stati nel cono d’ombra delle due maggiori, se andavamo fuori nessuno ci conosceva, dovevamo sempre spiegare che “Procida è vicino ad Ischia, vicino Capri”. Spesso giravano immagini a Procida spacciandole poi per i Campi Flegrei o per la Costiera Amalfitana, i miei concittadini contestavano l’amministrazione perché incapace di difendere l’immagine dell’isola che possa avere quelle Procida, oppure in caso di maltempo si diceva “interrotti i collegamenti marittimi con Ischia e Capri” e Procida non esisteva. Quando tu, piccolo comune e piccola isola, poi diventi “capitale italiana della cultura”, piangi perché ti rendi conto dell’importanza di questa cosa per una piccola comunità come la nostra.

Dopo l’abbraccio euforico, le è venuta un po’ di paura?
Sì, ho avuto paura perché ci aspettava un onere più grande di noi rispetto ad una piccola struttura amministrativa di un Comune in pre dissesto e quindi con limitazione su assunzioni e spese. Però con la grande collaborazione della Regione, della Città metropolitana, con la nostra buona volontà abbiamo creato uno staff capace di raggiungere risultati importanti. Pensi che noi abbiamo già materialmente pagato fornitori per oltre il 50%, a 7 mesi dall’inizio di capitale della cultura. Dei quattro milioni che abbiamo avuto attribuiti, ne abbiamo già spesi oltre la metà.

Istituzioni

Ma come ci siete riusciti con una piccola struttura amministrativa? Hanno lavorato tutti, a Procida?
Noi abbiamo dovuto seguire tutto il dossier previsto di eventi che in base a quel percorso di partecipazione proponeva degli appuntamenti curati da realtà locali e poi degli appuntamenti di realtà internazionali. Quindi tutti gli affidamenti di contenuti culturali sono stati rivolti verso queste realtà che aveva aderito a questo dossier fin dall’inizio, quindi in percentuale il 25% erano realtà del posto, il 75% erano realtà nazionali e internazionali. Per quanto riguarda gli affidamenti di servizi: quando si è trattato di piccole cose che potevano essere gestite sul posto, ad esempio il fioraio oppure la ditta di trasporto delle attrezzature, delle sedie, delle transenne, o piccole manutenzioni li abbiamo affidate ai locali; il service e l’amplificazione per tutto l’anno, la tipografia ci siamo rivolti a ditte napoletane, si tratta di organizzazioni che non ci sono nel piccolo comune.

Riesce a darci un primo feedback sul monitoraggio del risultato di questo anno in termini di crescita economica di Procida?
Abbiamo incaricato l’Università di Napoli di fare una ricerca e un monitoraggio di questo percorso di anno da capitale della cultura. Non abbiamo un registro con tutte le imprese, posso dire per sommi capi che in questo 2022 sono nate circa una cinquantina di strutture ricettive nuove. Quello che è oggettivo è il numero degli sbarchi di persone non residenti: nel 2019 ne registravamo intorno ai 250mila al giorno, quest’anno ne abbiamo registrati fino 650mila al giorno, quindi un aumento di 400mila sbarchi al giorno che chiaramente crea un’economia forte benché giornaliera. Però l’isola è stata sold out per tutto questo anno.

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Dino Ambrosino chi è, da dove viene?
Sono un procidano che come tutti gli isolani è particolarmente curioso e attento alle dinamiche della sua isola. Sono un pendolare, ho fatto il liceo scientifico a Lacco Ameno (Ischia, ndr), poi l’Università a Salerno. Poi il pendolare perché lavoravo a Ischia e poi adesso faccio il pendolare perché lavoro a Napoli. La stragrande maggioranza di noi isolani non trova sostentamento dell’isola e solo sull’isola: c’è una marea di pendolari per lavoro e poi la stragrande maggioranza di noi sono marittimi quindi non siamo abituati a lavorare sull’isola perché qui il lavoro non c’è. Mia sorella è andata via da Procida così come tanti della mia generazione che sono andati a cercare opportunità lavorative fuori.

E lei perché è rimasto?
Non me ne sono andato un po’ perché “sono cozza”, resto attaccato allo scoglio (ridiamo…), un altro po’ perché mi sono laureato e comunque abbastanza presto sono arrivati i miei figli, poi avevo questo percorso politico che mi appassionava e a 36 anni sono diventato sindaco. E inoltre anche per le cose di casa chiaramente, ho perso papà che avevo 17 anni. L’isola è luogo ideale per crescere i figli, qui i nostri figli possono restare in strada fino a tarda sera, possono godere il proprio territorio in modo abbastanza libero fanno i loro errori e sotto la videosorveglianza discreta di 22mila occhi che il giorno dopo riportano tutto quello che accade.

Figli

Cosa non è riuscito, in Procida capitale?
Forse non tutti gli appuntamenti sono stati frequentati quanto avrei voluto. Ma alla fine è difficile “rimproverarlo” alla comunità perché anche io non sono riuscito ad andare tutti gli appuntamenti. E comunque oggettivamente stiamo parlando di iniziative che non è che necessariamente devono coinvolgere e stimolare e vedere la partecipazione di tutti. Noi scontiamo il fatto che l’isola non è facilmente raggiungibile un appuntamento serale. Però voglio dire in percentuale è accaduto quello che probabilmente è accaduto anche altrove. La cultura non sempre riesce a coinvolgere proprio tutti.

Cosa resta di Procida capitale? Il primo gennaio 2023 da dove ricominciamo e verso cosa andiamo a Procida?
Ricominciamo da un’enorme nodosità dell’isola chiaramente continuerà. Rimane il fatto che ci sono stati degli stimoli che per tanti hanno significato ancora di più aprirsi a conoscere nuove cose e che siccome sono stati organizzate a casa nostra sono state conosciute dagli isolani. Rimane il fatto che abbiamo fatto passare il messaggio che quest’isola è un’isola che ha un potenziale grande, quindi un messaggio innanzitutto rivolto alla nostra comunità che deve avere maggiore consapevolezza della sua storia, della sua identità e del suo potenziale. Questo è molto importante perché più si conosce il proprio paese più lo si rispettata, più ciascuno dà il suo contributo per valorizzarlo. Qui a Procida il comportamento di ciascuno è dirimente: comportarsi in un modo piuttosto che in un altro produce dei risultati in termini di “bene comune”.

Tre cose dalle quali partire per la prossima capitale della cultura italiana.
L’organizzazione, la prima cosa. Noi l’abbiamo con la responsabilità del Comune e dei nostri dipendenti, ma con l’aiuto di assistenti amministrativi che ci ha fornito la Regione Campania. Mettere in strada i processi significa poi governare tutto il percorso in una maniera ordinata. Secondo, valorizzare quello che hai: noi abbiamo lavorato molto sul palazzo d’Avalos, un complesso è ex carcere del ‘500 che da troppi anni era abbandonato e che grazie a Procida capitale ha avuto un’occasione unica. Terzo, la partecipazione, la capacità di coinvolgere tutti.

Cosa chiederà al prossimo sindaco di Procida?
Grande rigore. Il nostro percorso è frutto di grandi sacrifici: a Procida abbiamo risanato una marea di debiti, circa 24milioni di euro.

Cosa c’è nel futuro di Dino Ambrosino?
Non c’è una velleità politica (ride). C’è il lavoro come c’è stato nel passato.

Il borgo che visse due volte

Il borgo che visse due volte.
Terzo appuntamento del format di VITA “Piccoli comuni, grandi Sindaci”. Dopo Gianfilippo Mignogna, sindaco di Biccari e Lucilla Parisi, sindaca di Roseto Valfortore, oggi con noi Lino Nicola Gentile, sindaco di Castel del Giudice, provincia di Isernia.
Continua anche a Natale il nostro viaggio nei piccoli comuni italiani, quelli dello spopolamento ma anche quelli del “controesodo”. Oggi siamo in uno di questi ultimi.

Castel del Giudice ha origini incerte e per lo più avvolte nel mistero. Manca totalmente il materiale cartaceo che documenti la sua storia. Questa assenza di reperti è dovuta principalmente ai numerosi terremoti che hanno distrutto nel tempo gli edifici del paese. Durante la seconda guerra mondiale, inoltre, il borgo molisano fu preso di mira dai tedeschi nel 1943, per la sua posizione strategico-militare. Fu quasi distrutto ma poi ricostruito, diventando esempio di sacrificio e affermazione di libertà e democrazia. Incontro Lino Nicola Gentile online, la puntata in Molise non mi riesce purtroppo, così mi sono dovuta destreggiare tra email ed sms per raggiungerlo perché lui non ha cellulare collegato a whatsapp, che per noi è pura mancanza di ossigeno. Ma lui, sorridente, si offre alla telecamera molto serenamente e per tutta l’intervista mi colpisce la sua assenza di distrazione dallo schermo, mai una volta che abbia guardato il cellulare o altrove, resta ben piantato nel nostro dialogo. Fermo.

Castel del Giudice è famoso come il paese che visse due volte perché è sopravvissuto alla distruzione tedesca del 1943. Sembra però che di rinascita ce ne sia un’altra, quella di questi ultimi anni: un piccolissimo comune che sta sopravvivendo allo spopolamento e alla scomparsa…
Castel del Giudice negli ultimi anni ha compiuto grandissimi passi in avanti, ha ragione. Le dico subito per esempio che siamo usciti ufficialmente dalla fascia dei “comuni marginali” perché abbiamo realizzato quasi il cento per cento dell’occupazione, quindi il reddito medio si è alzato, facendoci uscire dal range dei marginali.

Il cento per cento dell’occupazione?
Sì, l’obiettivo che ci siamo posti in questi anni è stato sicuramente quello di combattere lo spopolamento, ma anche di garantire il lavoro.
Se attrai nuovi abitanti, devi anche garantire loro una ottima qualità della vita, che parte dal lavoro. Noi chiudiamo il 2021 con un saldo positivo di abitanti, più 2,5%, ma sicuramente siamo riusciti anche a creare politiche di sviluppo concrete che hanno migliorato la qualità della vita dei cittadini e delle cittadine di Castel del Giudice. E lo abbiamo fatto valorizzando le “marginalità” che sono diventate elementi di forza e vantaggio competitivo che ha consentito sviluppo economico.

Questo da quanto tempo?
Io sono sindaco dal 1999, venivo da cinque anni di esperienza come consigliere comunale. Nel 1999 noi cominciamo a preoccuparci del nostro Comune che era sul punto di non ritorno, non avevamo neanche più il bar del paese, non avevamo l’alimentari, non avevamo più niente. Eravamo poco più di 300 abitanti nel 1999, ora siamo poco più di 350, ma abbiamo una qualità di vita migliore ed una età media migliore. Se non avessimo messo in campo le iniziative che abbiamo fatto in questi anni noi avremmo oggi massimo 150 abitanti. Abbiamo puntato sulla qualità della vita degli abitanti, più che sulla quantità. A parità di condizioni, dobbiamo far capire che vivere a Castel del Giudice conviene.

Lei mi sta dicendo che all’improvviso, nel comune più marginale del territorio più marginale d’Italia, un sindaco decide di mettere su due strutture sociosanitarie e tutto cambia come per magia? Sembra incredibile, deve ammetterlo…
È il “come” lo abbiamo fatto, ad essere la vera innovazione sociale: una public company, una società partecipata dal comune, da 25-30 cittadini e da quelli che io chiamo “imprenditori affettivi”. Gli “imprenditori affettivi” sono il rovescio della medaglia dell’emigrazione che ha depauperato i nostri territori, ma che ha consentito ai nostri compaesani di eccellere altrove e di trasformarsi in un “patrimonio relazionale” per tutti noi. Il primo “imprenditore affettivo” che abbiamo coinvolto peraltro non era neanche di Castel del Giudice ma di Capracotta, qui vicino, ed aveva un’azienda a Lainate, in provincia di Milano. Quando gli ho raccontato della RSA se ne è innamorato e ha deciso di investirci. Anzi, non solo ci ha aiutato con la RSA ma addirittura ha collocato qui da noi un segmento della sua azienda in cui lavorano adesso 35 ragazzi.

Ma come l’ha convinto?
Lui aveva grande voglia di dare una mano al suo territorio di origine, poi è stato convinto dall’idea di questi 25-30 cittadini che si stavano mettendo in gioco e poi, cosa non da poco, c’era un terzo attore: una Banca di Credito Cooperativo di Castel di Sangro che ci ha creduto e che ha concesso tassi e condizioni di interessi sostenibili ed etici, oltre alla facilità di concessione del credito, fermi restando i principi di restituzione ovviamente. Quando la RSA è partitaabbiamo acquisito quella “autorevolezza”, quella capacità di raggiungere un obiettivo a breve termine insieme alla “visione”.

Le persone hanno fretta di risultati, insomma…
Il tempo non è un alleato dei nostri territori, non possiamo più aspettare. A maggio 2000 abbiamo costituito la società partecipata da Comune, 25-30 cittadini e l’imprenditore affettivo, nel 2001 abbiamo aperto. Abbiamo fatto anche un piccolo prestito alla società attraverso un finanziamento partecipativo, assicurando ai cittadini che partecipavano una “restituzione” sul modello del “dopo di noi”: o con abbuono sulle rette scolastiche o sulle rette stesse della RSA.

Ha un pool di commercialisti ed esperti di finanza, sindaco?
Io sono un commercialista (sorride), quindi qualche strumento dovrei conoscerlo…

Lino Gentile Medaglia Al Merito Civile Al Comune Di Castel Del Giudice
Lino Nicola Gentile ritira la Medaglia al merito civile al Comune di Castel del Giudice

Dunque tutto parte da queste due strutture trasformate in RA e RSA, con un’occupazione di circa venti dipendenti e una società partecipata a tre gambe…
Devo aggiungere una cosa che mi sta molto a cuore. Noi non abbiamo mai fatto alcuna distinzione se i lavoratori erano o no abitanti di Castel del Giudice. Da qualche tempo invece ci stiamo ponendo attenzione. Di recente, ad esempio, è entrata a lavorare nella RSA la terza infermiera venezuelana, arrivata con un corridoio umanitario. Oggi dunque sono quattro le famiglie venezuelane che vivono stabilmente a Castel del Giudice, di cui tre sono famiglie di lavoratori e lavoratrici della RSA, stiamo facendo il riconoscimento giuridico con le norme Covid sugli operatori sanitari. Dopo la RSA, però, non ci siamo fermati: c’è Melise, c’è Maltolento, c’è Borgo Tufi.

Sindaco, ma così spoilera tutto…
Mi piace questa idea di raccontare proprio tutto com’è nato, alle volte si vedono solo i singoli pezzi, mentre la storia è unica.

Va bene, perdonato! Melise è il progetto dell’azienda agricola sulle mele, giusto?
Avevamo terreni abbandonati ed esposti al rischio idrogeologico: un imprenditore di Monselice, in provincia di Padova, cercava terreni vocati ad agricoltura biologica di mele e gli era stato detto “vai a Castel del Giudice, se bussi qualcuno ti risponde”. E infatti abbiamo risposto.

Sindaco, ma non è che se io sono di Padova e ho da investire in mele, guarda caso il primo passante mi suggerisce il nome di Castel del Giudice…come ci arrivo da voi?
Lui era in Molise alla ricerca di territori fertili e qualcuno gli ha indicato Castel del Giudice perché sapeva che noi avevamo nel Dna la facilitazione e l’atterraggio di progetti di sviluppo e di nuova economia. Il sindaco è l’unico attivatore di sviluppo locale nel proprio territorio. Non abbiamo soggetti intermedi, non abbiamo neanche la forza di una struttura comunale. Noi siamo soli, pur all’interno di una visione siamo da soli, non c’è qualcuno che ci indica la strada, lo sforzo che facciamo lo facciamo da soli, a mani nude.
Quando l’imprenditore delle mele è arrivato a Castel del Giudice e mi ha descritto la sua idea, era fine aprile. Noi non abbiamo molti terreni e io gli dissi che ad agosto sarebbero rientrati tutti i paesani che vivevano fuori, che avrei fatto un’indagine e che sicuramente avremmo “fatto nostra” la sua idea. Era una domenica, lui mi chiamò il mercoledì successivo dicendomi che aveva già comprato dodicimila piante. Lui mi disse “appena siamo pronti, anche se non abbiamo tutti i semafori verdi partiamo lo stesso”. Vede il nostro problema è che siamo abituati a parlare per intere generazioni di una cosa e a non avere mai il coraggio di partire per farla, sporcandoci le mani e scendendo il campo. Ma il punto è che noi tempo di aspettare non ne abbiamo più. Europa, Pon, Psr, PNRR: per noi sono sempre “il sabato del villaggio”, sono la grande prospettiva che non arriva mai, una “attesa salvifica” che aspettiamo per tutta la vita. Ma il futuro non sta in questo, sta nel cuore oltre l’ostacolo…

Sta in quelle mele, insomma…
Esatto! L’impresa parte e nasce sul modello della prima, quella della RSA, ed è stato facilissimo: cittadini-imprenditori-banche. Settanta cittadini, si sono uniti anche quelli di paesi vicini, altri imprenditori affettivi e abbiamo ripetuto il modello, ma su 40 ettari di mele e da due anni produciamo anche orzo per la birra agricola.

E nasce un’altra impresa: Maltolento…
Sì. Anche qui, un altro imprenditore affettivo: il presidente della CNA di Torino che è originario di Castel del Giudice. Sempre a Torino conosciamo Nicola Rossi che stava frequentando un corso per diventare mastro birraio e che è di San Marco dei Cavoti, in provincia di Benevento, ma che oggi vive a Castel del Giudice. Il logo di Maltolento è stato creato a Torino, lo start-up ce lo garantisce un birrificio agricolo in provincia di Torino. Le relazioni sono una potenzialità straordinaria della “imprenditoria affettiva”, da soli non andremmo da nessuna parte. Ora stiamo sperimentando la produzione di luppolo, che si produce nelle zone più fredde d’Europa: Repubblica Ceca e Germania. A noi il freddo non manca e così abbiamo un nostro campo sperimentale. Produciamo anche zafferano e more, stiamo diventando un’azienda agricola multifunzionale.

Job placement?
Tra mele, malto e luppolo, in Melise, l’azienda agricola, lavorano dieci-dodici ragazzi autoctoni e due ragazzi del progetto SAI (Sistema di Accoglienza Integrazione), del quale siamo al secondo triennio di progetto. La birra agricola possiamo produrla perché la fa Melise.

Quindi: 30 lavoratori nella RSA, dieci-dodici nell’azienda agricola, sei-sette nel progetto SAI, 35 nell’azienda dell’imprenditore affettivo. Un centinaio di posti di lavoro su 350 abitanti è davvero “disoccupazione zero”…
Sì, disoccupazione zero. A Castel del Giudice è disoccupato solo chi vuole esserlo.

Malto Lento Birrificio Agricolo Emanuele Scocchera
Presentazione della birra agricola di Maltolento
 

E poi c’è Borgo Tufi…
Borgo Tufi è l’investimento più imponente di Castel del Giudice. E anche quello più “iconico”.

L’ho visto…Quanti soldi sono stati investiti?
Molti. Ad oggi, dieci milioni di euro di investimento e sono in corso lavori per altri cinque milioni. Siamo tra pubblico e privato. Anche qui abbiamo messo insieme: marginalità, debolezza, abbandono dell’uso delle stalle del paese. Castel del Giudice aveva la caratteristica di avere le stalle concentrate su una parte del paese, adiacente al centro. Erano cinquanta stalle utilizzate in modo marginale, ma che rappresentavano un elemento di forte autenticità di Castel del Giudice. Abbiamo subito pensato di rigenerarlo in una struttura ricettiva, un albergo diffuso.

E arriva un altro imprenditore affettivo…
(ride) No no, qui arriva da uno strumento che dà soluzione alle problematiche tipiche delle aree interne, tipiche delle aree appenniniche: la frammentazione e il disordine fondiario. Ogni stalla era iperfrazionata nella proprietà: non c’erano successioni, accatastamenti non fatti, immobili che non si trovavano. Abbiamo applicato l’articolo 120 del Testo Unico degli Enti Locali-TUEL, che prevede le società di trasformazione urbana: i Comuni possono costituire con i privati, scelti con bando pubblico, società che hanno per oggetto sociale la rigenerazione di pezzi del proprio territorio. E così abbiamo fatto. Comune e due soci qualificati: l’imprenditore affettivo storico e poi una impresa di costruzioni di Castel di Sangro. La società l’abbiamo costituita nel 2003, abbiamo aperto al pubblico nel 2017: lei immagini trasformare le stalle in un albergo! Immagini le pratiche amministrative, le varianti d’uso, le progettazioni…

E i proprietari delle stalle?
Li abbiamo chiamati a raccolta il giorno della inaugurazione della RSA per far capire loro che sul progetto del Borgo avremmo messo lo stesso identico impegno. Ma abbiamo chiesto se erano d’accordo: il 90% disse di sì, soprattutto gli anziani. Noi crediamo sempre che gli anziani siano “nemici” dell’innovazione. Invece per tanti anni sono stati i miei principali alleati. La spinta maggiore che ho avuto nella mia vita da sindaco è sempre arrivata dagli anziani. Le racconto questo episodio: c’era un anziano il cui figlio non era d’accordo sull’operazione Borgo Tufi. Ne hanno discusso a lungo, ma niente, il figlio era irremovibile. Quando, dopo tanto tempo, abbiamo raggiunto un accordo, il signore anziano si presentò al Comune per firmare con il vestito della festa, “lu giacchett”, per dare proprio la rappresentazione estetica del momento solenne, importante, in cui anche lui stava progettando il futuro della sua comunità.

Da dove sono arrivati i quindici milioni di euro per il Borgo?
Il Comune si è preoccupato della parte infrastrutturale, il privato si è preoccupato della parte alberghiera, trasformando le stalle in albergo. Un piccolo comune deve concentrarsi su un unico progetto: quindi abbiamo canalizzato tutti i finanziamenti che ci sono capitati in questi anni su quell’unico progetto. A Castel del Giudice mancava non solo la ricettività, ma anche la attrattività. Borgo Tufi è un albergo diffuso di 33 camere e due ristoranti, è anche centro convegni, ci hanno finanziato un ampliamento della sala formazione per realizzare la biblioteca chiamata “Casa della conoscenza”. E, su tutto, intendiamo farlo diventare un laboratorio per start-up, a cui i giovani possano rivolgersi per mettere le loro attività.

Sì, ma non avete più la scuola però, perché ci avete fatto la RSA.
È vero, ma la Cooperativa di comunità fa servizio navetta e li portiamo ad Ateleta, però abbiamo aperto il doposcuola in un immobile che ci hanno donato e con un finanziamento del PON legalità. Il doposcuola è un presidio per tutti.

Ma, a parte il figlio del signore anziano, lei un’opposizione l’ha avuta? Perché sembra tutto rose e fiori…
Guardi, non nascondo che la mia professione mi agevola molto: bilanci, questioni fiscali, consapevolezza degli aspetti amministrativi. Sì, certo, minoranza ne ho avuta, anche molto forte, che poi però ha preso coscienza di quello che stavamo facendo. Le racconto un altro episodio: nei piccoli comuni quando viene eletto il sindaco si usa che si vada a “portare gli auguri”. Quando sono stato eletto, nel 1999, da me venne un anziano del paese, mi fece gli auguri e mi disse “sindaco, si ricordi che in questo paese per una persona che vuole fare qualcosa ce ne sono tre che non gliela vogliono far fare”. Oggi avverto nei ragazzi e nelle ragazze di Castel del Giudice una forte consapevolezza che le cose invece possono essere fatte e che farle sia l’unica strada che tutti abbiamo.

La Comunità energetica degli Elfi

La Comunità energetica degli Elfi.
Seconda puntata del format del sabato di VITA “Piccoli comuni, grandi sindaci”. Dopo Biccari, oggi ci fermiamo a Roseto Valfortore, piccolo comune nella Daunia pugliese. Si tratta di interviste ai “grandi sindaci” dei “piccoli comuni” , uomini e donne che si confrontano quotidianamente con mille difficoltà e poche risorse anche umane e nonostante questo hanno scelto di costruire una prospettiva per i concittadini di oggi e di domani, investendo energie nella «grande impresa» del governo dei piccoli comuni.

Lucilla Parisi
Lucilla Parisi

Roseto Valfortore è uno dei Borghi più belli d’Italia, un Comune virtuoso, un Borgo storico e un Piccolo Comune del Welcome. E ora è anche “Capitale del Natale” della Puglia. Ma il viaggio per raggiungerla ti dà la misura viva di cosa significhi “area interna”. Tracciato sinuoso, strade sconnesse, aria tersa e silenzio per qualche chilometro. Poi il centro abitato, l’odore di camino che vince i finestrini dell’auto, il freddo pungente, il signore che ti indica dove sta il comune.
Lucilla Parisi è una donna calma, energica ma calma, con un sorriso che si apre e ti abbraccia. E’ il punto di riferimento da una vita dei rosetani, li conosce ad uno ad uno. Vive qui da sempre, da quando suo papà ci si è trasferito. E’ qui che Lucilla è cresciuta ed ha cresciuto, oltre alla sua comunità, anche la sua famiglia, marito e due figli.

Sindaca Parisi… (interrompe subito)
Quando ho cominciato ero “sindaco”, al maschile, poi c’è stata l’evoluzione della specie umana (ridiamo…). Sono stata sindaco per molti anni, ho cominciato nel 2010 e ho fatto i primi due mandati. Non c’era ancora la legge del terzo mandato e dal 2016 ho fatto il vicesindaco per circa due anni: quando poi è caduta l’amministrazione sono stata consigliere di minoranza e nel 2017 sono stata eletta sindaco. Nel 2022 di nuovo.

Quindici anni di sindacatura e di impegno per Roseto Valfortore…
Molti di più: sono stata sindaco per tre volte, quattro con questo mandato. Ma il mio impegno politico risale all’adolescenza, ero una militante del Partico socialista, ho seguito la scia di mio padre. Su cinque figlie femmine, io sono stata l’unica che si è appassionata alla politica. Quando è venuto qui a Roseto Valfortore negli anni sessanta, papà ha fondato la sezione del Partito Socialista. Io sono praticamente cresciuta nella sezione del Partito Socialista, ho fatto la prima tessera a 18 anni e poi sono stata anche segretaria del partito a 25 anni.

Quindi non siete rosetani?
Papà e mamma sono di San Bartolomeo in Galdo, sempre nel Fortore ma in Campania. Papà era il direttore dell’ufficio postale di Roseto Valfortore, dunque per forza di cose si è trasferito qui. Noi siamo tutte nate e cresciute qui, ci siamo allontanate per motivi di studio. Poi io ho scelto di tornare nel mio paese e le altre sorelle hanno scelto un’altra strada.

Insomma, “migranti economici” si direbbe oggi però su una striscia di terra che divide il Fortore tra Puglia e Campania e tutto sommato per raggiungere un lavoro di prestigio 
A Roseto abbiamo avuto un’infanzia felice come penso l’abbiano avuta molti figli di genitori come i miei. Era l’Italia in cui si lavorava quanto più possibile per garantire ai figli di crescere nel benessere, erano gli anni sessanta della classe media italiana, un ceto sociale che andava crescendo economicamente. Da papà ho avuto stimoli culturali e politici, ho continuato sull’impronta che lui politicamente mi ha dato, che ho vissuto nella piccola comunità “sana” e che oggi mi sento ancora nel dna. Io mi sento ancora una “socialista pura” e non mi rivedo in nessuno dei partiti politici di oggi.

In particolare oggi, forse, in cui disintermediazione e svuotamento dei corpi intermedi minano un po’ la coesione sociale…
Io sono sempre stata molto legata alle fasce deboli, mio padre mi ha insegnato a guardarle con rispetto e con senso di “tutela”. Ripeto, io oggi non mi sento davvero rappresentata da nessun partito, ho sempre sperato che venisse fuori qualche partito collocato più “al centro”, spostato verso valori centristi, ma non ci siamo ancora.

Ci parla di questa Roseto Valfortore attraverso questi venti anni? Lei ha vissuto uno spaccato importante: dai racconti di suo padre, direttore dell’ufficio postale che misurava il termometro sociale del paese, al suo sguardo di sindaco e di amministratore…
Nei piccoli comuni, non solo a Roseto Valfortore, per fortuna c’è qualcosa di immutato: i valori e la possibilità ancora di parlare di tenuta della comunità. I piccoli ancora resistono alla disgregazione sociale e dei valori educativi, che è il mio più grande timore. Io ho cercato, in questi anni, innanzitutto di preservare i valori positivi della vita di comunità che mi sono stati trasmessi dai miei nonni e dai miei genitori proprio per non disperdere i legami sociali che sono il nostro punto di riferimento.

Chi legge, però, potrebbe immaginare che sia l’isola che non c’è, un paesino frizzato in una bella favola, invece Roseto è molto proiettata nel presente e nel futuro…
Ovviamente sì. Però abbiamo cercato di fare innovazione conservando la tradizione. Roseto è molto cresciuta sotto l’aspetto turistico e ambientale, che poi secondo me è anche la vera potenzialità dei comuni delle aree interne. Abbiamo lavorato molto, in questi anni, per rigenerare il nostro territorio puntando alle tradizioni anche naturalistiche e a ciò che hanno costruito i nostri padri, soprattutto per attirare le nuove generazioni, i giovani figli di nostri emigrati.

Innanzitutto i mulini, si riferisce a quelli?
Anche a quelli, sono contenta che lei li citi. Il paesaggio rosetano è pieno di antichi mulini ad acqua, che sorgevano proprio a ridosso delle diverse sorgenti e dei numerosi corsi d’acqua. Il più antico risale al 1338, molti altri sono rimasti in funzione fino al secolo scorso.
Verso la valle del Fortore ce ne sono due di epoca ottocentesca e che sono stati in funzione fino agli anni ’50 del secolo scorso: quello “a monte”, invece, lo abbiamo recuperato ed è diventato un monumento all’archeologia industriale e ospita il Museo di Arte Antica. Nelle antiche vasche di raccolta delle acque abbiamo realizzato delle piscine che d’estate sono meta turistica. Stiamo anche sviluppando un progetto di valorizzazione del secondo mulino, in modo da creare un vero e proprio parco dei mulini.

E questo basta a far fermare i più giovani?
No, non basta, ma è già un passo oltre. I giovani oggi vengono o ritornano perché trovano possibilità che fino a negli anni duemila non avevano: ritrovano le proprie radici. Sui servizi dobbiamo ancora crescere, però già con la “Casa della Salute” garantiamo un presidio importante. Manca ancora il potenziamento delle scuole perché le famiglie pensano ai figli, al loro futuro e a Roseto abbiamo solo un istituto comprensivo, quindi fino alla secondaria. Ma nel complesso la comunità è cresciuta, abbiamo una bella popolazione giovanile e stiamo facendo di tutto pur di invogliarli a restare. Abbiamo costituito la Cooperativa di comunità, una pro-loco molto attiva, tante associazioni intraprendenti e la Consulta degli anziani che “custodisce” tutti. Non guadagniamo ancora sullo spopolamento, ma sicuramente lo stiamo frenando.

Roseto è anche comunità energetica, un buon risultato…
Una piccola comunità è perfetta per la creazione di una Comunità Energetica. È un modello di sviluppo innovativo e virtuoso delle fonti rinnovabili. Nel 2021 è nata ufficialmente la comunità energetica composta da cittadini produttori e consumatori che potrà aumentare annualmente la quota di energia rinnovabile prodotta e/o consumata, portandola entro tre anni al 100% o più del totale.
Ma la storia di questa iniziativa parte circa 10 anni fa con due turbine eoliche e una nuova forma di società energetica, in parte pubblica e in parte privata. Il piccolo parco eolico, inaugurato nel 2012 e ancora funzionante, è stato l’inizio di questo percorso. Il nuovo progetto prevede quattro fasi.La fase uno, già avviata, consiste nella trasformazione di edifici residenziali e vecchi opifici da consumer a prosumer e nell’installazione di pannelli fotovoltaici da parte di ogni persona della comunità. L’autoconsumo da fonti rinnovabili arriva al 35%.
Nella fase due verranno installati più smart meter e nano grid (sensori intelligenti e piccoli sistemi di alimentazione elettrica) per raggiungere l’autoconsumo del 75%. Nella fase tre verranno realizzati impianti comunitari per raggiungere un consumo energetico del 100%, destinando l’eventuale eccedenza di energia alla vendita. La fase quattro prevede l’estensione della comunità energetica a tutto il territorio circostante.
Ma tutto questo diventa quasi inutile se non rafforziamo le strade di comunicazione, perché se è vero che il digital divide si supera con il miglioramento delle infrastrutture di rete, paradossalmente la scarsissima attenzione ai collegamenti stradali sta rischiando di farci rimanere isolati.

Roma, sala conferenze di palazzo Theodoli-Bianchelli, Lucilla Parisi al dibattito sul tema “Autonomia e indipendenza energetica: la sfida in campo”
Roma, sala conferenze di palazzo Theodoli-Bianchelli, Lucilla Parisi al dibattito sul tema “Autonomia e indipendenza energetica: la sfida in campo”
 

E con queste condizioni di collegamento come sta andando, allora, il “Villaggio degli Elfi”, progetto che punta a fare di Roseto la piccola capitale del Natale della Puglia?
Per fortuna bene, l’inaugurazione ci fa ben sperare. Questo progetto, come i mulini e la comunità energetica, arriva da lontano. Nel 2017 abbiamo iniziato con il boschetto, qualche luminaria e il presepe con le sagome di compensato. Poi la pandemia ci ha bloccato e davvero abbiamo pensato di non riuscire a riprendere. Quest’anno, però, dopo l’estate mi ci sono messa di punta e devo dire che tutta la comunità rosetana ha voluto e lavorato alla “Casa degli Elfi”: famiglie, associazioni, cooperative, la cooperativa di comunità, la pro-loco, la protezione civile, l’associazione calcio, le scuole, la banda e le majorettes del paese, tutti hanno creduto a questo sogno che adesso sta attirando visitatori da tutta la Puglia e da tutta Italia.

Ma si tratta di un vero villaggio, fatto di persone?
Esatto, la casa degli Elfi è abitata da bambini e bambine che preparano i regali che Babbo Natale distribuirà, c’è mamma elfo che insegna nel laboratorio di cucina i piatti della tradizione rosetana, così chi arriva può immergersi totalmente nella nostra storia. Ci sono laboratori anche di intreccio di vimini, di falegnameria. Tutta Roseto è coinvolta, ogni angolo, ogni vicolo: c’è un percorso di luce che parte dalla casa degli elfi e si estende in tutto il centro. E poi c’è il nostro orgoglio: il “forno di comunità” della nostra Cooperativa di comunità che è stato acceso il tre dicembre e che si spegnerà solo il ventuno gennaio, primo sabato dopo la festa di Sant’Antonio Abate allorché festeggeremo l’entrata del carnevale.

Allora fra un paio di anni ci rivedremo a Roseto Valfortore capitale del Natale della Puglia dove la Casa degli Elfi sarà illuminata grazie alla comunità energetica e babbo Natale sarà nigeriano?
Sì, sfida accettata!

Biccari richiama il mondo

Partire da quello che c’è. E Biccari richiama il mondo.

Da oggi inizia il nuovo format di vita.it dal titolo “Piccoli comuni, grandi Sindaci”.
Si tratta di interviste – che saranno pubblicate il sabato, con cadenza settimanale – che mirano alla emersione del fattore X della politica dei piccoli comuni che ha consentito di “cambiare” i territori, rigenerando persone e comunità, portando innovazione sociale ed economica, sviluppo territoriale, progettando riqualificazione dei borghi, investendo su terreni abbandonati, arti e mestieri scomparsi.
I “grandi sindaci” dei “piccoli comuni” sono uomini e donne che si confrontano quotidianamente con mille difficoltà e poche risorse anche umane e nonostante questo hanno scelto di costruire una prospettiva per i concittadini di oggi e di domani, investendo energie nella «grande impresa» del governo dei piccoli comuni, spendendosi senza risparmio per garantire servizi e futuro a chi sceglierà di rimanere o di tornare o di trasferirsi in quei luoghi.
Le politiche di un sindaco in tema di welfare, declinato in ogni sua forma – di comunità, della persona, culturale, di economia sociale – sono “la cifra” che per noi qualificano l’aggettivo “grandi”.
L’intervista si ferma anche a guardare la “persona-Sindaco”: provenienza culturale e sociale, storia, lavoro, studi, famiglia. L’intento, accennato ma non minoritario, è capire ex post se esista un fil rouge che accomuna la “formazione” di questa classe dirigente.

Gianfilippo Mignogna
Gianfilippo Mignogna

Fa quasi impressione vederlo seduto, da solo, nel silenzio del suo studio. Gianfilippo Mignogna è il sindaco di Biccari, in provincia di Foggia, e siamo abituati a vederlo sempre in movimento. È il dinamismo in persona, un motore sempre acceso sui problemi del suo piccolo comune, due occhi sempre vivaci sulle idee, le progettazioni e le intuizioni di futuro per la comunità che amministra da sempre. Quarantaquattro anni, laurea in giurisprudenza e master in diritto dell’ambiente, avvocato specializzato in energie rinnovabili, è sindaco del piccolo comune dauno dal 2009, dove vive con Nada e i loro due figli, Mario e Olga.
Biccari è vicinissima al lago Pescara, ai piedi del Monte Cornacchia, millecentocinquantuno metri di altitudine, che insieme al Gargano sono l’unica parte montana di questa Puglia inusitata rispetto all’immaginario collettivo del tavoliere e del mare azzurro.

Biccari è ormai un esempio in Italia di piccola comunità rigenerata che riparte. Cosa è successo?
È successo che all’inizio della nostra attività amministrativa abbiamo pensato di doverci concentrare di più sulle cose che avevamo e meno su quelle che ci mancavano.
Anche Biccari è un comune che, come tanti delle aree interne, soffre mancanze, assenze e problemi. Ma a Biccari sono anche tante risorse: la montagna, il bosco, la presenza di un lago. Abbiamo puntato innanzitutto sul recupero di questo pezzo importante del nostro territorio, ripensandolo come un luogo dinamico.
Fino a qualche decennio fa il bosco era solo luogo di fatica, chi ci viveva non aveva una vita agiata, non conosceva il benessere. Adesso è un luogo generativo e multifunzionale: offre percorsi di turismo esperienziale e naturalistico, sono nati il parco avventura, la filiera della sentieristica, del trekking e delle escursioni e poi le attrazioni come l’esperienza di dormire nel bosco, nelle casette sugli alberi o nelle Bubble room, le case di gomma trasparente per poter dormire sotto le stelle.

E c’è anche l’ultima “invenzione”: il Dark Sky Park…
Sì, a Biccari nascerà il primo “parco notturno” regionale. Il Dark Sky Park in tutta Europa nasce come area naturalistica che si distingue per l’eccezionale qualità e bellezza dei suoi cieli stellati e i cui ambienti notturni sono tutelati per scopi scientifici, educazionali e turistici.
Con la Cooperativa di Comunità Biccari inizieremo dunque la sperimentazione del parco notturno a zero inquinamento luminoso nell’area di Monte Cornacchia, prevediamo l’installazione di apposita segnaletica informativa e la realizzazione di punti di osservazione con guide astronomiche, telescopi ed un preciso regolamento. Non mancheranno ovviamente convenzioni e servizi extra con associazioni, ristoranti, B&B e produttori locali.

Lago Pescara
Lago Pescara

Il genius loci come motore di innovazione e sviluppo, dunque.
Esatto. La storia di Biccari di questi ultimi anni dimostra che anche un piccolo comune marginale con un po’ di innovazione, con un po’ di esperimenti e con la voglia di fare può diventare una piccola destinazione nazionale e internazionale. Noi quest’anno chiudiamo la stagione estiva con quasi 30.000 presenze.
C’è molto turismo giornaliero di prossimità, ma ci sono anche molte permanenze: siamo passati in pochi anni da due ad undici B&B, i ristoranti hanno ricominciato a lavorare con una certa frequenza, oggi ci sono tanti ragazzi che lavorano nella filiera dell’ospitalità.

Contro ogni narrazione delle piccole comunità come comunità “resistenti” al cambiamento…
Siamo troppo abituati a pensare al nostro territorio come un territorio che “non ce la fa”, che “non ce la può fare”, che ha “difficoltà, impossibilità”. Le cosiddette credenze negative che alla fine sono opinioni collettive che si fa fatica a scardinare.
Noi abbiamo proposto di abbandonare queste credenze e di fare un esperimento sociale: proviamo a fare pace con il nostro territorio, proviamo a rivederlo con degli occhi diversi, proviamo, anche sbagliando e andando a tentativi, ma proviamo a raccontare una storia nuova. Non è stato e non è facile, non è un’operazione si può fare nell’immediato però quando poi si iniziano a vedere risultati tutto si rimette in moto.

La Cooperativa di comunità però rappresenta uno “scatto” della comunità verso sé stessa…
Ad un certo punto ci siamo resi conto che potevamo fare anche mille progetti, ma se non coinvolgevamo realmente i cittadini sarebbe morto tutto un minuto dopo il progetto. Abbiamo studiato e trovato questo modello della cooperativa di comunità che ci è sembrato ideale per la nostra idea di amministrazione e di “paese”. Siamo stati fortunati perché nel 2017 abbiamo avviato un percorso che ancora oggi, pur con le difficoltà di operare in una rete interna, è un percorso che ci sta dando tante soddisfazioni che ha fatto conoscere all’esterno la nostra comunità.

Sono soci parecchi giovani?
La Cooperativa ha un “fattore generazionale” perché abbiamo voluto che fossero soci anche molti anziani perché sono la parte storica della nostra comunità.
Nella Cooperativa queste due generazioni hanno spesso idee molto differenti perché molto spesso gli anziani sono più dinamici, mentre i giovani lo sono di meno. Essere comunità non vuol dire omologazione del pensiero, anzi. Significa però trovare l’accordo nonostante le differenze.

Cooperativa di comunità di Biccari
Cooperativa di comunità di Biccari

Con tutte queste politiche di innovazione e rigenerazione siete riusciti a frenare lo spopolamento?
I dati che abbiamo e che monitoriamo periodicamente ci dicono che comunque Biccari o perde meno rispetto agli altri comuni oppure in alcuni casi riesce addirittura a guadagnare e questo secondo me per due motivi. Il primo è che ovviamente cerchiamo di lavorare sulla distanza cioè sul fatto di far restare le persone nel nostro paese, soprattutto i giovani. Oggi abbiamo almeno sei-sette esperienze di giovani che producono pasta, tartufo, lavanda e zafferano: segno che si resta ma “da protagonisti” e in maniera coerente con le vocazioni del nostro territorio.

Ma lei è riuscito anche ad attrarre nuovi cittadini, oltre che a far restare i biccaresi…
Biccari ha bisogno dei biccaresi, ma anche di gente nuova di gente che arriva, ha bisogno di essere un paese che si rimette in discussione, si rigenera attraverso dei nuovi arrivi. Secondo me questo è molto importante perché quello che magari non è sufficiente ad un ragazzo biccarese può diventare invece prezioso per chi arriva da fuori.
L’esempio è il progetto con “Argentina per il mondo” che ha fatto arrivare a Biccari già una quarantina di argentini di origine italiana alcuni dei quali sono rimasti in media per sette-otto mesi e qualcuno sta proprio stabilendosi definitivamente qui.

Avete anche lanciato il progetto “immobili che muovono” della vendita delle case biccaresi. Come sta andando?
Fino ad ora abbiamo venduto 26 case, ma non ad un euro bensì ad un prezzo deciso dal venditore. Le richieste di acquisto sono giunte da Stati Uniti d’America, Irlanda, Belgio, Olanda ma anche da Messico, Brasile e Argentina. Le nostre case però non sono “oggetti” immobiliari, ma progetti di vita. Prima di vendere, incontriamo gli acquirenti, li conosciamo, li ospitiamo per qualche giorno. Poi se ne vanno, tornano e piano piano si perfeziona questa che è una relazione più che una vendita. Si tratta di salvare un patrimonio che non è soltanto materiale, ma anche umano.
Insomma, c’è il tema della rigenerazione, c’è il tema economico perché nella ristrutturazione lavorano i tecnici e le maestranze locali e poi ci sono delle nuove cittadinanze.

I numeri di Biccari
I numeri di Biccari

Perché diventa sindaco?
Io sono nato a Milano, dove papà lavorava all’ATM e mamma faceva l’infermiera professionale. Appena sono nato, però, si sono trasferiti di nuovo a Biccari perché rifiutavano l’idea che i figli potessero crescere senza “la piazza” del paese e i nonni. E io dico “meno male!”. I paesi non sono affatto noiosi, anche qui le “avventure” non mancano, anzi! La politica in un piccolo paese la “fai” da quando sei ragazzo e ti impegni nelle associazioni e credi nel cambiamento.

Lei adesso sta concludendo il suo ultimo mandato possibile, dopo circa tredici anni. Cosa c’è nel suo “dopo”?
Credo che per i piccoli ci siano livelli che ad un certo punto vanno affrontati a livello sovracomunale. Penso alla condivisione di alcuni percorsi associativi come la Rete del Welcome, come i Borghi autentici in cui poter fare massa critica e rappresentare in anche gli altri territori marginali.
Un esempio su tutti, il PNRR: tra qualche anno vedremo se tutte queste risorse sono state davvero qualcosa che ha innescato innovazione oppure se è stata soltanto spesa pubblica. Per il momento, io penso che ci sia il grande rischio che il PNRR aumentando la competitività tra i territori rischia di penalizzare quelli più deboli.

Cosa chiederà al prossimo sindaco di Biccari?
Credo di lasciare una Biccari con più fiducia nel proprio territorio e nei propri mezzi, più aperta e più proiettata all’esterno rispetto a quello che ho trovato.
Quello che chiederò sarà davvero tanto: voglio bene al mio paese e spero che possa continuare ad esserci un cammino generativo in questo luogo d’innovazione che accetta le sfide.

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