Un ponte di innovazione e di futuro

Un ponte di innovazione e di futuro.
Il raffreddore non dà tregua, ma chissà se non respiri per il naso tappato oppure per la paura di restare sospesa per 586 metri ad 80 metri di altezza camminando su 1.160 traversine calpestabili. Opera ingegneristica straordinaria che ha impiegato 24 tonnellate di acciaio e 5.500 metri lineari di funi e cavi di ancoraggio, il ponte pedonale tibetano più lungo del mondo, che collega il Parco Nazionale del Pollino e quello dell’Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese, è stato costruito a Castelsaraceno, il borgo a forma di cuore in Basilicata, provincia di Potenza. Maglia rossa, gonfalone alle spalle, Rocco Rosano siede nel suo studio di sindaco: è stato eletto nel 2012, poi nel 2017 e per la terza volta nel 2022.

Sindaco, questo è l’ultimo mandato, dunque…
Per legge sì, ma l’impegno per la politica è molto più grande del ruolo che si riveste. Per me fare il sindaco di una piccola comunità significa svolgere un servizio prezioso per la comunità, per il territorio e fare in modo che questi piccoli scrigni di bellezza possano brillare di luce propria e avere comunque nel futuro una speranza di bellezza e di vita. I piccoli comuni secondo me possono essere laboratori di innovazione sociale e di rigenerazione che rappresentano un nuovo modo di pensare allo sviluppo dell’Italia, invertendo il paradigma che lo stato tante volte mette nelle politiche dicendo che c’è un divario tra Nord e Sud. Io credo invece che ci sia un divario tra centro e periferia.

Innovazione sociale, sviluppo, visione strategica. Lei ci è riuscito?
Il mio impegno in politica nasce innanzitutto da un sentimento forte che nutro per questa comunità e questo territorio, ho proprio sentito la l’esigenza di mettermi a disposizione. Io sono partito da un’azione di co-progettazione, di coinvolgimento attivo e proattivo della mia comunità per decidere insieme, su qualsiasi azione strategica l’amministrazione mettesse in campo, quali fossero gli investimenti giusti e quali fossero le linee strategiche di sviluppo che questa comunità doveva sposare. La politica è lo strumento per creare condizioni di benessere psicofisico delle comunità, ma anche per invertire i punti di vista della mentalità dominante. Io penso di esserci riuscito. Ci sono voluti tempo, perseveranza e caparbietà, però noi nel 2021 abbiamo inaugurato non il ponte tibetano più lungo del mondo, ma l’ecosistema turistico partecipato di Castelsaraceno. Non abbiamo inaugurato un’opera pubblica, ma una nuova era costruita con delle azioni pensate, condivise, implementate, discusse con la comunità perché nessun progetto può partire dall’idea di un singolo se poi non viene condiviso con tutti gli elementi dell’ecosistema. Quindi, al centro di tutto noi mettiamo l’uomo come elemento essenziale della nostra progettazione: non i numeri, non la burocrazia, ma la persona. Un sindaco e la sua amministrazione devono ascoltare le esigenze del proprio territorio e farle diventare un punto di forza dell’azione politica, realizzandole.

All’inizio avete lavorato su una Mappa di comunità, giusto?
Esatto, lo abbiamo fatto nel 2015-2016. Abbiamo ascoltato tutti i nostri cittadini, dagli anziani ai più giovani, dalle imprese alle famiglie, dalla scuola alla chiesa, e tutti gli stakeholders della comunità per capire quali erano i punti di forza, di debolezza, le minacce e le opportunità della comunità di Castelsaraceno: una analisi di comunità che ha dato risultati straordinari. Un flusso costante di informazioni su cui abbiamo rettificato il tiro della nostra programmazione strategica.

Sorprese?
Guardi, innanzitutto ho compreso che chi fa politica e ascolta i cittadini con occhio e orecchio umili e come un buon padre di famiglia, cioè in un legame di filiera corta di prossimità, riesce a scoprire tante cose che anche in un ruolo democratico come quello del sindaco può sfuggirti. Tutti insieme abbiamo scoperto i nostri punti di forza, ma anche i limiti di una politica passata che non ha portato questa comunità allo sviluppo desiderato. Quindi il dialogo, l’ascolto, la condivisione, la co-progettazione il co-design di comunità, hanno un valore straordinario. In questo, il terzo settore è stato sostanzialmente il motore di un’azione politica che è penetrata all’interno delle famiglie.

Mi fa un esempio?
Abbiamo iniziato con “Borgo Fiorito”, un progetto che ha stimolato a prendersi cura del vicinato e ne è nata anche un’Associazione che ha promosso laboratori del legno, della ceramica e della piantumazione che ha coinvolto tutte le famiglie. È anche così che nasce una comunità: quando si usa il “noi” e non più “io”, quando ognuno di noi è disponibile a dare qualcosa all’altro con quella cultura del dono che è indispensabile anche in politica. Su questa scia è nato il progetto del Museo della pastorizia e anche il progetto del Sistema Accoglienza integrazione-Sai, dove ospitiamo 20 famiglie.

Giovani e scuole? Siete riusciti a frenare lo spopolamento?
Come in tutti i piccoli comuni, il Sai ci sta aiutando molto perché le scuole riusciamo ancora a reggerle, fino alle medie. Pensi che ci sono famiglie che dopo il progetto sono andate a vivere fuori, ma per Natale e le vacanze tornano a “casa”, a Castelsaraceno. Alcune, invece, sono rimaste qui e noi abbiamo insistito perché abitassero nel centro storico perché il nostro futuro è lì e dobbiamo riempirlo di valori e di cultura. E questo è in linea con la nostra politica di “consumo di suolo zero”: a Castelsaraceno si deve recuperare quello che c’è a livello edilizio e urbanistico, senza costruire altre “cattedrali” visto che c’è una marea di case abbandonate. È qui che nasce anche l’idea del ponte.

Ma l’idea del ponte quando e come le è venuta?
Non ero neanche sindaco. Negli anni 2000-2008-2010, io ero presidente della pro-loco e già immaginavamo di cambiare il nostro paese reagendo alla frase “qua non si può fare niente”. Abbiamo pensato che se avessimo fatto qualcosa che facevano tutti, qui a Castelsaraceno non ci sarebbe venuto nessuno. E così abbiamo cominciato a pensare di fare qualcosa che fosse unica al mondo. Il ponte era anche un messaggio importante, perché un ponte unisce due luoghi, due punti lontani. C’è stata l’intelligenza delle migliori aziende e dei migliori progettisti europei. Si figuri che il ponte è gestito da un’azienda di Monaco di Baviera con il sistema SkiData: conosciamo ogni dettaglio di tutti quelli che entrano, è stata una mia esplicita richiesta avere tutti i dati dei visitatori, ad oggi ho 32mila email in archivio perché la relazione con chi è venuto deve continuare.

Quanto è costato?
Un milione e mezzo di euro, costruito in tre anni, lockdown compreso.

E ve li siete ripresi? Quante persone avete impiegato?
Abbiamo recuperato almeno per cinque volte la spesa, oggi ci lavorano 23 persone e sono coinvolte anche le persone del Sai. Ma quello che guadagniamo noi lo reinvestiamo completamente nella comunità. Un sistema che si autoalimenta e si autosostiene. È una economia di comunità che sta generando anche un progetto di fondazione di comunità che gestirà tutto il nostro ecosistema. L’Ente pubblico ha forti limiti amministrativi, mentre nella fondazione di partecipazione pubblico e privato si metteranno insieme su questo grande progetto economico e sociale, ma con una visione etica, di responsabilità sociale e di innovazione sociale che progetta anche la creazione di un centro di eccellenza per la ricerca nazionale e internazionale. Castelsaraceno deve diventare un modello: i piccoli comuni possono essere il vero laboratorio di sviluppo.

Quindi finito il mandato di sindaco c’è la fondazione?
L’ho detto all’inizio. L’impegno per la politica è molto più grande del ruolo che si riveste.

PONTE TIBETANO CASTELSARACENO
PROGETTAZIONI CASTELSARACENO (1)

Una curva gettata alle spalle del tempo

Una curva gettata alle spalle del tempo.

Una curva gettata alle spalle del tempo: è il titolo di un’opera d’arte che suona come un refrain lungo tutto il tortuoso percorso che, dal mare, sale sale sale sale a perdita d’occhio fino a Castel di Lucio, piccolo comune in provincia di Messina, dove il sindaco Giuseppe Nobile (nella foto di copertina, maglioncino porpora) ci aspetta per l’intervista. Il cielo è di un azzurro assoluto a pelle di tamburo, la sua intensità aumenta ad ogni sosta lungo la Fiumara d’arteuno dei parchi d’arte a cielo aperto più grandi d’Europa che mica ti aspetti di trovare qui, in un cuneo di territorio tra Palermo, Messina ed Enna. Scendiamo dall’auto, a sinistra il parco giochi che dà su tutta la vallata, l’occhio corre in fuga dal verde-marrone intenso all’azzurro morbido del mare: una curva gettata alle spalle del tempo…una curva gettata alle spalle del tempo…Il sindaco ci chiama, ci giriamo, ci sta venendo incontro, siamo distolti dalla riflessione verde-azzurra.
Nobile ha lo sguardo acuto, è sempre sorridente, ha precisione linguistica ma indugia nella battuta in siciliano che pronunciato da loro ha sempre una musicalità inimitabile. Cominciamo a parlare percorrendo i vicoli di Castel di Lucio, visitiamo la biblioteca, la chiesa, il museo…

Sindaco Nobile, questo è il suo primo mandato, ma dalla Sicilia all’Ucraina di strada ne ha percorsa…
Sì, una bella strada insieme alla mia comunità. Ci tengo molto a dire che prima della elezione a sindaco sono stato per dieci anni presidente del Consiglio comunale. Il mio impegno per la mia comunità di origine parte da lontano, prima con l’associazionismo, poi una parentesi tra il 1998 e il 2001 in Giunta comunale come assessore alla cultura, turismo e spettacolo. Dal 2018, il primo mandato di sindaco che adesso sta scadendo.

E si ricandiderà?
Dopo una fase di riflessione, insieme al gruppo politico che mi sostiene abbiamo deciso di proseguire soprattutto perché c’è la volontà di portare a compimento tutto quanto iniziato nel primo mandato. Devo dire grazie a mia moglie e ai miei figli per avermi accompagnato nella scelta e per non avermi mai fatto pesare in questi anni la lontananza da casa tra giunte, consigli e incontri. Tenga conto che Castel di Lucio, dove sono sindaco, è il mio comune di origine, però vivo con la mia famiglia a Santo Stefano di Camastra, che invece è il comune di nascita di mia moglie, e lavoro a Palermo dove ho lo studio da avvocato. E devo dire grazie anche alla mia comunità che mi ha sostenuto apprezzando la presenza che ho dedicato al mio Comune, che è stata sicuramente tanta e assidua. Vede, la fine del mandato è un bel momento di riflessione sia per il sindaco che per il suo gruppo di maggioranza perché la politica è innanzitutto responsabilità.

Famiglia Nobile, Comunione
La famiglia Nobile alla prima Comunione dell’ultimogenita

Prima parlava di progetti cominciati in questi anni, ce li racconta?
Sono tanti, i progetti che abbiamo cantierato, soprattutto con i fondi Pnrr: attrattività dei borghi, inclusione sociale, infrastrutture sociali, l’acquisizione dei beni del centro storico, la biblioteca. Per un piccolo comune come Castel di Lucio significa cambiare volto e cambiare futuro. Molti di questi progetti sono in rete con altri Comuni, sono stati pensati e condivisi con altri colleghi sindaci. Ad esempio, il progetto presentato al bando attrattività dei borghi è stato fatto in aggregazione con i comuni di Pettineo e Motta d’Affermo. Il progetto di accoglienza SAI è in estensione con il Comune di Tusa. Il progetto Hospitis, grazie all’adesione all’Associazione Borghi Autentici, coinvolge i comuni di Castelbuono, San Mauro Castelverde e Tusa. Abbiamo poi una serie di bandi Pnrr e una serie di progetti per i quali attendiamo gli esiti: è stato, ed è tuttora, un grande lavoro di squadra con amministratori, presidente del consiglio e consiglieri comunali, e soprattutto con i dipendenti comunali che con le loro competenze hanno contribuito tanto al raggiungimento dei risultati (per gli altri progetti, vedi grafica, sotto). Abbiamo, nel frattempo, aderito all’Unione dei Comuni Costa Alesina. E poi c’è stato un “progetto interno”, lungo questi anni, che è stato quello di aprire a tutti le porte di un Comune che forse era ancora chiuso in sé stesso. Ci siamo impegnati soprattutto nell’ascolto di tutti i bisogni dei castelluccesi.

Un Comune addirittura chiuso?
Abbiamo dato spazio e attenzione alle associazioni locali. Abbiamo avuto in comodato gratuito l’edificio delle Suore Francescane del Cuore Immacolato di Maria e messo a disposizione i locali per una scuola di karate e ad una associazione che conserva la tradizione del ricamo e della tessitura (“Il filo di Arianna”, ndr). Abbiamo rafforzato la collaborazione con tutte le attività della parrocchia e i giovani dell’Azione Cattolica che animano molto la comunità, soprattutto in occasione del Natale e delle altre festività. E poi siamo riusciti a far nascere un gruppo di Protezione civile grazie ad alcuni giovani che abbiamo sostenuto per il riconoscimento a livello regionale e ad avere in comodato il modulo di intervento anti incendio. Tenga conto che i Vigili del Fuoco più vicini sono a Mistretta, un’ora di auto, il 118 e l’ospedale idem. Castel di Lucio è entroterra, è isolata, distante da tutto, anche da comuni limitrofi.

Sì, in effetti geograficamente è proprio un triangolo…
È un territorio marginale, un angolo in cui si incrociano tre province: distiamo 180 km da Messina, 120 km da Palermo e 100 km da Enna ma di strada tutta interna.

Beh, allora impossibile restare a casa, nel 2023: non si interrompe una storia così lunga…
Sì, ha ragione, impossibile, anche se le sembrerà incredibile ma la pressione che si vive nelle piccole comunità è forte, in particolare in tema di “servizi”, che in molti casi vengono prima della cultura e della politica. A Castel di Lucio finalmente abbiamo un Museo civico, che è l’unica cosa laica che puoi vedere, ma è stato difficile farlo “entrare” nella comunità.

Potrebbe essere però una preminenza di bisogni primari che non consente di dedicarsi ad altro…
A Castel di Lucio paghiamo in media 100 euro di acqua all’anno, diamo il rimborso spese di viaggio al 100% a tutti gli studenti delle superiori che vanno a scuola fuori, assicuriamo agli anziani il pasto caldo ed altri servizi di assistenza, grazie alla nostra cucina comunale, che è una vera e propria eccellenza e rifornisce anche le mense scolastiche. Abbiamo insomma tutta una serie di servizi che aiutano e sostengono. Adesso stiamo progettando di attivare una cooperativa di comunità per l’accoglienza turistica.

Spopolamento?
Dopo anni di inverno demografico, per la prima volta nel 2022 abbiamo un saldo migratorio di più 40, grazie ai nuovi cittadini provenienti dall’Argentina e grazie alle persone migranti del progetto del Sistema Accoglienza Integrazione-Sai. È la prima volta che a Castel di Lucio si incontrano per strada persone che non si conoscono! Ed è cresciuta anche la domanda di case da affittare. Certo, adesso dobbiamo trasformare questi arrivi in residenti, ma è anche per questo che abbiamo deciso di continuare a lavorare.

QUESTO ARTICOLO E’ STATO PUBBLICATO SU VITA.it (clicca qui per leggerlo)

 

Piccolo comune cosmopolita

Piccolo comune cosmopolita.
Stavamo quasi per desistere, per quanto era introvabile e poco reattivo alle email e ai messaggi al cellulare. Poi, all’improvviso, l’appuntamento nel giro di un giorno. Marco Cogno lo incontriamo a sera nel suo studio di sindaco, alle spalle il gonfalone di Torre Pellice. Ha i capelli arruffati sia per la giornata intensa sia perché se li tormenta di continuo, un aspetto giovane e informale, ma al contempo così assertivo, che spiazza. Parla a raffica, cita dati a memoria, varia sui temi, ironizza, battute tranchantes, è argento vivo che si muove in forma umana. Fa il sindaco, il consigliere della Città metropolitana, il papà di due bambini, è dirigente in un grande ente del terzo settore che gestisce alcune case di riposo e in questo lavoro lotta «contro quella certa cultura del socio assistenziale che trova la contenzione dei pazienti fragili una pratica “normale”». Non abbiamo neanche il tempo di attivare il registratore che già sono passate due ore e sembra ancora poco quello che abbiamo detto.

Lei ha 42 anni ed è sindaco dal 2014. Ci ha creduto fin da giovanissimo…
Sì, a 33 anni ero già consigliere, passavo le serate in comune anziché con gli amici. Poi sono stato assessore alle politiche ambientali e dal 2014 sono sindaco. Mi sono candidato con due obiettivi precisi: “viviamo Torre Pellice” e “facciamo comunità”. E per raggiungerli abbiamo adottato tutte le possibili politiche attive per rendere questo paese vivo su qualsiasi aspetto: abbiamo investito su un asilo nido comunale che avevamo sempre avuto e non volevamo perdere, trasformandolo in edificio NZEB a basso impatto ambientale. Torre Pellice da 15 anni fa un festival che si chiama “La torre di libri”: Umberto Eco, Dacia Maraini, Andrea Camilleri e Claudio Magris sono cittadini onorari, abbiamo una galleria civica dove facciamo molti eventi e mostre. Torre Pellice si è aggiudicata il titolo di “Città europea della Riforma” da parte della Comunione di chiese protestanti in Europa (CCPE – l’organismo meglio conosciuto come Concordia di Leuenberg), siamo considerati “città che legge” perché abbiamo un festival letterario, una libreria e una biblioteca comunale che fa 13.000 prestiti su 4.600 abitanti, quattro libri per abitanti; abbiamo preso in gestione il palazzetto del ghiaccio post olimpico per non farlo chiudere.

Per carità, tutto bellissimo, ma come si frena lo spopolamento a Torre Pellice? Bastano tutte queste attività?
Negli ultimi anni siamo cresciuti: quest’anno siamo 4634, prima 4629, prima ancora 4550. I decessi in un anno sono mediamente 85, mentre i nati sono 30, questo vuol dire che tutti gli anni “aggiungiamo”, anziché essere meno 60, siamo più dieci…

Dai, lei è molto bravo, sindaco, ma…
Non lo so come facciamo a trattenerli, di sicuro siamo una comunità “che sta bene”, abbiamo sette confessioni religiose, siamo centro della Chiesa valdese, abbiamo la Chiesa cattolica, l’Esercito della salvezza, due Chiese evangeliche, una sala per la Comunità araba, una Comunità di induisti e, complessivamente, abbiamo cittadini di Torre Pellice che provengono di 53 nazionalità diverse.

Avete insomma creato un “sistema territoriale di accoglienza”…
Esatto! Con la Diaconia valdese, che è il “braccio” della Chiesa valdese, abbiamo gestito questa micro accoglienza diffusa su circa 30 alloggi su tutto il territorio della Valle. Quindi come gruppo di comuni abbiamo portato avanti questa integrazione che è stata un’interazione molto interessante.

Sindaci di tutte le provenienze politiche?
Sì, sia di centro destra che di centro sinistra. Il successo è stato non solo questo, ma anche quello di avere gestito meglio i flussi bloccando le telefonate improvvise con cui la Prefettura avvisava di arrivi improvvisi di numeri non controllati di persone migranti. Oggi gestiamo noi sindaci l’accoglienza e lo facciamo con persone di nostra fiducia e che hanno una gestione non economica ma umana dell’immigrazione. E, infine, abbiamo messo a sistema anche tutto il terzo settore. Oggi i nostri cittadini del Sai fanno tirocini in biblioteca o rimettono a posto i sentieri partigiani. Abbiamo fatto oltre 95 inserimenti lavorativi, abbiamo riaperto il Centro provinciale per l’istruzione degli adulti-Cpia e pensi che la signora Biagia, torrese doc, è riuscita a prendere la licenzia media grazie al Cpia aperto per i migranti. E non sono stato arrestato quando mi sono autodenunciato per avere dato la carta di identità alle persone migranti di Torre Pellice!

E alcuni sono rimasti a vivere da voi?
Sì, ma le nostre 53 nazionalità diverse non discendono dalle provenienze Sai.

Area interna e zona montana, situazione di giovani e scuole?
Un terzo della mia popolazione è sopra i 50 anni, ho tutte le scuole fino alle medie, poi abbiamo il Liceo valdese oppure i nostri ragazzi devono andare a Pinerolo, ma si fa tranquillamente con i mezzi. Siamo area interna e montana, ma non voglio che si pensi “area sfigata”! Anzi, Torre Pellice ha quattro valori aggiunti: natura, cultura, tradizione e sport. Pensi che col Covid abbiamo perso 180 cittadini ma ne abbiamo guadagnati 363 perché Torre Pellice è ancora un luogo dove ci sono un sacco di servizi come biblioteca, nido, attività culturali e dove la solitudine impatta meno perché anche se sei da solo scendi in piazza e trovi qualcuno.

Quante persone con disabilità e quanto Reddito di Cittadinanza?
Disabilità poche. Reddito di cittadinanza tantissimi. Ricordo che avevo la fila, facevo “il dottor Tersilli del Comune”, il Reddito ha salvato un sindaco! (ridiamo) Io comunque adoravo il Reddito di Inclusione-Rei, era completamente un altro progetto sulla persona, un’altra storia.

Sindaco da dov’è nata questa sua passione politica?
Caduta del muro di Berlino e strage di Falcone e Borsellino, due spinte interiori fortissime. Quando nel 2004 a Torre Pellice mi hanno chiesto di candidarmi nella lista civica ho accettato con gioia, anche se io sono di Luserna, perché avevo proprio voglia di impegnarmi politicamente. È stato molto faticoso costruire il mio percorso personale, devo ammetterlo, anche perché ho detto fin dall’inizio che se su questa sedia sono seduto io, il sindaco lo faccio io.

Comune ad esclusione zero

Comune ad esclusione zero.
Un percorso di progettazione partecipata nel comune calabrese premiato nel 2020 quale ambasciatore di Economia civile.

«Nessuno si senta escluso» trova espressione e significato a Roseto Capo Spulico, piccolo comune dell’alto Ionio cosentino, dove la sindaca Rosanna Mazzia ha chiamato a raccolta tutta la sua comunità per una progettazione partecipata sul futuro del piccolo comune calabrese.
Il primo incontro è avvenuto ad ottobre 2022, quando Carlo Borgomeo, presidente della “Fondazione Con il Sud”, è intervenuto a Roseto Capo Spulico insieme ad Angelo Moretti, presidente del Consorzio “Sale della Terra” e referente nazionale della Rete dei “Piccoli Comuni del Welcome”, della quale fa parte anche Roseto Capo Spulico.

Millenovecento abitanti nell’Alto Ionio Cosentino, colonia della Antica Sybaris, Roseto Capo Spulico prende il suo nome dalla diffusione della coltivazione delle rose in epoca greco-romana, che venivano utilizzate per riempire i guanciali delle principesse sibarite. Ed è proprio con il progetto “Figli delle Rose” che Roseto ha vinto nel 2020 il premio “Comune ambasciatore di Economia Civile” al Festival dell’Economia Civile di Firenze, con la promessa che il suo modello di economia, sostenibile e inclusivo, coinvolgesse in processi di crescita e sviluppo le associazioni e l’intera comunità.
Detto, fatto. Dal 2020, e nonostante la pandemia, Rosanna Mazzia – sindaca dal 2014 dopo 2 consiliature da vice – mette a sistema una serie di progettazioni che aveva già cominciato dal suo primo mandato. Con l’adesione alla Rete dei Piccoli Comuni del Welcome, arriva l’incontro con il Consorzio Sale della Terra e la realtà di NeXt-Nuova Economia per Tutti diretta da Luca Raffaele ed inizia una nuova progettazione sul territorio comunale che ha per obiettivo centrale l’esclusione zero, perché «le fragilità delle persone sono il primo pensiero del sindaco di una comunità», dice la Mazzia.

“Singoli” luoghi rigenerati da “singole” progettazioni che saranno messi in connessione tra di loro per intercettare tutte le persone in situazioni di fragilità alle quali dare nuova chance di futuro attraverso inclusione e lavoro.
“Comune ad esclusione zero”, dunque, nasce dall’esigenza di dare alla comunità di Roseto un nuovo futuro che vada oltre l’attuale “asset” del turismo della stagione estiva che arriva ad oltre 30 mila presenze e coinvolge tantissimi operatori soprattutto giovani. Occorre ragionare su altre prospettive, a partire da un welfare di comunità e dalle energie territoriali ancora inespresse.

Come si arriva, dunque, alla “esclusione zero”? Secondo Angelo Moretti, il welfare generativo ha la capacità di “attivare” le energie sociali e le comunità, a partire dalle persone con disabilità e fragilità: ne è prova l’esperienza dei tanti Piccoli Comuni del Welcome, in cui sono nati “luoghi” di attivazione sociale che hanno generato economia civile: cooperative di comunità, progetti Sai-Sistema Accoglienza Integrazione, budget di salute.

Su questo ha concordato anche Carlo Borgomeo: lo sviluppo non arriva da fuori, non è un “evento che succede”. Dal tavolo di discussione sono emersi per Borgomeo alcuni notevoli punti di forza di Roseto Capo Spulico: l’attenzione ai fragili, una comunità coesa, la bellezza, l’ambiente, l’amore per la propria terra. Ma c’è una condizione che va fortemente “riempita” ed è il senso di responsabilità della comunità, l’autonomia. E lo spirito di iniziativa, che è uno “scatto” psicologico perché «restare ad aspettare crea dipendenza». E la dipendenza non genera né libertà né tantomeno economia e men che mai rafforza le comunità.
Secondo Borgomeo, Roseto deve suscitare il desiderio dei giovani di non andare via ma di tornare. E questa si chiama «attrattività del territorio». Occorre inoltre allungare il più possibile la stagione estiva migliorando l’offerta dei luoghi di servizio e facendo pressing per migliorare i collegamenti, puntare sulle dinamiche di consumo dei prodotti del genius loci di Roseto.

Su questa traccia, dal 17 al 19 gennaio scorsi a Roseto Capo Spulico tutta la comunità si è nuovamente ritrovata, ma questa volta da attrice protagonista. In 3 giorni di progettazione partecipata sono stati coinvolti tutti e tutte, “da uno a cento anni”, «perché ognuno cercasse le proprie potenzialità, costruendo una visione comune», ha detto la sindaca Mazzia. La progettazione partecipata si è snodata lungo una analisi collettiva su potenzialità e difficoltà del piccolo comune; una «passeggiata nei quartieri» (come la chiama l’etnografa Marianella Sclavi, ndr) per guardare Roseto con taccuino e penna critica in mano; l’ascolto di esperienze di successo in altri piccoli comuni; lo spazio aperto alla scrittura collettiva di un documento che si chiama masterplan ma si legge sogno condiviso del futuro desiderabile per il luogo in cui si vive.

L’assemblea si è aperta con la descrizione di tutte le progettazioni in cantiere a Roseto: una cittadella di servizi gestita dai cittadini, un co-housing diffuso, la riapertura di botteghe artigiane e spazi di co-working, il recupero del circolo velico e la promozione di orti sociali. Questi i principali desideri dei rosetani per ripensare l’economia che, dalla spiaggia 6 volte “bandiera blu” risalga, vicolo per vicolo, fino al borgo medievale e coinvolga tutti e tutte.
Nello specifico ecco i progetti avviati. Iniziamo dall’Istituto comprensivo Amendolara: qui verranno attivati per la prima volta servizi integrativi per bambini 0-6 anni: stazione co-working, educazione alimentare, spazio nido. La scuola nelle ore pomeridiane diventerà centro per i bambini e le famiglie per attività outdoor e baby parking e per avviare una presa in carico olistica.

C’è poi l’“Antico granaio e borgo”: si tratta di un progetto di un milione 600 mila euro che mira ad unire l’abitato storico e quello marino per coniugare bellezza materiale e naturale con un’innovativa capacità di sostenere la coesione sociale e di essere accogliente verso turisti e nuovi residenti. Fulcro del progetto sono la valorizzazione degli aspetti di unicità e identitari della storia e della cultura di Roseto Capo Spulico attraverso l’esaltazione degli eventi legati a Federico II, la messa a sistema della filiera legata alla produzione delle Rose damascene, la creazione di un social hub di Economia civile, una spring and summer School e di una Scuola di arti e mestieri del Cinema, la creazione di nuove imprenditorialità e l’implementazione della Comunità ospitale.

Altro progetto è quello dell’Ambulatorio di comunità, aperto dal lunedì al venerdì, che diventerà un vero centro di aggregazione sociale in cui verranno coinvolti infermieri di comunità e psicologi di comunità per garantire un intervento immediato e tempestivo per la popolazione residente. Infine, verranno organizzati incontri di gruppo con uno psicologo di comunità una volta a settimana per training neurologici e supporto all’invecchiamento attivo.

La progettazione seguirà il “metodo dei Comuni del Welcome” che si attua con il welfare delle persone e dei territori attraverso il reddito di cittadinanza, il budget di salute, le misure alternative alla pena detentiva, il Sistema di Accoglienza e Integrazione-Sai, la cooperazione di comunità, l’economia civile, l’economia circolare, il patto educativo di comunità, i servizi diffusi per la presa in carico della prima infanzia, la lotta all’azzardo e il contrasto alle dipendenze, la coesione familiare, la promozione delle comunità energetiche e l’accoglienza diffusa degli anziani.

Come afferma Doriana Bollo, dell’ufficio progettazione di “Sale della Terra”, «tra un bisogno e un sogno c’è di mezzo un progetto. È proprio quando un progetto non resta più confinato sulla carta che si realizza tutta la sua potenzialità: in questi tre giorni esso ha preso finalmente il volto di Antonio, Sandra, Mattia, Rosanna e di tutti i rosetani che hanno scelto di mettere in gioco i propri sogni partendo dal loro genius loci». La Bollo ha 32 anni, studi in sociologia, e ci dice di aver scoperto che la rosa damascena, fiore grazie al quale Roseto Capo Spulico è famosa, ha la tipicità di fiorire anche in inverno. Guarda il borgo di Roseto e ne immagina, tra i file excel dei progetti, la fioritura in tutte le stagioni.

QUESTO ARTICOLO E’ STATO PUBBLICATO SU CITTA’ NUOVA (clicca qui per leggerlo)

Castelpoto, la scuola a sei nazioni

Castelpoto, la scuola a sei nazioni.
Castrum Potonis (da cui Castelpoto), significherebbe “castello di Poto”, figlio di re Adelchi, vissuto nel IX secolo e imparentato con il più illustre principe di Benevento. Ma da queste parti Castelpoto fa rima con Slow Food e con il presidio che qui è “regina”: la salsiccia rossa.
Sembra che storicamente a Castelpoto l’allevamento suino sia stato praticato dal porcaio del duca e pressappoco quella sembrerebbe anche la data di nascita della salsiccia rossa. Castrum Potonis, pur risalendo all’epoca romano-sannitica si sviluppò maggiormente sotto la dominazione longobarda e normanna. Ancora oggi molte famiglie allevano in proprio il maiale producendo, secondo ricette gelosamente tramandate, questa eccellenza gastronomica che, abbinata all’aglianico sannita, vale tutto il viaggio fino a Castelpoto. Vito Fusco è dinamico ma meticoloso. Abito e camicia perfetti, sindaco del suo paese pare esserci nato, per il rispetto con il quale parla anche della singola pietra del suo piccolo comune.

Castelpoto, entroterra campano, terra longobarda ma anche comune di “cintura” per la Snai, posizione un po’ ostica e penalizzante?
Castelpoto era un comune in declino con forti dinamiche di invecchiamento della popolazione ed è anche terra di emigrazione. Noi chiaramente ci siamo posti dinanzi a una sfida molto complessa, che è quella di invertire questo trend che purtroppo è comune a tante realtà del mezzogiorno d’Italia ma anche del centro nord. Castelpoto non è tecnicamente un’area interna anche se ne ha tutti gli indicatori.

Circa 1.200 abitanti, negli ultimi dieci anni ne avete persi 150: cosa state facendo per invertire la tendenza?
Abbiamo lanciato una sfida difficile, complessa partendo da un’analisi territoriale e da fattori endogeni sui quali abbiamo cercato di incidere. La lotta all’isolamento causato dai collegamenti stradali pessimi era un problema che ci ha lasciati per anni ai margini. E su tutto la prima grande sfida: l’accoglienza, cominciata nel contesto sfavorevole del 2017. In quel periodo noi abbiamo avuto il coraggio di andare contro corrente, aderendo al modello di accoglienza diffusa proposto da Anci, il Sistema Accoglienza Integrazione-Sai (prima SPRAR, ndr). Posso dire che a distanza di cinque anni è stata una scelta sicuramente vincente perché è stato un progetto che è diventato una “buona pratica” e ha funzionato sotto tanti i punti di vista.

Ce ne dica tre…
Primo, ben tre famiglie appena uscite dal progetto sono rimaste a vivere a Castelpoto. E stiamo parlando di famiglie che hanno dato al nostro piccolo Comune dieci bambini. Secondo, intorno al Sai si è costruito un bel gruppo di lavoro di professionalità del nostro paese che negli anni si è affiatato, formato da giovani che grazie al lavoro nel progetto non sono andati via. E molte attività commerciali hanno avuto un nuovo impulso economico. Terzo, il Sai ha incrociato una sinergia con la popolazione locale creando benefici al resto dei residenti grazie all’attivazione di laboratori e soprattutto ci ha dato la possibilità di non perdere la scuola, anzi aumentarne l’offerta.

la giunta Fusco nella sala consiliare del Municipio
la giunta Fusco nella sala consiliare del Municipio

Grazie ai bambini che sono arrivati?
Sì, abbiamo lanciato una piccola sfida. Da quest’anno alla primaria non abbiamo più la pluriclasse ed è ritornato, dopo circa 20 anni, il tempo pieno con la cucina interna alla scuola. Ed è una meraviglia avere sei nazionalità diverse in un’unica scuola di un piccolo comune dell’entroterra. Ma soprattutto è una meraviglia avere la certezza della sopravvivenza della scuola. E speriamo di riprendere il progetto “primavera” per bambini dai 18 ai 36 mesi che si è interrotto durante la pandemia.

E si smonta anche l’idea del borgo isola felice in cui il tempo pieno non serve alle famiglie…
Esatto, il piccolo comune deve essere visto e vissuto come un comune normale, dove si può avere un’elevata qualità della vita relazionale e di comunità, ma anche un’elevata qualità dei servizi. Le bucoliche non servono allo sviluppo e all’innovazione. Castelpoto, insieme ad altri piccoli comuni italiani, può diventare luogo per abitare il futuro, ma per farlo deve essere terra di innovazione.

E voi l’innovazione come l’avete fatta, scuola a parte?
Innanzitutto con una bella progettualità sul bando Borghi per il quale abbiamo puntato sulla rigenerazione culturale e sociale del borgo longobardo di Castelpoto che ha una parola chiave: “costruiamo”, ovvero un percorso partecipato che ha incluso anche i castelpotani che oggi risiedono altrove, le energie intellettuali, il sistema istituzionale e la comunità del progetto Sai. Ci sono tante piccole azioni che, messe insieme in una strategia integrata, possono fare la differenza perché la progettazione a spot non serve alle piccole comunità che vanno guardate nel loro insieme.

Inaugurazione del parco giochi di Castelpoto, intitolato al piccolo Aylan Kurdi
Inaugurazione del parco giochi di Castelpoto, intitolato al piccolo Aylan Kurdi

Quindi in un progetto avete messo un concept territoriale?
Esatto. Il bando stesso è stato innovativo nel metodo perché la scrittura del progetto è stata oggetto di partecipazione dei cittadini in quello che abbiamo chiamato “incubatore di comunità”. Abbiamo incontrato i cittadini, abbiamo coinvolto le persone giovani e meno giovani, quelli che sono fuori per motivi di studio e di lavoro, ci siamo visti online quando non abbiamo potuto fisicamente, abbiamo raccolto idee e abbiamo in qualche modo cementato il senso di appartenenza anche nei castelpotani che sono fuori e che si collegavano per dare il loro contributo da Torino, da Milano, da Bologna, da Zurigo. Il punto di caduta della progettualità è il borgo medievale di Castelpoto: restauro della torre civica, catalogazione dell’archivio storico, digitalizzazione, creazione dei prodotti a marchio denominazione comunale d’origine-Deco e denominazione d’Origine Territoriale Dot. E ci saranno anche le residenze d’artista che verranno a Castelpoto a lavorare per un periodo di tempo, vista anche l’importanza che ormai sta assumendo S(t)uoni, la nostra rassegna culturale.

E il taxi di comunità…
Chi vuole venire a Castelpoto deve poterlo fare anche se non ha un’auto, quindi abbiamo previsto il taxi di comunità soprattutto per garantire collegamenti con gli aeroporti ad orari in cui i mezzi pubblici non raggiungono più le aree interne.

Ultima nata è la Cooperativa di comunità: “Castelpotare”. Una declinazione all’infinito di Castelpoto…
La pandemia ci aveva bloccato il cammino, è stata la meta forse più sofferta! Abbiamo molto lavoro da fare con questi ragazzi coraggiosi, sia quelli nati qui che quelli venuti da fuori, che hanno deciso di restare qui e che hanno deciso di lavorare in sinergia con gli obiettivi dell’amministrazione, partendo da quello più importante: non lasciare nessuno indietro.

La cooperativa di comunità "Castelpotare" appena costituita dal Notaio Ambrogio Romani (con la barba, al centro)
La cooperativa di comunità “Castelpotare” appena costituita dal Notaio Ambrogio Romani (con la barba, al centro)

Sindaco perché lei non è andato via e ha messo su famiglia qui?
Perché mi piacciono le sfide. L’ho sentita una scelta normale. Papà è stato sindaco di Castelpoto 40 anni prima di me, ora purtroppo non c’è più. Attraverso i suoi occhi, i suoi gesti, le sue scelte e i suoi sacrifici io ho imparato ad amare la politica come mezzo di cambiamento dei luoghi che viviamo, soprattutto attraverso la lotta alle disuguaglianze. E la peggiore disuguaglianza oggi è quella territoriale che ingloba tutte le altre, che con i sindaci del recovery stiamo cercando di combattere con ogni mezzo democratico possibile. Per fortuna mia moglie ha condiviso la mia scelta, pur facendo il medico fuori Castelpoto. Oggi le nostre tre bimbe vivono in un piccolo comune dell’entroterra campano, ma a scuola studiano e giocano con coetanei di cinque nazionalità diverse. Nei piccoli comuni è possibile connettersi con il mondo sia grazie al digitale che grazie al “relazionale” fatto di accoglienza gestita con intelligenza politica.

Cittadinanza attiva, la ricetta della svolta

Cittadinanza attiva, la ricetta della svolta.
«Quasi un’ora di strada per raggiungere questo paesino che dai balconi vede la Puglia: curve e nebbia e asfalto sconnesso e salite e discese», così si arrivava a Baselice, piccolo comune dell’alto Sannio campano, prima che “la fortorina” rendesse più agevole un lungo pezzo di strada dal capoluogo, Benevento.
Lucio Ferella ha un’età indefinibile, uno sguardo piccolo ma acuto, gli piace sorprendere l’interlocutore, interessarlo, meravigliarlo. Laurea in informatica a Napoli, dottorato di ricerca in biologia computazionale a Firenze, diventa sindaco di Baselice dove torna per prendersi cura della sua famiglia di origine. Ci riceve nel suo studio, tra i vicoli del borgo il freddo poco pungente di questo anomalo inverno caldo e un silenzio sereno al profumo di camini accesi nelle abitazioni.

Poco più di 2mila abitanti, Baselice ha perso mille abitanti nell’ultimo ventennio. Come si frena lo spopolamento?
Da noi si dice “vieni a Baselice solo se ha necessità”, a significare che nel Fortore non passi, devi venirci appositamente. È un’area interna di montagna, qui si pratica agricoltura eroica e le condizioni complessive sono sempre state difficili, tant’è che i giovani tendenzialmente vanno via e non c’è ricambio generazionale. L’unico dato forse positivo è il saldo migratorio degli ultimi tre anni: da meno 19 a più nove abitanti.

Inversione di tendenza?
Sì, si tratta di nove persone che prima erano ospitate nel progetto del Sistema di Accoglienza Integrazione-Sai che è nato con l’amministrazione comunale precedente e che noi non solo abbiamo prorogato per altri tre anni, ma anche ampliato con il comune di Biccari del sindaco Mignogna, aumentandone i posti disponibili a 40, venti per ciascuno dei due comuni.

Lei diventa sindaco nel 2019, a 39 anni: una scelta di “restanza” a Baselice importante…
Io sono uno di quei giovani che è tornato nel proprio paese. Ho studiato informatica a Napoli, ho fatto il dottorato a Firenze in biologia computazionale. Ma ho voluto rivendicare il diritto a restare. Al di là dei paesaggi mozzafiato e dei prodotti più buoni del mondo, volevo incidere su questa comunità presa troppo dall’apatia e dal ritardo nell’innovazione, priva di strategia e visione di futuro.

E dà vita ad un laboratorio civico…
Esatto, un laboratorio civico di idee e proposte al quale hanno partecipato diverse persone, 30-40 in tutto, la metà giovani, con cui abbiamo formato poi la squadra per le elezioni amministrative. Ci riunivamo in un ristorante ormai chiuso, discutevamo di argomenti vari, ma a me interessava innanzitutto cominciare a ragionare su come riattivare il territorio e la partecipazione civica. Ovviamente la cosa destò subito curiosità e anche qualche diffidenza in paese.

Vi vedevano come setta di carbonari…
Sì, ma la partecipazione alle riunioni è rimasta sempre sulle 30-40 persone e da ogni riunione scaturiva un documento su uno degli argomenti di governo di Baselice. Dispiace che il laboratorio poi si sia sciolto perché siamo stati eletti a maggio 2019 e a marzo del 2020 il Covid ha bloccato tutto.

Avete dato vita a molte progettazioni?
Guardi, appena siamo stati eletti abbiamo trovato una comunicazione in cui si diceva al comune che, entro i due mesi successivi, sarebbe stato revocato un finanziamento di 1.8 milioni di euro perché non era stato dato, fino a quel momento, nessun riscontro alla nota di vincita di un bando sulle aree degradate. Ne abbiamo fatto un intervento suddiviso in cinque aree del territorio comunale. Anche su questo ovviamente abbiamo chiesto ai cittadini, perché è importante che essi sappiano quello che accadrà al loro paese e non se lo vedano “calato dall’alto”. Abbiamo rifatto strutture sportive, marciapiedi, facciate delle abitazioni del borgo, sottoservizi, siamo stati anche un caso di successo in tutta la Campania. Ed ora c’è una maggiore attrattività anche per chi arriva, oltre che per chi ci abita.

E poi ci sono le lumache e le terre incolte…
Abbiamo scelto di recuperare terreni incolti, ci interessava l’allevamento delle lumache e abbiamo presentato un progetto Psr e fra poco dovremmo partire. Sui terreni, alcuni nostri ragazzi hanno cominciato la loro attività imprenditoriale recuperandoli dall’abbandono.

lavoro nelle terre recuperate a Baselice
lavoro nelle terre recuperate a Baselice
Facciamo due conti: tra bando aree degradate, bando borghi, progetto Sai, bando infrastrutture sociali, fondi regionali, recupero di palazzo Lembo, siamo quasi a otto milioni complessivi arrivati a Baselice. Possiamo dunque sfatare il mito che i piccoli comuni non hanno finanziamenti?
Sì, ma dobbiamo anche dire che il lavoro che c’è da fare per cercare di essere competitivi, anche solo per presentare le domande per i vari bandi, è davvero difficile perché i piccoli comuni hanno una struttura della pubblica amministrazione che non sono sempre all’altezza non per qualità dei dipendenti e dei tecnici, ma per numero di dipendenti di ruolo e per la quantità spropositata di adempimenti amministrativi legati anche alle piattaforme diverse dei progetti. Il Pnrr è il principe delle piattaforme. Ogni finanziamento ha poi una piattaforma diversa per rendicontare i progetti. Ma il vero problema lo sa qual è? Il “dopo elezioni”.Che vuol dire, esattamente?
Che spesso noi sindaci guardiamo al futuro solo in funzione della nostra rielezione o meno e spesso pensiamo che tutto quello su cui lavoriamo poi viene “goduto” da chi amministrerà dopo. Io so già che tutto quello su cui stiamo lavorando non si realizzerà nel breve periodo. Ma noi speriamo di essere diversi e invertire la rotta.Sta pensando alla formazione della classe dirigente post Ferella? Ci sono giovani?
Tra giovanissimi e universitari abbiamo circa 200-400 giovani, che non è poco. Devo dire la verità adesso hanno anche un grande senso di voglia di fare. È rinata la Pro-loco, è nata una Cooperativa di comunità, i giovani seguono molto di più la vita politica e sta nascendo una comunità energetica.

I fondatori della Cooperativa di comunità "Movimenti" di Baselice (foto De Siena)
I fondatori della Cooperativa di comunità “Movimenti” di Baselice (foto De Siena)
 

Baselice si è distinta per avere adottato un regolamento contro il gioco d’azzardo: a che punto siamo?
Sì, questa è una cosa che aveva avviato la precedente amministrazione. Purtroppo, però, durante la pandemia la fase attuativa è stata rinviata.

Perché non stimolare al dialogo la cittadinanza su questo? Introdurre ad esempio un sistema premiale per le attività che dismettono l’azzardo?
Va avviato sicuramente un processo partecipato perché è una problematica con dei risvolti positivi e negativi che coinvolgono entrambe le famiglie: chi vive il dramma della ludopatia, ma anche chi ha delle attività che si vede costretta a chiudere. La premialità purtroppo non è praticabile perché le casse comunali non lo consentono.

QUESTO ARTICOLO è STATO PUBBLICATO SU VITA.it (clicca qui per leggerlo)

L’isola della partecipazione

L’isola della partecipazione.
Tecnicamente Procida non è un “piccolo comune”, perché ha attualmente circa 10.500 abitanti. Ma è Procida, è un’isola, è la Capitale italiana della Cultura 2022 e da “piccola” ha parlato al mondo intero, in questo difficile 2022. “La cultura non isola”, dice il claim: terra che diventa luogo di esplorazione, sperimentazione e conoscenza, modello delle culture e metafora dell’uomo contemporaneo. Procida ha “vinto” perché ha mostrato di essere un modello di “capitale esemplare di dinamiche relazionali, di pratiche di inclusione nonché di cura dei beni culturali e naturali”. Dino Ambrosino, il “sindaco della capitale”, giacca e cravatta, nel suo studio siede tra le bandiere d’Italia e d’Europa, un ficus gigante. Alle spalle, che ci guarda dal muro, il Presidente Sergio Mattarella. Tutto molto istituzionale, mentre negli occhi abbiamo il caos creativo delle immagini di Procida di questo anno appena trascorso.

Sindaco, un anno intenso è dire poco…
Un anno straordinario…(gli occhi si accendono, ma restano composti)

Lei è al secondo mandato: nel 2015, quando è stato eletto per la prima volta, immaginava tutto questo?
Io vengo da lontano, nel senso che arrivo dalla militanza politica. Per 14 anni sono stato consigliere comunale di minoranza. Prima di candidarmi a sindaco facemmo le primarie, nonostante la mia candidatura fosse abbastanza nell’aria.

Scegliendo la strada della partecipazione…
Sì, fu un bel momento di partecipazione politica e civica. Io ero molto giovane, però tentammo la strada del coinvolgimento proprio per allargare il bacino di partecipazione dei nostri elettori. All’epoca chiaramente lo strumento delle primarie non aveva ancora mostrato tutte le criticità che poi sono venute fuori in un secondo momento.

Nasce “La Procida che vorrei”, anche se la sua provenienza è il Partito democratico…
Esatto, nasce la nostra lista civica e tenga presente che i due colleghi che avevano fatto le primarie con me poi si candidarono nella civica con me. Gli altri avevano una provenienza dal Movimento Cinque stelle, siamo stati antesignani nel rapporto tra Pd e Cinque stelle. Diciamo che su questo concetto della partecipazione abbiamo fondato molto nel nostro impegno e della nostra battaglia politica.

Un altro esempio di democrazia partecipata che non sia Procida capitale?
Quando abbiamo lanciato la nostra ipotesi di lavoro sul progetto “Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati-SPRAR”, come si chiamava all’epoca. Era il momento della campagna elettorale degli anni 2017-2018 in cui la Lega andava forte su questi argomenti dell’emergenza migranti e noi eravamo la prima piccola isola che provava ad avviare un percorso tra lo scetticismo di tanti cittadini molto sensibili al problema sicurezza. Noi lasciamo ancora le chiavi di casa appese al portone, quindi la paura era tantissima. Abbiamo iniziato, così, un percorso di partecipazione in cui abbiamo girato parrocchia per parrocchia, casa per casa quasi, spiegando che era un progetto rivolto all’accoglienza di famiglie, quindi con adulti e bambini, e soprattutto che con le proporzioni che avevamo stabilito, ovvero tre migranti ogni mille abitanti, non c’era nessun problema perché era un’ospitalità diffusa, senza nessun “casermone” con persone ghettizzate lasciate a sé stesse. Di tutto questo all’epoca si fece carico la Vicesindaco, Titta Lubrano.

Prima di essere “capitale”, Procida cosa era?
Era una Procida “dei quaranta giorni”, in cui il fenomeno del turismo era prevalentemente concentrato nel mese di agosto o al massimo negli ultimi giorni di luglio. Adesso l’isola è frequentata quasi tutti i mesi dell’anno, fin dal 2021.

E il tessuto sociale?
La comunità, bene o male, è sempre la stessa. Sono consapevole che c’è tanto lavoro da parte nostra sulla rete sociale, ma non penso che un amministratore possa mai determinare un cambiamento sostanziale, un cambiamento profondo dell’identità anche sociale del paese. Oggi proponiamo qualche servizio in più rispetto all’epoca, ma non penso che ci sia una grossa differenza sociale rispetto al 2015. C’è chiaramente un territorio diverso, perché noi alla fine tutte le risorse che abbiamo a disposizione cerchiamo di finalizzarle per migliorare il decoro urbano, però da un punto di vista sociale non credo che ci siano profonde diversità.

Lei ha istituito anche un assessorato alla comunicazione: questa attenzione all’esterno, alle relazioni, alla comunicazione, secondo lei ha avuto un peso nella selezione di Procida 2022?
La comunicazione è fondamentale. Al di là delle cose che fai, è importante costruire la visione condivisa del percorso che si sta facendo. Quindi alla fine soprattutto questi mezzi di comunicazione diretta, i social, hanno dato anche l’opportunità agli amministratori di comunicare direttamente con le proprie comunità e di rudurre “il distacco” tra chi governa e i cittadini. Qualche amministratore che ho incontrato in questi ultimi due anni ha sottolineato che la cosa più importante di questo percorso di Procida capitale sia stata proprio “la sfida comunicativa” che noi ci siamo assunti candidandoci, sottolineando che era una pazzia ma anche una straordinaria iniziativa. Era forte l’ambizione, la voglia di partecipare in un momento in cui “capitale della cultura” era comunque un’opportunità prevalentemente per i capoluoghi di provincia. Noi invece come piccola isola abbiamo partecipato e poi è venuto tutto il resto. Ci siamo candidati con l’ambizione di essere “capitale”.

Sagra Del Mare

Ma qual è stato il “momento x”, ci racconta proprio l’attimo in cui per la prima volta avete pronunciato la frase “candidiamoci a Procida capitale della cultura 2022”?
La prima ispiratrice è stata l’onorevole Luisa Bossa, sindaca di Ercolano poi consigliera regionale e poi deputata, a lei va la primogenitura di Procida capitale. La sua città aveva partecipato più volte e, quasi scherzando, mi disse, ricordo nell’autunno del 2019, “Guarda tu devi candidare Procida a capitale della cultura”, ma la cosa sembrava talmente assurda quando io ne parlavo all’interno della maggioranza…

Ma quindi lei ne aveva cominciato già a parlare molto tempo prima del 2020…
Sì, discutevamo con la maggioranza sullo scollamento che c’era stato anche con la nostra base dal punto di vista della partecipazione perché avevamo cominciato all’inizio del 2015 con grande entusiasmo e collaborazione di tutti. Poi però abbiamo notato questo progressivo distacco e ragionavamo su quale potesse essere un modo per suscitare di nuovo l’entusiasmo e riagganciare la partecipazione. Poi l’assessora Rossella Lauro un giorno è venuta con il bando in mano dicendomi “Beh, adesso ci dobbiamo candidare” ed è stata lei a presentare materialmente la candidatura a dicembre 2019. Nel mese di gennaio abbiamo capito che avevamo bisogno di un professionista che ci aiutasse e così arrivò Agostino Riitano, amico di Rossella.

E quando avete avuto la notizia…
E quando abbiamo avuto la notizia siamo esplosi! Eravamo in diretta perché eravamo tutti collegati per l’emergenza coronavirus. Eravamo nell’aula del consiglio comunale almeno una ventina di noi, infatti quando Dario Franceschini diede la notizia in diretta poi ci chiese se fossimo in piazza…Chiaramente abbiamo gioito in maniera genuina come una piccola comunità fa nel momento in cui raggiunge un risultato strepitoso, perché alla fine questo è oggettivamente un risultato strepitoso.

Qual è stato il suo primo pensiero, a parte la gioia, sindaco?
Io ho pianto, difficilmente lo faccio. Però avevo la consapevolezza che era una cosa straordinaria per Procida, per noi orgogliosi di questa terra, ma frustrati perché questa terra è sempre stata poco considerata dal resto del mondo. Alla fine era un motivo di grande riscatto, di grande orgoglio, il coronamento della soddisfazione di ogni amministratore. Per noi “piccoli” così è: noi abbiamo un forte senso di appartenenza l’isola proprio in virtù di questa tradizione marinaresca per cui siamo sempre lontani dall’isola e coltiviamo questa nostalgia della famiglia e del posto da cui veniamo. Ma poi alla fine noi avevamo sempre subìto un po’ la maggiore notorietà di Ischia e Capri. Siamo sempre stati nel cono d’ombra delle due maggiori, se andavamo fuori nessuno ci conosceva, dovevamo sempre spiegare che “Procida è vicino ad Ischia, vicino Capri”. Spesso giravano immagini a Procida spacciandole poi per i Campi Flegrei o per la Costiera Amalfitana, i miei concittadini contestavano l’amministrazione perché incapace di difendere l’immagine dell’isola che possa avere quelle Procida, oppure in caso di maltempo si diceva “interrotti i collegamenti marittimi con Ischia e Capri” e Procida non esisteva. Quando tu, piccolo comune e piccola isola, poi diventi “capitale italiana della cultura”, piangi perché ti rendi conto dell’importanza di questa cosa per una piccola comunità come la nostra.

Dopo l’abbraccio euforico, le è venuta un po’ di paura?
Sì, ho avuto paura perché ci aspettava un onere più grande di noi rispetto ad una piccola struttura amministrativa di un Comune in pre dissesto e quindi con limitazione su assunzioni e spese. Però con la grande collaborazione della Regione, della Città metropolitana, con la nostra buona volontà abbiamo creato uno staff capace di raggiungere risultati importanti. Pensi che noi abbiamo già materialmente pagato fornitori per oltre il 50%, a 7 mesi dall’inizio di capitale della cultura. Dei quattro milioni che abbiamo avuto attribuiti, ne abbiamo già spesi oltre la metà.

Istituzioni

Ma come ci siete riusciti con una piccola struttura amministrativa? Hanno lavorato tutti, a Procida?
Noi abbiamo dovuto seguire tutto il dossier previsto di eventi che in base a quel percorso di partecipazione proponeva degli appuntamenti curati da realtà locali e poi degli appuntamenti di realtà internazionali. Quindi tutti gli affidamenti di contenuti culturali sono stati rivolti verso queste realtà che aveva aderito a questo dossier fin dall’inizio, quindi in percentuale il 25% erano realtà del posto, il 75% erano realtà nazionali e internazionali. Per quanto riguarda gli affidamenti di servizi: quando si è trattato di piccole cose che potevano essere gestite sul posto, ad esempio il fioraio oppure la ditta di trasporto delle attrezzature, delle sedie, delle transenne, o piccole manutenzioni li abbiamo affidate ai locali; il service e l’amplificazione per tutto l’anno, la tipografia ci siamo rivolti a ditte napoletane, si tratta di organizzazioni che non ci sono nel piccolo comune.

Riesce a darci un primo feedback sul monitoraggio del risultato di questo anno in termini di crescita economica di Procida?
Abbiamo incaricato l’Università di Napoli di fare una ricerca e un monitoraggio di questo percorso di anno da capitale della cultura. Non abbiamo un registro con tutte le imprese, posso dire per sommi capi che in questo 2022 sono nate circa una cinquantina di strutture ricettive nuove. Quello che è oggettivo è il numero degli sbarchi di persone non residenti: nel 2019 ne registravamo intorno ai 250mila al giorno, quest’anno ne abbiamo registrati fino 650mila al giorno, quindi un aumento di 400mila sbarchi al giorno che chiaramente crea un’economia forte benché giornaliera. Però l’isola è stata sold out per tutto questo anno.

307533112 679954460217121 4288149780567680253 N

Dino Ambrosino chi è, da dove viene?
Sono un procidano che come tutti gli isolani è particolarmente curioso e attento alle dinamiche della sua isola. Sono un pendolare, ho fatto il liceo scientifico a Lacco Ameno (Ischia, ndr), poi l’Università a Salerno. Poi il pendolare perché lavoravo a Ischia e poi adesso faccio il pendolare perché lavoro a Napoli. La stragrande maggioranza di noi isolani non trova sostentamento dell’isola e solo sull’isola: c’è una marea di pendolari per lavoro e poi la stragrande maggioranza di noi sono marittimi quindi non siamo abituati a lavorare sull’isola perché qui il lavoro non c’è. Mia sorella è andata via da Procida così come tanti della mia generazione che sono andati a cercare opportunità lavorative fuori.

E lei perché è rimasto?
Non me ne sono andato un po’ perché “sono cozza”, resto attaccato allo scoglio (ridiamo…), un altro po’ perché mi sono laureato e comunque abbastanza presto sono arrivati i miei figli, poi avevo questo percorso politico che mi appassionava e a 36 anni sono diventato sindaco. E inoltre anche per le cose di casa chiaramente, ho perso papà che avevo 17 anni. L’isola è luogo ideale per crescere i figli, qui i nostri figli possono restare in strada fino a tarda sera, possono godere il proprio territorio in modo abbastanza libero fanno i loro errori e sotto la videosorveglianza discreta di 22mila occhi che il giorno dopo riportano tutto quello che accade.

Figli

Cosa non è riuscito, in Procida capitale?
Forse non tutti gli appuntamenti sono stati frequentati quanto avrei voluto. Ma alla fine è difficile “rimproverarlo” alla comunità perché anche io non sono riuscito ad andare tutti gli appuntamenti. E comunque oggettivamente stiamo parlando di iniziative che non è che necessariamente devono coinvolgere e stimolare e vedere la partecipazione di tutti. Noi scontiamo il fatto che l’isola non è facilmente raggiungibile un appuntamento serale. Però voglio dire in percentuale è accaduto quello che probabilmente è accaduto anche altrove. La cultura non sempre riesce a coinvolgere proprio tutti.

Cosa resta di Procida capitale? Il primo gennaio 2023 da dove ricominciamo e verso cosa andiamo a Procida?
Ricominciamo da un’enorme nodosità dell’isola chiaramente continuerà. Rimane il fatto che ci sono stati degli stimoli che per tanti hanno significato ancora di più aprirsi a conoscere nuove cose e che siccome sono stati organizzate a casa nostra sono state conosciute dagli isolani. Rimane il fatto che abbiamo fatto passare il messaggio che quest’isola è un’isola che ha un potenziale grande, quindi un messaggio innanzitutto rivolto alla nostra comunità che deve avere maggiore consapevolezza della sua storia, della sua identità e del suo potenziale. Questo è molto importante perché più si conosce il proprio paese più lo si rispettata, più ciascuno dà il suo contributo per valorizzarlo. Qui a Procida il comportamento di ciascuno è dirimente: comportarsi in un modo piuttosto che in un altro produce dei risultati in termini di “bene comune”.

Tre cose dalle quali partire per la prossima capitale della cultura italiana.
L’organizzazione, la prima cosa. Noi l’abbiamo con la responsabilità del Comune e dei nostri dipendenti, ma con l’aiuto di assistenti amministrativi che ci ha fornito la Regione Campania. Mettere in strada i processi significa poi governare tutto il percorso in una maniera ordinata. Secondo, valorizzare quello che hai: noi abbiamo lavorato molto sul palazzo d’Avalos, un complesso è ex carcere del ‘500 che da troppi anni era abbandonato e che grazie a Procida capitale ha avuto un’occasione unica. Terzo, la partecipazione, la capacità di coinvolgere tutti.

Cosa chiederà al prossimo sindaco di Procida?
Grande rigore. Il nostro percorso è frutto di grandi sacrifici: a Procida abbiamo risanato una marea di debiti, circa 24milioni di euro.

Cosa c’è nel futuro di Dino Ambrosino?
Non c’è una velleità politica (ride). C’è il lavoro come c’è stato nel passato.

Biccari richiama il mondo

Partire da quello che c’è. E Biccari richiama il mondo.

Da oggi inizia il nuovo format di vita.it dal titolo “Piccoli comuni, grandi Sindaci”.
Si tratta di interviste – che saranno pubblicate il sabato, con cadenza settimanale – che mirano alla emersione del fattore X della politica dei piccoli comuni che ha consentito di “cambiare” i territori, rigenerando persone e comunità, portando innovazione sociale ed economica, sviluppo territoriale, progettando riqualificazione dei borghi, investendo su terreni abbandonati, arti e mestieri scomparsi.
I “grandi sindaci” dei “piccoli comuni” sono uomini e donne che si confrontano quotidianamente con mille difficoltà e poche risorse anche umane e nonostante questo hanno scelto di costruire una prospettiva per i concittadini di oggi e di domani, investendo energie nella «grande impresa» del governo dei piccoli comuni, spendendosi senza risparmio per garantire servizi e futuro a chi sceglierà di rimanere o di tornare o di trasferirsi in quei luoghi.
Le politiche di un sindaco in tema di welfare, declinato in ogni sua forma – di comunità, della persona, culturale, di economia sociale – sono “la cifra” che per noi qualificano l’aggettivo “grandi”.
L’intervista si ferma anche a guardare la “persona-Sindaco”: provenienza culturale e sociale, storia, lavoro, studi, famiglia. L’intento, accennato ma non minoritario, è capire ex post se esista un fil rouge che accomuna la “formazione” di questa classe dirigente.

Gianfilippo Mignogna
Gianfilippo Mignogna

Fa quasi impressione vederlo seduto, da solo, nel silenzio del suo studio. Gianfilippo Mignogna è il sindaco di Biccari, in provincia di Foggia, e siamo abituati a vederlo sempre in movimento. È il dinamismo in persona, un motore sempre acceso sui problemi del suo piccolo comune, due occhi sempre vivaci sulle idee, le progettazioni e le intuizioni di futuro per la comunità che amministra da sempre. Quarantaquattro anni, laurea in giurisprudenza e master in diritto dell’ambiente, avvocato specializzato in energie rinnovabili, è sindaco del piccolo comune dauno dal 2009, dove vive con Nada e i loro due figli, Mario e Olga.
Biccari è vicinissima al lago Pescara, ai piedi del Monte Cornacchia, millecentocinquantuno metri di altitudine, che insieme al Gargano sono l’unica parte montana di questa Puglia inusitata rispetto all’immaginario collettivo del tavoliere e del mare azzurro.

Biccari è ormai un esempio in Italia di piccola comunità rigenerata che riparte. Cosa è successo?
È successo che all’inizio della nostra attività amministrativa abbiamo pensato di doverci concentrare di più sulle cose che avevamo e meno su quelle che ci mancavano.
Anche Biccari è un comune che, come tanti delle aree interne, soffre mancanze, assenze e problemi. Ma a Biccari sono anche tante risorse: la montagna, il bosco, la presenza di un lago. Abbiamo puntato innanzitutto sul recupero di questo pezzo importante del nostro territorio, ripensandolo come un luogo dinamico.
Fino a qualche decennio fa il bosco era solo luogo di fatica, chi ci viveva non aveva una vita agiata, non conosceva il benessere. Adesso è un luogo generativo e multifunzionale: offre percorsi di turismo esperienziale e naturalistico, sono nati il parco avventura, la filiera della sentieristica, del trekking e delle escursioni e poi le attrazioni come l’esperienza di dormire nel bosco, nelle casette sugli alberi o nelle Bubble room, le case di gomma trasparente per poter dormire sotto le stelle.

E c’è anche l’ultima “invenzione”: il Dark Sky Park…
Sì, a Biccari nascerà il primo “parco notturno” regionale. Il Dark Sky Park in tutta Europa nasce come area naturalistica che si distingue per l’eccezionale qualità e bellezza dei suoi cieli stellati e i cui ambienti notturni sono tutelati per scopi scientifici, educazionali e turistici.
Con la Cooperativa di Comunità Biccari inizieremo dunque la sperimentazione del parco notturno a zero inquinamento luminoso nell’area di Monte Cornacchia, prevediamo l’installazione di apposita segnaletica informativa e la realizzazione di punti di osservazione con guide astronomiche, telescopi ed un preciso regolamento. Non mancheranno ovviamente convenzioni e servizi extra con associazioni, ristoranti, B&B e produttori locali.

Lago Pescara
Lago Pescara

Il genius loci come motore di innovazione e sviluppo, dunque.
Esatto. La storia di Biccari di questi ultimi anni dimostra che anche un piccolo comune marginale con un po’ di innovazione, con un po’ di esperimenti e con la voglia di fare può diventare una piccola destinazione nazionale e internazionale. Noi quest’anno chiudiamo la stagione estiva con quasi 30.000 presenze.
C’è molto turismo giornaliero di prossimità, ma ci sono anche molte permanenze: siamo passati in pochi anni da due ad undici B&B, i ristoranti hanno ricominciato a lavorare con una certa frequenza, oggi ci sono tanti ragazzi che lavorano nella filiera dell’ospitalità.

Contro ogni narrazione delle piccole comunità come comunità “resistenti” al cambiamento…
Siamo troppo abituati a pensare al nostro territorio come un territorio che “non ce la fa”, che “non ce la può fare”, che ha “difficoltà, impossibilità”. Le cosiddette credenze negative che alla fine sono opinioni collettive che si fa fatica a scardinare.
Noi abbiamo proposto di abbandonare queste credenze e di fare un esperimento sociale: proviamo a fare pace con il nostro territorio, proviamo a rivederlo con degli occhi diversi, proviamo, anche sbagliando e andando a tentativi, ma proviamo a raccontare una storia nuova. Non è stato e non è facile, non è un’operazione si può fare nell’immediato però quando poi si iniziano a vedere risultati tutto si rimette in moto.

La Cooperativa di comunità però rappresenta uno “scatto” della comunità verso sé stessa…
Ad un certo punto ci siamo resi conto che potevamo fare anche mille progetti, ma se non coinvolgevamo realmente i cittadini sarebbe morto tutto un minuto dopo il progetto. Abbiamo studiato e trovato questo modello della cooperativa di comunità che ci è sembrato ideale per la nostra idea di amministrazione e di “paese”. Siamo stati fortunati perché nel 2017 abbiamo avviato un percorso che ancora oggi, pur con le difficoltà di operare in una rete interna, è un percorso che ci sta dando tante soddisfazioni che ha fatto conoscere all’esterno la nostra comunità.

Sono soci parecchi giovani?
La Cooperativa ha un “fattore generazionale” perché abbiamo voluto che fossero soci anche molti anziani perché sono la parte storica della nostra comunità.
Nella Cooperativa queste due generazioni hanno spesso idee molto differenti perché molto spesso gli anziani sono più dinamici, mentre i giovani lo sono di meno. Essere comunità non vuol dire omologazione del pensiero, anzi. Significa però trovare l’accordo nonostante le differenze.

Cooperativa di comunità di Biccari
Cooperativa di comunità di Biccari

Con tutte queste politiche di innovazione e rigenerazione siete riusciti a frenare lo spopolamento?
I dati che abbiamo e che monitoriamo periodicamente ci dicono che comunque Biccari o perde meno rispetto agli altri comuni oppure in alcuni casi riesce addirittura a guadagnare e questo secondo me per due motivi. Il primo è che ovviamente cerchiamo di lavorare sulla distanza cioè sul fatto di far restare le persone nel nostro paese, soprattutto i giovani. Oggi abbiamo almeno sei-sette esperienze di giovani che producono pasta, tartufo, lavanda e zafferano: segno che si resta ma “da protagonisti” e in maniera coerente con le vocazioni del nostro territorio.

Ma lei è riuscito anche ad attrarre nuovi cittadini, oltre che a far restare i biccaresi…
Biccari ha bisogno dei biccaresi, ma anche di gente nuova di gente che arriva, ha bisogno di essere un paese che si rimette in discussione, si rigenera attraverso dei nuovi arrivi. Secondo me questo è molto importante perché quello che magari non è sufficiente ad un ragazzo biccarese può diventare invece prezioso per chi arriva da fuori.
L’esempio è il progetto con “Argentina per il mondo” che ha fatto arrivare a Biccari già una quarantina di argentini di origine italiana alcuni dei quali sono rimasti in media per sette-otto mesi e qualcuno sta proprio stabilendosi definitivamente qui.

Avete anche lanciato il progetto “immobili che muovono” della vendita delle case biccaresi. Come sta andando?
Fino ad ora abbiamo venduto 26 case, ma non ad un euro bensì ad un prezzo deciso dal venditore. Le richieste di acquisto sono giunte da Stati Uniti d’America, Irlanda, Belgio, Olanda ma anche da Messico, Brasile e Argentina. Le nostre case però non sono “oggetti” immobiliari, ma progetti di vita. Prima di vendere, incontriamo gli acquirenti, li conosciamo, li ospitiamo per qualche giorno. Poi se ne vanno, tornano e piano piano si perfeziona questa che è una relazione più che una vendita. Si tratta di salvare un patrimonio che non è soltanto materiale, ma anche umano.
Insomma, c’è il tema della rigenerazione, c’è il tema economico perché nella ristrutturazione lavorano i tecnici e le maestranze locali e poi ci sono delle nuove cittadinanze.

I numeri di Biccari
I numeri di Biccari

Perché diventa sindaco?
Io sono nato a Milano, dove papà lavorava all’ATM e mamma faceva l’infermiera professionale. Appena sono nato, però, si sono trasferiti di nuovo a Biccari perché rifiutavano l’idea che i figli potessero crescere senza “la piazza” del paese e i nonni. E io dico “meno male!”. I paesi non sono affatto noiosi, anche qui le “avventure” non mancano, anzi! La politica in un piccolo paese la “fai” da quando sei ragazzo e ti impegni nelle associazioni e credi nel cambiamento.

Lei adesso sta concludendo il suo ultimo mandato possibile, dopo circa tredici anni. Cosa c’è nel suo “dopo”?
Credo che per i piccoli ci siano livelli che ad un certo punto vanno affrontati a livello sovracomunale. Penso alla condivisione di alcuni percorsi associativi come la Rete del Welcome, come i Borghi autentici in cui poter fare massa critica e rappresentare in anche gli altri territori marginali.
Un esempio su tutti, il PNRR: tra qualche anno vedremo se tutte queste risorse sono state davvero qualcosa che ha innescato innovazione oppure se è stata soltanto spesa pubblica. Per il momento, io penso che ci sia il grande rischio che il PNRR aumentando la competitività tra i territori rischia di penalizzare quelli più deboli.

Cosa chiederà al prossimo sindaco di Biccari?
Credo di lasciare una Biccari con più fiducia nel proprio territorio e nei propri mezzi, più aperta e più proiettata all’esterno rispetto a quello che ho trovato.
Quello che chiederò sarà davvero tanto: voglio bene al mio paese e spero che possa continuare ad esserci un cammino generativo in questo luogo d’innovazione che accetta le sfide.

QUESTO ARTICOLO E’ PUBBLICATO SU VITA.IT (clicca qui per leggerlo)

 

Il figlio del prete.

Il figlio del prete. Storia di don Michele e Mohamed. Questo articolo è stato pubblicato da VITA non profit (qui)

Ha accolto uomini e donne provenienti da ogni parte del mondo: America Latina, Ecuador, Colombia, Venezuela, Argentina, Africa, Marocco, Tunisia, Cuba, Albania, Cina, Egitto, Malawi, Congo, Etiopia, Eritrea, Siria, India, Sri Lanka e Guinea.
Tra corridoi umanitari, detenuti ai domiciliari e rifugiati, nella sua casa canonica di Codevilla sono passati centinaia di uomini e donne con storie di fragilità e violenza.
Poi, nel 2018, a Codevilla arriva Mohamed, un ragazzo della Guinea. E per don Michele Chiapuzzi inizia un’altra storia di accoglienza.

Mohamed Conte è nato a Mamou nel 1987 e nel 2016 è fuggito dal suo paese per motivi politici e di persecuzione. Laurea in Scienze della comunicazione e dell’educazione nell’Università Lansana a Conakry, musulmano, approda in Italia dopo un viaggio tra Mali, Mauritania, Libia. Per lui si aprono le porte del CAS (Centro di Accoglienza Straordinario) di Zavattarello, in provincia di Pavia. Le cose si mettono male, siamo nel periodo dei cosiddetti decreti Salvini e per Mohammed arriva l’espulsione dal CAS.
La salvezza arriva da Brigitte e Caterina, due amiche, la prima volontaria nel CAS, la seconda proprietaria di una storica azienda vitivinicola di Codevilla. Caterina assume Mohamed, che si salva così dall’espulsione. Ma per lui occorre avviare la pratica della richiesta di asilo in Italia.
Caterina chiede aiuto a don Michele che accoglie Mohamed nella casa canonica.
Comincia, così, un lungo e complesso percorso per il riconoscimento dello status di rifugiato, che alla fine ha un esito sfavorevole per Mohamed. Sono passati due anni e per Moha – come ormai è chiamato qui, nella sua nuova casa e nella sua nuova città – sembra non esserci più nulla fare se non il rimpatrio in Guinea, da dove era fuggito.

don Michele Chiapuzzi nella cucina della casa canonica (foto di don Michele Chiapuzzi)
don Michele Chiapuzzi nella cucina della casa canonica (foto di don Michele Chiapuzzi)

L’adozione

È in questo momento che a don Michele viene in mente l’ultimo tentativo. Ne parla con Moha, ne parla con alcuni avvocati, ne parla con alcuni amici e decidono: adozione.
È una scelta che apre ad una dimensione esistenziale di notevole impegno: don Michele, prete cattolico, decide di diventare padre di Mohamed, uomo musulmano orfano fin dalla nascita.
Tra il Natale e il trentuno dicembre del 2020, don Michele e gli avvocati milanesi ai quali si rivolge – tutti esperti in diritto di famiglia e adozioni, che prendono a cuore la storia e rinunciano al proprio compenso – depositano la richiesta di udienza in Tribunale a Pavia.
Il giorno dopo l’Epifania, la giudice fissa l’udienza per aprile 2021, un tempo inaspettatamente veloce per la giustizia italiana: due aprile, per la precisione, che cadeva di Venerdì Santo.

In udienza – racconta don Michele – la giudice è rimasta colpita quando ha interrogato Moha su quali fossero le motivazioni che lo spingessero ad accettare l’adozione. Ricordo che Moha disse “Quando conobbi don Michele subito dentro sentii un’emozione strana, era come se avessi trovato mio padre”, conclude don Michele emozionato.

Passano solo quattordici giorni e la sentenza è favorevole: Moha diventa ufficialmente Mohamed Chiapuzzi Conte. «Era il sedici aprile, il giorno di Santa Bernadette Soubirous, la bambina di Lourdes. Moha divenne per la legge italiana un uomo libero. Ma soprattutto si percepì finalmente come uomo libero», dice don Michele.

Il figlio del prete

Un prete cattolico e un uomo musulmano: padre e figlio per scelta libera: «Abbiamo innanzitutto condiviso la fede, la fede in un unico Dio», racconta don Chiapuzzi, che confessa «Mi è capitato di veder pregare Mohammed qualche volta e mi sono commosso. Nel pregare c’è un buttarsi dentro ad un mistero più grande, quello che Pascal chiama la ragione del cuore, che è incommensurabile perché rappresenta le ragioni della vita che ognuno ha nelle proprie esperienze»

Moha adesso vive ancora in casa Chiapuzzi, nel frattempo ha studiato, ha ottenuto il diploma di licenza media, ha preso la patente e fa l’autista di camion, trasporta in tutta l’alta Italia.
È papà di una bimba, Linda (all’anagrafe Dalanda) di 12 anni, avuta da un’unione giovanile che cresce con la nonna paterna e da poco si è sposato con Dijenabou, con “papà don Michele” presente. Linda e Dijenabou, però, vivono tutt’oggi a Mamou, le pratiche per il ricongiungimento sono molto complesse.

Il mio sogno è di costruire in Guinea una casa per bambini orfani, dice Moha in collegamento da Mamou, dov’è andato per qualche giorno a trovare la sua famiglia.

Don Michele – che arriva al sacerdozio in tarda età – lo guarda, sorride, e parla di misericordia e di speranza, li definisce un mistero grande e un anelito di futuro.