Una curva gettata alle spalle del tempo

Una curva gettata alle spalle del tempo.

Una curva gettata alle spalle del tempo: è il titolo di un’opera d’arte che suona come un refrain lungo tutto il tortuoso percorso che, dal mare, sale sale sale sale a perdita d’occhio fino a Castel di Lucio, piccolo comune in provincia di Messina, dove il sindaco Giuseppe Nobile (nella foto di copertina, maglioncino porpora) ci aspetta per l’intervista. Il cielo è di un azzurro assoluto a pelle di tamburo, la sua intensità aumenta ad ogni sosta lungo la Fiumara d’arteuno dei parchi d’arte a cielo aperto più grandi d’Europa che mica ti aspetti di trovare qui, in un cuneo di territorio tra Palermo, Messina ed Enna. Scendiamo dall’auto, a sinistra il parco giochi che dà su tutta la vallata, l’occhio corre in fuga dal verde-marrone intenso all’azzurro morbido del mare: una curva gettata alle spalle del tempo…una curva gettata alle spalle del tempo…Il sindaco ci chiama, ci giriamo, ci sta venendo incontro, siamo distolti dalla riflessione verde-azzurra.
Nobile ha lo sguardo acuto, è sempre sorridente, ha precisione linguistica ma indugia nella battuta in siciliano che pronunciato da loro ha sempre una musicalità inimitabile. Cominciamo a parlare percorrendo i vicoli di Castel di Lucio, visitiamo la biblioteca, la chiesa, il museo…

Sindaco Nobile, questo è il suo primo mandato, ma dalla Sicilia all’Ucraina di strada ne ha percorsa…
Sì, una bella strada insieme alla mia comunità. Ci tengo molto a dire che prima della elezione a sindaco sono stato per dieci anni presidente del Consiglio comunale. Il mio impegno per la mia comunità di origine parte da lontano, prima con l’associazionismo, poi una parentesi tra il 1998 e il 2001 in Giunta comunale come assessore alla cultura, turismo e spettacolo. Dal 2018, il primo mandato di sindaco che adesso sta scadendo.

E si ricandiderà?
Dopo una fase di riflessione, insieme al gruppo politico che mi sostiene abbiamo deciso di proseguire soprattutto perché c’è la volontà di portare a compimento tutto quanto iniziato nel primo mandato. Devo dire grazie a mia moglie e ai miei figli per avermi accompagnato nella scelta e per non avermi mai fatto pesare in questi anni la lontananza da casa tra giunte, consigli e incontri. Tenga conto che Castel di Lucio, dove sono sindaco, è il mio comune di origine, però vivo con la mia famiglia a Santo Stefano di Camastra, che invece è il comune di nascita di mia moglie, e lavoro a Palermo dove ho lo studio da avvocato. E devo dire grazie anche alla mia comunità che mi ha sostenuto apprezzando la presenza che ho dedicato al mio Comune, che è stata sicuramente tanta e assidua. Vede, la fine del mandato è un bel momento di riflessione sia per il sindaco che per il suo gruppo di maggioranza perché la politica è innanzitutto responsabilità.

Famiglia Nobile, Comunione
La famiglia Nobile alla prima Comunione dell’ultimogenita

Prima parlava di progetti cominciati in questi anni, ce li racconta?
Sono tanti, i progetti che abbiamo cantierato, soprattutto con i fondi Pnrr: attrattività dei borghi, inclusione sociale, infrastrutture sociali, l’acquisizione dei beni del centro storico, la biblioteca. Per un piccolo comune come Castel di Lucio significa cambiare volto e cambiare futuro. Molti di questi progetti sono in rete con altri Comuni, sono stati pensati e condivisi con altri colleghi sindaci. Ad esempio, il progetto presentato al bando attrattività dei borghi è stato fatto in aggregazione con i comuni di Pettineo e Motta d’Affermo. Il progetto di accoglienza SAI è in estensione con il Comune di Tusa. Il progetto Hospitis, grazie all’adesione all’Associazione Borghi Autentici, coinvolge i comuni di Castelbuono, San Mauro Castelverde e Tusa. Abbiamo poi una serie di bandi Pnrr e una serie di progetti per i quali attendiamo gli esiti: è stato, ed è tuttora, un grande lavoro di squadra con amministratori, presidente del consiglio e consiglieri comunali, e soprattutto con i dipendenti comunali che con le loro competenze hanno contribuito tanto al raggiungimento dei risultati (per gli altri progetti, vedi grafica, sotto). Abbiamo, nel frattempo, aderito all’Unione dei Comuni Costa Alesina. E poi c’è stato un “progetto interno”, lungo questi anni, che è stato quello di aprire a tutti le porte di un Comune che forse era ancora chiuso in sé stesso. Ci siamo impegnati soprattutto nell’ascolto di tutti i bisogni dei castelluccesi.

Un Comune addirittura chiuso?
Abbiamo dato spazio e attenzione alle associazioni locali. Abbiamo avuto in comodato gratuito l’edificio delle Suore Francescane del Cuore Immacolato di Maria e messo a disposizione i locali per una scuola di karate e ad una associazione che conserva la tradizione del ricamo e della tessitura (“Il filo di Arianna”, ndr). Abbiamo rafforzato la collaborazione con tutte le attività della parrocchia e i giovani dell’Azione Cattolica che animano molto la comunità, soprattutto in occasione del Natale e delle altre festività. E poi siamo riusciti a far nascere un gruppo di Protezione civile grazie ad alcuni giovani che abbiamo sostenuto per il riconoscimento a livello regionale e ad avere in comodato il modulo di intervento anti incendio. Tenga conto che i Vigili del Fuoco più vicini sono a Mistretta, un’ora di auto, il 118 e l’ospedale idem. Castel di Lucio è entroterra, è isolata, distante da tutto, anche da comuni limitrofi.

Sì, in effetti geograficamente è proprio un triangolo…
È un territorio marginale, un angolo in cui si incrociano tre province: distiamo 180 km da Messina, 120 km da Palermo e 100 km da Enna ma di strada tutta interna.

Beh, allora impossibile restare a casa, nel 2023: non si interrompe una storia così lunga…
Sì, ha ragione, impossibile, anche se le sembrerà incredibile ma la pressione che si vive nelle piccole comunità è forte, in particolare in tema di “servizi”, che in molti casi vengono prima della cultura e della politica. A Castel di Lucio finalmente abbiamo un Museo civico, che è l’unica cosa laica che puoi vedere, ma è stato difficile farlo “entrare” nella comunità.

Potrebbe essere però una preminenza di bisogni primari che non consente di dedicarsi ad altro…
A Castel di Lucio paghiamo in media 100 euro di acqua all’anno, diamo il rimborso spese di viaggio al 100% a tutti gli studenti delle superiori che vanno a scuola fuori, assicuriamo agli anziani il pasto caldo ed altri servizi di assistenza, grazie alla nostra cucina comunale, che è una vera e propria eccellenza e rifornisce anche le mense scolastiche. Abbiamo insomma tutta una serie di servizi che aiutano e sostengono. Adesso stiamo progettando di attivare una cooperativa di comunità per l’accoglienza turistica.

Spopolamento?
Dopo anni di inverno demografico, per la prima volta nel 2022 abbiamo un saldo migratorio di più 40, grazie ai nuovi cittadini provenienti dall’Argentina e grazie alle persone migranti del progetto del Sistema Accoglienza Integrazione-Sai. È la prima volta che a Castel di Lucio si incontrano per strada persone che non si conoscono! Ed è cresciuta anche la domanda di case da affittare. Certo, adesso dobbiamo trasformare questi arrivi in residenti, ma è anche per questo che abbiamo deciso di continuare a lavorare.

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Sindaci, mozione 8 marzo

Sindaci, mozione 8 marzo.

15 agosto 2021 e 16 settembre 2022, il ritiro delle truppe americane da Kabul e il conseguente ritorno al potere dei talebani, due date cruciali che hanno determinato uno stravolgimento del panorama internazionale globale e hanno segnato e continuano a segnare la storia di due Paesi, l’Afghanistan e l’Iran, e con loro la vita e le sorti di intere generazioni di donne, ragazzi e bambini.
Il regime segregazionista talebano ha imposto una serie di divieti che di fatto annullano qualsiasi possibilità di vita fuori dalle mura domestiche per le donne e le bambine afghane. Tra i divieti più odiosi, solo per citarne alcuni, ci sono il divieto assoluto di lavorare e di svolgere professioni, il divieto assoluto di uscire di casa se non accompagnate da un mahram, il divieto di studiare in scuole, università o altre istituzioni educative, l’obbligo di indossare il Burqa, le frustate per quelle donne che non vestono secondo le regole imposte dai talebani, la lapidazione pubblica per le donne accusate di avere relazioni sessuali al di fuori del matrimonio, il divieto di uso di cosmetici, il divieto di praticare sport o di entrare in un centro sportivo o in un club, la modifica di tutti i nomi di luogo inclusa la parola «donna».

La reazione italiana si fa sentire forte e parte dai territori e dalle comunità. In una lettera ai sindaci e alle sindache d’Italia, con il supporto e la collaborazione delle assessore e degli assessori alle Pari Opportunità dei comuni capoluogo, l’Associazione nazionale dei comuni italiani-Anci dedica, infatti, l’8 marzo alla condizione femminile in Afghanistan e Iran, esprimendo ferma condanna, solidarietà e vicinanza alle donne afghane ed iraniane e promuovendo la campagna presso le Autorità nazionali ed internazionali e una ferma presa di posizione contro l’operato dei governi talebano e afghano affinché cessino tutte le violenze.
Nella lettera, la Vicepresidente di Anci e Delegata alle Pari opportunità, Maria Terranova, sindaca di Termini Imerese, in provincia di Palermo, invita i sindaci ad adottare una Mozione, appositamente preparata, per denunciare «La condizione delle popolazioni e, maggiormente, delle donne afgane e iraniane alle quali i regimi hanno imposto una serie di divieti che di fatto annullano qualsiasi possibilità di vita fuori dalle mura domestiche, anche usando la repressione violenta sfociata in esecuzioni capitali», come si legge nel testo.

Donne Afghane
donne afghane al mercato (foto di lavocedinewyork.it)
 

Against – contro ogni forma di violenza perpetrata ai danni dei cittadini e delle cittadine in iran e afghanistan, questo il nome della Mozione, impegna i Comuni a promuovere iniziative di informazione sui diritti negati nei confronti delle donne, delle ragazze e delle bambine in Afghanistan e Iran, coinvolgendo tutti i soggetti attivi del territorio, in particolare i ragazzi delle scuole di ogni ordine e grado. Allo stesso tempo, li invita ad intraprendere iniziative di sensibilizzazione, e a prevedere nella serata dell’otto marzo l’illuminazione di un sito o di un monumento cittadino con un fascio luminoso di colore giallo.
«La mozione nasce da un confronto e da un’idea. Ci siamo confrontati in Anci, io come Delegata nazionale alle Pari opportunità e tutta la struttura Pari opportunità di Anci e abbiamo pensato di portare avanti questa iniziative per l’8 marzo che abbiamo presentato alla Commissione nazionale Pari opportunità e poi al Consiglio nazionale di Anci», ci dice la sindaca Terranova, che spiega: «Siamo partiti dalla considerazione che non si può parlare di donne e di empowerment femminile se poi in realtà non allunghiamo lo sguardo a cosa accade veramente a poca distanza da noi, come in Iran e in Afghanistan, in cui la figura delle donne viene sostanzialmente cancellata».

E se non sosteniamo la reazione che comunque c’è a questo regime barbaro totalitario…
Esatto. In Iran, dopo la morte di Masha Amini, la 22enne curdo-iraniana, avvenuta il 16 settembre scorso a seguito della detenzione in un centro della polizia morale in cui era stata rinchiusa per non aver indossato correttamente il velo, si sono susseguite manifestazioni e proteste con oltre 520 manifestanti uccisi negli scontri con la polizia, 19mila persone arrestate, esecuzioni e impiccagioni di giovani. Siamo partiti da qui per scrivere la Mozione che abbiamo condiviso con il Ministero degli affari esteri, la Ministra delle Pari opportunità, la invieremo al presidente del Senato Ignazio La Russa e al presidente della Camera dei Deputati Lorenzo Fontana, alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, alla presidente del Parlamento Europeo Roberta Metzola, alla presidente della Commissione UE Ursula Von der Leyen, affinché promuovano una moratoria tesa ad inserire gli autori di tali violenze nelle liste dei terroristi internazionali.

Ma perché partire dai sindaci?
Perché oggi il principale compito della “diplomazia delle città” è di promuovere valori universali partendo dalle comunità locali che sono chiamate ad interpretare un ruolo che va ben al di là dei confini del singolo comune. Il ruolo dei sindaci sta in questa difesa dei valori della democrazia che è in costante crescita: i sindaci sono stati e sono tuttora in prima linea nell’accoglienza, lo abbiamo visto nel caso dell’Ucraina, noi siamo stati i primi ad accogliere.

Basterà illuminare i monumenti di giallo? Dura solo una sera, sindaca…
Molti Comuni hanno aderito e stanno facendo attività e iniziative di sensibilizzazione con scuole e società civile (nella foto sotto, l’attività di sensibilizzazione avvenuta ieri nel Comune di Molinara, in provincia di Benevento, ndr). La manifestazione visiva della luce gialla deve avere un impatto forte, tangibile di una evidenza di un dramma.

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Molinara (Bn) – manifestazione per l’8 marzo nel progetto SAI con famiglie afghane per la Mozione Anci

Senza voler minimamente paragonare le due condizioni, ma se torniamo allo sguardo all’Italia, c’è un dato che preoccupa ed è la scarsa partecipazione alla vita politica attiva delle donne. Perché, secondo lei?
In Italia le sindache sono il 15%, solo nei piccoli comuni il numero cresce un pochino. Anche in Parlamento sono state elette meno donne all’ultima tornata, forse la prima flessione in vent’anni. Credo sia dovuto probabilmente al tipo di impegno che viene richiesto per un “servizio” quale quello di fare il sindaco: grandi sacrifici, una vita personale e professionale che viene messa sostanzialmente da parte, il fatto che il nostro paese sconti anche la carenza di servizi per l’infanzia, dei servizi educativi, insomma c’è un ritardo della rete territoriale di servizi che non è in grado di sostenerle e questo è un problema che riguarda anche l’occupazione femminile in genere. Per non parlare dei consultori, soppressi oppure svuotati da psicologi, ginecologi, assistenti sociali. Ho sollevato più volte il problema del ribilanciamento del rapporto tra sociale e sanitario. Il sociale corre, ma sembra che il sanitario non ci venga proprio dietro.

Ma non è anche un fatto culturale?
Anche. L’ho notato anche su di me: per alcuni ero o “troppo giovane” o “troppo donna”. Ho espresso proprio oggi il mio punto di vista anche alla Commissione antimafia e ho detto che lì dove c’è povertà minorile c’è povertà educativa che si trasforma nel terreno più fertile che ci sia per la criminalità organizzata. Non è un caso che Giovanni Falcone, Rocco Chinnici e Paolo Borsellino si rivolgessero sempre ai giovani. In questo, le mamme, le donne, hanno un ruolo che deve essere sostenuto, difeso, presidiato. In un luogo ad alta densità mafiosa devi opporre un luogo ad alta densità educativa.

Ma lei si sente mai sola?
Sì. Spesso sì. (si ferma, la voce si rompe) È un ruolo complicato. I sindaci sono “la frontiera”, siamo sottoposti alle richieste più impensabili. E spesso si deve dire di no. E quando devi dire di no e ci sono da prendere decisioni importanti che riguardano il futuro della tua città, lì la solitudine si avverte forte.

Da Sin Maria Terranova Vice Presidente Anci E Giovanna Guercio Presidente Nazionale Soroptimist 1000X750
Maria Terranova firma il Manifesto Soroptimist “La città (ecosostenibile) che vorrei: reinventare la città a misura di donna”
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Vietato non copiare

Vietato non copiare.

Si erano conosciuti anni fa durante una manifestazione dell’Associazione Comuni Virtuosi. Dopo l’uscita delle reciproche interviste nella nostra rubrica “Piccoli comuni, grandi Sindaci”, Aldo D’Achille, sindaco di San Bellino, e Lino Nicola Gentile, sindaco di Castel del Giudice si sono incontrati. È stato il sindaco rodigino a far visita al collega molisano, colpito dai progetti che hanno consentito al piccolo comune di Gentile di rinascere e ridare ai suoi 300 abitanti una speranza di futuro resa ancora più forte dall’aggiudicazione a febbraio del bando borghi del Pnrr per un importo di 20 milioni di euro. Visione lunga, determinazione, lo strumento della public company, la cooperazione di comunità, ma soprattutto gli “imprenditori affettivi”: queste le chiavi del successo molisano che Aldo D’Achille ha voluto conoscere da vicino a Castel Del Giudice.

La visita

«Vietato non copiare! Mi sono incuriosito leggendo nell’intervista tutte le cose che Gentile ha fatto e sono venuto a capire come poter portare a San Bellino alcuni dei suoi modelli di innovazione sociale e di sviluppo territoriale», ci ha risposto D’Achille quando gli abbiamo chiesto il motivo del viaggio.
È soprattutto sull’idea degli “imprenditori affettivi” che i due sindaci hanno ragionato insieme a Ermanno D’Andrea, che a Castel del Giudice ha messo cuore e azienda.
San Bellino è nel cuore del Polesine, un corpo umano che per cellule ha 50 comuni ed è irrorato da 2050 chilometri di acqua. Una “Mesopotamia” italiana che chiede di essere ripensata non solo per il disastro dell’alluvione ma per le potenzialità che può esprimere.

Il sogno del Polesine

Aldo D’Achille sogna un Polesine «Tra acqua terra e cielo», che metta a sistema tutte le sue potenzialità per attirare l’attenzione sul territorio della provincia di Rovigo. E tra acqua, terra e cielo ci sono anche un distretto ittico e un distretto della giostra che occorre rivalutare e ripensare.
«Dobbiamo essere capaci di una nuova narrazione del nostro Polesine in cui lento non significa monotono ma evidenzia uno sguardo, una visione che potrà essere assaporata vivendo il territorio a piedi, in barca o in bicicletta, una visitazione intensa e lenta in cui il turismo religioso si fonde con le eccellenze del territorio. Speriamo che qualche imprenditore abbia voglia di “affezionarsi” a San Bellino come è accaduto a Castel del Giudice», conclude D’Achille.

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Piccolo comune cosmopolita

Piccolo comune cosmopolita.
Stavamo quasi per desistere, per quanto era introvabile e poco reattivo alle email e ai messaggi al cellulare. Poi, all’improvviso, l’appuntamento nel giro di un giorno. Marco Cogno lo incontriamo a sera nel suo studio di sindaco, alle spalle il gonfalone di Torre Pellice. Ha i capelli arruffati sia per la giornata intensa sia perché se li tormenta di continuo, un aspetto giovane e informale, ma al contempo così assertivo, che spiazza. Parla a raffica, cita dati a memoria, varia sui temi, ironizza, battute tranchantes, è argento vivo che si muove in forma umana. Fa il sindaco, il consigliere della Città metropolitana, il papà di due bambini, è dirigente in un grande ente del terzo settore che gestisce alcune case di riposo e in questo lavoro lotta «contro quella certa cultura del socio assistenziale che trova la contenzione dei pazienti fragili una pratica “normale”». Non abbiamo neanche il tempo di attivare il registratore che già sono passate due ore e sembra ancora poco quello che abbiamo detto.

Lei ha 42 anni ed è sindaco dal 2014. Ci ha creduto fin da giovanissimo…
Sì, a 33 anni ero già consigliere, passavo le serate in comune anziché con gli amici. Poi sono stato assessore alle politiche ambientali e dal 2014 sono sindaco. Mi sono candidato con due obiettivi precisi: “viviamo Torre Pellice” e “facciamo comunità”. E per raggiungerli abbiamo adottato tutte le possibili politiche attive per rendere questo paese vivo su qualsiasi aspetto: abbiamo investito su un asilo nido comunale che avevamo sempre avuto e non volevamo perdere, trasformandolo in edificio NZEB a basso impatto ambientale. Torre Pellice da 15 anni fa un festival che si chiama “La torre di libri”: Umberto Eco, Dacia Maraini, Andrea Camilleri e Claudio Magris sono cittadini onorari, abbiamo una galleria civica dove facciamo molti eventi e mostre. Torre Pellice si è aggiudicata il titolo di “Città europea della Riforma” da parte della Comunione di chiese protestanti in Europa (CCPE – l’organismo meglio conosciuto come Concordia di Leuenberg), siamo considerati “città che legge” perché abbiamo un festival letterario, una libreria e una biblioteca comunale che fa 13.000 prestiti su 4.600 abitanti, quattro libri per abitanti; abbiamo preso in gestione il palazzetto del ghiaccio post olimpico per non farlo chiudere.

Per carità, tutto bellissimo, ma come si frena lo spopolamento a Torre Pellice? Bastano tutte queste attività?
Negli ultimi anni siamo cresciuti: quest’anno siamo 4634, prima 4629, prima ancora 4550. I decessi in un anno sono mediamente 85, mentre i nati sono 30, questo vuol dire che tutti gli anni “aggiungiamo”, anziché essere meno 60, siamo più dieci…

Dai, lei è molto bravo, sindaco, ma…
Non lo so come facciamo a trattenerli, di sicuro siamo una comunità “che sta bene”, abbiamo sette confessioni religiose, siamo centro della Chiesa valdese, abbiamo la Chiesa cattolica, l’Esercito della salvezza, due Chiese evangeliche, una sala per la Comunità araba, una Comunità di induisti e, complessivamente, abbiamo cittadini di Torre Pellice che provengono di 53 nazionalità diverse.

Avete insomma creato un “sistema territoriale di accoglienza”…
Esatto! Con la Diaconia valdese, che è il “braccio” della Chiesa valdese, abbiamo gestito questa micro accoglienza diffusa su circa 30 alloggi su tutto il territorio della Valle. Quindi come gruppo di comuni abbiamo portato avanti questa integrazione che è stata un’interazione molto interessante.

Sindaci di tutte le provenienze politiche?
Sì, sia di centro destra che di centro sinistra. Il successo è stato non solo questo, ma anche quello di avere gestito meglio i flussi bloccando le telefonate improvvise con cui la Prefettura avvisava di arrivi improvvisi di numeri non controllati di persone migranti. Oggi gestiamo noi sindaci l’accoglienza e lo facciamo con persone di nostra fiducia e che hanno una gestione non economica ma umana dell’immigrazione. E, infine, abbiamo messo a sistema anche tutto il terzo settore. Oggi i nostri cittadini del Sai fanno tirocini in biblioteca o rimettono a posto i sentieri partigiani. Abbiamo fatto oltre 95 inserimenti lavorativi, abbiamo riaperto il Centro provinciale per l’istruzione degli adulti-Cpia e pensi che la signora Biagia, torrese doc, è riuscita a prendere la licenzia media grazie al Cpia aperto per i migranti. E non sono stato arrestato quando mi sono autodenunciato per avere dato la carta di identità alle persone migranti di Torre Pellice!

E alcuni sono rimasti a vivere da voi?
Sì, ma le nostre 53 nazionalità diverse non discendono dalle provenienze Sai.

Area interna e zona montana, situazione di giovani e scuole?
Un terzo della mia popolazione è sopra i 50 anni, ho tutte le scuole fino alle medie, poi abbiamo il Liceo valdese oppure i nostri ragazzi devono andare a Pinerolo, ma si fa tranquillamente con i mezzi. Siamo area interna e montana, ma non voglio che si pensi “area sfigata”! Anzi, Torre Pellice ha quattro valori aggiunti: natura, cultura, tradizione e sport. Pensi che col Covid abbiamo perso 180 cittadini ma ne abbiamo guadagnati 363 perché Torre Pellice è ancora un luogo dove ci sono un sacco di servizi come biblioteca, nido, attività culturali e dove la solitudine impatta meno perché anche se sei da solo scendi in piazza e trovi qualcuno.

Quante persone con disabilità e quanto Reddito di Cittadinanza?
Disabilità poche. Reddito di cittadinanza tantissimi. Ricordo che avevo la fila, facevo “il dottor Tersilli del Comune”, il Reddito ha salvato un sindaco! (ridiamo) Io comunque adoravo il Reddito di Inclusione-Rei, era completamente un altro progetto sulla persona, un’altra storia.

Sindaco da dov’è nata questa sua passione politica?
Caduta del muro di Berlino e strage di Falcone e Borsellino, due spinte interiori fortissime. Quando nel 2004 a Torre Pellice mi hanno chiesto di candidarmi nella lista civica ho accettato con gioia, anche se io sono di Luserna, perché avevo proprio voglia di impegnarmi politicamente. È stato molto faticoso costruire il mio percorso personale, devo ammetterlo, anche perché ho detto fin dall’inizio che se su questa sedia sono seduto io, il sindaco lo faccio io.

Comune ad esclusione zero

Comune ad esclusione zero.
Un percorso di progettazione partecipata nel comune calabrese premiato nel 2020 quale ambasciatore di Economia civile.

«Nessuno si senta escluso» trova espressione e significato a Roseto Capo Spulico, piccolo comune dell’alto Ionio cosentino, dove la sindaca Rosanna Mazzia ha chiamato a raccolta tutta la sua comunità per una progettazione partecipata sul futuro del piccolo comune calabrese.
Il primo incontro è avvenuto ad ottobre 2022, quando Carlo Borgomeo, presidente della “Fondazione Con il Sud”, è intervenuto a Roseto Capo Spulico insieme ad Angelo Moretti, presidente del Consorzio “Sale della Terra” e referente nazionale della Rete dei “Piccoli Comuni del Welcome”, della quale fa parte anche Roseto Capo Spulico.

Millenovecento abitanti nell’Alto Ionio Cosentino, colonia della Antica Sybaris, Roseto Capo Spulico prende il suo nome dalla diffusione della coltivazione delle rose in epoca greco-romana, che venivano utilizzate per riempire i guanciali delle principesse sibarite. Ed è proprio con il progetto “Figli delle Rose” che Roseto ha vinto nel 2020 il premio “Comune ambasciatore di Economia Civile” al Festival dell’Economia Civile di Firenze, con la promessa che il suo modello di economia, sostenibile e inclusivo, coinvolgesse in processi di crescita e sviluppo le associazioni e l’intera comunità.
Detto, fatto. Dal 2020, e nonostante la pandemia, Rosanna Mazzia – sindaca dal 2014 dopo 2 consiliature da vice – mette a sistema una serie di progettazioni che aveva già cominciato dal suo primo mandato. Con l’adesione alla Rete dei Piccoli Comuni del Welcome, arriva l’incontro con il Consorzio Sale della Terra e la realtà di NeXt-Nuova Economia per Tutti diretta da Luca Raffaele ed inizia una nuova progettazione sul territorio comunale che ha per obiettivo centrale l’esclusione zero, perché «le fragilità delle persone sono il primo pensiero del sindaco di una comunità», dice la Mazzia.

“Singoli” luoghi rigenerati da “singole” progettazioni che saranno messi in connessione tra di loro per intercettare tutte le persone in situazioni di fragilità alle quali dare nuova chance di futuro attraverso inclusione e lavoro.
“Comune ad esclusione zero”, dunque, nasce dall’esigenza di dare alla comunità di Roseto un nuovo futuro che vada oltre l’attuale “asset” del turismo della stagione estiva che arriva ad oltre 30 mila presenze e coinvolge tantissimi operatori soprattutto giovani. Occorre ragionare su altre prospettive, a partire da un welfare di comunità e dalle energie territoriali ancora inespresse.

Come si arriva, dunque, alla “esclusione zero”? Secondo Angelo Moretti, il welfare generativo ha la capacità di “attivare” le energie sociali e le comunità, a partire dalle persone con disabilità e fragilità: ne è prova l’esperienza dei tanti Piccoli Comuni del Welcome, in cui sono nati “luoghi” di attivazione sociale che hanno generato economia civile: cooperative di comunità, progetti Sai-Sistema Accoglienza Integrazione, budget di salute.

Su questo ha concordato anche Carlo Borgomeo: lo sviluppo non arriva da fuori, non è un “evento che succede”. Dal tavolo di discussione sono emersi per Borgomeo alcuni notevoli punti di forza di Roseto Capo Spulico: l’attenzione ai fragili, una comunità coesa, la bellezza, l’ambiente, l’amore per la propria terra. Ma c’è una condizione che va fortemente “riempita” ed è il senso di responsabilità della comunità, l’autonomia. E lo spirito di iniziativa, che è uno “scatto” psicologico perché «restare ad aspettare crea dipendenza». E la dipendenza non genera né libertà né tantomeno economia e men che mai rafforza le comunità.
Secondo Borgomeo, Roseto deve suscitare il desiderio dei giovani di non andare via ma di tornare. E questa si chiama «attrattività del territorio». Occorre inoltre allungare il più possibile la stagione estiva migliorando l’offerta dei luoghi di servizio e facendo pressing per migliorare i collegamenti, puntare sulle dinamiche di consumo dei prodotti del genius loci di Roseto.

Su questa traccia, dal 17 al 19 gennaio scorsi a Roseto Capo Spulico tutta la comunità si è nuovamente ritrovata, ma questa volta da attrice protagonista. In 3 giorni di progettazione partecipata sono stati coinvolti tutti e tutte, “da uno a cento anni”, «perché ognuno cercasse le proprie potenzialità, costruendo una visione comune», ha detto la sindaca Mazzia. La progettazione partecipata si è snodata lungo una analisi collettiva su potenzialità e difficoltà del piccolo comune; una «passeggiata nei quartieri» (come la chiama l’etnografa Marianella Sclavi, ndr) per guardare Roseto con taccuino e penna critica in mano; l’ascolto di esperienze di successo in altri piccoli comuni; lo spazio aperto alla scrittura collettiva di un documento che si chiama masterplan ma si legge sogno condiviso del futuro desiderabile per il luogo in cui si vive.

L’assemblea si è aperta con la descrizione di tutte le progettazioni in cantiere a Roseto: una cittadella di servizi gestita dai cittadini, un co-housing diffuso, la riapertura di botteghe artigiane e spazi di co-working, il recupero del circolo velico e la promozione di orti sociali. Questi i principali desideri dei rosetani per ripensare l’economia che, dalla spiaggia 6 volte “bandiera blu” risalga, vicolo per vicolo, fino al borgo medievale e coinvolga tutti e tutte.
Nello specifico ecco i progetti avviati. Iniziamo dall’Istituto comprensivo Amendolara: qui verranno attivati per la prima volta servizi integrativi per bambini 0-6 anni: stazione co-working, educazione alimentare, spazio nido. La scuola nelle ore pomeridiane diventerà centro per i bambini e le famiglie per attività outdoor e baby parking e per avviare una presa in carico olistica.

C’è poi l’“Antico granaio e borgo”: si tratta di un progetto di un milione 600 mila euro che mira ad unire l’abitato storico e quello marino per coniugare bellezza materiale e naturale con un’innovativa capacità di sostenere la coesione sociale e di essere accogliente verso turisti e nuovi residenti. Fulcro del progetto sono la valorizzazione degli aspetti di unicità e identitari della storia e della cultura di Roseto Capo Spulico attraverso l’esaltazione degli eventi legati a Federico II, la messa a sistema della filiera legata alla produzione delle Rose damascene, la creazione di un social hub di Economia civile, una spring and summer School e di una Scuola di arti e mestieri del Cinema, la creazione di nuove imprenditorialità e l’implementazione della Comunità ospitale.

Altro progetto è quello dell’Ambulatorio di comunità, aperto dal lunedì al venerdì, che diventerà un vero centro di aggregazione sociale in cui verranno coinvolti infermieri di comunità e psicologi di comunità per garantire un intervento immediato e tempestivo per la popolazione residente. Infine, verranno organizzati incontri di gruppo con uno psicologo di comunità una volta a settimana per training neurologici e supporto all’invecchiamento attivo.

La progettazione seguirà il “metodo dei Comuni del Welcome” che si attua con il welfare delle persone e dei territori attraverso il reddito di cittadinanza, il budget di salute, le misure alternative alla pena detentiva, il Sistema di Accoglienza e Integrazione-Sai, la cooperazione di comunità, l’economia civile, l’economia circolare, il patto educativo di comunità, i servizi diffusi per la presa in carico della prima infanzia, la lotta all’azzardo e il contrasto alle dipendenze, la coesione familiare, la promozione delle comunità energetiche e l’accoglienza diffusa degli anziani.

Come afferma Doriana Bollo, dell’ufficio progettazione di “Sale della Terra”, «tra un bisogno e un sogno c’è di mezzo un progetto. È proprio quando un progetto non resta più confinato sulla carta che si realizza tutta la sua potenzialità: in questi tre giorni esso ha preso finalmente il volto di Antonio, Sandra, Mattia, Rosanna e di tutti i rosetani che hanno scelto di mettere in gioco i propri sogni partendo dal loro genius loci». La Bollo ha 32 anni, studi in sociologia, e ci dice di aver scoperto che la rosa damascena, fiore grazie al quale Roseto Capo Spulico è famosa, ha la tipicità di fiorire anche in inverno. Guarda il borgo di Roseto e ne immagina, tra i file excel dei progetti, la fioritura in tutte le stagioni.

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Roseto Capo Spulico, esclusione zero

Roseto Capo Spulico, esclusione zero.
Ambasciatrice di Economia civile 2020, presidente di Borghi Autentici d’Italia-Bai, un’associazione di circa 300 comuni piccoli e medi in Italia che si distinguono per la “autenticità” di cultura, storia e tradizioni, Rosanna Mazzia arriva all’intervista come sempre puntuale, look impeccabile e con un gran sorriso su un volto disteso e sorridente che non sembra avere dormito quattro ore a notte nell’ultima settimana. Si è appena conclusa la tre giorni di progettazione partecipata che ha coinvolto tutta la sua comunità in attività di disegno e scrittura di un masterplan condiviso sul futuro desiderabile per Roseto Capo Spulico. Lo aveva in testa già da un po’, questo evento, ma poi la pandemia glielo aveva rinviato, solo che la sindaca Mazzia non facilmente accetta impedimenti. Tema di fondo è “superare il mare”, come dice lei, perché un piccolo comune, anche se scolpito su un pezzo di costa dalle mille nuances di azzurro, deve avere risorse oltre i tre mesi estivi all’anno.

Sono stati giorni impegnativi, sindaca…
Molto, ma la comunità rosetana ha colto l’importanza di questo percorso: è stato molto emozionante vedere dialogare persone di età diverse, di sesso diverso, di estrazione culturale diversa, in un reciproco rapporto di arricchimento e di ascolto. Ora dobbiamo uscire dalla fase programmatica e arrivare alla “messa a terra” del progetto su Roseto, ovvero spostare l’asse dello sviluppo dal mare a tutto il Comune, da tre mesi a tutto l’anno.

Come ci arriverete a questo “futuro desiderabile”?
Abbiamo scritto il masterplan di una Roseto Capo Spulico ad “esclusione zero”, vale a dire che abbiamo messo a valore tutta una serie di progettazioni singole, arrivate sparse nel tempo, e le abbiamo immaginate in un sistema territoriale in cui immobili e parti del territorio sono rigenerati e risistemati per diventare “luoghi” di lavoro inclusivo e di comunità. Questo è stato possibile anche grazie alla collaborazione con molte delle reti alle quali apparteniamo, la Rete del Welcome e Sale della Terra in particolare, con i quali da tempo stiamo approfondendo il tema di un welfare a misura di persona e territorio che con il metodo della co-progettazione Ente pubblico-Terzo settore sta davvero aiutando le piccole comunità a “sbloccare la creatività” nella progettazione a vantaggio dei più deboli restando sul tappeto di una economia “civile”, che è economia ma con la persona al centro.

E come si lasciano le “impronte”?
Io ho sempre tenuto per le deleghe al bilancio e ai lavori pubblici perché le ritengo deleghe molto molto “pregnanti” per le persone deboli: sono due momenti della vita amministrativa in cui devi pensare al sociale ed utilizzare in maniera oculata le risorse del tuo comune, che non vive solo di finanze ma anche di benessere collettivo. Io scherzando minaccio sempre i miei colleghi di giunta e dico: guardate che mi metto a fare il sindaco delle strade e dei marciapiedi.

Prima della politica frequentava ambienti di Terzo settore o del sociale?
No, io dopo le superiori ho seguito le mie idealità e mi sono trasferita a Modena, dove mi sono laureata in Giurisprudenza. Modena e tutto quel territorio per me rappresentavano il mio modello di riferimento di vita culturale e sociale, ne ero affascinata anche per affinità di impegno.

E perché è tornata?
Dopo la laurea ho trascorso un periodo a Roseto. Era il periodo elettorale e mi hanno coinvolta alcuni amici e familiari: c’era un forte bisogno di “politica nuova”. Mi sono lasciata convincere ed eccomi qui. In realtà molto ha giocato la differenza tra Modena, perfettamente funzionante, vera smart city già all’epoca, ma nella quale mi sentivo un numero, e Roseto meno perfetta ma in cui non mi sentivo in debito di ossigeno da relazioni umane e di comunità. Avevo bisogno di entrare in negozi dove conoscevano i miei gusti, dove mi chiamavano per nome.

Ma quali sono i finanziamenti e per quali progetti?
Abbiamo vinto finanziamenti corposi sul recupero di alcuni beni immobili da destinare ad attività di valorizzazione di trasformazione di prodotti locali che coinvolgono anche le persone migranti che accogliamo nel nostro progetto Sistema Accoglienza Integrazione-Sai. Ci sono poi i fondi PNRR sull’ambulatorio di comunità, che era una richiesta forte del territorio. Vede, Roseto non è soggetta a particolare pressione dello spopolamento, qui il reddito medio non è basso, quindi qui conta molto aumentare la qualità dei servizi che offriamo ai rosetani dei dodici mesi e ai rosetani dei tre mesi che arrivano ad essere anche oltre 30mila a stagione. Negli ultimi anni è aumentata anche la domanda di case da parte di coppie giovani, provenienti anche dall’estero, che scelgono di vivere qui con i loro figli perché la qualità intrinseca della vita in una piccola comunità è un valore che ha la sua importanza nel bilancio delle scelte delle nuove coppie. Su tutto questo stiamo ragionando anche con i rosetani e le rosetane che stanno promuovendo la nascita di una Cooperativa di comunità.

Tre punti di forza e tre punti deboli dei piccoli comuni…
I piccoli comuni non sono riconosciuti per il valore che hanno sotto il profilo legislativo, non sono attenzionati nel modo in cui dovrebbero esserlo e da questo discendono tutte le loro criticità e tutti i loro punti di debolezza. I nostri piccoli comuni sono però dei formidabili vivai, sono i luoghi dove sperimentare la soluzione ai problemi più grandi perché spesso si dimentica che nei comuni sotto i 5mila abitanti vivono 10 milioni di persone.

A cosa ha rinunciato per dedicarsi alla sua comunità?
Forse un po’ alla mia professione di avvocato. Però cosa vuole che sia di fronte alla chiara consapevolezza che si possa fare il cambiamento, che si sia riusciti a stimolare la domanda, a far uscire Roseto da una condizione sempre un po’ paludosa? Abbiamo messo un piede il futuro!

Il suo futuro post mandato?
Premesso che in teoria potrei ancora farne un terzo, per adesso vivo pienamente immersa nella mia dimensione di sindaca in cui ho veramente tante, troppe cose da fare. Le dirò, tornando alla domanda di prima: questa esperienza non mi ha tolto niente, anzi “ha aggiunto” alla mia vita una straordinaria dose di umanità, di competenze, di persone nuove conosciute, persone antiche ritrovate, nuove sfide culturali e una nuova dimensione personale. Adesso forse so cosa vorrei “fare da grande”: continuare ad occuparmi del sociale, ma dal lato dell’economia civile.

Castelpoto, la scuola a sei nazioni

Castelpoto, la scuola a sei nazioni.
Castrum Potonis (da cui Castelpoto), significherebbe “castello di Poto”, figlio di re Adelchi, vissuto nel IX secolo e imparentato con il più illustre principe di Benevento. Ma da queste parti Castelpoto fa rima con Slow Food e con il presidio che qui è “regina”: la salsiccia rossa.
Sembra che storicamente a Castelpoto l’allevamento suino sia stato praticato dal porcaio del duca e pressappoco quella sembrerebbe anche la data di nascita della salsiccia rossa. Castrum Potonis, pur risalendo all’epoca romano-sannitica si sviluppò maggiormente sotto la dominazione longobarda e normanna. Ancora oggi molte famiglie allevano in proprio il maiale producendo, secondo ricette gelosamente tramandate, questa eccellenza gastronomica che, abbinata all’aglianico sannita, vale tutto il viaggio fino a Castelpoto. Vito Fusco è dinamico ma meticoloso. Abito e camicia perfetti, sindaco del suo paese pare esserci nato, per il rispetto con il quale parla anche della singola pietra del suo piccolo comune.

Castelpoto, entroterra campano, terra longobarda ma anche comune di “cintura” per la Snai, posizione un po’ ostica e penalizzante?
Castelpoto era un comune in declino con forti dinamiche di invecchiamento della popolazione ed è anche terra di emigrazione. Noi chiaramente ci siamo posti dinanzi a una sfida molto complessa, che è quella di invertire questo trend che purtroppo è comune a tante realtà del mezzogiorno d’Italia ma anche del centro nord. Castelpoto non è tecnicamente un’area interna anche se ne ha tutti gli indicatori.

Circa 1.200 abitanti, negli ultimi dieci anni ne avete persi 150: cosa state facendo per invertire la tendenza?
Abbiamo lanciato una sfida difficile, complessa partendo da un’analisi territoriale e da fattori endogeni sui quali abbiamo cercato di incidere. La lotta all’isolamento causato dai collegamenti stradali pessimi era un problema che ci ha lasciati per anni ai margini. E su tutto la prima grande sfida: l’accoglienza, cominciata nel contesto sfavorevole del 2017. In quel periodo noi abbiamo avuto il coraggio di andare contro corrente, aderendo al modello di accoglienza diffusa proposto da Anci, il Sistema Accoglienza Integrazione-Sai (prima SPRAR, ndr). Posso dire che a distanza di cinque anni è stata una scelta sicuramente vincente perché è stato un progetto che è diventato una “buona pratica” e ha funzionato sotto tanti i punti di vista.

Ce ne dica tre…
Primo, ben tre famiglie appena uscite dal progetto sono rimaste a vivere a Castelpoto. E stiamo parlando di famiglie che hanno dato al nostro piccolo Comune dieci bambini. Secondo, intorno al Sai si è costruito un bel gruppo di lavoro di professionalità del nostro paese che negli anni si è affiatato, formato da giovani che grazie al lavoro nel progetto non sono andati via. E molte attività commerciali hanno avuto un nuovo impulso economico. Terzo, il Sai ha incrociato una sinergia con la popolazione locale creando benefici al resto dei residenti grazie all’attivazione di laboratori e soprattutto ci ha dato la possibilità di non perdere la scuola, anzi aumentarne l’offerta.

la giunta Fusco nella sala consiliare del Municipio
la giunta Fusco nella sala consiliare del Municipio

Grazie ai bambini che sono arrivati?
Sì, abbiamo lanciato una piccola sfida. Da quest’anno alla primaria non abbiamo più la pluriclasse ed è ritornato, dopo circa 20 anni, il tempo pieno con la cucina interna alla scuola. Ed è una meraviglia avere sei nazionalità diverse in un’unica scuola di un piccolo comune dell’entroterra. Ma soprattutto è una meraviglia avere la certezza della sopravvivenza della scuola. E speriamo di riprendere il progetto “primavera” per bambini dai 18 ai 36 mesi che si è interrotto durante la pandemia.

E si smonta anche l’idea del borgo isola felice in cui il tempo pieno non serve alle famiglie…
Esatto, il piccolo comune deve essere visto e vissuto come un comune normale, dove si può avere un’elevata qualità della vita relazionale e di comunità, ma anche un’elevata qualità dei servizi. Le bucoliche non servono allo sviluppo e all’innovazione. Castelpoto, insieme ad altri piccoli comuni italiani, può diventare luogo per abitare il futuro, ma per farlo deve essere terra di innovazione.

E voi l’innovazione come l’avete fatta, scuola a parte?
Innanzitutto con una bella progettualità sul bando Borghi per il quale abbiamo puntato sulla rigenerazione culturale e sociale del borgo longobardo di Castelpoto che ha una parola chiave: “costruiamo”, ovvero un percorso partecipato che ha incluso anche i castelpotani che oggi risiedono altrove, le energie intellettuali, il sistema istituzionale e la comunità del progetto Sai. Ci sono tante piccole azioni che, messe insieme in una strategia integrata, possono fare la differenza perché la progettazione a spot non serve alle piccole comunità che vanno guardate nel loro insieme.

Inaugurazione del parco giochi di Castelpoto, intitolato al piccolo Aylan Kurdi
Inaugurazione del parco giochi di Castelpoto, intitolato al piccolo Aylan Kurdi

Quindi in un progetto avete messo un concept territoriale?
Esatto. Il bando stesso è stato innovativo nel metodo perché la scrittura del progetto è stata oggetto di partecipazione dei cittadini in quello che abbiamo chiamato “incubatore di comunità”. Abbiamo incontrato i cittadini, abbiamo coinvolto le persone giovani e meno giovani, quelli che sono fuori per motivi di studio e di lavoro, ci siamo visti online quando non abbiamo potuto fisicamente, abbiamo raccolto idee e abbiamo in qualche modo cementato il senso di appartenenza anche nei castelpotani che sono fuori e che si collegavano per dare il loro contributo da Torino, da Milano, da Bologna, da Zurigo. Il punto di caduta della progettualità è il borgo medievale di Castelpoto: restauro della torre civica, catalogazione dell’archivio storico, digitalizzazione, creazione dei prodotti a marchio denominazione comunale d’origine-Deco e denominazione d’Origine Territoriale Dot. E ci saranno anche le residenze d’artista che verranno a Castelpoto a lavorare per un periodo di tempo, vista anche l’importanza che ormai sta assumendo S(t)uoni, la nostra rassegna culturale.

E il taxi di comunità…
Chi vuole venire a Castelpoto deve poterlo fare anche se non ha un’auto, quindi abbiamo previsto il taxi di comunità soprattutto per garantire collegamenti con gli aeroporti ad orari in cui i mezzi pubblici non raggiungono più le aree interne.

Ultima nata è la Cooperativa di comunità: “Castelpotare”. Una declinazione all’infinito di Castelpoto…
La pandemia ci aveva bloccato il cammino, è stata la meta forse più sofferta! Abbiamo molto lavoro da fare con questi ragazzi coraggiosi, sia quelli nati qui che quelli venuti da fuori, che hanno deciso di restare qui e che hanno deciso di lavorare in sinergia con gli obiettivi dell’amministrazione, partendo da quello più importante: non lasciare nessuno indietro.

La cooperativa di comunità "Castelpotare" appena costituita dal Notaio Ambrogio Romani (con la barba, al centro)
La cooperativa di comunità “Castelpotare” appena costituita dal Notaio Ambrogio Romani (con la barba, al centro)

Sindaco perché lei non è andato via e ha messo su famiglia qui?
Perché mi piacciono le sfide. L’ho sentita una scelta normale. Papà è stato sindaco di Castelpoto 40 anni prima di me, ora purtroppo non c’è più. Attraverso i suoi occhi, i suoi gesti, le sue scelte e i suoi sacrifici io ho imparato ad amare la politica come mezzo di cambiamento dei luoghi che viviamo, soprattutto attraverso la lotta alle disuguaglianze. E la peggiore disuguaglianza oggi è quella territoriale che ingloba tutte le altre, che con i sindaci del recovery stiamo cercando di combattere con ogni mezzo democratico possibile. Per fortuna mia moglie ha condiviso la mia scelta, pur facendo il medico fuori Castelpoto. Oggi le nostre tre bimbe vivono in un piccolo comune dell’entroterra campano, ma a scuola studiano e giocano con coetanei di cinque nazionalità diverse. Nei piccoli comuni è possibile connettersi con il mondo sia grazie al digitale che grazie al “relazionale” fatto di accoglienza gestita con intelligenza politica.

L’unione energetica fa la forza

L’unione energetica fa la forza.
“Luogo di abbondante pesca”, questo il significato del nome Pessinetto, un piccolo comune nel torinese ai piedi del monte Oreasco e sulla sponda sinistra del fiume Stura di Lanzo, in Piemonte. Pessinetto deve molto a sant’Ignazio di Loyola, che si racconta sia apparso ad una contadina sulla cima del monte Bastia, dove oggi sorge l’omonimo Santuario costruito nel 1635. Ha origine nel 1289 questo piccolo paese dove viene costruita la Lanzo-Ceres, la prima ferrovia italiana ad alta tensione in corrente continua. In paese c’è di tutto: alimentari, farmacie, panetteria, macelleria. E tanto verde. Gianluca Togliatti ha 43 anni, è sposato con Barbara e insieme hanno due figli, Monica ed Elia. Geometra, ha lavorato fuori per un po’ di tempo ma poi ha sentito forte il desiderio di tornare ed impegnarsi per il suo piccolo paese. Non sta fermo un minuto, mentre parliamo, parla deciso e a raffica, ricorda tutto a memoria, risponde senza pause, è determinato ma sereno. Traspare gioia, quando racconta, mista ad un pizzico di orgoglio.

Sindaco Togliatti, lei è diventato “sindaco per forza”, ci racconta com’è andata?
(ride) Sono diventato sindaco nel giugno del 2009, è nato un po’ tutto per caso. Con alcuni amici di Pessinetto che avevamo deciso di candidarci ed io avevo dato la mia disponibilità come consigliere. Però dopo le prime riunioni che abbiamo fatto mi han detto che dovevo essere io il capolista, quell’anno! E così abbiamo messo in piedi una squadra e quell’anno abbiamo vinto le elezioni per la prima volta. Contro di noi, l’ex sindaco che era in carica da 35 anni!

Una monarchia assoluta…
Non pensavamo di farcela, a vincere, pensavamo a cinque anni di opposizione, invece i nostri compaesani ci hanno dato subito il mandato e da lì abbiamo iniziato a correre…

Erano stanchi, forse…
Erano stanchi, sì. Io sono quasi alla fine del mio terzo mandato e già dico che è giusto che ci sia il ricambio, che ci sia sempre nuova linfa ed è quello che ho cercato di fare proprio in questi anni: fare entrare i ragazzi giovani che volessero impegnarsi per il loro territorio. Vede, alla fine fare il sindaco in un piccolo paese è una missione, fai volontariato per il tuo paese. Non bisogna spaventarsi, bisogna solo mettere tanta buona volontà, studiare in continuazione, dedicarsi totalmente perché per farlo bene sottrai veramente tempo alla tua famiglia e al tuo lavoro.

Pessinetto ha 627 abitanti…
(mi interrompe subito…) Quando sono diventato sindaco eravamo 612! In questi ultimi anni si sono trasferite alcune famiglie che hanno comprato casa nel nostro piccolo comune e sono arrivate alcune famiglie numerose che hanno quattro o cinque ragazzi.

Una controtendenza!
A metà del mio primo mandato, nel 2014, con l’amministrazione del Comune di Mezzenile. Abbiamo fatto un ragionamento “di territorio”, mettendo insieme la primaria attivando anche un servizio integrativo per le famiglie il pomeriggio fino alle 17.00 grazie alla collaborazione con una cooperativa e con una retta annua per le famiglie di 125 euro, il resto lo mettono le amministrazioni comunali. E così sono arrivate negli ultimi sei anni due famiglie con cinque figli ciascuna. E da quest’anno si sono uniti anche i Comuni di Traves e di Ceres. In totale, adesso abbiamo circa 60 ragazzi e probabilmente riusciremo a garantire monoclassi su tutti gli anni. Tenga conto che noi garantiamo anche il servizio scuolabus, andiamo a prenderli a casa, con un rimborso minimo di 60 euro annui.

Insomma, un ottimo modo per superare le criticità di essere un piccolo comune di un’area interna…
Nonostante siamo solo a 50 km dalla città di Torino, abbiamo visto un calo demografico notevole e un forte spopolamento delle vallate che adesso un pochino sta rientrando. E poi avevamo il problema degli screening di base molto al di sotto della media: ad esempio, il tempo di attesa per le prime ecografie fatte a una neomamma era di tre settimane sopra la media nazionale e quindi per quello siamo rientrati nel 2012 nelle aree interne. Dal 2021 stiamo iniziando ad attuare tutte le iniziative della strategia: un servizio capillare di infermieri di comunità, di ostetriche di continuità, avvicinando dunque i servizi all’utenza debole ed abbassando il tasso di ospedalizzazione che era molto elevato per il territorio. Pensi che alcuni comuni delle testate di valle avevano il medico di base una volta a settimana per un’ora e che avevamo solo due pediatri su 19 comuni dell’area. E adesso all’interno del nosocomio di Lanzo nascerà anche l’ospedale di comunità. (vedi grafica sotto)

Elenco Finanziamenti Pessinetto (3)

Nonostante questo, però, chi sceglie di vivere in montagna oggi fa una scelta difficile…
Io qui ci sono tornato perché ci vivo, ci lavoro e ci sto bene, però chi sceglie di viverci sa che molti servizi sono molto carenti e soprattutto abbiamo problemi anche sulla viabilità. Pensi che per evitare che i nostri ragazzi viaggiassero mediamente cinque ore al giorno per frequentare l’istituto agrario abbiamo portato l’indirizzo di agraria nel nostro unico istituto secondario di secondo grado dove adesso realizzeremo una serra idroponica e stiamo chiudendo l’accordo con molte aziende agricole del territorio per i tirocini: con questa offerta, adesso abbiamo 38 iscritti, il che significa 38 famiglie che non fanno più salti mortali per farli studiare.

Il reddito medio di Pessinetto era di quasi 20mila euro nel 2020, poi la pandemia lo ha abbassato a circa 19mila: ma su cosa si basa?
C’è uno stabilimento che occupa 40 dipendenti, fanno lavorazioni di materiali similpelle e prodotti chimici lavorati…

Sindaco, ma una cosa del genere ha un impatto ambientale pazzesco!
Sono monitorati con istantaneamente dall’Arpa ed hanno fatto una scelta ecologica molto costosa: si sono dotati di un sistema di post combustione, che effettua un’ossidazione termica dei gas nocivi volatili contenenti carbonio. Grazie a questo processo le sostanze inquinanti subiscono una trasformazione che le rende totalmente innocue per l’ambiente e per le persone.

Collaborazione con il Terzo settore?
Alcune cooperative situate a fondovalle gestiscono capillarmente i servizi di supporto ai comuni.

Quante persone con disabilità, quanti percettori di reddito di cittadinanza e quante persone in fragilità psichica ha Pessinetto?
Tre persone con disabilità, sette persone che percepiscono al reddito. Il nostro socio assistenziale invece è una funzione delegata al Consorzio Intercomunale dei servizi Socio-Assistenziali (C.I.S.) del Ciriacese (17 comuni, ndr), prima lo gestivamo noi come comunità montana Poi una legge regionale del 2015 ci ha imposto di passare sopra i 40mila abitanti. Su segnalazione dei comuni si attivano percorsi concordati. C’è una riunione annuale in cui si riportano i risultati di queste prese in carico, anche quelli dei percettori del reddito, età media sopra i 50 anni. Le tre persone disabili invece hanno fatto diversi tirocini presso il comune di Pessinetto, una anche il servizio civile ed una ha anche trovato lavoro.

Festa degli alberi, organizzata ogni anno insieme al gruppo alpini di Pessinetto. Una giornata con le scuole sull’importanza di prendersi cura del pianeta
Festa degli alberi, organizzata ogni anno insieme al gruppo alpini di Pessinetto. Una giornata con le scuole sull’importanza di prendersi cura del pianeta

Ce l’ha un’opposizione?
Ho cercato di costruire un buon dialogo con tutti. I primi due anni mediamente una avevo una ventina di interrogazioni per ogni Consiglio, ma alla fine in un paese piccolo la differenza la fa la persona. L’età media del mio consiglio si è sempre più abbassata, negli anni. Ho tanti consiglieri ai quali ho dato la Costituzione…

Dato la Costituzione…Che vuol dire?
Ogni anno, il 2 giugno, io dò la Costituzione ai neo diciottenni del mio paese, li invito in comune e c’è una cerimonia molto semplice, ma formale.

Cosa chiede al suo futuro sindaco?
Io chiedo di amministrare con il cuore come un buon padre di famiglia cercando veramente di riflettere sul proprio mandato con lungimiranza.

Ci spiega come ha fatto Pessinetto a raggiungere una autonomia energetica?
Nel 2016 con il nostro Gruppo di azione locale-Gal abbiamo fatto una strategia sulla filiera legno-energia. E dall’anno 2021-2022 abbiamo convertito le vecchie caldaie a gasolio del comune e delle scuole con quelle a “cippato”, una biomassa legnosa. Non dipendiamo più da una multinazionale, adesso c’è un’impresa del territorio che ha vinto la gara per 10 anni per fornire calore da cippato. Su questo abbiamo creato con il Gal una economia circolare sul territorio: non solo sono stati creati posti di lavoro, ma invece di spendere 16 mila euro in gasolio ne abbiamo spesi solo 6.5mila. Anche con l’utilizzo del fotovoltaico, adesso municipio e scuole hanno autonomia energetica.

Ma quanto personale di ruolo ha, Pessinetto?
Quattro. Un impiegato, due cantonieri e arriverà una quarta persona.

Cittadinanza attiva, la ricetta della svolta

Cittadinanza attiva, la ricetta della svolta.
«Quasi un’ora di strada per raggiungere questo paesino che dai balconi vede la Puglia: curve e nebbia e asfalto sconnesso e salite e discese», così si arrivava a Baselice, piccolo comune dell’alto Sannio campano, prima che “la fortorina” rendesse più agevole un lungo pezzo di strada dal capoluogo, Benevento.
Lucio Ferella ha un’età indefinibile, uno sguardo piccolo ma acuto, gli piace sorprendere l’interlocutore, interessarlo, meravigliarlo. Laurea in informatica a Napoli, dottorato di ricerca in biologia computazionale a Firenze, diventa sindaco di Baselice dove torna per prendersi cura della sua famiglia di origine. Ci riceve nel suo studio, tra i vicoli del borgo il freddo poco pungente di questo anomalo inverno caldo e un silenzio sereno al profumo di camini accesi nelle abitazioni.

Poco più di 2mila abitanti, Baselice ha perso mille abitanti nell’ultimo ventennio. Come si frena lo spopolamento?
Da noi si dice “vieni a Baselice solo se ha necessità”, a significare che nel Fortore non passi, devi venirci appositamente. È un’area interna di montagna, qui si pratica agricoltura eroica e le condizioni complessive sono sempre state difficili, tant’è che i giovani tendenzialmente vanno via e non c’è ricambio generazionale. L’unico dato forse positivo è il saldo migratorio degli ultimi tre anni: da meno 19 a più nove abitanti.

Inversione di tendenza?
Sì, si tratta di nove persone che prima erano ospitate nel progetto del Sistema di Accoglienza Integrazione-Sai che è nato con l’amministrazione comunale precedente e che noi non solo abbiamo prorogato per altri tre anni, ma anche ampliato con il comune di Biccari del sindaco Mignogna, aumentandone i posti disponibili a 40, venti per ciascuno dei due comuni.

Lei diventa sindaco nel 2019, a 39 anni: una scelta di “restanza” a Baselice importante…
Io sono uno di quei giovani che è tornato nel proprio paese. Ho studiato informatica a Napoli, ho fatto il dottorato a Firenze in biologia computazionale. Ma ho voluto rivendicare il diritto a restare. Al di là dei paesaggi mozzafiato e dei prodotti più buoni del mondo, volevo incidere su questa comunità presa troppo dall’apatia e dal ritardo nell’innovazione, priva di strategia e visione di futuro.

E dà vita ad un laboratorio civico…
Esatto, un laboratorio civico di idee e proposte al quale hanno partecipato diverse persone, 30-40 in tutto, la metà giovani, con cui abbiamo formato poi la squadra per le elezioni amministrative. Ci riunivamo in un ristorante ormai chiuso, discutevamo di argomenti vari, ma a me interessava innanzitutto cominciare a ragionare su come riattivare il territorio e la partecipazione civica. Ovviamente la cosa destò subito curiosità e anche qualche diffidenza in paese.

Vi vedevano come setta di carbonari…
Sì, ma la partecipazione alle riunioni è rimasta sempre sulle 30-40 persone e da ogni riunione scaturiva un documento su uno degli argomenti di governo di Baselice. Dispiace che il laboratorio poi si sia sciolto perché siamo stati eletti a maggio 2019 e a marzo del 2020 il Covid ha bloccato tutto.

Avete dato vita a molte progettazioni?
Guardi, appena siamo stati eletti abbiamo trovato una comunicazione in cui si diceva al comune che, entro i due mesi successivi, sarebbe stato revocato un finanziamento di 1.8 milioni di euro perché non era stato dato, fino a quel momento, nessun riscontro alla nota di vincita di un bando sulle aree degradate. Ne abbiamo fatto un intervento suddiviso in cinque aree del territorio comunale. Anche su questo ovviamente abbiamo chiesto ai cittadini, perché è importante che essi sappiano quello che accadrà al loro paese e non se lo vedano “calato dall’alto”. Abbiamo rifatto strutture sportive, marciapiedi, facciate delle abitazioni del borgo, sottoservizi, siamo stati anche un caso di successo in tutta la Campania. Ed ora c’è una maggiore attrattività anche per chi arriva, oltre che per chi ci abita.

E poi ci sono le lumache e le terre incolte…
Abbiamo scelto di recuperare terreni incolti, ci interessava l’allevamento delle lumache e abbiamo presentato un progetto Psr e fra poco dovremmo partire. Sui terreni, alcuni nostri ragazzi hanno cominciato la loro attività imprenditoriale recuperandoli dall’abbandono.

lavoro nelle terre recuperate a Baselice
lavoro nelle terre recuperate a Baselice
Facciamo due conti: tra bando aree degradate, bando borghi, progetto Sai, bando infrastrutture sociali, fondi regionali, recupero di palazzo Lembo, siamo quasi a otto milioni complessivi arrivati a Baselice. Possiamo dunque sfatare il mito che i piccoli comuni non hanno finanziamenti?
Sì, ma dobbiamo anche dire che il lavoro che c’è da fare per cercare di essere competitivi, anche solo per presentare le domande per i vari bandi, è davvero difficile perché i piccoli comuni hanno una struttura della pubblica amministrazione che non sono sempre all’altezza non per qualità dei dipendenti e dei tecnici, ma per numero di dipendenti di ruolo e per la quantità spropositata di adempimenti amministrativi legati anche alle piattaforme diverse dei progetti. Il Pnrr è il principe delle piattaforme. Ogni finanziamento ha poi una piattaforma diversa per rendicontare i progetti. Ma il vero problema lo sa qual è? Il “dopo elezioni”.Che vuol dire, esattamente?
Che spesso noi sindaci guardiamo al futuro solo in funzione della nostra rielezione o meno e spesso pensiamo che tutto quello su cui lavoriamo poi viene “goduto” da chi amministrerà dopo. Io so già che tutto quello su cui stiamo lavorando non si realizzerà nel breve periodo. Ma noi speriamo di essere diversi e invertire la rotta.Sta pensando alla formazione della classe dirigente post Ferella? Ci sono giovani?
Tra giovanissimi e universitari abbiamo circa 200-400 giovani, che non è poco. Devo dire la verità adesso hanno anche un grande senso di voglia di fare. È rinata la Pro-loco, è nata una Cooperativa di comunità, i giovani seguono molto di più la vita politica e sta nascendo una comunità energetica.

I fondatori della Cooperativa di comunità "Movimenti" di Baselice (foto De Siena)
I fondatori della Cooperativa di comunità “Movimenti” di Baselice (foto De Siena)
 

Baselice si è distinta per avere adottato un regolamento contro il gioco d’azzardo: a che punto siamo?
Sì, questa è una cosa che aveva avviato la precedente amministrazione. Purtroppo, però, durante la pandemia la fase attuativa è stata rinviata.

Perché non stimolare al dialogo la cittadinanza su questo? Introdurre ad esempio un sistema premiale per le attività che dismettono l’azzardo?
Va avviato sicuramente un processo partecipato perché è una problematica con dei risvolti positivi e negativi che coinvolgono entrambe le famiglie: chi vive il dramma della ludopatia, ma anche chi ha delle attività che si vede costretta a chiudere. La premialità purtroppo non è praticabile perché le casse comunali non lo consentono.

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L’isola della partecipazione

L’isola della partecipazione.
Tecnicamente Procida non è un “piccolo comune”, perché ha attualmente circa 10.500 abitanti. Ma è Procida, è un’isola, è la Capitale italiana della Cultura 2022 e da “piccola” ha parlato al mondo intero, in questo difficile 2022. “La cultura non isola”, dice il claim: terra che diventa luogo di esplorazione, sperimentazione e conoscenza, modello delle culture e metafora dell’uomo contemporaneo. Procida ha “vinto” perché ha mostrato di essere un modello di “capitale esemplare di dinamiche relazionali, di pratiche di inclusione nonché di cura dei beni culturali e naturali”. Dino Ambrosino, il “sindaco della capitale”, giacca e cravatta, nel suo studio siede tra le bandiere d’Italia e d’Europa, un ficus gigante. Alle spalle, che ci guarda dal muro, il Presidente Sergio Mattarella. Tutto molto istituzionale, mentre negli occhi abbiamo il caos creativo delle immagini di Procida di questo anno appena trascorso.

Sindaco, un anno intenso è dire poco…
Un anno straordinario…(gli occhi si accendono, ma restano composti)

Lei è al secondo mandato: nel 2015, quando è stato eletto per la prima volta, immaginava tutto questo?
Io vengo da lontano, nel senso che arrivo dalla militanza politica. Per 14 anni sono stato consigliere comunale di minoranza. Prima di candidarmi a sindaco facemmo le primarie, nonostante la mia candidatura fosse abbastanza nell’aria.

Scegliendo la strada della partecipazione…
Sì, fu un bel momento di partecipazione politica e civica. Io ero molto giovane, però tentammo la strada del coinvolgimento proprio per allargare il bacino di partecipazione dei nostri elettori. All’epoca chiaramente lo strumento delle primarie non aveva ancora mostrato tutte le criticità che poi sono venute fuori in un secondo momento.

Nasce “La Procida che vorrei”, anche se la sua provenienza è il Partito democratico…
Esatto, nasce la nostra lista civica e tenga presente che i due colleghi che avevano fatto le primarie con me poi si candidarono nella civica con me. Gli altri avevano una provenienza dal Movimento Cinque stelle, siamo stati antesignani nel rapporto tra Pd e Cinque stelle. Diciamo che su questo concetto della partecipazione abbiamo fondato molto nel nostro impegno e della nostra battaglia politica.

Un altro esempio di democrazia partecipata che non sia Procida capitale?
Quando abbiamo lanciato la nostra ipotesi di lavoro sul progetto “Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati-SPRAR”, come si chiamava all’epoca. Era il momento della campagna elettorale degli anni 2017-2018 in cui la Lega andava forte su questi argomenti dell’emergenza migranti e noi eravamo la prima piccola isola che provava ad avviare un percorso tra lo scetticismo di tanti cittadini molto sensibili al problema sicurezza. Noi lasciamo ancora le chiavi di casa appese al portone, quindi la paura era tantissima. Abbiamo iniziato, così, un percorso di partecipazione in cui abbiamo girato parrocchia per parrocchia, casa per casa quasi, spiegando che era un progetto rivolto all’accoglienza di famiglie, quindi con adulti e bambini, e soprattutto che con le proporzioni che avevamo stabilito, ovvero tre migranti ogni mille abitanti, non c’era nessun problema perché era un’ospitalità diffusa, senza nessun “casermone” con persone ghettizzate lasciate a sé stesse. Di tutto questo all’epoca si fece carico la Vicesindaco, Titta Lubrano.

Prima di essere “capitale”, Procida cosa era?
Era una Procida “dei quaranta giorni”, in cui il fenomeno del turismo era prevalentemente concentrato nel mese di agosto o al massimo negli ultimi giorni di luglio. Adesso l’isola è frequentata quasi tutti i mesi dell’anno, fin dal 2021.

E il tessuto sociale?
La comunità, bene o male, è sempre la stessa. Sono consapevole che c’è tanto lavoro da parte nostra sulla rete sociale, ma non penso che un amministratore possa mai determinare un cambiamento sostanziale, un cambiamento profondo dell’identità anche sociale del paese. Oggi proponiamo qualche servizio in più rispetto all’epoca, ma non penso che ci sia una grossa differenza sociale rispetto al 2015. C’è chiaramente un territorio diverso, perché noi alla fine tutte le risorse che abbiamo a disposizione cerchiamo di finalizzarle per migliorare il decoro urbano, però da un punto di vista sociale non credo che ci siano profonde diversità.

Lei ha istituito anche un assessorato alla comunicazione: questa attenzione all’esterno, alle relazioni, alla comunicazione, secondo lei ha avuto un peso nella selezione di Procida 2022?
La comunicazione è fondamentale. Al di là delle cose che fai, è importante costruire la visione condivisa del percorso che si sta facendo. Quindi alla fine soprattutto questi mezzi di comunicazione diretta, i social, hanno dato anche l’opportunità agli amministratori di comunicare direttamente con le proprie comunità e di rudurre “il distacco” tra chi governa e i cittadini. Qualche amministratore che ho incontrato in questi ultimi due anni ha sottolineato che la cosa più importante di questo percorso di Procida capitale sia stata proprio “la sfida comunicativa” che noi ci siamo assunti candidandoci, sottolineando che era una pazzia ma anche una straordinaria iniziativa. Era forte l’ambizione, la voglia di partecipare in un momento in cui “capitale della cultura” era comunque un’opportunità prevalentemente per i capoluoghi di provincia. Noi invece come piccola isola abbiamo partecipato e poi è venuto tutto il resto. Ci siamo candidati con l’ambizione di essere “capitale”.

Sagra Del Mare

Ma qual è stato il “momento x”, ci racconta proprio l’attimo in cui per la prima volta avete pronunciato la frase “candidiamoci a Procida capitale della cultura 2022”?
La prima ispiratrice è stata l’onorevole Luisa Bossa, sindaca di Ercolano poi consigliera regionale e poi deputata, a lei va la primogenitura di Procida capitale. La sua città aveva partecipato più volte e, quasi scherzando, mi disse, ricordo nell’autunno del 2019, “Guarda tu devi candidare Procida a capitale della cultura”, ma la cosa sembrava talmente assurda quando io ne parlavo all’interno della maggioranza…

Ma quindi lei ne aveva cominciato già a parlare molto tempo prima del 2020…
Sì, discutevamo con la maggioranza sullo scollamento che c’era stato anche con la nostra base dal punto di vista della partecipazione perché avevamo cominciato all’inizio del 2015 con grande entusiasmo e collaborazione di tutti. Poi però abbiamo notato questo progressivo distacco e ragionavamo su quale potesse essere un modo per suscitare di nuovo l’entusiasmo e riagganciare la partecipazione. Poi l’assessora Rossella Lauro un giorno è venuta con il bando in mano dicendomi “Beh, adesso ci dobbiamo candidare” ed è stata lei a presentare materialmente la candidatura a dicembre 2019. Nel mese di gennaio abbiamo capito che avevamo bisogno di un professionista che ci aiutasse e così arrivò Agostino Riitano, amico di Rossella.

E quando avete avuto la notizia…
E quando abbiamo avuto la notizia siamo esplosi! Eravamo in diretta perché eravamo tutti collegati per l’emergenza coronavirus. Eravamo nell’aula del consiglio comunale almeno una ventina di noi, infatti quando Dario Franceschini diede la notizia in diretta poi ci chiese se fossimo in piazza…Chiaramente abbiamo gioito in maniera genuina come una piccola comunità fa nel momento in cui raggiunge un risultato strepitoso, perché alla fine questo è oggettivamente un risultato strepitoso.

Qual è stato il suo primo pensiero, a parte la gioia, sindaco?
Io ho pianto, difficilmente lo faccio. Però avevo la consapevolezza che era una cosa straordinaria per Procida, per noi orgogliosi di questa terra, ma frustrati perché questa terra è sempre stata poco considerata dal resto del mondo. Alla fine era un motivo di grande riscatto, di grande orgoglio, il coronamento della soddisfazione di ogni amministratore. Per noi “piccoli” così è: noi abbiamo un forte senso di appartenenza l’isola proprio in virtù di questa tradizione marinaresca per cui siamo sempre lontani dall’isola e coltiviamo questa nostalgia della famiglia e del posto da cui veniamo. Ma poi alla fine noi avevamo sempre subìto un po’ la maggiore notorietà di Ischia e Capri. Siamo sempre stati nel cono d’ombra delle due maggiori, se andavamo fuori nessuno ci conosceva, dovevamo sempre spiegare che “Procida è vicino ad Ischia, vicino Capri”. Spesso giravano immagini a Procida spacciandole poi per i Campi Flegrei o per la Costiera Amalfitana, i miei concittadini contestavano l’amministrazione perché incapace di difendere l’immagine dell’isola che possa avere quelle Procida, oppure in caso di maltempo si diceva “interrotti i collegamenti marittimi con Ischia e Capri” e Procida non esisteva. Quando tu, piccolo comune e piccola isola, poi diventi “capitale italiana della cultura”, piangi perché ti rendi conto dell’importanza di questa cosa per una piccola comunità come la nostra.

Dopo l’abbraccio euforico, le è venuta un po’ di paura?
Sì, ho avuto paura perché ci aspettava un onere più grande di noi rispetto ad una piccola struttura amministrativa di un Comune in pre dissesto e quindi con limitazione su assunzioni e spese. Però con la grande collaborazione della Regione, della Città metropolitana, con la nostra buona volontà abbiamo creato uno staff capace di raggiungere risultati importanti. Pensi che noi abbiamo già materialmente pagato fornitori per oltre il 50%, a 7 mesi dall’inizio di capitale della cultura. Dei quattro milioni che abbiamo avuto attribuiti, ne abbiamo già spesi oltre la metà.

Istituzioni

Ma come ci siete riusciti con una piccola struttura amministrativa? Hanno lavorato tutti, a Procida?
Noi abbiamo dovuto seguire tutto il dossier previsto di eventi che in base a quel percorso di partecipazione proponeva degli appuntamenti curati da realtà locali e poi degli appuntamenti di realtà internazionali. Quindi tutti gli affidamenti di contenuti culturali sono stati rivolti verso queste realtà che aveva aderito a questo dossier fin dall’inizio, quindi in percentuale il 25% erano realtà del posto, il 75% erano realtà nazionali e internazionali. Per quanto riguarda gli affidamenti di servizi: quando si è trattato di piccole cose che potevano essere gestite sul posto, ad esempio il fioraio oppure la ditta di trasporto delle attrezzature, delle sedie, delle transenne, o piccole manutenzioni li abbiamo affidate ai locali; il service e l’amplificazione per tutto l’anno, la tipografia ci siamo rivolti a ditte napoletane, si tratta di organizzazioni che non ci sono nel piccolo comune.

Riesce a darci un primo feedback sul monitoraggio del risultato di questo anno in termini di crescita economica di Procida?
Abbiamo incaricato l’Università di Napoli di fare una ricerca e un monitoraggio di questo percorso di anno da capitale della cultura. Non abbiamo un registro con tutte le imprese, posso dire per sommi capi che in questo 2022 sono nate circa una cinquantina di strutture ricettive nuove. Quello che è oggettivo è il numero degli sbarchi di persone non residenti: nel 2019 ne registravamo intorno ai 250mila al giorno, quest’anno ne abbiamo registrati fino 650mila al giorno, quindi un aumento di 400mila sbarchi al giorno che chiaramente crea un’economia forte benché giornaliera. Però l’isola è stata sold out per tutto questo anno.

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Dino Ambrosino chi è, da dove viene?
Sono un procidano che come tutti gli isolani è particolarmente curioso e attento alle dinamiche della sua isola. Sono un pendolare, ho fatto il liceo scientifico a Lacco Ameno (Ischia, ndr), poi l’Università a Salerno. Poi il pendolare perché lavoravo a Ischia e poi adesso faccio il pendolare perché lavoro a Napoli. La stragrande maggioranza di noi isolani non trova sostentamento dell’isola e solo sull’isola: c’è una marea di pendolari per lavoro e poi la stragrande maggioranza di noi sono marittimi quindi non siamo abituati a lavorare sull’isola perché qui il lavoro non c’è. Mia sorella è andata via da Procida così come tanti della mia generazione che sono andati a cercare opportunità lavorative fuori.

E lei perché è rimasto?
Non me ne sono andato un po’ perché “sono cozza”, resto attaccato allo scoglio (ridiamo…), un altro po’ perché mi sono laureato e comunque abbastanza presto sono arrivati i miei figli, poi avevo questo percorso politico che mi appassionava e a 36 anni sono diventato sindaco. E inoltre anche per le cose di casa chiaramente, ho perso papà che avevo 17 anni. L’isola è luogo ideale per crescere i figli, qui i nostri figli possono restare in strada fino a tarda sera, possono godere il proprio territorio in modo abbastanza libero fanno i loro errori e sotto la videosorveglianza discreta di 22mila occhi che il giorno dopo riportano tutto quello che accade.

Figli

Cosa non è riuscito, in Procida capitale?
Forse non tutti gli appuntamenti sono stati frequentati quanto avrei voluto. Ma alla fine è difficile “rimproverarlo” alla comunità perché anche io non sono riuscito ad andare tutti gli appuntamenti. E comunque oggettivamente stiamo parlando di iniziative che non è che necessariamente devono coinvolgere e stimolare e vedere la partecipazione di tutti. Noi scontiamo il fatto che l’isola non è facilmente raggiungibile un appuntamento serale. Però voglio dire in percentuale è accaduto quello che probabilmente è accaduto anche altrove. La cultura non sempre riesce a coinvolgere proprio tutti.

Cosa resta di Procida capitale? Il primo gennaio 2023 da dove ricominciamo e verso cosa andiamo a Procida?
Ricominciamo da un’enorme nodosità dell’isola chiaramente continuerà. Rimane il fatto che ci sono stati degli stimoli che per tanti hanno significato ancora di più aprirsi a conoscere nuove cose e che siccome sono stati organizzate a casa nostra sono state conosciute dagli isolani. Rimane il fatto che abbiamo fatto passare il messaggio che quest’isola è un’isola che ha un potenziale grande, quindi un messaggio innanzitutto rivolto alla nostra comunità che deve avere maggiore consapevolezza della sua storia, della sua identità e del suo potenziale. Questo è molto importante perché più si conosce il proprio paese più lo si rispettata, più ciascuno dà il suo contributo per valorizzarlo. Qui a Procida il comportamento di ciascuno è dirimente: comportarsi in un modo piuttosto che in un altro produce dei risultati in termini di “bene comune”.

Tre cose dalle quali partire per la prossima capitale della cultura italiana.
L’organizzazione, la prima cosa. Noi l’abbiamo con la responsabilità del Comune e dei nostri dipendenti, ma con l’aiuto di assistenti amministrativi che ci ha fornito la Regione Campania. Mettere in strada i processi significa poi governare tutto il percorso in una maniera ordinata. Secondo, valorizzare quello che hai: noi abbiamo lavorato molto sul palazzo d’Avalos, un complesso è ex carcere del ‘500 che da troppi anni era abbandonato e che grazie a Procida capitale ha avuto un’occasione unica. Terzo, la partecipazione, la capacità di coinvolgere tutti.

Cosa chiederà al prossimo sindaco di Procida?
Grande rigore. Il nostro percorso è frutto di grandi sacrifici: a Procida abbiamo risanato una marea di debiti, circa 24milioni di euro.

Cosa c’è nel futuro di Dino Ambrosino?
Non c’è una velleità politica (ride). C’è il lavoro come c’è stato nel passato.